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 da "CONTRPPUNTO BORGHESE" di Bruno Cotronei

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MessaggioTitolo: da "CONTRPPUNTO BORGHESE" di Bruno Cotronei   Gio Mag 30, 2013 6:56 pm

Da "Contrappunto Borghese" di Bruno Cotronei
Guido è rientrato stravolto, Sergio non ha mai visto il pa­dre così agitato. Ha abbracciato lui, Matilde e persino Tere­sa, la domestica, quasi fossero fantasmi e ha eseguito un ac­curato sopralluogo ai vetri infranti delle finestre, a piccole fenditure nei tramezzi delle stanze, a larghe zone d’intonaco caduto dai muri portanti che evidenziano i sottostanti cubi di tufo intatti, alla doppia parete di legno ripiena di sabbia nella cantina ed ha deciso la partenza. Non può, ha detto concitato, lavorare tranquillo con l’ansia di trovare al suò ri­torno i propri cari seppelliti sotto le macerie del palazzo col­pito dalle terribili bombe americane. E stata troppo violenta l’incursione di dicembre, la prima attuata di giorno e non li­mitata ad obiettivi di importanza strategica, ma anche con­tro i civili. Ormai gli Alleati sono all’offensiva dovunque: la Cirenaica è persa, la Tunisia seriamente minacciata, la 6a armata tedesca è stata accerchiata a Stalingrado, Malta è di nuovo forte. Matilde non comprende bene il peso di quei luoghi e di quei fatti, e protesta: non andrà via se Guido non li segue. Sergio è dispiaciuto, non vuole abbandonare la ca­sa, il giardino, gli amici. In definitiva per lui la guerra è solo un grande gioco: il suono ululante delle sirene, la discesa nello scantinato, il rumore assordante ed eccitante della con­traerea dei Camaldoli, la ricerca alle prime luci dell’alba del­le schegge dei proiettili che vanno ad arricchire la sua già fornitissima collezione con la quale si pavoneggia nel quar­tiere. Gli scoppi, gli incendi, i palazzi crollati, i morti per lui sono cose remote: il porto è distante, le fabbriche lontanissi­me. Che cos’è la guerra? Un grande film. Anche l’ultima in­cursione, le fragorose e vicine deflagrazioni, i vetri infranti, la mancanza di corrente elettrica e il buio nel domestico rifu­gio, il sussultare della terra e l’oscillare del fabbricato, nient’altro che una maggiore occasione di mostrare il suo co­raggio, la sua temerarietà rispetto ai coetanei piagnucoloni. No, non vuole andarsene e fa fronte unico con la madre con­tro l’assurda pretesa di Guido. Tuttavia non ce nulla da fa­re: il padre è stato categorico e in capo ad una settimana la Topolino seguita dal camioncino della ditta, carico di casse, bauli e valige, li conduce a Formia. Sergio, con il mutevole e caratteristico modo di fare dei bambini è in festa: si gira con­tinuamente nel ristretto abitacolo della piccola automobile e dà di gomito a Manù, la cuginetta di soli due anni più gran­de di lui, che gli è accanto, sbircia fra le teste dei genitori che siedono avanti e dall’opaco finestrino della capote per non perdere alcunché di quel viaggio, di quei posti sconosciuti. Attraversano la martoriata periferia della città con la più parte delle saracinesche dei negozi abbassate, i carrettini del­le masserizie di coloro che sfollano, i cavalli denutriti, le ruote striscianti e saltellanti contro il selciato sconvolto, le insegne abbattute, i palazzi sventrati, case senza porte o fi­nestre come occhi vuoti con i mobili seppelliti dai calcinacci e dalla polvere, gabinetti scoperti e pareti gonfie di crepe che si mostrano alla vista di chiunque come sezioni di un plasti­co di strani, allucinanti edifici. Qualche perplessità frena l’agitazione lieta di Sergio, ma il doppio filare degli alti alberi della via Appia, i bastioni del muro di cinta di Capua, il pon­te sul fiume Voltumo e i saliscendi verso Sessa Aurunca fra vigneti ed oliveti rianimano il bambino che di tutto chiede il nome e di ogni cosa vuole sapere la storia. La testa non sta ferma un minuto e si protende fra quelle dei genitori e Manù e i pericolosi ferri del telaio della capote. Il Garigliano appa­re guizzante dei mille riflessi del sole radioso e scorre tortuo­so fra pioppi e salici. Grande è l’emozione del ragazzo quan­do Guido gli dice che ormài sono nel Lazio, nella regione di Roma, la capitale, la sede del Papa, di Mussolini, del Re! Quanto è distante Roma? Quanto tempo ci vuole per giun­gervi? E perché non ci vanno subito? E scatenato Sergio, che bello quel viaggio! Fortunatamente un convoglio militare at­tira la sua attenzione: i carri armati, i cannoni, i camion pie­ni di soldati lo incantano e poi il paesino di Scauri con la lun­ga spiaggia e infine Formia.

La Topolino e il camioncino si fermano davanti ad un al­bergo, “L’Imperiale”, che si affaccia su minuti e denutriti giardini pubblici. Tutti scendono compresi Teresa e l’autista e aiutati da facchini scaricano il bagaglio. L’albergo è mode­sto e piccolo e tutt’altro che imperiale, ma le stanze sono co­mode. Non c’è servizio ristorante e Guido li conduce a una trattoria vicina tutta ricoperta da un’immensa quercia da cui prende il nome e che dà sul mare limpido, calmo e il dolce rumore della risacca si confonde con i caratteristici suoni della cucina: piatti, bicchieri, pentole sfrigolanti e gli ordini lanciati dai camerieri ai cuochi fra odori appetitosi che si fondono con quello intenso e rinvigorente della superficie salata. Dov’è la guerra, dove sono i bombardamenti? Non è uno sfollamento, ma una bella vacanza! La zuppa di pesce, il ge­lato squisito, che pacchia! pensa Sergio, ma la guerra c’è, se ne accorge quando nota che l’albergo è quasi tutto requisito da militari in divisa e la sala da pranzo è diventata la mensa ufficiali. Sono belli i soldati italiani con le divise grigioverdi, alti, bassi, grassi, magri, fanno tutti un brillante effetto. Un tratto dorato sulla manica vicino al polso significa sottote nente, due tenente, tre capitano, uno più largo ed uno più piccolo maggiore, e uno largo e due piccoli colonnello, ed altro non apprende il bambino curioso perché il colonnello, un uomo di media corporatura, dai radi capelli e curati baf­fetti brizzolati, è il più alto grado presente a Formia e co­manda il reggimento. Pare un buon padre di famiglia, quasi un nonno, ma di stampo particolare con le spalle ben erette, l’andatura marziale, il mento proteso in avanti. Tuttavia non è un Mussolini in miniatura: lo sguardo è dolce, bona­rio e gli ordini che impartisce ai suoi ufficiali sono pronun­ciati con voce gentile e atteggiamento benevolo.
Guido deve ripartire, tornerà ogni sabato, e per Sergio ini­zia un periodo meraviglioso: la mattina insieme con Manù nella vicina scuola, poi a pranzo alla trattoria ricoperta dalla grande quercia dove il razionamento, le tessere annonarie sembrano appartenere ad un altro mondo, il pomeriggio i compiti da una maestra buonissima che pare non avere età su un vecchio tavolo fra credenze ripiene di piatti, bicchieri, terracotte e pezze di stoffa, e la macchina per cucire sulla quale è sempre china un’anziana donna e i dettati, le lezioni di storia e geografia, i problemi di aritmetica prendono il rit­mo ed il suono del ticchettio senza fine dell’ago che s’immer­ge nel foro della placca scorrevole azionato dal pedale che fa girare come in un moto perpetuo la grande ruota di ghisa. Una sonnolenza scende sugli alunni e smorza le primitive ri­sate o qualche tentativo di birboneria e il sole tiepido da eterna primavera invoglia tutti al tranquillo e proficuo stu­dio. Quando la signorina li congeda i ragazzi rimangono un attimo come imbambolati e poi si precipitano giù per la ripi­da scala e attraverso i vicoletti tranquilli sciamano, dando fondo alle riposte energie, nei giardinetti, sul molo del por­ticciolo, sulla striscia di spiaggia dalla rena con granelli gros­si e scuri o nell’unico cinema dove si entusiasmano alle im­prese di Amedeo Nazzari o di Fosco Giacchetti.
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