BRUNO COTRONEI, I SUOI LIBRI, I SUOI SUCCESSI
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 IL PROBLEMA DELLE TRADUZIONI DELLE OPERE LETTERARIE

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Bruno
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MessaggioTitolo: IL PROBLEMA DELLE TRADUZIONI DELLE OPERE LETTERARIE   Lun Gen 27, 2014 1:32 pm

(...) Comunque, riprendendo il discorso sui troppi libri stra-
nieri presenti (tradotti ed editi da noi) sul mercato italiano,
meglio, molto meglio la Tamaro (che quantomeno descri-
ve, magari con ingenuità, il nostro mondo) che i tanti
scrittori di mezza tacca d'oltralpe e d'oltreoceano. Perché,
oltre agli altri motivi, vi sono quelli della cattiva traduzione.
Infatti nel numero 9 del mai troppo lodato "Tuttolibri"
(aprile 1983) Nico Orengo pubblicava un pezzo ad otto
colonne dal titolo "La rivolta dei traduttori oscuri cottimisti
che riscrivono grandi libri". Eccotene alcuni educativi
stralci:
Tradurre o tradire? L'interrogativo di tanto in tanto si
ripropone. Lettori e librai si lamentano. Il libro è diventato
più caro ma la sua "confezione" non è migliorata. Brutte
copertine, pagine che si scollano e traduzioni poi... Sotto
accusa sono loro, quell'esercito di traduttori, pochi profes-
sionisti, molti dilettanti che ogni anno traducono il 23,3
dei ventimila titoli pubblicati in Italia, dei quali il 45
dalla lingua inglese. Chi sono? Molti professori di scuola,
studenti, signore che "sanno" una lingua e hanno molto
tempo a disposizione. E poi, ma sempre meno, studiosi
universitari, critici, scrittori, traduttori di professione, di-
36
Bruno
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Oggetto: Re: L'ASPIRANTE SCRITTORE e L'EDITORIA , saggio Gio 8 Gen 2009 - 9:45
stratti da lavori più remunerativi... Perché tradurre non
rende... Quanto guadagna un traduttore? Oggi in Italia
una cartella di 2.000 battute (più o meno equivalente ad
una pagina di un libro) viene pagata dalle 6/7 mila lire
(circa 20.000 di oggi, 1995) per una traduzione dal france-
se o dall'inglese, 7.500 dal tedesco, 6/6.500 dallo spagnolo,
8/9 mila dal russo, per quelle scientifiche il prezzo si aggira
sopra le 10.000 lire (30.000 di oggi). Naturalmente ci sono
traduttori particolari che possono ottenere condizioni di-
verse: se Sciasela si mette a tradurre Stendhai o Moravia
Balzac le tariffe sarebbero altre. Quanto incide sul costo del
libro la traduzione? È un calcolo difficile da fare, perché
ogni casa editrìce, a seconda delle sue dimensioni, ha costi
generali diversi, cambiano i coefficienti e il prezzo di co-
pertina si ottiene con moltiplicazioni diverse. Su di un
saggio dall'inglese, di difficoltà media, di 200 pagine incide
sui costi di produzione tra il 10/12, sul prezzo di coperti-
na dal 2 al 3- • • Mario Spagnai della Longanesi ricorda
come sia importante il traduttore bravo se il testo da tra-
durre ha qualità letterarie. "Ma", dice, "i traduttori bravi
sono cari. Per tradurre Von Rezzori dal tedesco abbiamo
cercato e fatto fare tantissime prove prima di trovare chi
fosse in grado di "renderlo" in italiano. Oggi comunque gli
editori perdono, non ci sono margini e non credo che
possano dire sì alle richieste dei traduttori... Lo so è un
mestiere faticoso che non trova adeguate ricompense mate-
riali e morali. Il basso livello in cui versa la categoria dei
recensori (e questo è purtroppo vero tranne un numero,
sempre più esiguo, di eccezioni) fa sì che di loro ci si ac-
corga solo per citarli se hanno sbagliato (naturalmente se la
cosa si viene a sapere da altre più qualificate fonti). Ma i
bravi, ripeto, vengono disputati dagli editori». Floriana
Bossi, traduttrice di Burgess, Compton-Burnett... «Ho quasi
smesso", dice, "non si può vivere con le traduzioni, si è
pagati troppo poco. Bisogna avere un altro lavoro, fare
l'insegnante. È un mestiere che ho amato perché amavo la
letteratura, perché è un'attività creativa (Questo è il vero
problema nelle traduzioni letterarie da altra lingua: spesso
la creatività del traduttore non entra in sintonia con quella
37
dell'autore, e noi, lettori comuni, non potremo mai apprez-
zare pienamente ed in tutte le meravigliose sfumature
letterarie, un'opera narrativa o poetica di uno scrittore
straniero di vaglia) in cui bisogna avere umiltà. Ma non
rende. Quando ho tradotto "L'Arancia meccanica" di
Burgess ho fatto una fatica tremenda che mi ha reso po-
chissimo». Perché, è utile ricordare, il traduttore lavora a
"forfait", per venti anni l'editore ha diritti sulla traduzione,
può ristampare, passare in economica senza dover dare
nulla, se non qualche copia omaggio al traduttore. «Siamo
lavoratori pagati a cottimo", diceMasolino D'Amico, "i peg-
gio pagati del mondo. I bravi traduttori non sono stimolati
sufficientemente, non vengono mai elogiati per la traduzio-
ne che hanno fatto. E dire che anche grazie a loro si è
tradotto, mi riferisco alla letteratura angloamericana enor-
memente... Si guadagna di più con il teatro. Ma la tradu-
zione in teatro cerca di farla, per prenderne i diritti, il
regista.'"... Anche per Attilio Veraldi uno dei grandi decani
della traduzione con più di cento titoli alle spalle, da Tom
Wolfe a Dahiberg, da Purdy a Schneck, e oggi autore di
romanzi di successo come "La mazzetta", il traduttore è
«una figura maltrattata, non riconosciuta ufficialmente ma
solo fiscalmente». Dice Veraldi: «Per l'editore quello ^ della
traduzione è un costo comprimibile. Il traduttore è una
forza debole, non ha sindacati. Ma un albo sarebbe perico-
loso: chi giudica chi?... Quando si fanno dieci pagine al
giorno, bene, è già un buon risultato. Ma con un libro
facile, e dettando, si arriva a 25". (Non è poi tanto male,
amico lettore, 70.000 al giorno - oggi sarebbero circa
200.000 lire - per 20 giorni al mese, o addirittora 170.000
lire al giorno - oggi quasi 500.000 -, anche se, nel secondo
caso, bisognerà detrarre le spese, peraltro limitate a circa
due milioni del 1995, di una brava segretaria. Comunque, al
valore del denaro di oggi, 4 milioni al mese o 8, che sono
pari - detratte le tasse - a poco più di uno stipendio di un
professore. Pur riconoscendo che un valido e scrupoloso
traduttore valga e sia ben più raro di un normale docente).
Estremamente illuminanti mi sembrano le dichiarazioni
di Saba Sardo, esponente dell'Associazione Italiana Tradut-
38
tori, raccolte e pubblicate da Orengo, delle quali tè ne
sottopongo una parte:
«I nostri interlocutori sono l'industria culturale, i giornali
e la televisione. Vorremmo solo sottolineare l'importanza
trascurata del traduttore. Ogni anno si pubblicano circa
20.000 titoli (compresi gli scolastici) e la terza parte è in
traduzione: per il 99 sono titoli nuovi (la Sardi è in contra-
sto con le percentuali riportate da Orengo e Trocarelli: 33
la prima, 23,3 il secondo e 30 il terzo. 6.800 circa la
prima, 4.200 il secondo, circa 6.000 il terzo). L'Italia è dun-
que una grande impanatrice di tecnologia culturale. L'Italia
non produce testi medi, la sua narrativa è un cimitero con
nobili eccezioni. Si legge fiction anglo-americana, saggistica
francese. L'editore si è seduto, trova all'estero il libro pronto. Il
suo consulente, che è quasi sempre un traduttore (vedi che
errore, amico lettore, perché il traduttore potrebbe compor-
tarsi come Cicero prò domo sua), gli segnala i testi e l'editore
corre meno rischi, sa già la tiratura e l'accoglienza che ha
avuto nel suo Paese. Se non ci fosse il traduttore l'editoria
italiana cesserebbe di esistere. E sarà maggiore Usuo impiego
infuturo, un futuro meno provinciale, meno monoglottante
(e la fine per la nostra letteratura!). Ma gli editori sottovalu-
tano il lavoro del traduttore. Negli anni '70, quando si face-
vano quasi esclusivamente libri di politica, non importava
come venivano tradotti. Oggi il libro toma ad essere di élite il
pubblico lo desidera ben confezionato, ben tradotto (e come
fa ad accorgersene?). Si tratti di un testo raffinato o di grande
popolarità, un giallo o un fumetto. E allora il traduttore non
può che essere un buon professionista, uno che sapendo Usuo
mestiere fa risparmiare costi e revisioni...".
Non posso dawero tralasciare di farti conoscere, caro
lettore, un altro più breve articolo di Orengo dal titolo: "Ma
c'è anche chi scambia un vaso per un vascello". Ti fa capire,
ancora meglio, quanto sia sbagliata la politica dell'editoria
italiana quando importa in quantità eccessiva narrativa stra-
niera offrendoci sovente prodotti di qualità scadente, per
carenze intrinseche o per difetti di traduzione, mentre è tanto
severa con aspirante scrittore nostrano. Eccoti l'articolo:
È diffìcile, impossibile, tracciare una mappa degli errori
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più clamorosi in cui sono incappati anche celebri tradutto-
ri. Alcune perle le trovò l'anglista Carlo Izzo, quando nel
1966 pubblicò per le "edizioni di Storia e Letteratura", in
onore dei settantenni di Mario Praz, un saggio sulla "Re-
sponsabilità del traduttore". In esso raccontava celebri er-
rori di traduzione suoi e di altri colleghi. In un'elegia di
W.H. Auden la parola "vaso" diventava "vascello", in una
lirica di William Empson "Appuntamenti mancati", il titolo
della ballata di Coleridge "Rime of thè Anciente Mariner"
venne tradotto con "Rime all'antica maniera", un verso di
Dylan Tbomas che diceva: "I miseri mobili della casa erano
suoi", diventò "I bastoni della casa erano suoi". Il poeta
Lowell nel tradurre "La notte afosa " di Montale la "arricchi-
sce" di sensazioni olfattive e geografiche, stirando il verso in
"Thè night is like thè sultry sulphur of Montecatini". Altri
esempi più recenti: in "Care memorie" di Marguirite
Yourcenar "Recolle", che è un ordine religioso, diventa un
cognome. Masolino D'Amico rabbrividisce ogni volta che in
casa di qualcuno o in libreria vede la sua traduzione per
Longanesi, dell'Alice, perché alle "scaglie dorate" di un
coccodrillo sul fiume sostituì "bilance dorate". Me se questi
sono, pur sempre abbagli, libertà interpretative, che vanno
ad aggiungersi ad una lista assai lunga e che comprende i
nomi di Pavese, Vittorini, Montale, Sbarbaro ed oltri illustri
traduttori, ben diverso è il caso di traduzioni pesantemente
manchevoli. Per fare solo due esempi recenti si possono
citare "La mia vita", l'autobiografia di Mussolini, ritradotta
dall'inglese, dove non si contano gli errori, e l'ultimo libro di
Raymond Aron "L'etica della libertà", tradotto in un im-
provvisato italiano che nasconde o rende confuso il brillan-
te pensiero del saggista francese.
Per chiudere in bellezza questo capitolo, desidero farti
conoscere, caro lettore, il pensiero di Pietro Jahier stralciato
da un suo saggio del 1948 "Situazione dello scrittore",
raccolto in un volume dagli Editori Riuniti e pubblicato,
limitatamente alle prime pagine, da Tuttolibri col titolo:
"L'artigiano ha le sue tariffe, il creatore no". Ricordalo, ti
sarà utile:
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Tutt'altro discorso deve farsi per l'arte creatrice. L'arte
creatrice non è facoltà di produrre a termine prodotti arti-
gianali valutabili in moneta. L'arte creatrice è emanazione
di una potente personalità che deve esprimere ad ogni costo
un determinato contenuto nel quale crede, e soltanto quel-
lo, storicamente e socialmente accoglibile che sia o non sia,
meni esso alla ricchezza e agli onori, o alla miseria ed alla
morte. Benefica o malefica clje sia, socialmente parlando,
l'arte creatrice ha un carattere di grandezza e fatalità, delle
quali può essere prima vittima l'artista medesimo. È un
impegno totale e irreparabilmente compromettente di una
personalità e di una vita. Ed ha la stessa inesorabilità per
1'art.ista creatore che ha l'azione per l'uomo chiamato al-
l'azione, e la stessa incommensurabilità, quanto a giudizi e
onori, cioè ha il sacrificio supremo della vita. Donde il
rispetto naturale, come tra eguali, dell'artista creatore per
gli uomini d'azione, pur umili che essi siano quando è in
loro lo stesso impegno.
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