BRUNO COTRONEI, I SUOI LIBRI, I SUOI SUCCESSI!
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 L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei

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Bruno
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MessaggioTitolo: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mar Mag 14, 2013 11:23 am

NB- DA USARE COME DESCRIZIONE DELL'E BOOK
Coperti" />na:





L'INSERIMENTO presentazione
E' stato il mio primo romanzo. Scritto nel 1980, è stato pubblicato nel 1981 dal noto editore Sugarco che lo ha inserito al numero 62 della sua prestigiosa collana "I giorni".
Il romanzo vinse alcuni premi letterari e molto buoni furono le vendite ed i riscontri critici. Eccone alcuni stralci
IL SECOLO XIX, GENOVA. Vincenzo Guerrazzi.

«Quest’uomo che produce un Balzac è un ingegnere: è un vulcano d’idee e potrebbe diventare il Mastronardi di Napoli... Il romanzo “L'inserimento” ha tutte le carte in regola per entrare nelle patrie lettere... Questo scrittore va incoraggiato: ha diritto di continuare a scrivere fuori del giro dei romanzi della Rosa e dei manufatti della Ditta Mora­via, questo scrittore-ingegnere è in grado di scrivere un romanzo di massa per il popolo.. . »

IL MATTINO, NAPOLI. Salvo Vitrano.

«Aperto da una pittoresca scena-prologo che ritrae un gruppo di giovani d’oggi stretti tra vertigini consumistiche e rabbie di disoccupa­zione incombente, il nuovo romanzo di Bruno Cotronei, “L'inserimento" (editore Sugarco, pagine 326, L. 8.000), prende spunto da questa visione per rievocare l’esperienza di avviamento al lavoro compiuta da un ventiquattrenne della media borghesia napoletana all’inizio degli anni Sessanta. Il protagonista narrante, Gianni Cruni, abbandona gli studi d’ingegneria quasi conclusi... La mentalità dell’ambiente familia­re e sociale, che disapprova la scelta di non puntare senz’altro al pre­stigio d’una “vera” libera professione, e il suo rispecchiarsi in qualche modo nelle convinzioni e nei disagi del giovane, emergono con pun tua­lità, e completa l’oppressivo quadro il periodo di collaborazione con un anziano rappresentate di materiali elettrici, figura di un mondo decre­pito e borioso che sopravvive per forza d’inerzia... Riportato alla realtà dall’inevitabile rottura con il vecchio, Gianni parte pieno di grinta ver­so Milano dove talento e fortuna gli permettono d’intraprendere una rapida e brillante carriera. Al racconto s’intrecciano episodi sentimen­tali ed erotici vissuti come al margine del fondamentale desiderio di sistemazione economica e sociale... fa pensare ad un personaggio di De Foe trasportato nell’italia del boom, tra gli splendori e le miserie delle aziende del miracolo e le crescenti minacce degli apparati burocratici. Lo stile asciutto e la vivacità delle situazioni rendono spedita la lettura. Le perplessità che si possono provare in qualche punto trovano spiega­zione nell’imprevisto finale che investe d’un ironica luce tutta la vicen­da e la fa diventare percorso simbolico della gabbia d’ideologia perbe­nistica in cui era rinchiusa la gioventù borghese di una ventina di anni fa. Proprio come la gioventù d’oggi, intravista nel prologo, è prigioniera dell’ideologia contestataria. Allora come oggi, sembra dire l’autore, la realtà è molto più complicata e resistente di quella desiderata nei mo­menti d’illusorio abbandono».

PAESE SERA, ROMA. Ugo Piscopo.

«... L’autore, che è nato e vive a Napoli, è un intellettuale fecondis­simo e versatile... In questo suo libro, che si ricollega agli altri due finora pubblicati per essenzialità di scrittura e per la limpida esempli­ficazione delle questioni, si affronta un tema delicatissimo, l’inseri­mento dei giovani nel mondo del lavoro e, per metafora, in quello an­cora più complesso della vita. il protagonista, Gianni Cruni... è assun­to a simbolo di una generazione catturata dalle attrattive del benessere, o almeno di un’effettiva indipendenza economica dalla famiglia e dal­l’ambito sociale di appartenenza. Generosamente e coraggiosamente proiettato verso la realizzazione di questo sagno... Gianni si muove da un capo all’altro dell’Italia del cosiddetto “miracolo economico” costa­tando gli squilibri e le contraddizioni di un paese, che s’ispira ad un modello di società industrialmente e tecnologicamente avanzata e che intanto è appesantito da situazioni di arretratezza e da sacche vasta-mente estese di povertà... Una notte che resta privo di benzina in alta Irpinia, verso Bisaccia, prende contatto con un mondo di orrore e di allucinazjone, dove le distanze si allungano paurosamente alludendo ad avamposti di deserto e le persone sembrano schiacciate da una gra­vezza di vita. Il protagonista, pero, può anche immergersi nelle atmo­sfere frizzanti delle metropoli industriali del Nord, dove si muove con disinvoltura e ottimismo, ma dove lo accompagnano anche sottili e melanconici ricordi delle terribili realtà meridionali. Tutta la sua forza è nell’estro e nella vitalità, anche animale della sua persona, a cui può ~ deve fare riferimento costantemente di fronte alle verifiche della diffi­denza e dell’egoismo, obbligatorie per chi si debba iniziare alla vita. E gradualmente il racconto si fa sempre più denso di allusioni ad altre dimensioni e ad altre realtà, tuttavia senza che perda mai la sua cifra fondamentale di corposo e descrittivo naturalismo».

LA REPUBBLICA, ROMA. Mario Testa.

«L’interessante libro di Bruno Cotronei descrive, secondo i moduli della narrativa neorealista, i problemi dei giovani, in conflitto con i genitori e con i pregiudizi borghesi, e le difficoltà d’inserimento nel mondo del lavo­ro. “I giovani sono il frutto dell’ambiente familiare e della società che li circonda — asserisce l’autore nell’efficace prologo—. La nostra generazio­ne ha subito quel sovvertimento dei valori causato dalla seconda guerra mondiale... Certo, noi oggi, bene o male, siamo inseriti, ma dimentichia­mo quanto noi stessi, chi più chi meno, abbiamo dovuto lottare per rag­giungere quel tale inserimento che ci soddisfacesse e per quanto tempo?”. Eccoli, i figli degli anni Sessanta: tra i volumi di Freud, di Marcuse, di Sartre, e i dischi di Pink Floyd o di Dire Straits; con la vespa 50, se gli affari non vanno bene, o con la moto giapponese di grande cilindrata. Pretendono i loro diritti, tutti anche la droga!, e si stordiscono per dimen­ticare i più pesanti problemi d’inserimento di oggi. Solo per la scuola, nessuna preoccupazione, dalla prima elementare alla laurea, il buon voto è sicuro. Il disadattamento sembra inevitabile. Ma il dinamico protagoni­sta del romanzo, Gianni Cruni, un ‘figlio di famiglia” di tempi passati, desideroso d’indipendenza e risoluto ad abbandonare gli studi universita­ri per un utile posto in società, non è ancora vittima delle nevrosi, che incombono su quelli della sua generazione, e combatte per vincere. Egli non condivide il parere dei suoi (‘qual era la razza eletta secondo quello che si diceva in casa mia? Innanzitutto i professionisti :gente superiore!”) e vuole presto inserirsi. L’attualità dei temi.., emerge drammatica e le molteplici esperienze del giovane Cruni inducono a riflessioni spesso do­lenti. Gli stati d’animo del protagonista, non privo di abilità ma costretto all’attesa, le contraddizioni ed i sogni dell’adolescenza inquieta, i diversi personaggi, ora diffidenti e legati a strutture convenzionali, ora simpatici e premurosi (assumono un immediato rilievo le figure femminili) sono scolpiti con finezza psicologica. E la narrazione dei non facili impatti con la realtà quotidiana è sempre lineare... L’abile disegno della società con­temporanea e le pagine di misurata ed opportuna polemica costituiscono i risultati migliori».


PROLOGO
PROLOGO
Siamo a cena dai Lanna, i nostri buoni amici Prof. Dott.
Nico Lanna e la moglie Milena. Una quieta coppia sui
quaranta/cinquant'anni: lui medico primario anestesista
con tré docenze, lei insegnante di musica alle scuole medie
superiori. Abitano una villa dei primi del secolo in un paese
una volta frequentato per tranquille villeggiature, che la cit-
tà ha inglobato nella sua periferia ingabbiandola fra alti e
densamente popolati palazzoni. Hanno cinque figli tutti bel-
li, tutti alti, tutti in piena salute: sembrano l'immagine di
una famiglia americana o svedese così come i films prima e i
viaggi poi ce le hanno fatte conoscere. Ci ripromettiamo una
serata tranquilla, distensiva che smorzi le tensioni della
giornata di lavoro. Vogliamo parlare di cose futili, ascoltare
qualche disco di Paoli, beninteso, o tutt'alpiù di Battisti pri-
ma maniera, vogliamo giocare a cun-cain, o alla dama nera.
Il poker no, è troppo eccitante e poi non è un gioco da amici.
Lo giochiamo già troppo di frequente e, alla fine, siamo agi-
tati per la battaglia vittoriosa o irritati per la somma persa.
Ma fortunatamente i Lanna non lo giocano. Con loro si può
davvero trascorrere il tempo in una tranquilla distensione.
In definitiva è una coppia appagata. La tranquillità econo-
mica, il raggiungimento di un buono "status" sociale,
un'abitazione ampia e decentemente arredata, tré automo-
bili, il fuoribordo a mare e cinque bei figli in buona salute.
Già, i figli!
Li troviamo in agitazione, Nico e Milena, non i figli. Quelli
non ci sono, sono usciti tutti, anche il più piccolo che ha
quindici anni. Lo ha fatto per protesta, il padre nonio ha vo-
luto accompagnare allo stadio per il concerto di Bennato.
Ora ne è pentito. I giovani della fine anni settanta non sono
come quelli degli anni cinquanta. Sono coscienti dei loro di-
ritti e li pretendono tutti! Con violenza, con sicurezza, con il
^Sfanno letto Freud, Jung, Sartre, Marcuse; partecipano a
collettivi di ogni genere, sono negli ARCI nei sindacati sco.
tastici, in qualche radio privata. Fanno i disk-,ockeys, gli in-
tervistatori, i camerieri, i gestori di discoteche, partecipano
a piccoli traffici di droga leggera. Hanno l'automobile, la
moto giapponese di enorme, media e piccola cilindrata. Nel-
la peggiore hanno la Vespa 50. Fanno un maledetto rumore
con la marmitta truccata; camminano spesso su una ruota
sola, vanno con sicurezza per i sensi vietati Hanno lo stereo
di potenza 20, 40 e 80 Watt a cassa e mandano dischi di Ge-
nesis Pink Floyd, Dire Straits a tutto volume a qualsiasi ora.
Debbono stordirsi, debbono dimenticare che l'inserimento
nel mondo del lavoro non sarà facile. Tutti studiano o sem-
brano farlo, tutti arrivano alle medie superiori, quasi tutti al
diploma e moltissimi all'università e alla laurea. Hanno pre-
tóso corsi, esami e professori facili. In alcuni cosisi sono da-
ti loro stessi il voto di esame. I giornali, i partiti li hanno ap-
poggiati. Via il nozionismo, via le troppe matene di esame,
via i troppi e allucinanti scritti.
Tutti diplomati, tutti dottori. Via dalle campagne La zap-
pa in mano è un'assurdità. Anche la chiave inglese, la segali
martello, la tenaglia, la pialla, il giravite via. Al più la salda.
trice elettrica, i circuiti stampati, la valigetta con i moduli.
Via nel cestino il guasto, su il nuovo.
Auto vecchie, mobili vecchi, vestiti vecchi, scarpe con le
suole consumate, via. Si comprino le nuove!
Ma attenzione, chi le fa? Le catene di montaggio sono
alienanti, i vapori dei collanti dannosi, gli altifomi troppo
caldi, l'industria pesante troppo rumorosa.
Tutti impiegati e non uscieri, tutti medici e non mfermie-
ri, ingegneri e non capisquadra, magistrati e non cancellieri,
dottori analisti e non tecnici di laboratorio, oculisti e non ot-
tici, odontoiatri e non odontotecnici.
L'inserimento è difficile sì. Trovare un posto una batta-
glia. Il domani sempre più incerto.
Gli esami dal trenta facile e dal diciotto garantito, dal ses-
santa frequente e dal trentasei sicuro si accumulano, ma a
cosa porteranno? . . .
/ giornali commiserano, i partiti piatiscono, i genitori si
agitano. Ma come, dopo anni di studio non si trovano sboc-
chi! Governo ladro, società infelice, giovani con tanto di tito-
lo disoccupati per anni!
Un concorso per l'INPS: duecento posti, ventimila candi-
dati. Un altro in banca: cento posti, quindicimila aspirane
Quello per assistente ospedaliere, duecento raccomandati. E
la disoccupazione intellettuale!
Ma intellettuale non significa altra cosa? Non è così, atti-
vità intellettuale è quella che conceme l'intelletto. Quasi
che le mani si muovano per forza propria. Ma secondo i gior-
nali gli "intellettuali" sono gli studiosi di chiara fama, gli
scrittori, gli artisti.
Che c'è d'intellettuale nell'impiegato di banca.o nel ^un-
zionario di qualsiasi ente che compie sempre le stesse prati-
che? Ma fa chic. I giovani con diploma e laurea, anche se an-
cora da conseguire, sono intellettuali. Tutta la strutturali
spinge a sentirsi disadattati se svolgono attività diverse da
quelle del loro indirizzo di studi.
Debbono allora stordirsi, anche la droga è giustificata.
Nico e Milena si sfogano, non sanno più a che santo votar-
si. La prima figlia è partita per un viaggio all'estero con il
suo ragazzo. Fanno ormai vita di coppia. Da anni la ragazza
ha abbandonato la pillola contraccettiva per adottare la spi-
rale.
Il figlio maggiore rientra in quel momento. Saluta appe-
na. Con lui sono tré quattro ragazzi e ragazze. Si ritirano nel-
la sua stanza. Hanno visi allucinati. Sentiamo lo stereo a tut-
ta potenza e altri rumori dal significato chiaro.
Ci guardiamo imbarazzati. Il giovane compare scapigliato
e scamiciato.
"In questa merda di casa", protesta, "si trovasse mai del
whisky quando serve!"
Milena va a prenderlo da una cassetta avuta in omaggio
quella mattina. Il ragazzo la coglie e va via borbottando.
"Sapessi cosa ho passato per fargli prendere la maturità.
Ho smosso tutte le amicizie, anche a livello politico. L'han-
no fatto ritirare dalla scuola per poi presentarlo in un paesi-
no dell'intemo da privatista. Due anni in uno. Un milione al
mese per cinque mesi al professore, tanta ansia e poi final-
mente la promozione".
"Beh, hai risolto un grosso problema, puoi essere conten-
to", dico confortante.
"Macché! Ora l'università, la scelta e poi la sistemazione.
Spero solo che si senta perlomeno per un po' di tempo più
inserito di prima. Vedi, penso che fumi erba".
"Sì?"
"Marijuana e hashish".
"Ah!"
"E si limitasse a questo! Per un pò ' ho temuto si bucasse!"
"Ma gli hai parlato anche come medico?"
"Sì, ho tentato, ma sfugge o mi manda a quel paese... "
"Poveretto!", interviene Milena, "è tormentato dall'incer-
tezza del domani. Dice che i fratelli maggiori dei suoi amici
con tanto di laurea sono disoccupati o guadagnano tanto po-
co da non potersi permettere una buona casa, l'automòbile o
i viaggi".
"Ma mi sembra che pretendano un po' troppo all'inizio".
"Sono tutti così oggi".
"E no. Conosco giovani che studiano e si preparano seria-
mente scegliendo attività dove la concorrenza è minore. Ma-
gari debbono sgobbare di più, imparare davvero la lingua
straniera e non solo a livello dell'I lave you. Ma non hanno
poi tanti problemi".
"Dice che il padre che ha studiato tanto, lo stesso non ha
raggiunto il vero benessere economico. Non abbiamo la
grande barca, non ho tanti gioielli e le nostre villeggiature
sono modeste. I Sindona, i Crociani o quei chirurghi che
prendono milioni per ogni intervento e che operano tutti i
giorni anche se non è necessario, quelli sì ci sanno fare!"
Un sospetto.
"Ma, scusa, Milena e principalmente tu, Nico; ma siete cer-
ti di non esservi lamentati voi di queste cose quando era più
piccolo?"
Arrossiscono.
"Mah, forse sì. Quando sono rimasto 'aiuto'per tanti anni
e altri mi scavalcavano per le raccomandazioni e non per i
titoli, quando medici della mutua con capacità professiona-
le praticamente nulla guadagnavano quattro volte quello
che guadagnavo e guadagno io, sì, l'ho detto".
"Ebbene, scusami, ma queste sono le conseguenze, anche
se naturalmente non dipende solo da tè, ma da tutta la no-
stra sballata società. Non siamo mai contenti e noi stessi
non abbiamo mai compreso quali fossero i veri valori. Non
potevamo certo inculcarli ai nostri figli. Tu lo sai quanto me
che i ragazzi o meglio i bambini sono come delle spugne: as-
sorbono tutto, ma non tanto quello che si dice per casa o
nell'ambiente, l'atmosfera, le frustrazioni, le aspirazioni più
nascoste, oggi come ieri e come l'altro ieri. Nulla in effetti
cambia. I giovani sono il frutto dell'ambiente familiare e
della società che lo circonda. La nostra generazione ha
subito quel sovvertimento dei valori causato dalla seconda
guerra mondiale e dal benessere portato da società tecnolo-
gicamente più avanzate come quelle anglosassoni. I nostri
nonni forse avevano idee più precise, anche se probabilmen-
te non giuste, sui valori reali e riversavano anch'essi sui fi-
gli, i nostri genitori, speranze e aspirazioni e noi, ripeto, an-
cora non'siamo riusciti, nonostante la nostra età, a com-
prendere i veri valori. Vorremmo tutti lo 'status' sociale e i
soldi, una condotta onesta e il superbenessere. Ma come si
fa? Abbiamo snobbato gli artigiani e oggi incominciamo a
comprendere cosa davvero valgono. Ma lavorano con le ma-
ni, si sporcano, spesso hanno la tuta e il nostro ambiente ha
sempre respinto la tuta come elemento squalificante. Certo,
noi oggi, bene o male, siamo inseriti, ma dimentichiamo
quanto noi stessi, chi più chi meno, abbiamo dovuto lottare
per raggiungere quel tale inserimento che ci soddisfacesse e
per quanto tempo? E l'influsso dei nostri padri? La storia si
ripete. Qualcuno di noi ha imparato la lezione ed è riuscito a
mostrare ai propri figli un'immagine di moderato equili-
brio. Ma molti hanno fallito anche in questo. Siamo però in
buona compagnia e poi, diciamo la verità, perlomeno i gio-
vani di oggi reagiscono a viso aperto, gridano, protestano,
dicono male parole alla nostra presenza, a quella degli inse-
gnanti, a quella dei superiori. Da qui forse la salvezza. Noi
no, subivamo e sopportavamo e le nevrosi si accumulavano.
Fai mente locale. Ricorda di tè, di nostri amici, ricordiamoci
delle nostre esperienze..."



CAPITOLO I
Quando decisi di lasciare l'università, due strade mi si
aprivano: l'impiego in banca o l'attività di rappresentante.
Nella mia casa avevo sempre sentito dire che gli impiega-
ti altro non erano che dei parassiti e gente senza particolari
ambizioni, destinati a una vita piatta e priva di interessi, le-
gati a precisi orari e alla stretta e asfissiante sorveglianza
di un capo ufficio e di dirigenti vari.
D'altra parte si diceva anche che i commercianti erano
gente di razza inferiore, dediti a truffare o quasi i clienti, a
trattare e mercanteggiare continuamente e levantinesca-
mente ogni cosa.
Qual era la razza eletta secondo quello che si diceva in ca-
sa mia? Innanzitutto i professionisti: gente superiore!
Oppure gli imprenditori, beninteso quelli industriali.
Gente forte, gente che crea e costruisce, gente che da lavoro
agli altri, gente indipendente!
L'ideale assoluto era quindi l'imprenditore laureato. In
lui si sommavano le grandezze di ambedue le attività!
Cos'era un rappresentante per la mia famiglia?
Un individuo di razza media, ma non certamente alta-
mente rispettabile come i professionisti o gli imprenditori
industriali, ne tantomeno come gli industriali laureati. Co-
munque il suo ceto era considerato un po' meno basso di
quello del commerciante. Inoltre di sicuro più indipenden-
te dell'impiegato.
In definitiva il rappresentante prospetta e vende prodotti
di vario genere. Egli però non vende per conto proprio —
cosa orribile! — ma per conto di un'azienda a industriali, a
commercianti, a enti pubblici o privati e le sue mani non
toccano direttamente — cosa obbrobriosa! — il denaro del-
la vendita. In aggiunta positiva, se la ditta rappresentata
produce qualcosa di "tecnico", egli stesso assume la figura
del tecnico. Inoltre il rappresentante o agente di commer-
cio non è dipendente della ditta che rappresenta o ditta
mandante, ma ha con essa un rapporto autonomo entro i li-
miti del contratto e può anche assumere più incarichi di
agenzia da parte di molte ditte.
In definitiva può essere considerato una specie di profes-
sionista con un proprio ufficio e propri dipendenti. È quin-
di un piccolo imprenditore.
La mia decisione, con tali premesse, era scontata in par-
tenza, anche se nella mia famiglia una voce petulante, ma
proprio per questo non molto ascoltata, suggeriva sommes-
samente che l'impiego sicuro, lo stipendio a fine mese, il la-
vorare in un ambiente pulito e sano — almeno esteriormen-
te — potevano costituire l'ideale per chi, appartenendo a
una famiglia benestante, avrebbe affiancato allo stipendio
"sicuro" una piccola rendita.
In me però il "lavaggio del cervello" subito per tanti anni
trovava riscontro nel fatto che l'impiego, così come mi era
stato sempre descritto, ricordava la scuola con i suoi orari
fissi, le interrogazioni, gli esami e principalmente i superio-
ri. Inoltre nella scelta, comunque mortificante perché ap-
punto in nessuno dei due casi si trattava di un'attività "elet-
ta", fu determinante la considerazione che qualche rappre-
sentante raggiungeva presto un'invidiabile posizione eco-
nomica. Se fossi riuscito a farlo anch'io, avrebbe significa-
to una specie di rivalsa sulla mortificazione provata.
Ma come iniziare a fare il rappresentante? Non esisteva
un corso, non una strada chiara e precisa.
In casa mia suggerirono che affiancassi come collabora-
tore il marito di una cugina di mia madre, il quale svolgeva
con successo tale attività nel settore elettrico.
Gli fu chiesto se era d'accordo e, per i buoni uffici della
moglie che era molto legata alla mia famiglia, disse di sì.
Mi presentai a lui una mattina molto di buon'ora con una
grande ansia e molta umiltà.
Fui introdotto nello studio dalla moglie che maternamen-
te mi augurò buon lavoro e mi suggerì di fare molta atten-
zione e di avere molta pazienza.
Il commendatore Mortini era un uomo vicino all'ottanti-
na, ma che sembrava molto meno anziano. Piccolo, magro,
completamente pelato, con un grosso naso che saltava fuori
da un volto ossuto caratterizzato prevalentemente da occhi
vivacissimi. L'abbigliamento e i modi erano quelli di un no-
bile decaduto.
Mi accolse con cortesia — aveva avuto sempre simpatia
per me — e mi disse:
"Vieni pure. Ora io esco per andare alla SMEMEL e tu
verrai con me". Prese da un tavolino un'elegante borsa por-
tacarte e, con me al seguito, si diresse verso la porta di ca-
sa.
Prendemmo l'ascensore, attraversammo l'atrio dell'ele-
gante palazzo salutati con deferenza dal portiere e uscim-
mo sulla strada. L'autista privato del commendatore si pre-
cipitò ad aprire lo sportello posteriore della grande e vetu-
sta automobile, lanciandoci con voce squillante un "Buon
giorno, commendatore. Buon giorno, signore". Prendemmo
posto e Mortini con voce imperiosa:
"Alle case puntellate". L'autista mise in moto e partim-
mo.
Ero intimidito, ma anche confortato. 'Perbacco', pensa-
vo, 'guarda un rappresentante com'è rispettato!', mentre
mi domandavo dove mai potessero essere quelle case pun-
tellate. Dopo un po' Mortini si rivolse a me:
"Non sei mai stato alla SMEMEL? È la maggiore cliente
delle Officine Leonardo che io rappresento. L'anno scorso
sono stato per una settimana ospite del professor Di Sagno
nella sua villa di Bari".
"Chi è Di Sagno?", domandai.
"È il presidente della SMEMEL! mio intimo che ho cono-
sciuto tanti anni fa a Milano in casa del fratello di Einstein.
Il cuoco cucina benissimo e hanno dell'olio e del vino eccel-
lenti che sono prodotti nelle loro tenute. Ogni anno me ne
mandano in regalo una buona quantità".
Non sapevo cosa dire, ne ne ebbi il tempo.
"Anche la figlia cucina benissimo e da dei punti a mia
moglie, anche se lui quando è stato a pranzo da me ha detto
che Dear è insuperabile con la sua pizza di spinaci".
Avrei tanto voluto che mi parlasse, invece che delle pizze
di spinaci, della sua attività, della SMEMEL e di tutto quel-
lo che ero ansioso di apprendere, ma mi rendevo conto che
era troppo presto e continuai a sentir parlare di amicizie al-
tolocate, di pranzi e di viaggi il logorroico Mortini.
Giungemmo infine alla vecchia sede della SMEMEL.
Smontammo dall'auto, ci dirigemmo verso l'ingresso e
prendemmo l'ascensore diretti al terzo piano, quello degli
uffici tecnici. Mortini si rivolse a un usciere:
"Sono Mortini. Dica all'ingegner Bracale che desidero
parlargli".
"Sì, si accomodi nella sala d'attesa".
"No, resto qui. Mi riceverà subito".
"Va bene, signore, vado a riferire".
L'aria da padrone del commendatore subì un fiero colpo
quando di lì a poco l'usciere ritornò e disse:
"Commendatore, l'ingegnere ora è occupato e la prega di
attendere".
Con un gesto di stizza Mortini si diresse, con me al segui-
to, verso un salottino ben arredato, ricco di poltrone, sedie,
giornali e riviste varie. Trascorse quasi mezz'ora. Mortini
era irritatissimo, sembrava un leone in gabbia. Uscì dal sa-
lottino, facendomi cenno di seguirlo e, fatti pochi passi nel
corridoio, entrò senza bussare in una grande stanza dove,
dietro scrivanie poste parallelamente l'una all'altra, erano
seduti due uomini di età media.
"Buon giorno", disse Mortini.
I due si alzarono.
"Buon giorno, commendatore. Come sta?"
"Bracale dov'è? Da mezz'ora sto facendo anticamera". E
poi: "Questi è il cugino di-mia moglie che da oggi inizia a
collaborare con me. L'ingegner Pirro e l'ingegner Nemo".
Ci stringemmo la mano. Mi guardavano con curiosità e
uno dei due commentò:
"Bene, commendatore. Era ora che si facesse aiutare nel
suo lavoro. Quanti anni ha e cosa ha fatto finora questo bal-
do giovane?"
^   "Ha ventiquattro anni e ha studiato per ingegnere. E qua-
si un vostro collega, gli mancano pochi esami alla laurea".
"E non continua?"
"Per ora no, vuole lavorare". Poi con tono nuovamente ir-
ritato: "Ma Bracale che fa. Io non posso più attendere, ne vi
sono abituato. Vada a dirglielo".
Uno dei due ingegneri uscì dalla stanza e dopo circa cin-
que minuti vi rientrò.
"L'ingegner Bracale dice di accomodarvi da lui".
"Era ora!"
Salutammo e uscimmo. Percorremmo un lungo e stretto
corridoio. Bussammo ad una porta ed entrammo in un'im-
ponente stanza fornita di tré ampie finestre, arredata con
eleganza, con mobili di legno pregiato, tappeti e quadri.
Dietro un immenso scrittoio notai un uomo alto, magro,
con le tempie brizzolate che, in piedi, ci rivolse un sorriso
forzato e tese la mano a Mortini.
1    "Commendatore, mi scusi, ma oggi è una giornataccia.
Sono molto occupato e ho pochi minuti. Si accomodi, pre-
go".
"Le presento il mio collaboratore, Gianni Cruni, cugino
di mia moglie".
"Piacere", fece Bracale e mi strinse la mano distratta-
mente.
'     Ci sedemmo e Mortini si intrattenne qualche tempo con il
dirigente parlando di grandi isolatori per centrali elettri-
che e di un ritardo di consegna per la centrale di Bari. Poi,
dimenticando la sua precedente irritazione, incominciò a
parlare del più e del meno. Si vedeva chiaramente che Bra-
cale aveva fretta e rispondeva distrattamente a Mortini. In-
fine sbottò:
"Commendatore, ora mi scusi, ma ho purtroppo molta
fretta. Mi auguro di poterla vedere un altro giorno con più
calma".
"Ah, sì, d'accordo. Arnvederci". Si alzò di scatto e si di-
resse verso la porta. Lo seguii dopo avere a mia volta salu-
tato.
In ascensore e nell'atrio l'anziano Mortini non fece altro
che parlare male dei dirigenti di oggi, giunti chissà come a
~    posti di grande responsabilità senza possedere alcuna edu-
cazione. All'autista comandò:
"A casa!" E in auto proseguì: "Ricordo venti anni fa che
ambiente c'era alla SMEMEL! Che signori! I dirigenti era-
no quasi tutti nobili come il marchese d'Orazio e il conte
d'Acquara. Fior di tecnici e di gentiluomini". E così di se-
guito.
Giungemmo finalmente al palazzo. Qui Mortini prese la
posta e insieme salimmo a casa, dove ci recammo diretta- —-.
mente nello studio. Si sedette dietro lo scrittoio antico di
noce a massa e mi fece cenno di sedere. Da uno sportello
prese un copricapo tipo basco con il quale ricoprì la testa
calva e poi incominciò ad aprire la corrispondenza che era
composta di una decina fra lettere e piccoli pacchi.
Rimasi seduto dall'altra parte dello scrittoio annoiando-
mi e non sapendo cosa fare esattamente. Mi sentivo in diffi-
coltà e incominciavo a pensare che qualcosa non andasse
con quello snob.
Dopo un po' Mortini mi porse una lettera e poi via via tut-
te le altre. Finalmente avrei potuto vedere qualcosa di inte-
ressante. Cominciai a leggere con avidità. Si trattava di vari
tipi di lettere provenienti in gran parte dai tanti uffici della
SMEMEL, come quello approvvigionamenti, tecnico e am-
ministrativo. Altre lettere erano delle Officine Leonardo
che, mi resi conto, costituivano il punto di forza dell'attivi-
tà di Mortini, altre ancora di una certa ditta di morsetteria
Gattago di Milano. In definitiva erano lettere di richiesta di
offerta materiali, preventivi, ordini e conferme di ordini
fra le ditte produttrici e quelle acquirenti, .avente centro di
smistamento il rappresentante in esclusiva per la Campa-
nia, commendatore Mortini. I prodotti erano grandi tra-
sformatori, interruttori, isolatori e morsetteria elettrica
per grandi centrali o per grossi complessi industriali. Era-
no le dodici circa quando Mortini disse:
"Ora basta, andiamo a vedere Dear cosa ci ha preparato".
Passammo nella sala da pranzo dove Dear, ossia la mo-
glie, ossia la cugina di mia madre, era già lì pronta, tutta
gentile e premurosa verso entrambi. Ci fece sedere ad una
tavola imbandita con cura e fece servire dalla domestica
dei cibi squisiti e di fattura non comune, nei quali si poteva
notare una grande passione per l'arte culinaria. Durante il
pranzo la conversazione fu condotta da Mortini sui cibi, su
aneddoti relativi ad essi, su pranzi memorabili ai quali ave-
va partecipato il padrone di casa con persone importantis-
sime e in generale sulla sua vita ricca di tante esperienze.
Non potevo fare a meno di ammirare la vitalità di quel
vecchio quasi ottantenne che lavorava, divorava e parlava
con pari vigore. Certo, provavo fastidio di tutto quel suo
ostentare bravura e successo e principalmente di quel suo
spiccato snobismo.
Alla fine si alzò e si recò nella camera da letto, lasciando-
mi solo con la moglie, che mi chiese quali fossero state le
mie impressioni di quella prima mattinata di lavoro. Le ri-
sposi con cortesia che mi sembrava tutto interessante e il
marito era stato gentile con me.
Dopo circa un'ora Mortini ritornò e mi disse di seguirlo
nello studio. Qui prese posto al tavolinetto dell'antichissi-
ma macchina da scrivere e incominciò a battere velocemen-
te alcune lettere che poi mi faceva leggere. Si trattava di
lettere molto brevi nelle quali si chiedevano offerte di ven-
dita o si trasmettevano degli ordini alle ditte rappresenta-
te. Una sola fu più lunga delle altre e, in luogo delle solite
frasi fatte, vi era una violenta accusa di scarsa correttezza
21
per una presa di contatti diretta fra ditta venditrice e quel-
la compratrice senza aver appoggiato il tutto al Rappresen-
tante, ossia Mortini.
Più tardi il commendatore ritornò allo scrittoio e aprì un
cassetto da cui trasse un lindo registro, poi da un altro pre-
se due boccette di inchiostro e due penne del tipo di quelle
che si usavano alle elementari.
Con gran flemma sfogliò il registro fino alla pagina desi-
derata, poi prese una penna, la intinse nella boccetta conte-
nente inchiostro rosso e fece delle annotazioni. Ripose la
penna e prese l'altra, osservò attentamente il pennino, aprì
un altro cassetto, ne trasse uno scatolino contenente penni-
ni nuovi, sostituì quello che aveva osservato, poi intinse la
penna nella boccetta dell'inchiostro nero e fece sul registro
altre annotazioni. La scena si ripetè più volte per circa
un'ora con una lentezza esasperante.
Abituato com'ero a una vita dinamica, a volte frenetica,
mi annoiavo disperatamente. Mi alzai, camminai un po' su
e giù e poi mi portai alle spalle del rappresentante da dove
presi più esatta visione di quello che stava facendo. Era
l'annotazione dell'importo degli ordini e delle relative
provvigioni che gli sarebbero spettate. Rimasi stupito sia
dall'una che dall'altra cifra.
Quell'uomo ottantenne guadagnava davvero molto per
un lavoro che, a prima vista, mi sembrava estremamente
semplice.
Erano circa le cinque del pomeriggio quando Mortini ter-
minò il suo lavoro e mi congedò dandomi appuntamento
per il giorno dopo.
Quando uscii dal palazzo, la soddisfazione per quell'ini-
zio lavorativo fu sommersa da un vivo senso di sollievo e
aspirai voluttuosamente una boccata di aria libera, tanto   ^'
diversa da quella pesante e antica che aleggiava nella casa
dell'ottantenne.


Ultima modifica di Bruno il Lun Dic 23, 2013 1:36 pm, modificato 7 volte
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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mar Mag 14, 2013 11:32 am

CAPITOLO II
Quella giornata si ripeté quasi in copia conforme per
molto tempo. In breve tutto il meccanismo del lavoro di
Mortini mi fu abbastanza chiaro e incominciai anche a
compilare qualcuna di quelle semplici lettere di richiesta
di offerta o di trasmissione di ordini. Ma il mio vero compi-
to fu quello di andare a fare qualche raccomandata o di im-
bucare la posta. Certo, il lavoro era semplice! I clienti si li-
mitavano a una decina fra i quali il pezzo grosso era la
SMEMEL. Ogni mese circa vi era un ordine importante per
svariate decine di milioni e quasi ogni giorno piccoli ordini
di morsetteria elettrica. Gli introiti erano notevoli. La per-
centuale, piccola per le Officine Leonardo, era cospicua re-
lativaróente alle Morsetterie Gattago. Il tutto dava un in-
casso lordo di circa sette, ottocentomila lire al mese, cifra
notevolissima nel 1959.
Le responsabilità non erano molte e le difficoltà tecniche
venivano superate con l'intervento di ingegneri della Leo-
nardo che venivano nel Sud e discutevano direttamente con
quelli della SMEMEL. Certo, nelle cose più semplici avreb-
be dovuto cavarsela il rappresentante, senza il costoso in-
tervento dei tecnici che dovevano venire da Venezia. Ma mi
resi conto che il commendatore Mortini ora viveva quasi di
rendita, evidentemente per il grande rispetto che l'età avan-
zata incuteva ai dirigenti della sua ditta, anche perché que-
sti, quando lui aveva iniziato a rappresentarla, erano impie-
gatucci alle prime armi e ricordavano che egli era già in ot-
timi rapporti con i dirigenti di allora. Anche importante era
la sua grande introduzione presso la SMEMEL dove il ri-
spetto aveva analoghe origini.
Ovviamente avevo sentito dire in qualche visita che avevo
fatto da solo all'ufficio approvvigionamenti che i dirigenti
della SMEMEL incominciavano a fare pressioni presso
quelli della Leonardo affinchè la rappresentanza, una volta
terminata quella di Mortini, passasse a qualche loro paren-
te. Affermavano, a sostegno delle loro intenzioni, che quella
era una rappresentanza da ingegnere e quindi qualche loro
parente con tale titolo di studio e da loro appoggiato avreb-
be potuto ben ricoprire, e con sicuri risultati, tale incarico.
Fu fórse questo fatto che mi spinse a fare un qualcosa
che incominciò a rendermi meno gradito a Mortini.
Il vecchio aveva iniziato a farmi vedere di tanto in tanto
depliants degli isolatori, degli interruttori e dei trasforma-
tori e con aria di grande competente cercava di spiegarmi
cose che, a causa dei miei studi tecnici e della mia facilità
di apprendimento, erano per me estremamente semplici.
Ebbi quindi la dabbenaggine di far capire a Mortini la
mia superiorità su di lui, che tecnico non era, prevenendolo
in qualche sua spiegazione. Non lo feci certo solo per sac-
centeria, ma proprio per dimostrargli che il rappresentante
ingegnere o quasi potevo essere io. Ciò lo dispose male ver-
so di me e la confidenza iniziale andò attenuandosi e i de-
pliants incominciarono a sparire.
A mia volta ero un po' stufo di quella collaborazione
estremamente limitata e così poco qualificata che si ridus-
se, un mese dopo, a fargli solo da autista con la mia 500
quando Mortini, in uno dei suoi frequenti scatti d'ira, aveva
licenziato il povero autista solo perché non aveva ben com-
preso uno degli strani appellativi che lui dava ai vari uffici
periferici della SMEMEL, che erano conosciuti solo da lui e
da pochi altri vecchi con nomi di oltre trent'anni prima.
Inoltre non avevo percepito stipendio o compenso alcuno,
ma ci avevo per di più rimesso i soldi della benzina, ne se ne
parlava mai.
Mortini portava bene i suoi anni, ma un episodio mi fece
comprendere che in parte era solo apparenza.
Un giorno andammo alla sede della SECREN, una vec-
chia fabbrica di Torre Annunziata. Il commendatore era ir-
ritato e durante il percorso non aveva detto una parola.
Giunti a destinazione salimmo tutto d'un fiato una ripida
scala che portava agli uffici e lì, con me al seguito, senza
nemmeno salutare, incominciò a inveire contro alcuni fun-
zionar! della ditta che, a suo dire, si erano macchiati di
quella che lui riteneva la massima scorrettezza: avevano
osato rivolgersi direttamente alla Leonardo senza interpel-
lare il rappresentante. Quelli incominciarono a replicare
con decisione, non erano vecchi conoscenti come i dirigenti
SMEMEL, ma si arrestarono presto quando videro questo
vecchio, con gli occhi fuori dalle orbite e rosso in viso, af-
fannare penosamente senza però interrompere le sue vee-
menti proteste contro di loro. Si guardavano l'un l'altro e
poi guardavano me e non sapevano cosa fare.
Mi sentivo mortificato per quella scena assurda e non
avrei voluto essere lì, comprendendo chiaramente tutta la
situazione, ma non sapendo come venirne a capo. Pensai co-
me loro: 'Ora al vecchio viene una sincope!' Provavo pena e
irritazione al tempo stesso. 'Questo maledetto, povero vec-
chio non la smette. Ma perché deve continuare a vivere in
questo modo, quando io potrei sostituirlo per lo meno nei
compiti più faticosi?' Cercai infine di intervenire con deli-
catezza e finalmente riuscii a placarlo, mentre contempora-
neamente facevo segni disperati a quelli di rispondere solo
sì. Che mortificazione!
Finalmente andammo via e lungo la strada lui se la prese
anche con me. Ma guarda che pazienza! E a quale scopo?
Non si parlava di stipendio, non di associarmi nella rappre-
sentanza. Che cavolo stavo a fare lì?
Nei giorni successivi incominciai con maggiore decisione
a rovistare fra i depliants delle ditte rappresentate che mi
erano quasi proibiti e scoprii cose interessanti.
Un'altra branca della Leonardo produceva nella fabbrica
di Bologna contatori e piccoli trasformatori. Perché il vec-
chio non li vendeva mai?
Colsi l'occasione per parlargliene quando lo vidi un po'
più calmo e disposto verso di me come i primi giorni di col-
laborazione.
"Scusi commendatore", iniziai, "ho visto che la Leonardo
produce dei contatori che hanno caratteristiche migliori di
quelli che normalmente monta la SMEMEL presso i suoi
utenti. Naturalmente avrà pensato di fargliene ordinare un
certo numero, però in questi mesi non ho visto nessun ordi-
ne di contatori. C'è qualche motivo?"
"Il motivo c'è: è che io sono troppo occupato con cose più
importanti e poi una ditta napoletana produce pessimi con-
tatori, ma a prezzi più bassi".
"Ma se sono di scadente qualità non vengono a costare al-
la fine di più?"
"Certo, ma io non desidero occuparmene. Tutto il settore
Leonardo di Bologna produce più di cento articoli e non
posso perder tempo a prospettarli tutti".
"Ma non potrei occuparmene io?"
Sul volto del vecchio passò un'ombra di stupore che si
trasformò in breve in forte irritazione e si sciolse infine in
un sadico sorriso.
"Con la SMEMEL tratto solo io! Se vuoi puoi tentare di
venderli alle altre aziende che erogano energia elettrica in
Campania". Aprì un cassetto e prese un libricino. "Vedi,
qui ci sono gli indirizzi. Fai pure, vediamo cosa riuscirai a
combinare!"
"Grazie, vedrò", mormorai e con raggiante gioia presi il
volumetto, mi accomodai su una poltrona e incominciai a
sfogliarlo.
Diavolo, finalmente qualcosa di serio da fare! Ora avrei
potuto dimostrare se ero capace o meno di svolgere
quell'attività. I mesi trascorsi fino ad allora con Mortini po-
tevano essermi stati utili per "rubare il mestiere", per far-
mi delle conoscenze nell'ambiente. Ma non certo nel modo
che avevo desiderato io! Che significato poteva avere il
compilare lettere che erano più o meno sempre le stesse fa_
rè raccomandate, consegnare regali nelle abitazioni di
Qualche alto funzionario SMEMEL senza neanche poterlo
^vicinare, passare di tanto in tanto all'ufficio approwigio_
namenti per chiedere se ci fosse qualche piccolo ordine per
nori ascoltare per otto ore al giorno le petulanti chiacchie-
re di Mortini che si ripetevano con continuità ossessiva. òi
certo, avevo imparato qualcosa, ma ero convinto che le
stesse cose avrei potuto apprenderle impiegando molto me-
no tempo. E poi? Il vecchio non parlava di associarmi a lui
non dTcompensi, ne del mio avvenire. Cosa stavo a fare h?
Seco invece una cosa interessante, viva, da gestire quasi da
^el piccolo volume vi erano elencate tutte le aziende che
producevano in Italia energia elettrica e la erogavanone le
zone di loro competenza. Scoprii con meravlgha„henell ln,
tera nazione, a parte le grandi società tipo SMEMEL ve ne
erano moltissime altre che operavano in zone ristrettissime
?con un numero limitato di utenti. Nella Campania, zona di
m^o imeresse in quanto Mortini era l'esclusivista per que-
Sa regione, ve rierano ancora circa cinquanta non assor-
bite dalla SMEMEL. Nomi di ditte e di paesim a me scono-
sciuti eppure in linea d'aria non lontani da Napoli.
Ne feci un dettagliato elenco e chiesi a Mortini se poteva
dotarmi di un certo numero di cataloghi dei prodotti della
Leonardo di Bologna.
"Ho solo questi due! Tè ne posso dare uno .
"Ma non possiamo chiederne altri?"
"Si può, ma non ne ho il tempo; solo quando parlerò con
loro per altre cose più importanti ne chiederò altre copie .
"E un listino prezzi?" . i u „
"Per ora ti detto solo i prezzi dei contatori, per le altre co-
se di' loro che gli faremo un'offerta".
Il tono era tanto duro e scostante che ritenni opportuno
di non insistere. Era evidente che al vecchio la mia iniziati-
va non faceva piacere. Forse era geloso, forse voleva sba-
razzarsi di me! Ma perché avevo mostrato di comprendere
meglio di lui, che chissà quanto aveva impiegato ad impa-
rarlo, il funzionamento e la tecnica delle sofisticate appa-
recchiature? Avevo in coscienza pensato di far bene, ma
non ero stato un buono psicologo. Un buon venditore è prin-
cipalmente un attento conoscitore della psicologia umana.
Forse non sarei mai stato un buon venditore, ma certamen-
te quell'errore mi sarebbe servito!
Di sicuro non avrei accettato l'insuccesso così presto e
tanto più non volevo finire a fare l'impiegato di banca, spe-
cialmente ora che avevo potuto toccare con mano i congrui
guadagni che un abile rappresentante può raggiungere, ol-
tre all'autonomia che dimostrava Mortini.
Al termine di quella giornata, dopo aver sbrigato i soliti
modesti incarichi affidatimi dal rappresentante, ritornai a
casa munito del catalogo e dell'elenco degli indirizzi tratto
dal prezioso volumetto. Mi sentivo rodere per il recente
comportamento del vecchio commendatore, ma pieno di
speranze e di voglia di fare.
I nominativi erano circa cinquanta, il catalogo, di circa
sessanta pagine, uno solo. Come avrei fatto? Ci pensai un
po' su, poi infilai sei fogli e relativa carta carbone nella mia
Olivelli Lettera 22 e incominciai a battere un testo così inti-
tolato:
ARTICOLI PRODOTTI DALLE OFFICINE LEONARDO DI
BOLOGNA
e giù una lunga sfilza di contatori, misuratori vari, appa-
recchi di precisione e così via con le loro principali caratte-
ristiche tecniche. Ne venne fuori, dopo circa otto ore, un fa-
scicolo di trenta pagine scritte ordinatamente in sei copie,
le cui ultime si leggevano a stento, per quanto avessi battu-
to con violenza sui tasti. Che fatica! Ma, speravo, ne sareb-
be valsa la pena.

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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mar Mag 14, 2013 11:37 am

CAPITOLO III
Di buon'ora telefonai a Mortini.
"Buon giorno, commendatore. Allora oggi, se non le di-
spiace, andrò in giro per i prodotti di Bologna".
"Sì, fai pure, ma ricordati che tu rappresenti me e non le
Officine Leonardo".
"Lo so bene, stia tranquillo" e attaccai.
Partii quindi per la mia avventura, ed era veramente
un'avventura, forse penosa, ma splendida, emozionante,
esaltante, piena di fermenti che pervadono tutti quelli che
vanno alla conquista di nuove esperienze e dell'affermazio-
ne. La solitudine esalta tutto ciò. È stimolante poter pro-
grammare da soli senza intoppi, senza redini, senza coper-
ture protettive o oppressive.
Cosa avrei detto, cosa avrei fatto non sapevo, ma era me-
raviglioso tentare. Pensai:
"Certamente le prime volte non farò una bella figura per-
ché non ho esperienza. Mi conviene quindi visitare prima
quelli più piccoli e poi quelli più importanti".
Diressi l'auto verso un paesino ai piedi del massiccio del
Malese, una zona di pianura-collina dove non ero mai stato
precedentemente.
Quante cose ci sono da scoprire al mondo! Quanti luoghi
e modi di vivere diversi, anche se sembrano posti alle porte
di casa propria!
Da quando avevo quindici anni avevo sempre girato e
viaggiato molto: in bicicletta, moto, automobile e treno.
Pensavo di conoscere bene tutta l'Italia, perlomeno quella
che va da Napoli alle Alpi. In Campania avevo visitato più
volte le località turistiche famose o meno, come Capri,
Ischia, la costiera sorrentina e quella amalfitana, tutta la
costa che va da Napoli ad Agropoli e da Napoli a Formia, il
Faito, Montevergine, il monte Taburno nel beneventano, il
Matese da Piedimonte al lago e così via. Ma quant'altro ci
fosse da vedere incominciai a scoprirlo subito, fin dal pri-
mo giorno della mia avventura.
Alla guida della mia 500 mi avviai lungo l'Appia per ab-
bandonarla al bivio per Santa Maria Capuavetere e di lì a
Caiazzo e poi Alife, posta in una verdeggiante pianura alle
falde del massiccio montuoso del Malese. La vera avventu-
ra incominciò quando imboccai una strada stretta e scon-
nessa che conduce a una miriade di microscopici paesini, il
cui nome mi era stato fino ad allora sconosciuto e ai quali
si giungeva attraverso strade non asfaltate che si dipartiva-
no ora a destra, ora a sinistra di questa. Un piccolo cartello
stradale a freccia segnalava i nomi.
Era una nitida e fredda giornata invernale, l'aria pungen-
te ma balsamica, il rombo del motore accompagnava la mia
gioia di vivere con il suo suono ritmico e a volte assordante.
I cambi di marcia rumorosi esaltavano la mia voglia di fare,
di conquistare il mondo, un mio posto nella società del la-
voro. Come mi sentivo bene e padrone di me! Com'è meravi-
gliosa la gioventù, piena di entusiasmi e di speranze. Tutto
sembra bello, le cose brutte si trasformano in breve in
un'ottica che è filtrata dalle fresche energie. Perché tra-
scorrere giorni, settimane, mesi, anni piegati su uno scrit-
toio a studiare per apprendere cose che certo non insegna-
no a vivere. La vita va vissuta con l'acquisizione attiva di
esperienze.
E poi senza oppressioni. Quante ne subiamo da quando
apriamo gli occhi sul mondo. I genitori, l'asilo, le elementa-
ri, la maestra, i professori, l'università, le lezioni, gli esami,
le firme di frequenza, il fidanzamento, il lavoro controllato
e ancora i genitori, gli affetti, i parenti, le convenzioni so-
ciali, il dover essere per forza qualcuno, il dover superare il
padre, cosa tanto più difficile quanto più quello eoe stato
importante. Mi fanno ridere quelli che dicono: "Beato tè,
hai un padre che è questo, ha fatto quell'altro, ha soldi, ha
tanti titoli accademici e onorifici...". Non sanno gli sciocchi
che, pur essendo vero che si hanno dei vantaggi nel vestire
e nel mangiare, nel poter studiare, nel poter andare in vil-
leggiatura in luoghi eleganti, vi è però l'enorme responsabi-
lità, se si è sensibili, di dover superare traguardi più ardui
e, una volta superatili, sentire dire: "Ma quello ha il padre
che è un pezzo grosso, grazie che è giunto lì". Se invece non
ci si riesce, ci si sente dire: "Ma come, con un padre così im-
portante non c'è riuscito? Ma allora è davvero un fesso!"
Il figlio di un manovale o di un modestissimo impiegato
può in definitiva solo migliorare, come dato esteriore. Cer-
to, la gente difficilmente si accorge che molto spesso un
manovale che adempie bene il proprio lavoro, che è onesto,
che ha la dignità e l'orgoglio di quello che fa vale di più di
un industriale poco onesto o di un professionista che sfrut-
ta i clienti! Quello che conta è la facciata, è il Mestiere preso
nel suo insieme. Quante valutazioni sbagliate, quante con-
venzioni assurde!
Ci sarà mai un sistema politico che farà capire tutto ciò?
Ne dubito. E se ci riuscirà, a quale prezzo?
E la libertà cos'è?
Domande difficili con risposte quasi impossibili. Tanti
saccenti sono soliti dare una precisa definizione di tutto,
ma sono solo degli illusi. I veri conoscitori del mondo e del-
la vita si pongono e cercano di risolvere tutti gli interrogati-
vi possibili, e più studiano, vivono, più si rendono conto che
a simili domande si può solo tentare di dare la propria valu-
tazione, la più possibile aderente al vero.
Ma la verità dov'è? E Dio? Chi è? Esiste? Cosa è mai l'uo-
mo? Qual è la sua funzione?
Troppe, troppe domande! Ma quanti se le pongono, acce-
cati come sono dal dover seguire precise convenzioni e mo-
duli della ristretta società nella quale vivono.
Tutte queste elucubrazioni mi passavano nella mente,
mentre in un vortice di gioia percorrevo quella strada stret-
ta e piena di buche, ma intorno alla quale non si scorgevano
palazzoni o sporchi cumuli di rifiuti, ma terra coltivata e
non e verde, tanto verde e monti che si stagliavano puri
all'orizzonte e le cui basi sembravano potersi toccare quasi
allungando una mano.
Abbandonai tutti quei pensieri. Cosa mi importava? Io in
quel momento mi sentivo libero e felice.
Scorsi finalmente il cartello che cercavo. Fontana Alba-
nese.
Diressi l'auto in una stradina sterrata che si inoltrava nei
campi coltivati, ma dove non si vedeva nessun essere uma-
no. Più avanti la strada incominciò a salire e a una svolta vi-
di, a un tiro di schioppo, un paesino abbarbicato su un con-
trafforte del grande monte. Incrociai un uomo su di un mu-
lo. Bloccai l'auto e chiesi:
"È quella Fontana Albanese?"
"Sì, signurì".
"Dove posso trovare Giacinto Cavaterra?"
"Ah, chillu du mulino?"
"Quello che ha la centrale elettrica".
"I nun saccio si tene chello che vui dicite. Saccio che tene
o' mulino".
"Ma voi la corrente la pagate a lui?"
"Ah, sì, è isso".
"Dove lo trovo?"
"Ghiate annanz' fino a' piazza e dumandate".
"Grazie e buona giornata" e proseguii.
Arrivai alle prime case. Che delusione! Da lontano sem-
bravano graziose e pulite, ma da vicino erano ben povera
cosa! Vecchie quasi come il monte, alcune avevano l'intona-
co sgretolato, finestre poco più grandi di buchi e portoncini
d'ingresso difesi da grosse imposte di legno. In giro non vi-
di quasi nessuno. Imboccai uno stretto vicolo e sbucai in
una piazzetta da presepe. Non era una piazza, era un largo
di una cinquantina di metri quadrati senza sbocco. Su di es-
so si affacciavano case un po' meglio tenute delle altre che
avevo visto. Un'angusta scalinata immetteva in una stradi-
na non carrozzabile. Scesi dall'auto, non ne avevo visto nes-
sun'altra in giro. C'erano quattro o cinque persone in un
angolo della "piazza".
Erano solo uomini anziani dai volti rugosi, consunti
dall'aria e dalla pioggia. Chiesi:
"Dove posso trovare Giacinto Cavaterra, quello del muli-
no, quello che vi da la corrente?"
Si guardarono l'un l'altro, mi guardarono con curiosità e
poi mi dissero:
"Che vulite 'a lui?"
"Debbo parlargli per la corrente".
"Ah, venite 'a Napule?"
"Sì".
"Allora site della grande ditta che fa l'elettricità?".
"Parlate della SMEMEL?"
"Nun saccio. Tré mesi fa venette nu signore comme a
vui".
"Ah, sì? Allora mi dite dov'è?", feci io che incominciavo,
anche se tutto mi piaceva di quel presepe, a perdere la pa-
zienza.
"Signò, chella è 'a casa sua" e mi indicarono la casa più
bella che si affacciava sulla piazza, sopra la scalinata.
Alzai la testa e, meraviglia!, il presepe si era animato: die-
tro le finestrine vidi molti volti che mi osservavano attenta-
mente. Alcune, le più nascoste, erano donne e qualche viso
mi sembrò di giovane. Altre persone erano apparse nella
piazza, vi era ora quasi una piccola folla. Mi guardavano,
parlavano fra di loro e indicavano me e la mia automobile.
Presi la borsa portacarte e mi diressi verso la scalinata che
salii velocemente, incrociando alcuni di quegli elementi del
presepe che erano così improvvisamente e velocemente
comparsi.
La mia figura alta, ben vestita, la borsa che portavo sotto
il braccio e principalmente l'auto li avevano dovuto incu-
riosire e impressionare molto. Era per loro un avvenimen-
to, un signore da Napoli! la Metropoli! la Capitale! forse
pensavano ancora che lo fosse!
Giunsi a casa Cavaterra e bussai. Mentre tutti guardava-
no dopo un po' la porta si dischiuse, ma non di molto. Una
donna comparve. Che età poteva avere? Era indefinibile.
Vestita di nero, piena di panni, il volto forse era stato bello.
"È qui che abita il signor Giacinto Cavaterra?"
"Sì, ma ora nun ci sta".
"E dov'è?"
"Ma vui chi site e che vulite?"
"Mi chiamo Cruni, vengo da Napoli per parlargli della
centrale elettrica".
"Ah, siete della SMEMEL?"
"No, mi occupo di apparecchiature elettnche, ma per
un'altra ditta, la Leonardo di Bologna".
"Bologna? In alta Italia?"
"Sì. Allora, dove posso trovare il signor Cavaterra?
"Aspettate, signurì, mio marito non c'è, scusate". Chiuse
la porta e io rimasi ancora lì fuori sotto gli occhi di tutta la
gente che era diventata ancora più numerosa.
Dopo un po' la porta si riaprì. La donna ricomparve con
un ragazzo magro di circa tredici anni. , r
"Signurì, ora Peppino vi accompagna da lui al mulino,
così lo trovate e ci parlate".
"Grazie" e a Peppino: "È lontano? Andiamo con 1 auto/
"No, tagliammo pe' i campi. Facimmo chiù ampresse".
"Guidami".
"Venite".
Attraversammo alcuni stretti e scuri vicoli, sbucammo su
f una strada più larga dove vidi due o tré negozietti e il Catte
e uscimmo nei campi.
Che bell'odore di campagna, che aria pura! Costeggiam-
mo un grosso torrente e più su vi era un vecchio e grande
mulino. Entrammo e Peppino chiamò:
"Papa, vien' 'a ccà. Ci sta nu signore 'e Napule' .
Un uomo robusto vestito meglio degli altri, con un cap-
pello nero che aveva conosciuto tempi migliori, si diresse
verso di noi.
"Chi è?"
"Mi chiamo Gianni Cruni e sono delle Officine Leonardo
di Bologna. Vengo per la vostra centrale elettrica. È qui?"
"Sì, nel mulino. Accomodatevi, ve la faccio vedere".
Cavaterra era orgoglioso di quanto aveva e mi condusse
all'interno dove potetti vedere apparecchiature che anche a
me, non esperto del settore - non avevo mai visitato una
centrale elettrica - sembrarono modeste e antiquate. Vi era
un generatore che sfruttava l'energia idraulica, un alterna-
tore e un trasformatore.
Cavaterra mi raccontava che il padre aveva avuto l'idea
di sfruttare il mulino per dare la corrente al paese che non
l'aveva. Era un uomo abbastanza civile e si vedeva che ave-
va avuto contatti anche con gente di città e non solo con i
suoi compaesani. Gli domandai molte cose e ancora di più
gliene chiesi quando mi resi conto che parlare della sua
centrale lo rendeva felice.
Incominciavo ad essere un buon venditore!
Seppi che aveva un centinaio di utenti fra Fontana Alba-
nese e casolar! dei dintorni.
"Quali contatori usate?"
"Ho sempre comprato quelli della Perfetta di Napoli".
"E hanno funzionato sempre bene?"
"Ah, che vi debbo dire. Aggio passato nu guaio con quelli!
Pensate che con cento utenti sono costretto ad avere cento-
cinquanta contatori, pecche si. rompono sempre".
"E non avete mai pensato di sostituirli con altri più dura-
turi?"
"Sapisseve quante volte. Ma a Caserta dove vado a com-
prarli e farli aggiustare hanno solo quelli".
"Beh, ora avete davvero la possibilità di applicare conta-
tori prodotti da una grande azienda che vi dureranno per lo
meno dieci anni. Guardate qui...". Aprii la borsa e ne trassi
l'elegante e voluminoso catalogo della Leonardo di Bolo-
gna.
Cavaterra lo osservò con avidità e grande interesse. Gli il-
lustrai dettagliatamente le qualità e i vantaggi di acquista-
rè materiali da un'immensa azienda come la Leonardo, che
forniva tutto alla SMEMEL. Lo solleticai con abilità che
sorprendeva anche me dicendogli che poteva cominciare ad
allinearsi a quanto faceva una grande produttrice di elettri-
cità. Lo elogiai per l'azione utile che svolgeva per il suo pae-
se. Gli feci notare che, sì, il padre aveva avuto un'idea bril-
lante, ma lui, uomo più moderno, doveva capire che l'Italia
non finiva a Napoli e così via.
In breve una corrente di simpatia si era creata fra di noi e
ad un certo momento Cavaterra proruppe:
"Dottò, è ora di pranzo. Fatemi l'onore di venire a casa
mia e di mangiare con me, poi continueremo a parlare di
tutte chesti ccose belle che mi facile vede'".
Accettai. Ero curioso e poi comprendevo che Cavaterra
voleva dimostrare ai compaesani che lui, e solo lui, nel pae-
se poteva avere a pranzo un tecnico della grande città. Ri-
percorremmo il tragitto fatto prima con Peppino e questa
volta ammirai con maggiore attenzione quello stupendo
luogo.
Che calma e tranquillità vi era lì intorno! Non le strade
affollate, non automobili e mezzi pubblici, nessun negozio,
nessun albergo, nessun cartellone pubblicitario, solo la na-
tura allo stato quasi primordiale.
Giungemmo alla sua casa. La porta fu questa volta spa-
lancata con rapidità e la moglie ci fece entrare. Che delusio-
ne l'interno! Era poco più di una stalla: muri che avevano
bisogno di una buona mano di pittura, infissi vecchi e scon-
nessi, travi in legno a malapena ricoperte di pittura a calce
tutta macchiata, mobili antiquati e zoppicanti, nessuna pol-
trona, ma nella grande stanza al centro solo un semplice ta-
volo rettangolare, forse costruito dal falegname del paese
con legno di scarsissimo valore. In fondo vi era una porta
che conduceva alla cucina dove, poco discosto dal focolare,
riuscii a intravedere un vecchio e.malandato gabinetto. Su
uno dei lati una scala senza ringhiera conduceva al piano /-^
superiore. E quella era la famiglia più ricca ed importante
del paese!
Il mulino, i campi intorno, la centralina elettrica erano di
proprietà del Cavaterra. Dovevano valere parecchi soldi.
Ma le dimensioni fra città e paesini sperduti come quello
sono molte diverse, ancor più lo è la concezione di vita. Se
un modesto impiegato cittadino sentisse parlare di un pro-
prietario terriero, di un mulino e di centrale elettrica, riu-
scirebbe a immaginare solo una casa ricca, piena di como-
dità. Invece quella casa era poco più di un basso napoleta-
no. Evidentemente è questione di relatività e di mentalità.
Se all'aspetto esterno corrispondeva anche quello interno,
dovevo pensare che la casa di Cavaterra fosse la più bella
del paese. Forse di questo lui si accontentava e, pur avendo-
ne, credo, la possibilità, non pensava di arredare ed attrez-
zare la sua casa perlomeno al livello di quella di un buon
aperaio o di un piccolo impiegato di città. Bastavano cento
;hilometri o meno in linea d'aria per cambiare tante cose, e
quelle che avrei visto di lì a poco mi avrebbero meravigliato
ancora di più!
Sedemmo intorno alla tavola. Era apparecchiata senza
tovaglia. Vi erario piatti, forchette e bicchieri di qualità de-
cente, i posti preparati erano quattro. Insieme col padrone
di casa e me sedettero due figli maschi, Peppino e un giova-
notto di età maggiore.
E le donne?
' La moglie, dopo averci fatto entrare e apparecchiata la
tavola, rimase in cucina da dove di tanto in tanto veniva so-
lo per servirci. I cibi erano ottimi e naturalmente genuini.
Mangiammo pasta e fagioli, formaggio, salame, prosciutto,
olive e sottaceti, tutto in porzioni abbondantissime. Bevem-
mo un eccellente vino prodotto da Cavaterra stesso.
Gli domandai quanti figli avesse. Mi rispose che ne aveva
sei, i due maschi che erano con noi a tavola e quattro fem-
mine. L'età variava dai diciotto della figlia maggiore ai sei
anni della minore.
Dov'erano le ragazze? Naturalmente non lo chiesi.
Mentre mangiavo però avevo notato di tanto in tanto che
dalla sommità della scala qualcuno ci osservava. A un certo
momento sollevai di scatto lo sguardo e vidi due teste di
bambine che ci spiavano.
E la figlia maggiore dov'era? Osservava anche lei?
Solo alla fine del pranzo, dopo aver acceso le sigarette,
Cavaterra ordinò con voce imperiosa il caffè e poco dopo
entrò nella grande stanza una ragazza.
Era alta e bruna con degli occhi stupendi che mi fissava-
no con curiosità e con un qualcosa di indefinibile. Indossa-
va un vestito modesto e tagliato male, calze pesanti e scar-
pe che, se non lo erano, sembravano zoccoli. Fui profonda-
mente attratto da lei e tanti pensieri mi attraversarono ra-
pidamente il cervello. La fissai a lungo, poi mi ricordai di
Cavaterra, che a sua volta mi guardava, e pensai bene di
non insistere. Un gran calore aveva acceso i miei sensi.
La ragazza era scomparsa, ma riapparve di lì a poco per
portarci il rosolio fatto in casa. Il suo sguardo era intensis-
simo. Mi sembrava di scorgervi amore, ammirazione, desi-
derio.
Mi aveva visto quando ero arrivato nella piazza del prese-
pe? Aveva pensato a me in tutto quel tempo? Aveva sperato
o atteso di rivedermi, anche se solo per poco? Era contenta
della mia presenza in quella casa? In me vedeva tutto quel-
lo che lei non aveva e forse non avrebbe avuto mai? La città,
i viaggi, una casa bella da film, bei vestiti, un vivere più ci-
vile?
Chissà! Scomparve.
Con Cavaterra riprendemmo a parlare di contatori, tra-
sformatori e altro. Mi informai sul paese che non raggiun-
geva i mille abitanti; non vi era cinema, ma solo il bar. Il
centro importante più vicino era la piccolissima Venafro.
Rimanemmo d'accordo che gli avrei spedito un'offerta per
cinquanta contatori Leonardo e per un trasformatore di
media potenza. Era molto ben disposto. Mi accompagnò
all'automobile.
Prima di partire mi guardai intorno: il presepe era ani-
matissimo; molta gente mi osservava dalla "piazza" e dalle
finestre. Dietro una di quelle di Cavaterra occhi meraviglio-
si mi scrutavano: erano i suoi, di quella misteriosa e bella
ragazza. Partii.
Percorrendo le strade che mi avrebbero ricondotto a Na-
poli provavo contentezza, soddisfazione e turbamento. Ero
esaltato da quella giornata così piena e ricca di esperienze
nuove. Che diversità da quelle uggiose trascorse con Morti-
ni, che differenza fra il suo mondo pieno di snobismo e
quello genuino al quale mi ero appena accostato. Ora avrei
potuto incominciare a dimostrare a lui e agli altri cosa vale-
vo. Un primo contatto e già un primo discreto ordine quasi
ottenuto. Ma gli occhi di quella ragazza della quale non sa-
pevo nemmeno il nome mi tormentavano. Come mi sarebbe
piaciuto sapere di più di lei e anche di quello strano mondo
che le ruotava intorno. Ero abituato a Napoli dove le ragaz-
ze, specialmente quelle di famiglia non appartenente alla
classe più danarosa, avevano notevoli limitazioni di libertà.
Avevo sempre notato la differenza fra le meridionali e le ra-
gazze delle città dell'alta, o meglio dell'altra Italia.'Durante
le villeggiature in Alto Adige il confronto fra i due modi di
vivere era più che mai evidente, ma il mondo che avevo ap-
pena intravisto era superiore a qualsiasi mia immaginazio-
ne. Ma come, le donne sono tenute ancora nel 1960, in pieno
boom economico, con l'Italia ad uno dei primi posti indu-
striali del mondo, non solo chiuse in casa, ma che addirittu-
ra non possono sedere a tavola con gli uomini. E ciò avveni-
va sempre o solo quando c'era un estraneo? Perché non po-
tevano parlare con gli altri? Sono ancora considerate degli
"oggetti", buone solo a far figli e a cucinare, rassettare, la-
vare e cucire?
Che strano paese il nostro, quante contraddizioni! Quan-
to ancora ci sarebbe stato da operare per portare tutte le
regioni e tutti i posti di una stessa regione a uguali conce-
zioni di vita e pari diritti e doveri!
Mi imposi di non pensare più a quello che avevo visto, ma
a concentrarmi solo nel mio lavoro. Dovevo riuscire!
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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mar Mag 14, 2013 12:31 pm

CAPITOLO IV
Di mattina mi precipitai da Mortini, gli annunciai con or-
goglio i risultati della mia visita a Fontana Albanese e gli
chiesi i preventivi. Nel mio entusiasmo giovanile avevo già
dimenticato il suo atteggiamento ostile ed ero convinto che
mi avrebbe elogiato per la mia abilità. Invece no. Mortini
freddamente proferì un semplice "Va bene" e poi, accen-
tuando il suo tono distaccato, mi comunicò che i preventivi
sarebbero stati pronti dopo qualche giorno. Lo salutai e
partii per nuove visite.
Questa volta mi sarei recato in altri due piccoli centri del
casertano. In uno, la centrale elettrica era di proprietà del
Comune; nell'altro di un privato.
Avevo acquistato sicurezza e riuscii a farmi valere sia nel
primo che nel secondo contatto e me la cavai brillantemen-
te anche quando parlai con il Sindaco e il tecnico del Comu-
ne, un anziano geometra locale. Ottenni altre richieste di
offerta per piccoli quantitativi di contatori e qualche altra
fornitura.
Proseguii così per alcuni giorni e completai tutto il caser-
tano. La mattina, prima di partire, passavo da Mortini e tra-
smettevo le richieste.
Il suo comportamento era sempre più scostante e la con-
vinzione che i miei successi lo infastidissero prese ancora
più consistenza.
Una mattina partii per un giro che sarebbe durato due
giorni e che mi avrebbe condotto a visitare alcuni produtto-
ri di elettricità nel beneventano e nell'avellinese.
40
Erano paesini in linea d'aria a circa cento chilometri da
Napoli, ma raggiungibili solo attraverso strade tortuose,
strette, desolate e piene di buche. Chi è abituato a viaggiare
sulle belle autostrade e superstrade che attraversano l'Ita-
lia, non potrà mai immaginare lo squallore e lo stato pieto-
so in cui erano tenute strade definite "nazionali" e segnate
in rosso sulle carte automobilistiche. Chi è abituato a tro-
vare ogni pochi chilometri pompe di benzina, stazioni di
servizio, ristoranti, meccanici e così via, non può assoluta-
mente credere che vi erano strade di cosiddetta grande co-
municazione completamente o quasi sfornite del più ele-
mentare di questi servizi. Inoltre chi come me, anche se con
una modesta 500, percorreva centinaia di chilometri in po-
che ore, aveva un'idea riduttiva delle distanze, invece sono
del tutto relative alle condizioni delle strade e dei servizi.
Una regione come la Campania, di circa tredicimila chilo-
metri quadrati può sembrare piccola, invece è immensa. Le
condizioni di vita cambiavano poi in pochi chilometri e, da
moderne che erano lungo la costa, diventavano arcaiche
più ci si inoltrava verso l'interno.
Il secondo giorno di quel mio giro sarei dovuto, da Pie-
tralcina, paesino vicino Benevento, giungere a un piccolo
centro posto quasi ai confini con la Basilicata. Erano circa
le 14 quando partii. Non avevo molta benzina nel serbatoio
della mia auto, ma questa è una mia abitudine e, accingen-
domi a percorrere una strada "nazionale", ritenevo di tro-
vare pompe di benzina in abbondanza.
Ero contento, i contatti erano stati positivi e viaggiando
pensavo agli importi degli eventuali ordini.
Stavo conducendo una vita pazzesca. Il giorno continua-
mente in viaggio per quelle strade difficili con incessanti
contatti e visite, e quasi ogni sera lunghe ore a preparare
quell'elenco della Leonardo che lasciavo a mo' di depliants.
Infatti, come ricorderete, della ditta ne avevo solo uno, ne
Mortini si era commosso, dati anche i risultati, a fornirme-
ne altri. Ma non mi importava: ero giovane, forte ed entu-
siasta e consumavo tesori di energia senza risparmio. Solo
41
più tardi avrei imparato a mie spese che tutto si paga. Una
vita troppo dispendiosa di energie fisiche e mentali è dan-
nosa quasi quanto una vita troppo monotona, noiosa e stati-
ca.
Pensavo a tutto ciò, incominciando a provare stanchezza.
La strada era disperatamente desolata. Incrociavo solo do-
po lunghi tratti qualche altro automezzo. Sui lati della stra-
da si stendeva un pianoro enorme non coltivato e dove non
si scorgevano fattorie, case coloniche e nient'altro. Solo so-
litudine e silenzio.
Ogni dieci, venti chilometri appariva in lontananza qual-
che piccolo paese arroccato su contrafforti montuosi. La
benzina era a riserva da tempo e mi proposi di fare il pieno
alla prima pompa che avessi trovato. Ma non ve ne erano.
Incominciavo ad essere disposto a deviare dalla strada se
avessi visto in lontananza un nuovo paese dove recarmi a
fare benzina. Ma non scorgevo più nulla: solo squallore e si-
lenzio. Non un'auto, non un carro, non un essere umano. Mi
sembrava di essere in un deserto, eppure ero in Italia, pae-
se civile, non lontanissimo da Napoli, grande città, e da
Avelline, piccola città, ma capoluogo di provincia. Sentivo
freddo e, nonostante avessi il cappotto, accesi il riscalda-
mento. Inoltre incominciava a far notte: era inverno. Provai
paura! Cosa avrei fatto se fosse finita la benzina? Non pas-
sava nessuno. Sarei rimasto nell'auto fredda: il riscalda-
mento funzionava solo a motore accèso.
A che altitudine ero? Non lo sapevo. Sulla carta automo-
bilistica in mio possesso non era indicata. Fermai l'auto,
scesi e guardai attentamente in tutte le direzioni. Nulla.
Sperai che passasse qualcuno. Nessuno. Faceva un freddo
terribile. Unica soluzione era rimettere in moto e prosegui-
re fin quando fosse finita la benzina. Poi si sarebbe visto.
Con ansia e guidando con piede leggero, andai avanti in
quella desolazione, guardandomi intorno angosciosamen-
te, mentre si faceva sempre più buio.
Finalmente scorsi una casa.
Che felicità! Era una casa cantoniera. Bloccai l'auto e
42
scesi. Bussai alla porta con le mani. Non rispose nessuno.
Bussai ancora più forte e chiamai. Nulla.
Ero quasi disperato quando finalmente la porta si aprì.
Comparve un anziano cantoniere. Quasi uno spettro. Gli
chiesi dove mi trovavo e gli raccontai in che condizioni ero.
Quell'uomo, abituato a vivere in quella solitudine, mi
guardò con indifferenza e, senza alcuna partecipazione, mi
disse che mi trovavo al bivio tra Lacedonia e Bisandretta, il
paese a cui ero diretto, e che l'altitudine era di circa nove-
cento metri.
Com'ero arrivato così in alto? Quella strada piena di bu-
che non aveva la pendenza a cui ero abituato quando mi re-
cavo in montagna o in alta collina. Chiesi cosa mi convenis-
se fare e lui con flemma rispose che a Bisaccia, a circa cin-
que chilometri, vi era una pompa di benzina. Cosa sono su
un'autostrada cinque chilometri? Nulla. Ma lì sembravano
una distanza incolmabile.
Comunque decisi di tentare. Non mi faceva piacere il do-
ver passare la notte, ammesso che mi fosse stato consenti-
to, in quel posto triste e allucinante in compagnia di quella
specie di fantasma. Imboccai la strada per Lacedonia e do-
po esattamente sette chilometri, e non cinque, giunsi a Bi-
saccia, attraversando un paese costruito con criteri moder-
ni, ma stranamente del tutto disabitato.
A Bisaccia, nella parte bassa del paese, vi era la tanto so-
spirata benzina in una pompa antidiluviana, di quelle alte e
strette che si usavano intorno agli anni quaranta. Natural-
mente il gestore non c'era. Lo andarono a chiamare e dopo
più di venti minuti venne e fece il pieno alla mia auto.
Avevo nel frattempo chiesto informazioni su quel paese
abbandonato che, anche se più piccolo di Bisaccia, era però
più moderno e certamente più adatto, perlomeno come co-
struzioni, ad ospitare i suoi abitanti. Mi chiarirono che si
trattava di uno dei tanti paesi costruiti durante il Venten-
nio per alloggiare agricoltori, ma che erano rimasti abban-
donati per difetti di ubicazione.
Che strano paese è il nostro. Quanti soldi sprecati ieri co-
43
me oggi e forse come sempre!
Con il serbatoio pieno ritornai sulla strada già percorsa
fino alla casa cantoniera e poi giunsi a Bisandretta, dove mi
ero proposto di effettuare l'ultima visita della giornata, an-
che se avevo programmato di arrivarci molto più presto.
Trovai il proprietario dell'aziendina elettrica locale e ot-
tenni l'ormai solito buon risultato. Il signor Muccio era un
melanconico individuo, fra i più civili di quelli che avevo in-
contrato nei miei giri, cieco ad un occhio, che mi intristì ul-
teriormente raccontandomi come lo aveva perso.
Decisamente non era una buona giornata! Ero stanco, ma
decisi di ritornare a Napoli o per lo meno ad Avelline. Im-
boccai un'altra tortuosa e malandata strada nazionale e
giunsi, dopo alcune ore, ad Atripalda e di lì planai su Avelli-
no che si scorgeva, in basso, come un miraggio, ricca di luci
e di civiltà.
Ero a pezzi, gli occhi mi bruciavano di sonno e di stan-
chezza; ciò nonostante proseguii, dopo una breve sosta, ver-
so il paradiso: Napoli!
Quella sera trassi un bilancio, non tanto del mio lavoro,
ma delle sensazioni e delle esperienze che avevo provato e
fatto durante tutti quei miei giri e in particolare di quegli
ultimi due giorni. Avevo conosciuto un mondo a me com-
pletamente ignoto, con le sue bellezze e i suoi grandi pro-
blemi. Da sempre avevo sentito parlare dello stato di scarso
sviluppo e progresso delle zone agricole del Sud. Ma ora lo
avevo potuto toccare con mano. Era, oltre che economico,
un problema di comunicazioni e principalmente di scuole e
di informazioni. Era assurdo come tanta gente vivesse, co-
me trattasse le donne, come rimanesse impressionata da un
giovanotto solo perché parlava e vestiva bene, aveva una
modesta automobile e abitava nella grande città. Il servili-
smo che mi mostravano era una conferma di ciò, anche se
in definitiva ero io che andavo da loro a chiedere qualcosa.
Non era solo cortesia, come poteva sembrare al primo con-
tatto. Sì, la vita in città, specialmente in una caotica e tutto
sommato misera come Napoli, non era perfetta. Ma che dif-
44
ferenza con quella di paesi così vicini come dato chilometri-
co e tanto distanti per tutto il resto.
^
45
CAPITOLO V
Come al solito, di mattina presto mi recai da Mortini. Lo
informai delle ultime richieste che, unitamente alle prece-
denti, costituivano un cospicuo quantitativo di contatori, di
piccoli trasformatori e di altri articoli prodotti dalla Leo-
nardo di Bologna.
Il vecchio era gelido e più che mai mi sembrò distaccato e
sulle sue. Mi consegnò i preventivi e con violenta irritazio-
ne notai che non solo non erano completi, ma riportavano
per i contatori prezzi più alti di quelli che mi aveva comuni-
cato in precedenza e condizioni di vendita da capestro. Glie-
lo feci notare, ma lui seccamente mi rispose che quelle era-
no le nuove condizioni e i nuovi prezzi. Non vi era parteci-
pazione. Vi era però il preventivo per Cavaterra.
Avrei potuto spedirlo, ma era inarrestabile il mio deside-
rio di ritornare a Fontana Albanese per cercare di rivedere
quella bella figlia. Il pensiero di lei mi aveva accompagnato
per tutti quei giorni e molti progetti avevo fatto durante le
lunghe ore trascorse in automobile.
Partii e, invece che per la strada percorsa la prima volta,
andai per Venafro. Mi fermai a prendere un caffè nel bar
che era vicino al cinematografo di quella località. Fui at-
tratto dal suono di molte voci. Uscii e mi diressi verso un
grosso torrente dove vidi il lavatoio pubblico in piena fun-
zione. Decine di donne, vecchie, giovani e meno giovani,
erano intente a fare il bucato nel torrente e, mentre agivano
con energia, parlavano e ridevano fra loro.
Era uno spettacolo allegro e pittoresco, attraverso il qua-
46
le Venafro mi apparve più moderna e umana di Fontana Al-
banese o di altri paesini che avevo visitato in quei giorni E
poi c'era il cinema, ed era sulla strada per Roccaraso, meta
di molti cittadini. Ecco perché era più civile o meglio più
evoluta! "
Presi la strada per Fontana Albanese e posteggiai l'auto
nella "piazza" del presepe.
. Bussal alla P0^ che mi fu aperta da quella solita donna
indefinibile che era la moglie di Cavaterra. Lui non c'era
non era nemmeno al mulino, ma sarebbe tornato presto'
Fortunatamente c'era il figlio maggiore, per cui mi fu con-
cesso di attendere in casa.
Ero seduto alla tavola dove avevo pranzato giorni prima
e tingevo di leggere l'offerta e altre carte che avevo con me
Ma guardavo m continuazione la scala interna e a un certo
momento fui premiato. I due grandi occhi neri erano lì e mi
fissavano attentamente. Quel viso era ancora più attraente
di quanto ricordavo.
Facendo attenzione a non essere visto da altri, incomin-
ciai ad ammiccare e a fare larvati segni di saluto. Prima si
ritiro poi, che gioia!, rispose. Allora anch'io l'avevo colpi-
ta. Allora mi attendeva. Ma come fare a parlarle? Le idee
più pazze, dato il luogo, mi attraversarono la mente
Come avrei voluto stringerla a me con tenerezza! Come
1 avrei baciata con passione! Come avrei voluto portarla via
Continuammo a scambiarci segni. Nascosi uno dei pre-
ventivi. Giunse Cavaterra.
"Buon giorno, dottò. Siete venuto voi? Perché incomo-
darvi/ Potevate anche spedirmeli i preventivi"
"Mi sono trovato sulla strada e ho pensato di portarvelo
di persona. Come va l'attività?"
"Non me ne parlate. Sono tré giorni che sto ascendo paz-
zo. Si e scassato l'alternatore e solo ieri è venuto 'o tecnico
da Caserta .
"Certo ci vuole pazienza e capacità a fare tutte le vostre
attività. Ora vediamo il preventivo che vi ho portato".
47
-Y,
"Senz'altro, dottò".
Guardammo e discutemmo con cordialità.
"E'o preventivo del trasformatore?"
"Oh, l'ho dimenticato. Domani ve lo porto, tanto debbo ri-
tornare nella zona".
"Dottò, vui site troppo gentile. Con tutte le cose impor-
tanti che avite da fare".
"No, è un piacere venire qui e parlare con voi. E ditemi
signor Cavaterra, che tipo di vita fate qui? Andate mai a un
cinema?"
"Sì, ma pochi vvote. La sera vado al Caffè e giucammo 'o
scopone e 'a briscola".
"E le donne che fanno?"
Mi guardò sospettoso e poi:
"Cannaa fa. Stanno in casa, lavorano, cucinano, parlano
e vanno a chiesa".
"Ma i vostri figli hanno studiato o studiano?"
"Dottò, le elementari sì, ma poi faticano con me. E le fem-
mine si sposano quando è 'o mumento'".
Era diventato meno cordiale. Non insistei e dopo un poco
saiutai, rifiutando con gentilezza l'invito a pranzo
Viaggiavo contento sulla mia auto. Giunsi al presepe e
leggero di felicità, bussai alla porta di Cavaterra. Mi aprì la
moglie. '
"Signora, voglio parlare a voi e a vostro marito".
"Ora vo' chiammo. Aspettate e accomodatevi".
Avevo un fascio di fiori. Entrò Cavaterra.
"Buon giorno, signor Cavaterra. Vi debbo parlare e non
della centrale".
"Dicite, dottò".
"Signor Cavaterra, vengo a chiedervi la mano di vostra fi-
glia maggiore. Come si chiama?"
"Milena. Ma voi che dite?"
"Quello che ho detto. Domandatele se mi vuole"
"E lei che c'entra. Decido io. Dottò, ma voi, nu signore
state pazziando".
"No, Cavaterra. L'ho vista e mi sono innamorato di lei. La
48
voglio sposare subito. Come vedete lavoro, ho studiato e so-
no di famiglia buona e benestante. Se volete, prendete in-
formazioni: questo è il mio biglietto da visita".
Cavaterra era esterrefatto. Poi chiamò:
"Mari, Milena, venite ccà".
Giunsero la moglie e la meravigliosa figlia.
"Milena, 'o dottore ccà che è di Napoli ed è persona im-
portante e istruita, mi ha chiesto la tua mano. Ti vuole spo-
sare subito".
Milena arrossì e abbassò quegli occhi profondi. Poi li
rialzò: il volto era infuocato e quali paradisi prometteva il
suo sguardo!
"Papa, io sono felice, io accetto".
Mi alzai e le porsi il fascio di rose che avevo con me.
"Tieni, Milena, io mi chiamo Gianni e ti amo. Saremo feli-
ci insieme. Ci sposeremo e ti porterò nella città in una bella
casa. Ti farò viaggiare, andremo al cinema, al ristorante e a
ballare. Farai la signora".
"Figli miei, venite ccà. Io vi benedico", disse Cavaterra
commosso e aggiunse: "Io a mia figlia per un matrimonio
così gli faccio 'o corredo a ventiquattro e na grande festa.
Tutto 'o paese adda vede... Peppino, vai a chiamare subito
don Felice. Digli che adda venì subbeto. Aggio una grande
notizia. Vai".
Venne il parroco e ci sposammo. Milena era fantascienti-
fica. Non solo il viso, ma tutto di lei era esaltante, per la pri-
ma volta valorizzato da un abito bianco ben fatto.
Salimmo in auto e lasciammo il paese. La baciai prima te-
neramente e poi ardentemente. Com'era calda e morbida.
Che gioiello in quel fienile!
"Ti ho tirato fuori da un posto non degno di tè. Ora vedrai
quant'è bella la vita".
Ero accaldato e agitato. Mi girai e mi rigirai e infine cad-
di dal letto e mi svegliai. Ero nella mia stanza in città. Allo-
ra era stato un sogno, che bello! Perché non poteva diventa-
re realtà? Lei mi amava, ne ero sicuro. Quegli sguardi, quei
segni e quel saluto appena accennato da dietro la finestra.
49
/ "s
Sì, la mattina sarei tornato e così avrei fatto. Perché una
simile perla doveva essere nata lì, perché doveva essere la
figlia di Cavaterra e non di un notabile di una città, perché
non aveva dovuto studiare oltre le elementari?
Se fosse nata a Milano o anche a Napoli, sarebbe stata
una donna ammirata, adorata e corteggiata. Avrebbe sposa-
to una persona importante e non un bifolco! Sarebbe stata
servita, non avrebbe fatto lavori umili.
Perché si nasce in un paesino fuori dal mondo e non in
una grande città? Perché figli di un contadino e non di un
professionista?
Ma anche, perché si nasce sani e non malati ? Perché belli
e non brutti?
Che strana cosa la vita e quante ingiustizie. Perché non
dovevo cogliere quel fiore? Ah, le solite convenzioni sociali.
I soliti pregiudizi. Le solite costrizioni!
Purtroppo anch'io ne ero schiavo- Ne sarei venuto fuori,
ma non subito. Prima dovevo crearmi una posizione mia,
una mia autonomia.
Ma poi ci saremmo intesi? Io, un cittadino, un universita-
rio e lei, una contadina o quasi. Che mondi diversi, che am-
bienti diversi! Ci saremmo divisi. L'avrei lasciata. E lei, ora
così docile - almeno così sembrava -, come sarebbe diventa-
, ta?
No, non era il momento. Non sarei ritornato più a Fonta-
na Albanese!
50
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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mar Mag 14, 2013 12:35 pm

CAPITOLO VI
Una visita effettuata a uno dei più organizzati piccoli pro-
duttori di elettricità per la consegna e la discussione di un
preventivo che gli avevo portato, mi fece comprendere con
cruda evidenza che i nuovi prezzi e le condizioni praticate
dal Mortini per le possibili vendite da me promosse erano
quasi inaccettabili, perché troppo distanti da quelli della
concorrenza.
C'era già differenza quando avevo cominciato a fare i
miei giri per la Campania, ma questa poteva in parte essere
giustificata dalla migliore qualità dei prodotti e definitiva-
mente colmata dal mio saper fare. Ora invece diventava
quasi impossibile concludere qualcosa di serio e di conti-
nuativo.
Quell'improvviso aumento, avvenuto solo in pochi giorni,
e principalmente le condizioni di vendita così severe erano
un chiaro boicottaggio alla mia azione da parte del Mortini
che evidentemente voleva sbarazzarsi di me in modo defini-
tivo.
Un pomeriggio, nello studio del rappresentante, sollevai
la questione senza più la timidezza dei primi giorni. Non mi
sembrava giusto, ne onesto quel suo comportamento e tan-
to sarebbe valso chiarire definitivamente la questione.
"Commendatore, ho mostrato la sua offerta al Comune di
Ferola. Sono rimasti meravigliati dei prezzi e delle condi-
zioni per i contatori e contrariati per non avere ancora rice-
vuto il preventivo per i tré trasformatori. Anch'io per la ve-
rità mi sono trovato in difficoltà, perché avevo accennato
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nella prima visita ai prezzi di massima che solo quindici
giorni fa lei mi aveva dettato".
"Non posso farci nulla. Queste sono le condizioni e i prez-
zi di oggi. Se li accettano, bene, se no passi. Debbono capire
che le Officine Leonardo sono la ditta più importante del
settore". . ., .
- "Sì questo è quanto ho detto loro e proprio perciò mi
hanno fatto comunque richiesta d'offerta. Mi dispiace pero
che i prezzi sono così improvvisamente aumentati e che il
mio lavoro così difficile, come può immaginare, diventi
inutile anche per ritardi inspiegabili". ^
"Questo è il mio modo di fare. Non ho altro da dire .
"Nemmeno io. A questo punto non mi rimane che salutar-
la Qui ci sono i suoi depliants".
Lasciai sullo scrittoio il materiale che mi aveva dato e,
senza dire altro, andai via definitivamente.
Quant'è misero e gretto l'uomo. Perché deve comportarsi
in modo così subdolo? Perché non dirmi più chiaramente e
prima di tutti quei miei lunghi e faticosi giri che non aveva
intenzione di proseguire la collaborazione con me?
La causa era così evidente. Il suo comportamento cordia-
le e paterno era improvvisamente cambiato da quando ave-
vo mostrato di essere in possesso di maggiori conoscenze
tecniche delle sue e mente più duttile e aperta.
Ma già nella definizione di "paterno" vi è una contraddi-
zione Tale termine viene comunemente usato per rappre-
sentare un sentimento affettuoso e di sincera partecipazio^
ne Invece nella vita reale esso è sempre o quasi indice di
competizione e invidia. Per molti padri i figli dovrebbero
sempre essere inferiori a loro, richiedere consigli e dimo-
strare di aver bisogno di loro e loro "paternallsticamente
si beano a concedere con degnazione i loro insegnamenti,
consigli e aiuti. .
La psicanalisi ha studiato il perché di ciò e ne ha spiegato
le origini. Difficilmente il padre è amico del figlio e vicever-
sa. Essi, a -livello inconscio e certe volte conscio, sono m
continua competizione.
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Ero irritato e deluso, ma mi sentivo anche liberato da
quell'oppressione che aveva per me rappresentato il Morti-
ni, specialmente nei giorni in cui eravamo stati più di otto
ore insieme.
Però, tutto sommato, quell'esperienza mi era stata utile.
Avevo capito chi è un rappresentante, in cosa consiste il
suo lavoro. Avevo conosciuto un certo ambiente industria-
le, mi ero abbastanza specializzato nei prodotti elettrici e
poi avevo fatto l'esaltante esperienza di quei giri nell'inter-
no della Campania che mi aveva permesso di conoscere un
mondo per me totalmente nuovo, di cui forse avrei solo po-
tuto leggere in qualche libro e al quale forse non avrei cre-
duto. Alcune cose solo vivendole e facendone esperienza di-
retta si possono ammettere.
Non provavo poi tanto astio per il Mortini. Egli in defini-
tiva mi aveva immesso nei suoi segreti di lavoro, anche se
forse non totalmente e probabilmente all'inizio dei nostri
rapporti aveva davvero pensato di fare di me il suo collabo-
ratore. Il suo carattere era però troppo forte e dispotico e il
mio non era certamente di quelli che si adattano a subire o
a leccare.
Certo, in quei giorni ero stato più volte tentato dal suo
comportamento indisponente di spaccargli quella testa du-
ra di vecchio snob borioso, ma era il marito di una parente
di mia madre e poi non era peggiore di tanti altri individui
che avevo conosciuto e molto da vicino, forse proprio nel
mio ristretto ambito familiare.
Ora però dovevo cominciare tutto da capo. Ma indubbia-
[ mente i presupposti erano diversi. Avevo comunque inizia-
to un'attività che non mi era dispiaciuta, anzi mi era sem-
brata estremamente interessante, indipendente e remune-
rativa e per la quale, tutto sommato, mi sentivo tagliato.
Ciò lo avevo potuto verificare nei contatti diretti con i
piccoli produttori di elettricità, dove avevo fatto valere la
mia preparazione tecnica in generale e una predisposizione
insospettata ai contatti umani. Quindi avrei voluto conti-
nuare in quel lavoro, ma naturalmente come rappresentan-
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tè diretto e non più come collaboratore.
Era chiaro nella mia mente che subito non avrei certo po-
tuto aspirare a una rappresentanza importante, ma a quelle
di ditte più piccole e modeste delle quali avrei potuto assu-
mere l'agenzia in esclusiva per la Campania con un ufficio
mio.
Ma dove e come procacciarmele?
Certo, non avrei potuto farlo da Napoli senza sapere nem-
meno a chi rivolgermi.
Era la fine di marzo e in aprile vi era la Fiera di Milano
della quale tanto avevo sentito parlare e dove confluivano
per esposizione, prospczione e contatti, tutte o quasi le in-
dustrie italiane e molte straniere. Sarei dovuto andare lì e
cercare di farmi valere. Non potevo e non dovevo conside-
rare la rottura con Mortini un insuccesso, ma piuttosto un
trampolino di lancio per costruirmi un futuro senza dovere
nulla a nessuno.
Comunque qualcosa sempre avrei dovuto chiedere,
sprovvisto com'ero di soldi, e quindi affrontare una discus-
sione con i miei che indubbiamente mi avrebbe dato molto
fastidio. Conoscevo la loro mentalità. Essi, già offesi dal
fatto che non mi ero avviato a svolgere un'attività "eletta",
si erano rassegnati a ciò con dispiacere, ma senza eccessi-
vamente impegnarsi a cercare di prospettarmene un'altra
più consona ai loro desideri come quella di imprenditore
industriale. Non ritenevano forse prudente rischiare su di
me i soldi occorrenti per fare ciò e quindi avevano scarica-
to ogni loro responsabilità sul conoscente che avrebbe po-
tuto farmi entrare in banca o sul Mortini. Secondo loro pro-
babilmente avrei dovuto vegetare accanto a quel vecchio,
subirne le bizzarrie e sperare, alla sua morte, di subentrar-
gli nell'attività. Chissà che non avessero ragione. Ma il mio
temperamento non mi permetteva di vegetare e di attende-
re a lungo.
Volevo conquistare, e subito, una mia autonomia, lascia-
re la casa paterna e poi sposarmi. Ciò mi aveva fatto decide-
re di abbandonare gli studi, anche se abbastanza vicino al
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traguardo. Avevo capito che non sarei potuto andare avanti
come prima, un esame dopo l'altro e poi l'attività forse
sempre nell'ambito familiare, dal quale invece desideravo
andare via e subito. Allora perché non la banca? Lì avrei
guadagnato subito. Poco, ma subito. Ma la banca era il luo-
go degli impiegati e gli impiegati erano peggio degli studen-
ti, anche più di loro soggetti a controlli ed esami.
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CAPITOLO VII
Era una limpida mattina primaverile. L'aria profumata e
colma di nuovi fermenti e di nuova vita. Come la primavera
è indice di rinnovamento, di nascita e di una natura che ten-
de alla maturità estiva, così il viaggio a Milano avrebbe po-
tuto rappresentare per me la nascita e l'avvio alla mia ma-
turità di uomo inserito in un ambiente di lavoro prosperoso
e indipendente.
Avviai la mia 500 e mi diressi verso la via Domiziana e
quindi per Roma. Avevo con me tré lettere di presentazione
consegnatemi con molta degnazione da mio padre. La pri-
ma era per un ingegnere napoletano che viveva a Roma, le
altre per dirigenti milanesi. Mi sentivo libero e sicuro di
me, anche se andavo verso contatti del tutto nuovi e il cui
risultato era davvero incerto. Ma la sensazione di libertà e
felicità, che provavo ogni volta che mi allontanavo per un
periodo abbastanza lungo dalla mia famiglia e dal suo am-
biente con la sua concezione di vita che non condividevo,
anche se ne ero ineluttabilmente impregnato, mi dava co-
raggio e ottimismo.
Quant'è inebriante la libertà! Come sono fortunati quei
giovani che possono andare a studiare in città lontane da
quella dove hanno la famiglia. Già a diciotto anni o anche
prima, essi si sentono liberi della propria vita e delle pro-
prie azioni.
Però forse questa libertà va ricercata in se stessi più che
nella lontananza. Bisogna possedere un "vero" carattere
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forte e indipendente per essere e sentirsi "liberi" dovun-
que, e non farsi condizionare dall'ambiente che ci circonda!
Giunsi a Roma intorno alle 10,30 e mi diressi verso piazza
Bologna nei cui pressi era l'ufficio dove lavorava, quale di-
rigente commerciale di un'importante industria, l'ingegne-
re Marzi, il quale era stato per lunghi anni rappresentante
di prodotti per l'edilizia a Napoli. Fui introdotto nel suo
studio da una simpatica segretaria.
"Ingegner Marzi, mi chiamo Gianni Cruni, figlio di Valen-
tino e ho questa lettera per lei".
Prese la lettera e la lesse, mentre lo studiavo. Era un uo-
mo di mezz'età con aria decisa e fisico scattante.
"Ah, sei il figlio dell'architetto Cruni e vuoi fare il rappre-
sentante. Bene, ma perché?"
"Ingegnere, voglio lavorare e guadagnare; sono sturo
dell'università e di tante altre cose, ma il discorso sarebbe
troppo lungo. So che lei può darmi qualche consiglio utile".
"Sì, certamente, ma tu finora, leggo nella lettera, hai co\-
laborato con un rappresentante di prodotti per centrali
elettriche e questo non è il mio campo. Perché non cerchi
invece qualche rappresentanza di materiali o prodotti e at-
trezzature per l'edilizia? Ne saresti facilitato".
"Mah, non so. Se lei può dirmi quali, posso tentare, anche
se ho fatto ultimamente l'esperienza che lei ha detto. Co-
munque, sia per gli studi che per pratica di cantiere ho ab-
bastanza nozioni anche in questo settore".
"Bene, io sono stato per anni rappresentante, fra le varie
ditte, della Ricci di Ancella che non è una grande azienda,
ma molto apprezzata nel settore dei macchinar! edili per
qualità e serietà. Non so ora chi la rappresenti, ma puoi
provare a rivolgerti a loro a nome mio. Sarebbe un buon
inizio per tè".
"Certo, anche se preferirei tentare prima nel settore elet-
trico, dove ho ormai conoscenze di eventuali clienti, dalla
SMEMEL ai più piccoli".
Non mi ascoltò e proseguì:
"Oppure puoi provare nel settore degli ascensori, oggi in
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piena espansione. Vedi, io quando incominciai..." e iniziò
un monologo che durò più di tré ore.
Gli impiegati del suo ufficio apparvero alla porta del suo
studio verso le 12,30, salutarono e andarono via per colazio-
ne, poi ritornarono verso le 15 e noi eravamo ancora lì. La
stanza era satura di fumo per le sue moltissime e le mie
molte sigarette fumate.
Parlava, parlava, parlava... e io incominciai a non ascol-
tarlo più. Il suo non era un aiuto, ma solo il racconto delle
sue prodezze di lavoro e di come era infine giunto ad occu-
pare la posizione attuale di capofiliale della SMOM, pro-
duttrice di ottimi e quotati ascensori. Guadagnava molto,
diceva, abitava in una stupenda casa all'EUR e possedeva
una Maserati.
Avevo una fame atroce, ma lui ne andava, ne mi invitava a
pranzo. Lo sperai più volte e poi mi rassegnai.
Erano le 16 quando disse:
"Ora debbo andare. Ti faccio tanti auguri e fammi sapere
quello che hai fatto". Poi: "Ah, aspetta, tieni questo. Leggi-
lo, ti sarà utile" e mi porse un libro intitolato // Venditore
Meraviglioso. Scendemmo insieme in strada e ci salutam-
mo.
Ero frastornato, avevo fame e mal di capo. Lo vidi allon-
tanarsi, lo seguii con lo sguardo per vedere la Maserati di
cui tanto mi aveva parlato. Ero già nella mia 500 quando lo
vidi alla guida di un'altra 500, ma molto più vecchia e ma-
landata della mia.
Chissà se non era un venditore di fumo!
Se le presentazioni di mio padre erano queste, sarebbe
stato meglio fermarsi lì e non usufruire delle altre. Quattro
o cinque ore di chiacchiere e pochissimo costrutto. Pernot-
tai a Grosseto.
La mattina successiva per. tempo proseguii lungo l'Aure-
lia e poi da Sarzana, per il passo della Cisa, giunsi a Parma
da dove presi l'autostrada del Sole che allora si arrestava a
Bologna e di lì, tutto d'un fiato, ammirando le funzionali
stazioni di servizio e gli immensi ristoranti luccicanti di cri-
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stalli e alluminio che scavalcavano il grande nastro d'asfal-
to, giunsi a Milano.
Faticosamente, cercando di seguire un tragitto che avevo
tracciato sulla piantina della città, riuscii a raggiungere la
stazione ferroviaria, dove vi era un ufficio dell'Azienda
Soggiorno e Turismo. Qui, essendo tutti gli alberghi al com-
pleto, mi proposero di alloggiare presso uno dei tanti affit-
tacamere occasionali che approfittano dei quindici giorni
della Fiera per arrotondare le proprie entrate.
Munito di un foglietto dell'Azienda, mi diressi, ancor più
faticosamente di prima, verso la via Cadere dove al numero
8 abitava la signorina La Gioia, alla quale ero stato indiriz-
zato.
Via Cadere era una bella strada larga e alberata e trovai
facile posteggio per la mia piccola auto quasi davanti all'in-
gresso del palazzo dove avrei alloggiato. Vidi il portiere, mi
informai sul piano e lo pregai con gentilezza di darmi una
mano per portare su le mie cose. Ma questi in modo brusco
mi rispose che lui non era un facchino e mi lasciò lì.
Che differenza con i portieri napoletani, pronti per una
piccola mancia a fare di tutto!
Contrariamente all'accoglienza del portiere, quella della
affittacamere, un'attempata, piccola e grassa donna, fu
cordialissima e piena di gentilezze. Mi condusse nella "mia
stanza" che era quella da pranzo, ampia e lustra dove, insie-
me con credenze, tavolo e sedie, vi era un letto piccolo ma
comodo. Mi indicò il bagno, vecchio ma pulitissimo e mi in-
formò che lei avrebbe potuto, se lo avessi desiderato, pre-
pararmi del caffè o caffelatte ogni mattina.
Rimasi solo e finalmente ebbi il tempo per dare libero
corso alle prime sensazioni che si affollavano nella mia
mente.
Ero a Milano, avevo un alloggio ed ero pronto a procurar-
mi quello che cercavo. L'impatto con la grande metropoli,
industriale e commerciale, era stato positivo. Già a Metano-
poli, dove terminava l'autostrada del Sole, gli imponenti e
modernissimi palazzoni dell'Agi?, le grandi tubazioni, i si-
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los, l'intenso viavai di camion, le ciminiere fumanti erano
un chiaro invito alla produttività e un incentivo alla voglia
di lavorare. Non mi sentivo un immigrato, anche se ero lì
alla ricerca del mio definitivo lavoro. L'organizzazione che
avevo potuto riscontrare nell'ufficio alloggi dell'Azienda di
Soggiorno era già un segno di ben altro modo di vivere e di
operare. Avrei avuto successo, ne ero sicuro!
Più tardi uscii e mi recai, sempre con molta difficoltà, in
centro. Qui riuscii a posteggiare e, a piedi, mi diressi verso
la galleria Vittorio Emanuele che con piazza del Duomo co-
stituisce il cuore della grande città lombarda. Ero già stato
lì alcuni anni prima in estate, ma da turista, e ricordavo un
piccolo ristorante fiorentino che era nei pressi. Mi ci recai
e consumai un abbondante e gustoso pranzo. Poi incomin-
ciai a passeggiare per il corso Vittorio Emanuele: ne rimasi
entusiasta!
Che portici imponenti e ben curati, tenuti come salotti;
che negozi opulenti e che bar luminosi, affollatissimi e ric-
chi di ogni ben di dio; che cinematografi, che gente elegan-
te, quanti locali notturni, quanta luce, quanto sfarzo e
quanto benessere!
Camminai a lungo gustandomi quello spettacolo da piaz-
za San Babila a Corso Matteotti, dalla stretta ed elegantissi-
ma via Monte Napoleone, alla notissima via Manzoni.
Quanta differenza con Napoli il cui centro è disorganizza-
to, sporco e mal frequentato, e anche con Roma con il suo
centro diviso e frazionato. Qui invece in circa un chilome-
tro quadrato si concentra il meglio della città.
Vidi in corso Monforte il teatrino Alle Maschere dove vi
erano due spettacoli di spogliarello e vi entrai. Meraviglia!
Nel 1960 potei assistere a due ore di nudi superbi, invitanti
e presentati con classe. Che paradiso, che vita e quanto de-
naro! Quella è gente che lavora intensamente, ma sa anche
divertirsi!
La mattina dopo andai alla Fiera e vi entrai da piazza Sei
Febbraio, immensa e con enormi posteggi. Rimasi subito
colpito dall'intenso movimento e dal fatto che i posteggia-
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tori facevano lasciare l'auto chiusa, ma con il freno a mano
e la marcia disinseriti. Essi, pieni di energia, spostavano le
auto dall'esterno, girando le ruote con le mani. Entrai nella
Fiera e subito acquistai il voluminoso catalogo e la relativa
pianta.
Rimasi esterefatto. Un salone grandioso, era il palazzo
dello Sport, colmo di motociclette, motocicli, biciclette, ar-
ticoli sportivi e tanti, tanti accessori, stands gremiti di visi-
tatori, presentatori, luci, depliants e attraenti signorine
nelle smaglianti divise delle case espositrici.
Uscii da quel primo padiglione e percorsi il viale del
Commercio e quello delle Industrie fino a raggiungere il pa-
lazzo delle Nazioni. Dovunque stands, movimento, attivi-
smo, mercé luccicante, cartelloni di tutte le dimensioni, in-
segne colossali, un intersecarsi di voci rimbombanti, diffu-
se da potenti altoparlanti ed esaltanti prodotti, i più svaria-
ti; conversazioni in italiano con tutte le intonazioni dialet-
tali possibili e tante lingue straniere; gente di tutte le razze:
inglesi, tedeschi, francesi, americani, giapponesi, indiani e
di tutte le altre parti del mondo.
Ero frastornato ed eccitato. Vedevo bar, tavole calde, ri-
storanti immensi, diurni, ingressi di colossali padiglioni
che come bocche inghiottivano e vomitavano una massa im-
ponente di gente e attraverso le quali si potevano intravede-
re macchinari lucidissimi e articoli di ogni genere e tipo,
trenini che conducevano lungo tutti i viali della grande Fie-
ra e, al contrario di quella napoletana d'Oltremare, pochis-
simo verde, ma tanti e tanti prodotti.
Quel giorno mi limitai ad aggirarmi dappertutto per ren-
dermi conto di come fosse articolata una grande Fiera. Ero
felice. All'una pranzai in un ristorante posto in una sala
grandissima e dove vi erano centinaia di tavoli. Dovetti fare
la fila e attendere pazientemente che si liberasse un posto
per sedermi infine insieme con altra gente che già stava
pranzando. Dopo aver terminato era quasi obbligatorio, an-
che se non stabilito, lasciare il posto ai tanti altri che atten-
devano. I camerieri correvano agilissimi, attentissimi e
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bravissimi fra i tanti clienti e non sbagliavano mai: erano
anch'essi un esempio di bravura professionale e di attivi-
smo. Che giornata faticosa doveva essere la loro, ma quanto
dovevano guadagnare fra compensi e mance! Erano il sim-
bolo di quella città che molto da, ma molto richiede.
Rimasi in Fiera fino all'ora di chiusura e poi ritornai in
centro dove cenai e andai al cinema. Era un locale spazioso,
elegantissimo e affollatissimo, tanto che dovetti sedere, co-
me altri, sulla moquette dei gradini della galleria fin quan-
do uno spettatore che andava via mi indicò che il suo posto
era rimasto libero. Anche questa è una cosa che non mi è
mai capitata a Napoli. Nella mia città, quando una poltrona
rimane libera, è una gara a chi se ne impossessa e spesso è
fonte di accesi e rumorosi contrasti. Chi la lascia libera non
solo non si preoccupa degli altri che sono in attesa, ma qua-
si si diverte alle lotte che si scatenano.
Dopo il film andai nuovamente in giro lungo il corso Vit-
torio Emanuele e con un po' di timidezza entrai in un locale
notturno con spettacolo. Non presi posto a un tavolo, ma
mi fermai al bar, dove da lontano ammirai e mi eccitai per
l'esibizione in uno spogliarello di una meravigliosa bionda.
Come avrei voluto andarci a letto! Probabilmente sareb-
be stato possibile, ma non avevo il coraggio di chiederlo a
un cameriere, ne a nessun altro. Ritornai in via Cadere.
Il giorno dopo ero nuovamente in Fiera. Era giunto il mo-
mento di cominciare a prendere contatti con qualche azien-
da del settore elettrico. Studiai il catalogo e mi recai al pa-
diglione specifico. Non vi erano moltissimi espositori. Ne
adocchiai un paio che più potevano fare al caso mio; erano i
più modesti o quasi. Mi aveva preso una gran timidezza. La
vinsi con fatica ed entrai nel primo: era la ditta Misuron di
Trento. Mi avvicinai ad un signore grosso, dal viso abbron-
zato e bonario.
"Vuole darmi qualche indicazione sui vostri prodotti?"
"Sì, con piacere. Cosa le interessa?"
"Vedo che producete contatori elettrici. Vorrei conoscer-
ne le caratteristiche e i prezzi".
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Mi illustrò tutto con precisione e cortesia.
"Siete fornitori di grandi aziende erogatrici di elettrici-
tà?"
"Veramente solo della Volta di Milano".
"E alla SMEMEL di Napoli avete mai fatto un'offerta?"
"No, ma abbiamo qualche piccolo cliente in Abruzzo e
nel Lazio".
"Ma in Campania non siete rappresentati?"
"Non ancora, abbiamo qualche contatto. Sa, è poco che
stiamo pensando ad espanderci. Fino all'anno scorso ci sia-
mo occupati solo dell'alta Italia, ma ora con il nuovo stabi-
limento desideriamo allargare il nostro giro. Lei è interes-
sato all'acquisto o alla rappresentanza?"
"Io alla rappresentanza. Sono ben introdotto alla SME-
MEL e in quasi tutte le piccole aziende della Campania. Ho
collaborato con un mio parente che è l'agente in esclusiva
delle Officine Leonardo".
L'atteggiamento dell'uomo si fece più attento e interessa-
to.
"Si accomodi allo scrittoio, prego".
Ci sedemmo, prese un blocco notes e proseguì:
"Io sono il signor Tronin e sono uno dei titolari della Mi-
suron. E il suo nome, prego?"
"Mi chiamo Gianni Cruni e sono quasi laureato in inge-
gneria".
"Bene, signor Cruni, sono molto interessato alla collabo-
razione. Ma, mi dica, a Napoli non vi è la ditta Perfetta che
produce contatori?"
"Sì, ma sono pessimi mentre, come sa, quelli della Leo-
nardo sono ottimi, ma costano troppo. Se i vostri sono di
buona qualità e, come lei mi ha accennato, hanno un prezzo
non eccessivamente alto, si potrebbe fare un buon lavoro".
"Io ho tanti attestati di clienti sul buon funzionamento
dei nostri contatori e il certificato di collaudo eseguito dal
politecnico di Milano... guardi pure", e mi porse un fascio
di fotocopie.
"Sì, vedo, ma più che leggere è lei che ne deve essere con-
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vinto nel comune interesse".
"Io lo sono, perbacco. Però, veda, non si offenda, se per la
SMEMEL non vi sono problemi, abbiamo un po' di paura
per i pagamenti delle altre ditte della Campania".
Rimasi interdetto e poi:
"Davvero non credo possiate correre più rischi di quelli a
cui andate incontro con qualsiasi piccola ditta di tutta Ita-
lia".
"Sì, forse ha ragione, signor Cruni, e poi prenderemo in-
formazioni".
"A proposito di queste, su di me potrete chiederle presso
il commendator Mortini, rappresentante della Leonardo, e
al Banco di Napoli". Annotava tutto.
"C'è un'altra cosa che vorrei chiederle, signor Cruni".
"Dica pure".
"Rappresenta anche qualche altra ditta del settore?"
Eccola la domanda imbarazzante. Tutti gli inizi sono
così; anche all'università il primo esame è fondamentale,
costituisce la referenza e il biglietto da visita per i successi-
vi.
"No, non ancora. È da poco che ho deciso di mettermi in
proprio e ho preso vari contatti interessanti. Comunque
quello che secondo me è importante è la mia esperienza e
l'introduzione".
"Certo, ha ragione. D'altra parte deve avere anche altre
case, perché non credo che la nostra basterebbe ad assicu-
rarle un guadagno sufficiente".
"Lo so bene. Vorrei ampliare la gamma dei prodotti, an-
che se non può essere quella della Leonardo. Ora però vor-
rei porle io delle domande sulle provvigioni, i termini di
consegna e le condizioni di vendita".
Me le illustrò dettagliatamente e mi sembrarono interes-
santi e valide. Domandai ancora:
"Per l'assistenza tecnica come fate?"
"Nel periodo della garanzia inviarne subito un contatore
in sostituzione di quello eventualmente difettoso. Poi biso-
gnerà vedere sul posto."
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Conversammo ancora e cercai di dargli, ma senza strafa-
re, l'impressione della competenza sia tecnica che commer-
ciale. Ci salutammo riservandoci di scriverci subito dopo la
chiusura della Fiera.
Un vivo senso di soddisfazione mi pervadeva. Ritenevo di
essermi comportato bene e di essere riuscito a mascherare
la timidezza iniziale e la scarsa esperienza. Ero quasi sicu-
ro che avrei ottenuto quella prima rappresentanza, anche
se non era granché.
Nel pomeriggio ritornai nello stesso padiglione e visitai
una ditta di Firenze, la SOMI. Lo stand era molto più gran-
de di quello della Misuron e presentava molti articoli. Vi
erano funzionar! e signorine. Presi contatto seguendo la
stessa tattica che avevo adottato nella mattinata. Ma qui le
dimensioni erano ben diverse. Trovai un'accoglienza fred-
damente cortese, il risultato incerto, ma non pregiudicato
totalmente. Uno dei dati positivi era che avevano da poco li-
bera la zona di Napoli, dove peraltro non erano mai stati ca-
paci di ottenere grosse vendite.
La sera riuscii miracolosamente a trovare una poltrona
libera in un piccolo teatro di via Manzoni. Il mio posto era
nella seconda fila della galleria che era in forte pendenza.
Davanti a me sedeva un'appetitosa ragazza che aveva ai lati
due giovani accompagnatori. La rappresentanzione era
buona, ma non particolarmente avvincente.
Il mio interesse dopo un po' fu attratto dal comportamen-
to di quella ragazza. Aveva il braccio destro posto sotto
quello del suo accompagnatore di quel lato e la mano, bella
e inquieta, carezzava la gamba di questi dal ginocchio
all'inguine. La mano di lui accompagnava, ma non guidava,
quella di lei che, giunta al pene, si poteva immaginare semi-
nascosta toccare, eccitare e masturbare. Tutto ciò era gra-
dito dall'uomo che non sembrava preoccuparsi che gli altri
spettatori potessero vederli.
Ma la cosa che più mi colpì ed eccitò fu il fatto che, con-
temporaneamente all'azione descritta, l'altro braccio della
ragazza, in analoga posizione, carezzava e tormentava il
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compagno alla sua sinistra, il quale, evidentemente più ti-
mido, arrossiva e cercava di allontanare la gamba e il baci-
no, spostandosi verso sinistra, ma lei caparbiamente insi-
steva e lo inseguiva fino a catturare anche lui e il suo mem-
bro.
Venne l'intervallo e i tré si recarono al bar, cosa che feci
anch'io. La ragazza era davvero bella e il suo viso, il suo at-
teggiamento, il suo ammiccare erano profondamente ecci-
tanti. Mentre parlava e scherzava continuamente con i suoi
accompagnatori, il suo sguardo si fermava provocatorio
anche sugli altri frequentatori del teatro.
Quando tornammo a sederci fui ancora più colpito dalla
decisione e determinazione con la quale ella pose le braccia
e le mani nella posizione precedente.
Ero eccitatissimo. Ma come, a quella non solo non basta-
va masturbare il compagno di destra, ma anche l'altro, e in
pubblico!
Alla fine dello spettacolo li seguii e dopo un po' lei, sotto
braccio ai due, si girò, mi guardò seducente e mi disse:
"Ho notato, sai, che non hai fatto altro che guardarmi e
desiderarmi. Vieni," fammi compagnia anche tu".
Diventai rosso come un gambero e mi avvicinai. Lei si
staccò dai due, mi carezzò il viso con una mano, mentre l'al-
tra si impadronì del mio pene.
Tutti insieme ci recammo in un'abitazione vicina, in una
stanza dove vi era un grande letto.
Lei toccava ed eccitava tutti e con movenze aggraziate e
provocanti si spogliò e ci ingiunse di fare altrettanto. Uno
lo fece subito, mentre io e l'altro più timido fummo spoglia-
ti quasi a viva forza e poi, alternativamente e in posizioni
diverse, giacemmo con lei.
Com'era bella e brava, come ci sapeva fare con tutti e tré,
che sensazioni riusciva a darmi: era stupenda, che bello!
Sarei voluto rimanere lì per sempre.
La gente si alzò, le luci erano tutte accese, lo spettacolo
finito. Mi scossi, i tré davanti a me si erano avviati verso
l'uscita. La ragazza era sotto braccio di entrambi. Uscirono
66
in strada e io li seguii. Montarono m un elegante p_der e
partirono. Non si era nemmeno girata a guardarmi. Prose-
guii verso la mia 500 e tornai in via Cadere.
8 Non riuscivo a prendere sonno. Fissavo la parete di fron-
te rivestita di una brutta carta a fiori. Alla fioca luce del lu-
me o sul comodino mi sembrava di vedere proiettate su
quella parete strane ombre. Avevano forme continuamente
Som e mi ricordavano tante cose, come una lanterna ci-
nese animali, case, visi, ma principalmente l'organo gem-
male fernnSnile. Mi sentivo solo, desideroso di compagnia e
Prmdpa^ente di donne. Dovevo andare a donn. Ne_vevo
un desiderio straziante. Sì, dovevo andarci e presto. Quella
^nede dÌ sogno che avevo fatto ad occhi aperti a teatro era
a dimostrazione che pensavo a loro in modo ossessivo. Ce-
to la presenza e principalmente il comportamento d quel_
a ragazza avevano ancor più eccitato i miei sensi e la mia
mente. Pensai alla mia ragazza, così cara e graziosa che era
^novecento chilometri di distanza. Pensai a Milena, la bella
: misteriosa bruna di Fontana Albanese ai suoi grande j
chi neri. Ripensai a quella ragazza del teatro. Perche si
comportava in quel modo, perché con due ^^^
veva essere il suo ragazzo, l'altro un amlco•,perche^
masturbare tutti e due contemporaneamente? Le piaceva.
Udentemente sì. E il suo ragazzo? Certamente se ne era
accorto, e non protestava, forse ne traeva anche lui maggio-
"A^aTs^overamenteimenageatre.manonnd^
so che uno dei tré non ne è a conoscenza, ma con tutti gli
elementi del trio, consapevoli e contenti'
Chi è più poligamo, l'uomo o la donna? Il maschio lo e di
natura, Snch'e nel mondo animale. E la.emmina.Lepros^
tute hanno ogni giorno tanti rapporti. Ma cosa e entra, non
v^par^cipizione, almeno così si dice. Ma il caso che mi si
era presentato era un'anormalità o una normalità? Forse a
MTwo e ancor più nei paesi nordici dove la donna e P^
dipendente, rapporti di questo tipo cominciano a diventare
normali.
67
Il progresso sociale rende la donna simile all'uomo come
atteggiamenti, comportamenti e desideri. Ma l'essere uma-
no è poligamo, anche se non alla luce del sole e comunque
non davanti al proprio partner; quindi quanto avevo visto
non era normale, ma tanto eccitante!
Quella ragazza doveva coglierne due insieme, forse era
una ninfomane o qualcosa di simile.
Continuavo a fissare la parete, poi lentamente spostai lo
sguardo verso il balcone e infine sul pavimento e mi addor-
mentai di un sonno agitato.
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Bruno
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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mar Mag 14, 2013 12:41 pm

CAPITOLO VIII
In Fiera, dopo i primi due contatti del giorno prima, ten-
tai di iniziare nuove proficue trattative per i prodotti che
mi interessavano, ma le ditte o erano quelle molto impor-
tanti e quindi dirette concorrenti della Leonardo che non
era nemmeno il caso di avvicinare, o erano già rappresenta-
te per la Campania. Di conseguenza, nessun'altra possibili-
tà, ma solo una migliore conoscenza dei prodotti della con-
correnza.
A pranzo, in un ristorante della Fiera, mi sentivo un po'
deluso, in quanto mi rendevo conto che non avrei potuto
raggiungere, con i risultati sperati, il mio primario obietti-
vo e quindi bisognava spostare la ricerca in un settore di-
verso da quello elettrico. Ricordai quello che mi aveva det-
to l'ingegnere Marzi sugli ascensori e quindi decisi di cerca-
re in tale campo. Ma mi pesava la solitudine.
Frugai nei miei ricordi, cercando di focalizzare chi avevo
conosciuto che abitasse a Milano e possibilmente una don-
na.
Un lampo: Caterina! L'avevo conosciuta anni prima in vil-
leggiatura a Selva Gardena. Era una ragazza di età maggio-
re della mia, non era molto bella, ma fine, delicata e simpa-
tica. A quei tempi era fidanzata con uno studente dell'Acca-
demia di Belle Arti. Chissà se si era sposata. Per alcuni anni
ci eravamo scambiati gli auguri per Natale; avrei potuto
provare a telefonarle. E il cognome? Dopo un po' lo ricor-
dai: Strini. Andai al telefono, cercai il numero, lo trovai, lo
69
composi. Mi rispose una donna.
"Pronto, casa Strini".
"Buon giorno. Sono un amico della signorina Caterina,
c'è?"
"Attenda, prego".
Dopo un po' la melodiosa voce:
"Pronto, chi è al telefono?"
"Caterina?"
"sì"-
"Sono Gianni Crum. Ti ricordi di me? Il napoletano
Selva". -^
"Ah, sì... dove sei, a Milano?"
"Sì, sono qui e mi tratterrò alcuni giorni. Come stai?"
"Bene, e tu? Oh, che piacere sentirti. Se ti trattieni a Mi-
lano dobbiamo assolutamente vederci. Com'è che ti sei ri-
cordato di me e cosa hai fatto in tutti questi anni?"
"Vediamoci subito".
"Come subito?"
"Sì, io oggi sono libero e vorrei andare a San Siro. C'è il
Gran Premio Fiera. Perché non ci andiamo insieme?"
"Ma sei sempre il solito pazzo napoletano. Così, subito;
ma debbo prepararmi. Dove sei ora?"
"Sono in Fiera".
"... Allora, senti, fra mezz'ora vieni da me, così saluterai
anche mia madre e poi andremo a San Siro".
"D'accordo, con piacere. Che strada debbo fare?"
"Hai una piantina?"
"Sì".
"Allora guarda, dalla piazza Giulio Cesare arriva in piaz-
za Piemonte, poi girando a sinistra vai in piazza Baracca e
di lì prosegui per i Bastioni fino a Porta Vigentina. Io abito
lì vicino".
"Vengo subito. Preparati. Ciao".
Ero felice: non sarei stato più solo. Avevo una compagnia
e anche piacevole.
È bello avere conoscenti che ti ricordano con simpatia,
anche se per cinque o sei anni non ci si è frequentati.
70
Uscii dalla Fiera e volai da lei. Presi l'ascensore di un ele-
gante e moderno palazzo in una zona residenziale e bussai
alla porta. Mi aprì una domestica, dissi chi ero, mi fece ac-
comodare in un pranzo-salotto molto ampio e ben arredato
dove vi era la madre che mi salutò con cortesia e mi presen-
tò al fratello, un signore molto distinto sui cinquant'anni.
Dopo pochi minuti entrò nella stanza Caterina. Non era
molto cambiata. Alta, snella, un volto raffinato, modi ele-
ganti e semplici.
"Come stai? Sei cresciuto e irrobustito. Ti sei fatto più
uomo".
"Tu sei come allora. Stai benissimo".
"Mamma, noi andiamo, se no perderemo le corse".
Baciò la madre e lo zio, salutammo e andammo via.
Feci per guidarla alla mia auto, ma lei:
"Andiamo con la mia. Sono più pratica delle strade. La
tua lasciala qui, la prenderai al ritorno".
Poco distante era una linda 600, molto ben tenuta, con
delle graziose coperture e tanti accessori utili e fini che era-
no lo specchio della proprietaria. Salimmo e partimmo.
"Ma guarda che sorpresa! Dopo tanti anni ti fai vivo im-
provvisamente. Sei sempre il solito pazzo simpatico napole-
tano. Cosa fai qui e cosa hai fatto in questi anni?"
"Io studio ingegneria e sono quasi alla fine. Sono qui per
la Fiera a esaminare alcuni macchinari per l'edilizia che
possono interessare mio padre e quindi anche me. E tu, sei
sempre fidanzata con il ragazzo che ho conosciuto a
Selva?"
"Ah, Pierluigi. No, da parecchi anni ci siamo lasciati. E
tu?"
"Sono fidanzato".
"Io quasi".
"Come quasi?"
"Ho un ragazzo che mi frequenta spesso e con il quale di
tanto in tanto esco, ma nulla di serio".
"E cosa fai, lavori?"
"No, in questi anni papa e mamma si sono separati e io
71
sto sempre con lei. Ora che ho l'automobile andiamo di fre-
quente fuori Milano per qualche giorno... Ma guarda un
po', dopo anni una telefonata e subito insieme".
Era visibilmente contenta. Evidentemente le ero stato
simpatico prima e le ero piaciuto ora.
Arrivammo all'ippodromo del trotto che è fra il grande
stadio calcistico e quello del galoppo. Il quartiere che ave-
vamo attraversato era molto bello e del tutto residenziale,
con prati e villette graziose e pulite. L'ippodromo invece
non era un granché, era vecchio e male attrezzato; ma ri-
spetto a quello napoletano di Agnano aveva i tavolini del
Caffè in buona posizione dalla quale si poteva osservare
con comodità la pista.
Puntammo, o perlopiù puntai e vinsi. La corsa principale
vide il trionfo del cavallo più benvoluto che in quei tempi
corresse sugli ippodromi, l'indigeno Tornese che aveva vin-
to anche a Napoli due Premi Lotteria.
Stavamo bene .insieme. C'era fusione e simpatia. Dopo le
corse Caterina avrebbe voluto ritornare a casa, ma io la-
convinsi ad andare al cinema in centro.
Per tutto il film parlammo quasi in continuazione, come
dei vecchi e buoni amici e i vicini di posto spesso furono co-
stretti a pregarci di fare silenzio.
Quando lasciai Caterina sotto casa ero lieto e disteso e lei
felice ed entusiasta. Ci ripromettemmo di telefonarci e ve-
derci spesso durante il mio soggiorno milanese.
Attraversai tutta la Fiera -continuavo a entrare dalla por-
ta Sei Febbraio- e mi recai nella zona riservata all'edilizia
dove incominciai a visitare gli stands delle case costruttrici
di ascensori. Non erano moltissime e comunque tutte ditte
molto importanti e già soddisfacentemente rappresentate
in Campania.
Nel catalogo generale avevo però notato che vi era, alla
voce "elevatori", un nome che non mi sembrava conosciu-
to, Magli di Partana. Esponeva nel colossale padiglione ri-
servato alle macchine per il legno. Vi andai e, fra una mas-
sa enorme di strane e per me completamente sconosciute
72
macchine per il legno, come scortecciatrici, segatrici, pial-
latrici, fresatrici, torni, levigatrici, mortasatrici, fui colpito
da tré elevatori di tipo originalissimo. Erano posti non per-
pendicolarmente al suolo, ma in forte pendenza, come una
specie di grandi scaletti da casa, azionati da motore elettri-
co e lungo le guide, alte cinque, sei metri o più, correva una
piccola cabina aperta.
Mi avvicinai e osservai bene e poi chiesi ad un signore,
che più che industriale sembrava un contadino, ma di quel-
li del nord:
"Come funzionano e perché questa forma strana?"
"Vede, questi, nonostante la forma, sono dei veri e propri
ascensori, o più propriamente elevatori. Ma, al contrario
degli altri e in virtù della forma, non sono soggetti a collau-
do da parte dell'Ente Nazionale Prevenzione Infortuni. Co-
me può notare, sono anche fomiti di ruote e possono essere
usati sia per caricare legname sulle tante cataste delle se-
gherie e dei depositi, ma possono anche essere applicati in
posizione fissa, purché sempre inclinata".
"Interessantissimo. E i comandi, e la portata?"
"I comandi avvengono attraverso questa pulsantiera mo-
bile, quindi il carrello è telecomandato. La portata può es-
sere anche elevata, ma normalmente è di cento, centocin-
quanta chilogrammi".
"E come altezza?"
"Possono raggiungere anche dieci, dodici metri e anche
di più in posizione fissa, altrimenti la media è di sei metri".
Mi informai del prezzo che era ottimo e fortemente con-
correnziale.
Ero eccitato e interessato. Forse avevo trovato qualcosa
di veramente nuovo e con possibilità di larga utilizzazione.
Domandai:
"Siete rappresentati in Campania?"
"No, non ancora".
"Vede, io sono molto interessato. Sono amico dell'inge-
gner Marzi, capofiliale di Roma degli ascensori SMOM, che
è stato per vari anni rappresentante nel settore a Napoli.
73
Ho anche collaborato con il commendator Mortini, agente
delle Officine Leonardo".
"Interessante. E ha quindi buone conoscenze a Napoli?"
"Certo. E un ufficio e garanzie bancarie".
"Allora le interesserebbe assumere la rappresentanza in
esclusiva per la Campania".
"Certamente. Vorrei sapere quali sono le condizioni che
prevedete nel vostro contratto di agenzia".
Me le disse e parlammo di forniture già fatte in altre cit-
tà. Mi mostrò il depliant dell'elevatore, simpatico e ben ese-
guito e mi fece vedere dei disegni esecutivi per applicazioni
particolari. Gli lasciai l'indirizzo e le referenze e ci ripro-
mettemmo di incontrarci ancora nei prossimi giorni.
Non avrei voluto mostrarmi molto interessato, ma
quell'elevatore mi piaceva sempre più e prevedevo delle
grandi possibilità di vendita e di sviluppo nella Campania.
Andai via felice e soddisfatto. Caterina mi aveva portato
fortuna.
Le telefonai e prendemmo appuntamento in centro.
Quando giunsi in piazza San Babila, lei era già lì ad atten-
dermi. La osservai attentamente: non era bella, ne graziosa,
ma tanto fine, ben vestita, delicata nei modi e nel parlare e
anche tanto simpatica e alla mano. Mi vide e mi fece un cen-
no festoso, accingendosi a venirmi incontro.
Ero lieto di averla ritrovata. Stavo bene con lei e mi senti-
vo sicuro e senza complessi. A braccetto passeggiammo per
le vie del centro e ci recammo in uno dei tanti snack-bar,
dove cenammo a base di sandwiches e sottaceti.
Com'era lontana Napoli con i suoi mille problemi, come
remoti i noiosi pomeriggi trascorsi con Mortini. Tutto sem-
brava bello e radioso. E Fontana Albanese, e i tanti paesini
dell'interno della Campania, le strade sconnesse che attra-
versavano contrade desolate, le donne segregate, le case
vecchie che si appoggiavano l'un l'altra per aiutarsi a non
cadere, i contadini con i volti scavati dalle intemperie e dal-
la fatica, appartenevano certo ad un altro pianeta. In que-
sto vi era solo lusso, ricchezza, luci, divertimenti, cinema,
74
teatri, bar, ristoranti, locali notturni, donne evolute, sedu-
centi e ben vestite, automobili eleganti, negozi colmi di tan-
te belle cose e, sì, anche lavoro, tanto lavoro, ma ben pagato
e compensato dai tanti svaghi!
75
CAPITOLO IX
II ritmo della mia vita milanese rimase nei giorni succes-
sivi intensissimo, ma non più caotico come prima. La matti-
na e il primo pomeriggio ero in Fiera per proseguire nei
contatti con possibili ditte da rappresentare e poi, dopo
una breve sosta in via Cadere, con Caterina con la quale mi
trattenevo fino a quasi, e certe volte oltre, la mezzanotte.
Che differenza dai primi giorni trascorsi nella grande
metropoli da arrabbiato o quasi! Ora mi consideravo un in-
tegrato e mi sembrava di essere sempre vissuto là. Mi ci
trovavo bene ed ero orgoglioso di me per essere riuscito in
così breve tempo ad organizzarmi, farmi rispettare e voler
bene.
Nella casa dove dormivo i miei rapporti con l'anziana si-
gnorina La Gioia erano sempre più cordiali. Mi guardava
con ammirazione, specialmente da quando Caterina aveva
iniziato a telefonarmi sempre più spesso. La donnetta, pur
avendo cinque pensionanti per la Fiera (me compreso) e
due fissi, sembrava avere particolari attenzioni solo per
me.
Mi portava la colazione e il giornale e poi correva a pulire
il bagno comunicandomi, appena pronto, che potevo andar-
ci con tutta calma. Portando con me lo spazzolino da denti,
il rasoio elettrico e gli asciugamani, lo trovavo lindo e pro-
fumato come non avrei mai pensato si potesse tenere un im-
pianto così vecchio e usato da tante persone.
Molte volte, mentre mangiavo, mi teneva compagnia e mi
76
raccontava di lei, rimasta ormai sola dopo il matrimonio
dei fratelli e delle sorelle. Viveva facendo la sarta e si aiuta-
va dando in fitto per tutto l'anno due delle quattro stanze a
operai immigrati a Milano. Questi però, durante la Fiera,
erano costretti a dormire nel piccolo ingresso e nel breve
corridoio per lasciare libere tutte le stanze della casa agli
occasionali pensionanti che venivano a Milano per i quindi-
ci giorni della Fiera. Anche la sarta lasciava in quel periodo
la sua stanza e dormiva su un materasso gettato sul pavi-
mento della vecchia cucina.
Quanta miseria, ma quanta dignità sia in lei che in quegli
operai, della cui presenza mi accorgevo solo la notte quan-
do rientrando dalle mie uscite con Caterina, li vedevo pro-
fondamente addormentati su lettini di fortuna.
Quel piccolo quartierino era di notte affollatissimo, ma
la donnetta riusciva a tenere tutto in ordine perfetto e si
mostrava sempre allegra e gentile. Era infaticabile e con
tante faccende da sbrigare, oltre il suo lavoro di sarta, tro-
vava anche il tempo per lavare e stirare la biancheria e i ve-
stiti dei pensionanti. Ma con me la sua cortesia era davvero
particolare e forse dipendeva dai miei modi educati e cor-
diali e dal fatto che lei, meridionale come me, era orgoglio-
sa del mio modo di parlare che le rivelava una cultura di
base che non era abituata a riscontrare negli altri nostri
conterranei. Il vedere poi quella signorina milanese così
perbene e raffinata - l'aveva vista una volta in strada -
mostrare tanto interesse per quel suo pensionante la esalta-
va e la faceva sentire partecipe del mio successo.
Se quindi quelle sette; otto ore che ogni giorno dedicavo
alla Fiera, invece di essere solo un tentativo per procacciar-
mi rappresentanze per la Campania, fossero state dedicate
a un vero e proprio lavoro, mi sarei sentito, forse per la pri-
ma volta nella mia vita, tranquillo, soddisfatto e orgoglio-
so.
Indubbiamente il fatto di essere così lontano dalla mia
famiglia', tanto oppressiva e con idee così particolarmente
tradizionali, era la causa prima della mia soddisfazione e
forse aveva costituito la base del mio buon inserimento.
Purtroppo però non potevo dimenticare del tutto, anche
se spesso ci riuscivo, che la mia situazione era precaria e
che di lì a pochi giorni avrei dovuto lasciare Milano per ri-
tornare nella mia città dove avrei dovuto recare dei risulta-
ti positivi in termini di lavoro del mio soggiorno milanese.
Non poteva certo bastarmi, per gli scopi che mi ero prefìsso
e che costituivano la conditio sine qua non per poter inizia-
re l'attività che avevo dovuto scegliere, il fatto di essere
così ben riuscito ad ambientarmi nella città lombarda.
Trassi quindi un primo bilancio dei miei contatti di lavo-
ro in Fiera e il risultato non era certamente esaltante, ma
non era nemmeno del tutto negativo. L'obiettivo principale
e naturale che avevo pensato di raggiungere era quello di
aggiudicarmi, forte della mia esperienza con Mortini, rap-
presentanze nel settore elettrico. Qui però, a parte la.Misu-
ron di Trento e forse la SOMI di Firenze, non sarebbe sta-
to possibile raggiungere altri traguardi. Vi era poi la ditta
di elevatori Magli che pensavo avrebbe potuto rendere pa-
recchio e la cui assunzione di rappresentanza era alla mia
portata. Le sfere di azione però erano molto diverse e non
sarebbero potute coesistere, per cui dovevo operare una
scelta immediata per cercare altre rappresentanze da poter
affiancare all'uno o all'altro settore.
Ci pensai su a lungo e optai per la ditta di elevatori; quin-
di decisi di orientare le mie ricerche in un settore abbastan-
za vicino come cognizioni tecniche e possibili clienti, quello
delle macchine edili.
Maledizione! Sembrava che il destino volesse farsi beffe
di me! Proprio nel campo edile avrei dovuto agire. Quello
era il settore di mio padre che vi aveva operato per tanti an-
ni, ma non certo come rappresentante, attività non proprio
da ludibrio, ma non completamente "eletta", bensì come
imprenditore e professionista, il massimo della gloria! Ma
tant'è, bisognava fare buon viso a cattivo gioco.
In Fiera mi recai nella zona compresa fra viale del Lavo-
ro, quello della Meccanica e quello dei Prefabbricati. In
78
questa specie di triangolo vi era buona parte degli stands
delle ditte produttrici di macchinari edili e prodotti affini.
Era una specie di foresta i cui alberi erano costituiti da
ponteggi metallici, grues, castelletti con elevatori, ai cui
piedi facevano mostra di sé betoniere di ogni grandezza e ti-
po, molazze, frantoi, carriole e tutto quello che avrebbe re-
so felice un imprenditore edile.
Mi aggiravo fra macchinari a me purtroppo ben noti e
che tante volte avevo visto in attività nei cantieri. Certo, qui
si presentavano puliti e quasi eleganti, sfavillanti di vernice
non ancora contaminata dalle mani grevi di fatica e spor-
che di terra, sabbia e cemento degli operai edili, una delle
categorie fra le più soggette a un lavoro incerto e pesante.
Mi ricordavano mie passate brevi esperienze di lavoro,
nella veste di assistente tecnico e di figlio dell'imprendito-
re. Ricordavo quel mondo ricco di umiltà e di miseria, ma
anche di ingenuo entusiasmo.
Vecchi e giovanissimi manovali; tagliamonti cinquanten-
ni che dimostravano più di settant'anni, consumati
com'erano dal lavoro pesante all'aria aperta e polverosa;
ferraioli ben pagati perché molto richiesti, dalle mani di
ferro come quello che piegavano per costituire l'anima dei
pilastri, delle travi e dei travetti; carpentieri senza paura e
a volte incoscienti, che atleticamente saltavano da un pila-
stro all'altro per collegarli con le loro cassaforme in legno,
capocantieri, con viso e voce autoritari, che imponevano un
ritmo di lavoro più intenso; assistenti, architetti e ingegne-
ri che indossavano, unici fra tanta gente, giacche, cravatte
e camicie pulite, intenti a parlare, osservare, misurare, cal-
colare e impartire ordini al capocantiere e ai capisquadra.
Improvvisamente mi trovai davanti uno stand la cui gran-
de insegna mi ricordava un nome noto, Ricci di Ancella, la
ditta che l'ingegnere Marzi aveva rappresentato a Napoli.
Non era uno dei più grandi, ma sicuramente uno dei più or-
dinati e frequentati. Mi feci largo fra i visitatori e raggiunsi
una specie di baracca da cantiere dal tetto in alluminio che
fungeva da ufficio e vi entrai. C'era un signore basso, ma
79
robusto che si girò verso di me e mi chiese:
"Desidera qualcosa?"
"Sì, desidererei avere informazioni sulle vostre macchi-
ne".
"Ma certo, a sua disposizione. Lei è?"
"Mi chiamo Cruni e sono di Napoli."
Annotò l'indirizzo.
"Mi dica, signor Cruni, qual è la macchina che le interes-
sa?"
"Sono un amico dell'ingegner Marzi che vi ha rappresen-
tato per molti anni a Napoli e che mi ha consigliato di rivol-
germi a voi a suo nome".
"Ah, l'ingegner Marzi. Lo ricordo benissimo. Io sono il
geometra Zanni, vice direttore commerciale. L'ingegnere
ha fatto molto per la nostra, azienda in Campania... Ora se
non sbaglio vive a Roma". -.--"
"Proprio così. Dirige la filiale degli ascensori SMOM".
"Esatto. Fu quando entrò alla SMOM che lasciò la rap-
presentanza della nostra ditta. Come sta?"
"Bene e vi ricorda con molta simpatia. Mi ha parlato mol-
to di voi e mi ha detto della vostra serietà e della qualità su-
periore delle vostre macchine".
"È il nostro vanto! Non siamo grandi come Giorgi & Fer-
retti di Milano, o come la Lombardini di Roma, ma le no-
stre macchine e la nostra organizzazione non hanno nulla
da invidiare a quelle, anzi la nostra esperienza è maggiore,
perché siamo una delle primissime ditte che in Italia hanno
costruito macchine per edilizia. Pensi che ci sono nostre be-
toniere in funzione da più di trent'anni e che non hanno mai
dato fastidi".
"Sì, proprio questo mi diceva lui... E ora chi vi rappresen-
ta a Napoli?" Sperai follemente che rispondesse
"nessuno", invece:
"Ora l'ingegner Fani che ha l'ufficio alla via Riviera di
Chiaia".
"Ah, bene. E immagino che l'attività sarà sempre
ottima". Non riuscii a mascherare un po' di delusione.
80
Zanni mi osservò meglio e poi:
"Ma forse era interessato anche lei alla rappresentan-
za?"
"Veramente sì. Vede, io ho studiato ingegneria e non so-
no lontano dalla laurea, ma ho deciso di lavorare e per alcu-
ni mesi ho collaborato con il commendator Mortini che è il
rappresentante delle Officine Leonardo produttrici di iso-
latori, trasformatori e interruttori per centrali elettriche...
Credo che sia la più importante nel settore, la conosce?"
"Come no, un'azienda enorme e con vari stabilimenti".
Confortato, decisi di essere del tutto sincero e precisai:
"Ho deciso di mettermi in proprio e sono in Fiera appun-
to per assumere la rappresentanza di qualche ditta del set-
tore elettrico che mi permetta di sfruttare la mia compe-
tenza e le numerose conoscenze che ho acquistato nel ra-
mo. Però, a parte una o due ditte di media grandezza, quelle
più interessanti sono già ben rappresentate a Napoli e poi
non ce ne sono mica molte. Marzi mi aveva consigliato gli
ascensori e qui ho la possibilità di assumere la rapprese^
tanza per la Campania di una ditta che produce elevatori di
tipo rivoluzionario che penso possano avere un notevole
successo. Vorrei quindi affiancare a questa altre rappre-
sentanze che abbiano una potenziale clientela abbastanza
vicina e che quindi mi permetta con gli stessi contatti di po-
ter trattare più prodotti".
Mi studiò attentamente e poi:
"Io sono solo il vice direttore e il nostro direttore, signor
Mazzari, è partito proprio ieri. Comunque mi sento autoriz-
zato a dirle, perché lei è amico dell'ingegner Marzi, che l'in-
gegner Fani è molto impegnato con la sua rappresentanza
principale, gli ascensori SCODER di Modena e non può cu-
rare bene i nostri prodotti. Ci ha quindi comunicato che
forse lascerà la nostra rappresentanza, a meno che non tro-
vi un valido collaboratore. Se il signor Mazzari è d'accordo,
posso scrivergli e parlargli di lei... Ma, mi dica, ha un uffi-
cio, introduzione e competenza nel settore edile a parte i
suoi studi universitari?"
81
Ero emozionato, ma anche contrariato: si apriva uno spi-
raglio. Volevo una rappresentanza, non una collaborazione
e poi avrei dovuto parlare di mio padre. Vinsi l'emozione e
il fastidio e affermai:
"Certamente, usufruirei dello studio di mio padre e della
sua segretaria. Sa, lui è architetto ed è stato costruttore.
Per quanto riguarda l'esperienza, ne ho parecchia ed anche
di macchine edili. Poi il mio cognome è conosciuto nell'am-
biente".
Il geometra sembrava interessato, ma non in maniera
esaltante. Annotò tutto quanto gli avevo detto e concluse:
"Bene, la ringrazio, signor Cruni. Parlerò di lei in sede e
le scriveremo".
"Sono io che ringrazio lei. Ma ora vuole darmi dei de-
pliants dei vostri prodotti e illustrarmeli?"
Volevo dimostrare la mia competenza.
"Con piacere. Ora l'affiderò a un mio collaboratore".
Si recò all'ingresso della baracca e chiamò con autorità
un giovane alto e ben vestito che era impegnato ad illustra-
re ad alcuni visitatori il funzionamento di una grande beto- ^
niera. Questi si' girò immediatamente.
"Mi dica, signor Zanni".
"Senta, Rossi, appena ha terminato mostri al signor Cru-
ni la nostra produzione e gli dia depliants di tutto".
"Con piacere" e a me: "Fra qualche minuto sarò da lei".
"La ringrazio ancora, geometra. Mi tratterrò ancora al-
cuni giorni a Milano e tornerò a visitarla. Attenderò poi che
mi scriva".
"La rivedrò con piacere. Stia tranquillo che le scriveremo
e mi saluti l'ingegner Marzi".
Dopo poco il giovane funzionario, con competenza e pi-
gnoleria, mi illustrò dettagliatamente le macchine esposte
e mi riempì le mani di depliants. Era proprio una bella
azienda e la produzione di prima qualità. Sarebbe stato
esalta'nte e producente poterne assumere la'rappresentan-
za, ma non nutrivo soverchie illusioni, in quanto ritenevo
che una ditta come quella, anche se non di grandi dimensio-
82
ni, aveva notevoli tradizioni e una mentalità che la portava-
no a non rischiare con giovani alle prime armi, ma a punta-
re su rappresentanti collaudati e molto ben qualificati.
Incominciavo ad essere stanco di tutto quel. mio girare
per la grande e affollatissima Fiera, il dover annotare detta-
gliatamente tutto per fare tesoro delle esperienze e delle
conoscenze di uomini e macchinari che andavo facendo, il
compilare specchietti comparativi fra'le ditte e i prodotti in
concorrenza fra di loro, ma quello che essenzialmente mi
aveva sfinito era il dover assumere in tutti quei contatti un
tono e un atteggiamento che non mi erano spontanei e prin-
cipalmente il dover forzare il mio carattere orgoglioso.
Caterina trovò quindi terreno più fertile, quando inco-
minciò qualche volta a propormi di uscire insieme anche di
mattina e nel primo pomeriggio per farmi meglio conosce-
re Milano.
Si vedeva chiaramente che le piacevo e che provava gioia
nello stare con me. Dal nostro conversare di quei giorni sa-
pevo di esserle stato simpatico già dai tempi della nostra
conoscenza durante la villeggiatura di Selva, ma ora evi-
dentemente, a quasi cinque anni di distanza, mi trovava più
uomo e ancor più di suo gusto. Eravamo molto di frequente
insieme e mi conduceva con la sua auto in giro per la città
facendomene conoscere gli aspetti più interessanti. Andam-
mo in Santa Maria delle Grazie, dove ammirammo L'Ultima
Cena di Leonardo, sul Duomo a pochi metri dalla Madonni-
na, a prendere il tè sulla torre del parco, alla Pinacoteca di
Brera e in molti altri posti interessanti.
Incominciavo a vivere in quella città sempre più da mila-
nese e ne andavo apprendendo di giorno in giorno cose co-
nosciute solo dai veri milanesi. Mi trovavo con lei perfetta-
mente a mio agio e gustavo ogni momento della giornata
senza smanie, senza "arrabbiature", ma solo con una ge-
nuina voglia di vivere.
Come sembravano lontani quei primi giorni trascorsi da
solo nella grande città settentrionale, come lontano quel
mio assetato girovagare fra un night e un teatrino di spo-
83
gliarelli, come lontane quelle mie immaginazioni di avven-
ture strane e forse impossibili e principalmente si era quie-
tato in me anche quel gran desiderio di rapporti sessuali.
Eppure con Caterina non avevo fatto altro che conversare,
andare a braccetto, ridere, scherzare e parlare del presente
e del passato. Non provavo per lei alcuna attrazione fisica,
ma solo una profonda amicizia e una spiccata simpatia.
È proprio vero che solo gli emarginati partoriscono idee
e sentimenti ossessivamente violenti!
Mi sentivo con lei sicuro, tranquillo e appagato. Certo, mi
rendevo conto che lei non provava per me gli stessi senti-
menti. Lei, così calma, fine, educata e controllata aveva at-
teggiamenti, ansie e richieste che non le erano naturali. An-
che, ad esempio, quel suo telefonare continuamente in Via
Cadpre, quel mostrarsi sempre disponibile, il non parlarmi..-
più del suo corteggiatore, quel desiderio di stare con Une
ogni momento possibile, erano una chiara indicazione che
per lei significavo molto, molto di più di un semplice e caro
amico.
Ma Caterina non era il mio tipo. Non era una di quelle ra-
gazze che mi potevano interessare sessualmente. Poteva, al
limite, forse farmi innamorare di lei con quella sua aria
dolce e piena d'affetto. Ma il mio cuore già era occupato:
amavo sinceramente e in modo dolcissimo la mia ragazza di
Napoli che volevo sposare e al più presto. Eppure che diffe-
renza fra loro: in Caterina vi era libertà di agire, di uscire,
andare a teatro, a cena e al cinema a qualsiasi ora. La fami-
glia, rappresentata dalla madre, non dava alcuna oppres-
sione o fastidio. Era il prodotto delle maggiori conquiste
sociali del Nord. Qui la donna non era una schiava o una se-
gregata, non che a Napoli lo fosse, ma le famiglie desidera-
vano che la "gente" non sparlasse e quindi le ragazze non
sposate dovevano rientrare a una certa ora, se non erano
accompagnate dai fratelli o genitori. Quanta importanza si
da a Napoli alla "gente", ai vicini e questi sembra non ab-
biano altro da fare che pettegolare sui conoscenti o sui vici-
ni di casa. A Milano si ha la sensazione che ognuno pensi so-
84
10 alle proprie cose e non dia minimamente fastidio agli al-
tri, rispettandone il modo di vivere e l'intimità. Molti'dico-
no che nelle grandi città del Nord manchi umanità e che la
gente sia troppo egoista per occuparsi degli altri, ma invece
questo è un modo di vivere civile ed evoluto. Libertà signifi-
ca innanzitutto rispettare quella degli altri.
Chissà cosa pensava Caterina del mio comportamento
nei suoi riguardi. Ero gentile, cordiale e affettuoso con lei e
non di rado anche galante. Forse pensava che prima o poi le
avrei detto qualche parola di amore e di desiderio. Forse,
anzi sicuramente, attendeva con ansia che quello che lei
pensava fosse il mio vero sentimento nei suoi confronti si
manifestasse.
Una sera andammo a teatro, il Sant'Erasmo, particolaris-
simo in quanto nella sala non troppo vasta il palcoscenico è
posto al centro fra due gradinate dove, in poltrona, sedeva-
no gli spettatori che avevano così l'impressione - special-
mente quelli delle prime file'- di partecipare allo spettaco-
lo. Ne rimasi colpito - ero in seconda fila - e avevo la sen-
sazione di poter toccare quegli attori famosi che recitavano
a un paio di metri da me.
Dopo ci recammo in un bar sfarzoso dove al piano supe-
riore, in una sala raccolta ma arredata con ricercatezza, si
esibiva un abile pianista che eseguiva musiche di Ger-
shwin.
Caterina indossava un sobrio e proprio per questo ele-
gante abito scuro moderatamente scollato che valorizzava
11 suo corpo snello e ben fatto, anche se un po' troppo ma-
gro. Le braccia nude non erano tornite, ma lunghe e curate,
come le mani, forse la sua cosa più bella. I pochi e semplici
gioielli e il comportamento sicuro, raffinato e naturale
completavano l'insieme.
Mi sentivo orgoglioso della mia amica. Ella infatti era
una delle donne più concretamente eleganti fra le tante che
affollavano la piccola sala, come fra quelle che avevo visto
poco prima a teatro. Chissà quanti me la invidiavano. Io,
giovane del Sud, giunto a Milano alla ricerca di una mode-
85
sta rappresentanza, avevo avuto la fortuna di potermi ac-
compagnare a lei e forse esserne amato e non coglievo l'oc-
casione. Mi incominciò a sembrare anche bella e quella se-
ra, quando l'accompagnai sotto casa, la baciai e lei ricam-
biò con trasporto e seppe mascherare con la solita classe la
delusione, dopo il lampo di gioia, che indubbiamente aveva
provato quando non diedi seguito al bacio.
86



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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mar Mag 14, 2013 12:44 pm

CAPITOLO X
Fin da quando ero partito da Napoli, mi ero ripromesso
di visitare, approfittando di un pomeriggio libero, Lugano e
Campione d'Italia delle quali avevo tanto sentito parlare.
Più volte, da quando frequentavo Caterina, le avevo chie-
sto di accompagnarmi, ma lei, così accondiscendente nei
miei riguardi, procrastinava questa gita adducendo vari
pretesti.
Perché si comportava così? Temeva forse di apparirmi
troppo libera nell'accettare di recarsi con me fuori Milano?
O forse la madre, che apparentemente non interferiva nei
suoi movimenti, non glielo avrebbe permesso? O forse te-
meva, dopo il bacio che le avevo dato la sera del teatro e gli
altri che ogni notte salutandoci ci scambiavamo, che le
avrei chiesto di più trovandoci soli in auto fuori città?
Una sera — era uno degli ultimi giorni che avrei potuto
trascorrere a Milano (i soldi e la Fiera stavano finendo) — le
rinnovai l'invito, ma lei mi rispose che il giorno dopo non
avrebbe potuto .lasciare la madre sola fino a tardi e che for-
se saremmo potuti andare in quello successivo. Non le chie-
si più nulla e nel salutarla la lasciai tenendole il broncio e
non le diedi l'ormai tradizionale bacio della buonanotte che
' tanto sembrava gradire.
Verso le 14 del giorno seguente direttamente dalla Fiera
' partii per Campione. Da corso Sempione — com'ero diven-
tato bravo con gli insegnamenti di Caterina a districarmi
fra il traffico e le strade di Milano! — imboccai, dopo il
87
grande rondò, l'autostrada per Como.
La giornata era limpida e calma e osservavo con gioia e
quasi con orgoglio il susseguirsi sui lati della strada, anche
se a notevole distanza, degli innumerevoli stabilimenti in-
dustriali, piccoli, grandi e a volte immensi, che sormontati
da enormi e visibilissime insegne, producevano mercé di
ogni genere e tipo. Sembrava di essere'piombati in un caro-
sello televisivo. Mobili, biscotti, fernet, panettoni, motoci-
clette, automobili, scarpe, pneumatici e tanti altri prodotti
dai nomi famosi. Anche l'aria era pregna di odori stranissi-
mi nei quali di volta in volta si poteva forse avvertire quello
caratteristico dei prodotti che a breve distanza venivano
fabbricati. Solo molto di rado assumeva l'odore più natura-
le di campagna.
Grosse automobili o agili e ruggenti sportive mi supera-
vano in continuazione, mentre sempre più di frequente in-
crociavo immensi autotreni colmi di ogni mercanzia. Era
quella l'immagine della ricchezza lombarda, punta di dia-
mante del boom economico italiano di quegli anni.
Lasciata l'autostrada a Como, costeggiai il lago e rag-
giunsi in breve tempo il confine a Ponte Chiasso e, munito-
mi dell'assicurazione obbligatoria per la mia automobile,
entrai in Svizzera dove fui particolarmente colpito da gran-
di cartelloni che, sui marciapiedi, sui muri e infine sulle
stazioni di servizio, pubblicizzavano il costo della benzina
tanto inferiore a quello italiano.
Attraversai Mendrisio, Capolago e giunsi a un bivio dove
un cartello stradale indicava a sinistra Lugano e a destra
Campione.
Andai a Lugano dove le strade strette, ma pulitissime era-
no ricche di negozi ordinati, ma infinitamente più piccoli e
meno illuminati di quelli milanesi. Superato il centro, dopo
una curva che costeggiava il lago e vicinissimo a dei giardi-
netti molto ben tenuti, vi era il Kursaal, una specie di Casi-
no posto in un bei palazzotto, dove su una facciata laterale
vi era un cinematografo.
Rimasi stupito nel vedere che l'ultimo spettacolo iniziava
88
alle 20 e che durante la proiezione non era permesso entra-
re nella sala.
Che differenza con quelli italiani e specialmente con
quelli napoletani, la cui ultima rappresentazione iniziava
anche alle 23. Da una piccola cosa si può avere l'immagine
di modi di vivere e di mentalità tanto diversi.
Dopo una passeggiata nella piccola città, entrai nel Kur-
saal. Vi era una roulette a nove numeri e poca gente. Mi an-
noiai subito e presto ripartii diretto a Campione.
Ripercorsi il ponte basso che attraversa il lago e mi immi-
si sulla strada per questo strano lembo d'Italia, tutto cir-
condato da territorio svizzero. Due alte colonne indicavano
l'ingresso della cittadina e poco dopo parcheggiai davanti
al Casino.
Quanta differenza con il Kursaal di Lugano. Il fabbricato
non era molto più grande, ma all'interno, che lusso e che
movimento! Pavimenti in marmo pregiato, grandi lampada-
ri di cristallo, tende di velluto, valletti in livrea e moltissi-
ma gente che si affollava vicino ai numerosi tavoli dove si
giocava con accanimento alla roulette, al baccarà, allo che-
min de ter, ai dadi, al black and jack e vari altri giochi.
Gironzolai fra le sale abbagliato da tanta luce, dalla tanta
confusione e dall'enorme quantità di denaro che follemente
veniva puntato.
Allora ricordai una mia follia di anni prima quando, non
ancora ventenne, ero stato condotto in una bisca più o me-
no clandestina in una località di villeggiatura fra Roma e
Napoli. Lì, in una specie di stalla ripulita, molti elegantissi-
mi villeggianti puntavano pazzamente come qui e forse di
più su una specie di rudimentale roulette a dodici numeri.
Fui anch'io completamente preso da quell'atmosfera folle e
puntavo, puntavo intestardendomi sul numero nove, con-
vinto che quello fosse il "mio" numero, quello che mi
avrebbe portato fortuna. In breve rimasi senza denaro, ma
smanioso di giocarne altro; fortunatamente non avevo la
possibilità di procurarmene altro: ero completamente paz-
zo! Avevo esaurito in brevissimo tempo tutto il mio capita-
89
letto di studente che sarebbe dovuto bastarmi per altri
quindici giorni. Se avessi posseduto milioni o roba da ven-
dere, avrei senza alcuna esitazione consumato tutto senza
pensarci! Solo quando, in preda a forte agitazione, uscii
sulla strada mi resi conto del mio raptus e di come il gioco
può distruggere un uomo. Mi servì da lezione.
Ora in questa vera casa da gioco, la prima nella quale ero
potuto entrare, incominciai ad osservare con maggiore at-
tenzione e freddezza il gioco e i giocatori. Molti di questi
avevano visi a me noti per averli visti in Fiera. Evidente-
mente industriali, funzionar! e rappresentanti che trascor-
revano la giornata negli stands, dove con serietà ed effi-
cienza provvedevano alacremente a porre le basi per attiva-
re il proprio lavoro e le proprie entrate, poi di sera scarica-
vano le tensioni accumulate in giornata giocando violente-
menté e ostentavano il proprio benessere indossando abiti
costosi e orologi di gran marca con massicci bracciali
d'oro. Le loro compagne poi erano agghindate con vestiti di
gran prezzo, gioielli di notevole valore, messi in ogni possi-
bile punto dei loro vestiti, colli, orecchie, braccia e dita.
Avevo spesso sentito parlare delle prime alla Scala di
quegli anni, dove quasi tutti i palchi erano accaparrati dai
"commenda" che esibivano le loro donne il cui abbiglia-
mento, vestiti, mantelle di pregiatissime pellicce, gioielli
• 'normi, doveva dare ai concorrenti l'immagine del loro suc-
' esso opulento.
i Era gente, quella della Scala e questa del Casino, per altri
' ersi degna di ammirazione per il grande lavoro svolto, il
coraggio con il quale dopo aver realizzato denaro partendo
da zero quasi sempre, rischiavano i loro capitali per impie-
ga rii in nuove pericolose attività industriali e commerciali.
Ma poi tanta ostentazione e pacchianeria! Che complicati
meccanismi muovono la mente umana. Gente in gamba che
perde improvvisamente il senso delle proporzioni e vuole in
brevissimi tempi colmare lacune culturali e ambientali
pensando che tutto può essere facilmente risolto con il de-
naro. Altri invece più saggi lasciano che la seconda genera-
90
zione, quella dei figli, per mezzo di studi, di frequentazioni
di buone scuole e di clubs, raggiunga, come è anche giusto,
quello che a loro non è consentito essere o fare, occupati
come sono ad accumulare denaro e proprietà di ogni gene-
re.
Mi aggiravo facendo quelle considerazioni e il fascino ini-
ziale che l'ambiente del Casino aveva esercitato su di me,
incominciò ad attenuarsi. Anche l'arredamento mi sembrò
meno di gusto, ma forse più consono a quei frequentatori.
Vi erano fra esso e loro molteplici analogie.
Sedetti a un tavolo di roulette dove incominciai a puntare
timidamente piccole cifre suddivise in parti uguali fra il
numero in pieno e il rosso o il nero. Vinsi qualche puntata
alla pari e poi improvvisamente il croupier annunciò:
"Trente-six, rouge, pair, passe".
Era il mio numero! Avevo vinto trentasei volte la posta.
Attesi che il croupier pagasse le puntate sul rosso, sul pari,
sul passe, sulla colonna, sui carré e infine alzai un dito per
indicare che uno dei tré gettoni sul numero era mio. Ma un
"signore", uno di quelli, con uno spiccato accento romane-
sco, affermò violentemente che tutti i gettoni sul numero
erano i suoi.
Educatamente confermai che una delle puntate era mia e
quello alzò ancora di più il tono della voce. I croupier non
sapevano cosa fare e un ispettore mi venne vicino e mi chie-
se se ne fossi proprio sicuro. Avvampai. Non potevo ammet-
tere che si nutrissero dubbi su di me. Non avevo grandi oro-
logi e bracciali d'oro, ma pensavo si vedesse che non ero
certo tipo da imbroglio o da distrazioni.
"Certo che ne sono sicuro. Punto solo su un numero e sul
rosso o sul nero. Non posso sbagliarmi. Forse il signore che
grida tanto e che punta anche tanto può confondersi. Io
no!"
Il gioco era ripreso. L'ispettore si recò dal romano che
ribadì che le puntate erano le sue. Lui decretò allora la divi-
sione della vincita e me la comunicò.
"Assolutamente no! Sono più che certo di quello che af-
91
fermo. È strano che i croupier non abbiano notato. Comun-
que se volete dividere io non accetto".
Giunse il vice direttore. La somma per il Casino era di en-
tità irrisoria.
"Signore, scusi, ma la soluzione è quella di dividere la
vincita. La prego di accettare".
"Ma io non so come si possa fare così. Non paghi ne me,
ne lui e devolva l'intero importo in beneficenza".
"Purtroppo non possiamo. A titolo personale la prego di
accettare". Si chinò e sussurrò: "Io penso che abbia ragio-
ne lei, ma come posso affermarlo? Abbia pazienza e poggi
le giocate al croupier, non correrà più questo rischio".
Fremevo di sdegno e non avrei voluto cedere: mi sarebbe
sembrata un'ammissione di colpa o per lo meno di dubbio,
ma non potevo rifiutare una richiesta così gentilmente for-
mulata.
"Va bene, accetto, ma solo per non crearle difficoltà e
faccia controllare chi può sbagliare".
"Grazie, signore, lei è comprensivo".
Diede ordine al croupier di pagare metà importo a me,
metà all'altro'e si allontanò tranquillizzato, dopo essersi
trattenuto un po' anche con il mio oppositore.
Provai il vivo desiderio di abbandonare quell'ambiente
che non sentivo mio e dove certamente non potevo trovarmi
a mio agio, ma non sarebbe stato opportuno. Dovevo conti-
nuare a giocare nello stesso modo di prima, anche per di-
mostrare agli altri giocatori del tavolo che non ero di certo
io quello in torto.
Continuai còsi svogliatamente a puntare, senza più segui-
re un qualsiasi schema. Non che questo potesse servire
molto in un gioco di fortuna come la roulette. Certo, vi è il
calcolo delle probabilità, ma esso può avere un qualche
fondamento solo dopo un numero considerevole di puntate,
non in breve tempo.
Non vinsi più nulla, nemmeno sul rosso o sul nero. Con-
trariamente a me, il "signore" romano continuava a punta-
re molto e anche a vincere e questo fatto acuì la mia irrita-
92
zione e il mio disgusto. Ciò poteva sembrare la conferma
che io ero quello che aveva affermato una cosa non vera.
Terminai i gettoni e finalmente fui libero di alzarmi e an-
darmene.
Ero colmo d'ira, ma ce l'avevo più contro me stesso che
contro gli altri. Avrei dovuto saper dominare i sentimenti
che mi agitavano e cercare di essere meno sensibile. Avrei
dovuto freddamente valutare l'incidènte per quello che
realmente valeva e non gettare via, oltre le vincite, i soldi
che avevo cambiato in gettoni all'inizio del gioco. Montai in
auto e rapidamente uscii da Campione.
Guidavo nervosamente, in preda com'ero a quelle amare
riflessioni sul mio carattere. Improvvisamente alla luce dei
fari vidi due ragazze che facevano segno di autostop. Bloc-
cai l'auto con una violenta frenata. Forse avrei potuto rifar-
mi!
Una delle due mi chiese:
"Andare Lugano?"
"Sì, salite".
Le due ragazzone montarono allegramente sulla mia pic-
cola auto. Una, che mi era sembrata bionda, prese posto sul
sedile posteriore. L'altra, forse bruna, su quello accanto a
me. Avviai l'auto.
Mi sentivo tutto ringalluzzito. Era oltre mezzanotte e
quelle due ragazze sole sulla strada mi avevano chiesto un
passaggio e ora erano lì con me. Non dovevo farmi sfuggire
quella grande occasione!
Ero a oltre mille chilometri da casa e non mi importava
di nulla. Avrei dovuto tentare di tutto.
"Io napoletano, e voi?"
"Noi olandesi".
Guidavo con una mano sola e a ridotta andatura. Inco-
minciai a toccare con la destra la ragazza di dietro e questa:
"No, cosa fare. Basta!"
Portai la mano su quella che mi era accanto e lei mi lasciò
fare. Frugavo, toccavo, tastavo sopra e sotto. L'auto proce-
deva sempre più lentamente e quasi pensavo di fermarla.
93
Ritornai a tastare più arditamente quella di dietro che mi
sembrava più bella, ma questa:
"No. Se continuare noi prendere altra macchina".
Parlava di autostop come di prendere un taxi. Non le die-
di retta e continuai a tastare e a stringere, mentre bloccavo
l'auto. Ma quella era decisa e con voce furiosa disse:
"Noi uscire" e all'amica: "Go!"
"Perché, io non vi piaccio?"
"Noi avere fretta, non potere. Portarci Lugano o prendia-
mo altro car".
Non mi importava di nulla e non volevo perderle. In una
posizione impossibile riuscii di forza a baciare quella di
dietro, l'unica oppositrice. Sembrò per un attimo gradire,
ma poi mi allontanò violentemente: era forte. Le strinsi il
seno e poi rimisi in moto e molto lentamente per la strada
buia e in discesa mi diressi verso Lugano che si vedeva in
distanza. Con la mano libera mi dedicai a quella alla mia
destra. La toccavo, accarezzavo, stringevo sempre più inti-
mamente. Lei non diceva nulla e dopo un po' mi accorsi che
non solo non si opponeva, ma provava gran piacere. C'era
però quella di dietro. Se anche lei fosse stata consenziente,
che bella nottata avremmo potuto passare in tré!
Quanto tempo impiegammo a percorrere quel piccolo
tragitto? Non so, ma certamente molto, anche se a me sem-
brò brevissimo.
Giungemmo alle porte di Lugano e sperai di poter rima-
nere solo con una delle due. Ero certo che tutto sarebbe sta-
to più facile.
Quasi nel centro della piccola città scarsamente illumi-
nata, quella di dietro, che avevo di tanto in tanto carezzato
e pizzicato provocandone sempre violente proteste, mi dis-
se:
"Fermare, io scendere qui" e, salutata l'amica, si allonta-
nò.
Notai con rabbia quando passò sotto un lampione che era
davvero bella. Peccato, ma mi sarei rifatto con l'altra, la do-
cile, quella che aveva mostrato di gradire.
94
"Please, portare avanti a Cassarate".
" Dov'è ?Whereis?"
"Fuori Lugano, collina".
Rimisi in moto e uscimmo da Lugano. Mi indicò una
stretta strada in salita e quasi senza case. L'imboccai. Per-
corremmo alcune centinaia di metri e la strada, contornata
da alti muraglioni che si interrompevano solo di tanto in
tanto per dare spazio a elaborati e imponenti cancelli, forse
di ville, era sempre più solitària e buia.
Era il momento e il luogo per realizzare quanto mi ero
proposto di fare da quando il destino, quasi a compensazio-
ne delle delusioni di Campione, mi aveva fatto incontrare
quelle ragazze, quelle straniere, quelle che, ci dicono, sono
così facili e pronte a fare l'amore senza complessi e nel mo-
do più sfrenato. Accostai l'auto sotto il muro e la fermai.
"Perché fermare?"
L'accarezzai e le strinsi il seno.
"Perché mi piaci e voglio fare l'amore con tè. Anche tu lo
vuoi. Ti piaccio, come tu piaci a me".
Mi lanciai su di lei con impeto e voracità e la baciai vio-
lentemente, mentre con le mani la frugavo tutta e incomin-
ciai a spogliarla con gesti decisi e quasi brutali.
"No, non così".
"Sì, così, così. Noi italiani vogliamo fare così".
Tentava una qualche opposizione, ma questa si faceva via
via sempre più debole. Era soda e piena, gambe levigate e
calde, un seno prosperoso e con grandi capezzoli gonfi e du-
ri. Le strappai le mutandine e maledicendo la piccolezza e
scomodità della 500, la presi con violenza. Si avviluppò a
me, le gambe strinsero con forza la mia vita e incominciò a
gemere m una lingua a me sconosciuta. Trovammo subito
l'accordo e ne traemmo un caldo e pieno godimento. Mi ab-
bandonai soddisfatto sul sedile e accesi le sigarette. Mi ac-
carezzava il viso e il torace con dolcezza.
"Come chiamare? What is your name?"
"Gianni, e tu?"
"Hilde".
95
"Sei olandese?"
"Sì, e tu?"
"Napoletano".
"Ah, ora capire, tu piacere molto".
"Anche tu. Cosa fai qui a Lugano?"
"Sono pari, casa dottore".
"Ah, una ragazza alla pari. E da quando sei a Lugano?"
"Quattro mesa".
"Cosa facevi a Campione con la tua amica?"
"Usciti con boy-friends".
"E la tua amica come si chiama?"
"Else".
"Perché non voleva stare con me?"
"Lei innamorata e venuta qui per suo boy".
"E tu no?"
"Io amare tè".
Mi baciò quasi con disperazione. Il gran calore e la gran
voglia si rimpadronirono di me e nuovamente, ma con mag-
gior dolcezza, la penetrai. Era abbandonata su di me, le lab-
bra morbide, voraci e piene sfioravano il pube, il ventre, il
torace per poi ridiscendere. La mano carezzava le mie lab-
bra, il mio viso, i miei capelli.
"Stay you in Campione?"
"No, non a Campione, ora sto a Milano per lavoro, ma
abito a Napoli".
"Ah, allora non vederci più?"
"Sì, non parto subito e poi posso ritornare a Lugano. Tu
rimani qui?"
"Ancora due mesa... What time is it?"
"L'una e mezzo".
Saltò a sedere come una molla compressa che improvvi-
samente venga liberata.
"Dovere andare, dottore mandare via".
"Non ancora".
"Sì, sì, prego, prego".
"Quando ci rivedremo? Vuoi rivedermi, è vero?"
"Sì, Gianni, tu piacere molto".
96
"Allora quando?"
"Domani venire ore quattordici Suvigliana piazza".
"Dov'è?"
"Vicino".
"Va bene, domani. Ma dammi il tuo indirizzo completo".
Alla fioca luce dello specchietto retrovisore segnò il no-
me, l'indirizzo, il bar della piazza di Suvigliana e l'ora e poi,
mentre riavviavo l'auto si rivestì con gesti agitati. Dopo po-
co mi chiese di fermare, mi baciò con grande trasporto e si
allontanò di corsa.
Cercai di vederla meglio ma potei notare soltanto l'alta
figura che scompariva dietro un cancello.
Era la prima volta che facevo l'amore senza essere riusci-
to a vedere chiaramente la mia partner. Ne ero però piena-
mente soddisfatto e appagato.
'Per la miseria, Gianni, sei proprio in gamba. Come le sei
piaciuto!', mi dissi. 'Peccato che non possiedi un'auto più
grande e attrezzata come tante persone che conosci e che
riescono a trasformare, solo manovrando un paio di leve, la
propria macchina in una specie di comodo letto matrimo-
niale. Speriamo di riuscire a trovare domani un bei posto
per fare l'amore in una posizione meno da contorsionista. E
Caterina? Ben gli sta. Non è voluta venire e tu hai subito
trovato sostituzioni validissime'.
Ora dovevo ritornare a Milano o rimanere a Lugano per
l'appuntamento con Hilde? Sarebbe stato più comodo re-
stare lì, ma non avevo da cambiarmi e poi attendevo notizie
da Napoli e dalla ditta Magli e infine mi sarebbe piaciuto
far capire a Caterina come aveva sbagliato a non venire con
me.
Ripartii per Milano e impiegai molto tempo a percorrere
l'autostrada, dove aleggiava una nebbiolina fastidiosissima
che riduceva la visibilità a soli pochi metri. La luce dei fari
in posizione abbagliante si rifletteva in modo estremamen-
te dannoso e solo con le "mezze luci" si riusciva a scorgere
qualcosa.
97

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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mar Mag 14, 2013 12:57 pm

CAPITOLO XI
Fui risvegliato dal timido bussare della signorina La
Gioia.
"Avanti".
"Posso?"
"Venga, venga pure".
La donnetta entrò.
"Signor Cruni, c'è la signorina Caterina al telefono".
"Le dica, per favore, che la richiamerò io fra un quarto
d'ora".
"Ma è la seconda volta che telefona stamattina".
"Che ore sono?"
"Le nove e trenta. Ha fatto tardi stanotte?"
"Così tardi!" Chiesi conferma al mio orologio che pescai
faticosamente fra i giornali che ingombravano il tavolino.
"Va bene, vengo".
"Ah, signor Cruni, guardi che ieri ha telefonato un signo-
re della ditta Magli e ha lasciato detto che l'attendono do-
mattina a Partana".
"Tutti insieme. Grazie, signorina. Ora vengo".
"Le preparo subito la colazione e il bagno pronto".
"Lei è proprio un angelo. Le ho portato una scatola di
cioccolatini dalla Svizzera. Spero che le piacciano".
La sarta si emozionò.
"Che caro! Grazie, ma perché disturbarsi".
"Per lei tutto è poco. È il mio angelo custode!"
Saltai giù dal letto e dal grosso pacco che avevo portato
98
da Lugano contenente tavolette di cioccolata, accendini e
scatole di bonbons, trassi la più grande e la consegnai alla
donnetta. Poi, infilatami la veste da camera, raggiunsi velo-
cemente il telefono nel corridoio.
"Pronto".
"Gianni, finalmente!"
"Scusami, Caterina, ma ora mi sono svegliato".
"Così tardi, ma che hai fatto? Ti ho telefonato ieri di po-
meriggio, di sera e stamattina presto".
"Ho fatto tardi stanotte. Sono andato a Lugano e a Cam-
pione".
Qualcosa si ruppe nel tono così armonioso della sua voce.
"Ah, ci sei andato?"
"Certo, e hai fatto male a non venire con me, mi sono di-
vertito molto.. Non hai voluto accompagnarmi e io ho trova-
to subito buona compagnia".
"Ma ci saremmo andati oggi".
"Troppo tardi. Debbo partire stasera per lavoro e poi ho
un appuntamento alle due con chi ho conosciuto ieri".
"Ci andremo insieme".
"No, Caterina, mi dispiace, ma non è possibile". Provavo
una gioia sadica.
"Perché, non ti va più la mia compagnia?"
"Non è per questo, ma tu hai fatto andare un napoletano
solo in Svizzera e un napoletano non rimane mai senza
compagnia femminile".
"Ah, hai un appuntamento con una donna?"
"Sì, proprio così".
La calma, la equilibrata Caterina quasi piangeva a giudi-
care dalla sua voce.
"Ma se stasera parti, vuoi dire che non ci rivedremo più".
"Quando ritornerò a Milano".
Il piacere della mia cattiveria aumentava. Quante e quali
frustrazioni causava quel mio atteggiamento?
"Senti, sono quasi le dieci. Fra mezz'ora vengo a prender-
ti. Staremo insieme per lo meno stamattina fino a quando
non parti per Lugano".
99
"Ma ho da prepararmi per la partenza".
"Lo puoi fare nel pomeriggio. Debbo vederti, voglio ve-
derti, vengo subito".
Che soddisfazione maligna provavo!
"Va bene, se lo vuoi proprio, ma per non più di un'ora".
"Vengo, a fra poco". Abbassò il telefono.
La mia affittacamere mi portò la colazione e il giornale.
"Mi permette che le dica una cosa?"
"Dica".
"Perché fa soffrire quella cara signorina Caterina? Le de-
ve volere un gran bene. Telefona sempre e parla di lei con
un tono così affettuoso. E poi ieri ha telefonato tante volte
e chiedeva dove era andato e quando sarebbe rientrato. Mi
aveva anche raccomandato di farle telefonare a qualsiasi
ora".
"Ma io non voglio far soffrire nessuno. Solo che sono an-
dato a Lugano e ho fatto tardi e stasera debbo partire per
Ravenna... Quello che mi dispiace è di dover lasciare lei e la
sua casa. Mi sono trovato bene qui". Riaprii il grande pac-
co, ne presi un accendino e glielo porsi. "Questo lo può re-
galare a qualche suo nipote".
La sarta era davvero emozionata.
"Grazie, lei è stato il pensionante migliore e più gentile
che abbia mai avuto. La considero quasi un figlio, se per-
mette".
"Come no, ma ora stia su. Ci vedremo l'anno prossimo
per la Fiera o, se posso, anche prima".
"Per oggi pomeriggio le stirerò tutta la sua roba e gliela
metterò in ordine nella valigia".
"Grazie, angelo". Le feci una carezza e scomparii nel ba-
gno.
Davanti al palazzo trovai Caterina. Era vestita con sem-
plicità e accuratezza, era quasi graziosa e sempre più di-
stinta e raffinata, ma il viso dolcissimo tradiva dolore e agi-
tazione. Quando mi vide si illuminò tutta e mi corse incon-
tro...
"Gianni, finalmente!"
100
"Ciao".
Ignorò la mia mano e mi sfiorò la guancia con un breve
bacio, poi mi prese sotto braccio e mi guidò alla vicina auto
che avviò velocemente.
"Ieri è stato il primo giorno da quando ci siamo rivisti
che non abbiamo trascorso insieme".
"La colpa non è stata mia".
"Lo so, hai ragione, ma proprio non potevo venire con
tè".
Andammo verso il centro che attraversammo e poi, dopo
piazza Castello, entrammo nel parco dove, in un vialetto so-
litario, Caterina fermò l'auto.
"Sono già le undici e io fra un'ora al massimo debbo ri-
partire".
"Lo so, ma perché devi? Non preferisci stare con me fin
quando non ripartirai per Napoli?"
"No, non è possibile. Ho un appuntamento a cui non vo-
glio e non posso mancare".
"Allora non pensiamoci più e raccontami le tue impres-
sioni su Lugano e Campione".
Si vedeva chiaramente che faceva un disperato sforzo per
apparirmi normale, ma che era invece agitata da tanti sen-
timenti contrastanti. Le raccontai di Lugano, di Campione,
del Casino e di quanto mi era accaduto al tavolo della rou-
lette. Le tacqui solo dell'incontro con le olandesi. La sua
mano affusolata accarezzava continuamente la mia.
"E ora che tornerai a Napoli che farai?"
"Continuerò a studiare e a lavorare, e tu?"
"Io la solita vita. Credo che mamma voglia andare a fare
un giro nell'Umbria la prossima settimana".
La mano raggiunse il mio viso che incominciò a carezzare
in modo delicatissimo.
"Quando tornerai a Milano?"
"Non lo so, forse fra mesi o forse l'anno prossimo per la
Fiera".
"Mi scriverai?"
"Certamente, ma non lunghe lettere. Mi piace più parlare
101
che scrivere".
Mi abbracciò e mi baciò con infinita dolcezza. Ricambiai
il bacio, ma il ricordo dell'olandese dominava i miei pensie-
ri e non vedevo l'ora di poter ritornare a Lugano per ripren-
dere le appaganti effusioni della notte prima.
"Caterina, scusa, ma è tardi. Riportami in via Cadere".
"Sì, ma hai tempo. È presto".
"No, alle due debbo essere a Suvigliana, dopo Lugano".
"Dimmi, quanti esami hai per la laurea?"
"Cinque o sei, ma alcuni sono molto difficili. Come sai,
tutti gli esami di ingegneria sono duri, non come quelli di
legge. Dei nostri trentaquattro, solo quattro o cinque sono
abbastanza semplici, tutti gli altri fanno paura. Sono con-
vinto che un solo esame di ingegneria vale una laurea in leg-
ge o in scienze politiche. Pensa poi che io ho dovuto affron-
tare al Biennio Analisi e Calcolo con Caccioppoli che è un
genio, ma uno dei più terribili professori universitari d'Ita-
lia. Quando feci Calcolo Infinitesimale con lui, mi tenne a
tormentarmi per più di due ore e alla fine mi approvò con
un misero diciòtto, mentre con un altro professore avrei
dovuto prendere perlomeno ventisette. Ne boccia più. del
novantasette per cento. Quando, sempre con lui, feci Anali-
si Algebrica..."
Era un fatto che mi appassionava* e che aveva avuto tanta
importanza nella mia travagliata vita universitaria e, di-
mentico del tempo, raccontavo e commentavo senza inter-
ruzioni.
Caterina mi ascoltava mostrando molta attenzione ed in-
teresse, carezzandomi con le belle mani e dandomi di tanto
in tanto teneri 'baci sulle guance, sulla fronte, sul naso e
sulle labbra.
Finalmente mi ricordai di Lugano. Guardai l'ora. Quasi le
"Oh Dio, è tardissimo! Riportami subito in via Cadore".
Il tono della voce non ammetteva repliche e Caterina ri-
mise in moto e diresse l'auto verso il mio domicilio milane-
se. Il volto era sempre triste, ma non più come prima. Forse
102
sperava di aver ottenuto lo scopo che si era probabilmente
prefisso: quello di non farmi andare a Lugano. Forse così
sarei rimasto con lei fino alla mia partenza per il Sud.
Il traffico era intenso e Caterina sembrava aver perso la
solita perizia di guidatrice e di profonda conoscitrice di
quello milanese.
Ero furioso, non volevo perdere l'olandese e le ore di paz-
za passione che mi ripromettevo di trascorrere con lei. Non
avevo pranzato e dovevo percorrere con una lenta 500 più
di ottanta chilometri. Che sbadato ero stato e come ero ca-
duto in quell'abile trucco. Quasi la odiavo!
Giungemmo in via Cadere e salutai Caterina con rapidità
e freddezza. Quasi piangeva quando tentò:
"Ma non è tardi? Perché non rimani?"
"No, a qualsiasi costo debbo andare" e schizzai via verso
la mia auto.
Credo di aver battuto tutti i records di velocità per una
cilindrata 500, ma, nonostante quella folle prestazione, rag-
giunsi Suvigliana, un paesino dopo Lugano, solo verso le
14,45. Mi feci indicare la piazza, vidi il bar dell'appunta-
mento, scesi, mi guardai intorno, ma dell'olandese nessuna
traccia.
Che rabbia! Non dovevo perdere quell'occasione, special-
mente dopo quella corsa disperata. Avevo l'indirizzo e mi
avviai per Cassarate, che rappresenta per Lugano la città
alta. Ripercorsi la stradina della notte prima e distratta-
mente vidi vecchie, ma imponenti ville che si affacciavano
sul lago e infine individuai quella dove abitava Hilde.
Scesi, lessi la targa vicino al cancello che mi divideva da
quello che era stato l'oggetto del mio godimento. Annotai il
nome: Dr. Hugo Musante. Andai alla ricerca di una cabina
telefonica, la trovai linda, perfetta, ordinatissima. Consul-
tai l'elenco che sembrava nuovo, trovai il numero e feci sci-
volare la monetina nella feritoia. Mi rispose un'autoritaria
voce di donna. Chiesi di Hilde. Dal tono della risposta com-
presi che forse non era proprio alla pari, ma più probabil-
mente una domestica.
103
"Hallo".
"Pronto, Hilde?"
"Sì".
"Sono Gianni. Ho fatto tardi perché ho avuto un guasto
sulla strada".
"Ah, Gianni. Avere atteso quasi un'ora".
Il tono era aspro. Capii che le avevo arrecato offesa. Loro,
così abituati a una meticolosa precisione.
"Sì, lo so, scusami. Non è stata colpa mia. Vediamoci
ora".
"Ora non potere, essere rientrata".
"Ma sono venuto da Milano per tè. Vieni".
"Domani, ora non potere".
"Ma domani sarò a Ravenna. Vieni subito, ti prego. Ho
tanta voglia di rivederti e stare con tè. Su".
Il tono si addolcì.
"Domandare signora, aspettare".
Sentivo in lontananza suoni di voci concitate, quello bas-
so e umile di Hilde e quello stridente e autoritario della si-
gnora. Ritornò all'apparecchio.
"Gianni, venire, ma poco tempo. Tornare bar Suvigliana
e aspettare me".
"Va bene, ti amo, vieni subito".
Ero contento, ancora una volta la mia volontà aveva pre-
valso ed ero riuscito a capovolgere gli eventi contrari. Ri-
tornai a Suvigliana e pranzai a base di toasts. Scrutavo la
piazza e le tré strade che vi convergevano. Da dove sarebbe
venuta Hilde?
Vidi avanzare ad andatura veloce una figura che rassomi-
gliava a quella che avevo intravisto nella notte. Si avvicinò.
Che stratosferica delusione!
La figura era alta, le gambe e il seno erano prosperosi e
appetitosi, ma il viso!, faccia chiazzata da contadina nordi-
ca, labbra grosse e non truccate, il naso rincagnato e con la
punta a patata, occhi scialbi, capelli crespi e mal pettinati.
E come era conciata!, vestito dozzinale e di cattivo gusto e
mani grosse e non curate. Dio, con chi ero stato la notte! Se
104
l'avessi guardata bene non solo non avrei fatto l'amore con
lei, ma non le avrei dato nemmeno il passaggio in auto. Pro-
vai vergogna e non potei fare a meno di pensare a Caterina
che avevo solo da poco lasciato e per volare da questa brut-
tezza! In quali condizioni dovevo trovarmi la sera prima!
Allora è vero che di notte tutti i gatti sono bigi. Provai un ir-
refrenabile desiderio di scappar via, ma lei mi aveva già vi-
sto e con un largo, forse troppo, sorriso mi si avvicinò.
Evidentemente il mio aspetto, al contrario di quello che il
suo aveva suscitato in me, era di suo gusto e forse migliore
di quello che si era immaginato.
"Gianni, avere fatto aspettare molto me e litigare con si-
gnora, ma non importare, ora essere insieme".
Mi sforzai di sorridere e tentai:
"Ma se puoi avere fastidi con il tuo lavoro, possiamo ve-
derci un altro giorno".
"No, cosa dire, noi essere insieme, andare. Where is your
car?"
"La macchina è qui. Vieni".
Ero completamente scaricato e avviai con lentezza l'auto.
"Andare dove dire io, di lì".
Indicò una delle tré strade e poi una più stretta che in sa-
lita abbandonava l'abitato.
Il panorama e le immediate vicinanze erano stupendi:
verde, monti e giù in basso il lago di un intenso colore sme-
raldo.
Le mani di Hilde, così tozze e mal curate, mi accarezzava-
no il viso e il torace al di sotto della camicia. Che differenza
con il tocco leggero e vellutato di Caterina!
Mi fermai lungo la strada.
"Che bei panorama. Fammi vedere e descrivimi tutto".
"Ma, Gianni, avere poco tempo, non fermare, andare
avanti".
Le mani si diressero verso il mio pube. Le allontanai.
"No, Hilde, non ora. È giorno e qualcuno ci può vedere".
"A me non importare, volere solo stare con tè come ieri
notte".
105
"Ma non possiamo, è giorno".
"Andare avanti, fare vedere io".
Rimisi in moto e dietro le sue indicazioni imboccai una
stradina sterrata che conduceva in un piccolo, ma meravi-
glioso bosco.
"Fermare qui".
Arrestai l'auto. Come avrei fatto ora? Il suo viso e le sue
mani mi davano un acuto senso di disgusto. In un lampo mi
fu addosso e mi avviluppò in un abbraccio pieno di deside-
rio tentando di baciarmi. Riuscii a dirottare la sua bocca
sulla mia spalla e a mia volta, tanto per mostrare di fare
qualcosa, incominciai a toccarle le gambe e il seno.
"Bello, Gianni, bello, stringere me, amare me come ieri.
Tu migliore uomo mio".
Continuai a toccare e a stringere con violenza, mentre
l'olandese emetteva gridolini di piacere.
"I love you, e tu?"
"Sì, sì".
Le brutte mani ricominciarono a toccare la zona del pu-
be, non vedevo l'ora di scaricarla e di andare via. L'allonta-
nai e rimisi in moto l'auto.
"È tardi, Hilde. Debbo tornare a Milano e tu a casa".
L'espressione mostrava stupore e delusione.
"Io non piacere più?", poi un barlume. "Non avere trova-
to me bella?"
"No, Hilde, ho fretta e sono stanco, ma ci rivedremo pre-
sto. Ti telefonerò".
Con notevole velocità ritornammo nella piazza di Suvi-
gliana. Hilde scese tenendomi il broncio e, salutandomi con
freddezza, mi lasciò un bigliettino che le avevo visto scara-
bocchiare durante il tragitto. Pensavo fosse l'indirizzo
olandese, invece vi era scritto: Gianni è stato "cativo" con
me. Hilde.
Ritornando a Milano amare considerazioni si formavano
nella mia mente. Avevo trattato male Caterina, tutto preso
com'ero dal nuovo e tanto desiderato convegno amoroso.
Se fossi rimasto! Non avrei rovinato un bei ricordo. Eppure
106
la notte prima al buio, quando solo il tatto aveva guidato il
mio sesso, ne avevo tratto grande godimento. Anche una
donna brutta, ma giovane e soda, può dare grandi gioie
amorose, ma a patto che non le si veda la faccia.
Ricordai allora quando fra amici scherzando si diceva
che alle donne brutte bastava coprire il viso e pensare di
stare con la donna dei nostri sogni.
'Ora però basta di pensare alle donne, al Casino, ai teatri,
agli spogliarelli e alla bella vita', mi dissi, 'bisogna solo con-
centrarsi sugli obiettivi per i quali sono venuto a Milano,
aggiudicarmi le prime rappresentanze e incominciare se-
riamente a lavorare e a guadagnare per essere davvero indi-
pendente dai miei. Ho tutta la vita, una volta inserito nel la-
voro, per divertirmi, viaggiare e andare a donne. Magli mi
attende domani, debbo andarci ben preparato e ritornare a
Napoli con la mia prima rappresentanza. Ho fatto tanto
l'indipendente, ho lasciato gli studi per guadagnare e inve-
ce con i soldi di papa sono stato a Milano non solo per lavo-
ro, ma anche, e forse in prevalenza, per divertirmi. Ma per-
ché, che altro avrei dovuto fare dopo la chiusura della Fie-
ra, andare a letto alle otto e fare che? E poi è un peccato uti-
lizzare i soldi di papa? Tanti ne prendono e ne gettano via
molto più di me, anzi io sono stato sempre troppo orgoglio-
so e scrupoloso e ho preso solo quello che mi veniva conces-
so. Chi chiede ai genitori di metterci al mondo? Non certo i
figli. E allora diano tutto quello che possono, non hanno il
diritto di chiedere, ma solo il dovere di dare. Già ci infelici-
tano la vita con i loro egoismi e le loro mire represse. Per lo
meno paghino!'
Arrivai in via Cadore. La donnetta tutta premurosa aveva
preparato i miei indumenti in modo perfetto e anche fatto
la valigia. La ringraziai con cordialità e pagai quanto le do-
vevo.
Telefonai a Caterina. Per la prima volta la sentii mante-
nersi sulle sue; non era la mia solita, cara, affettuosa com-
pagna milanese. Che delusione aveva probabilmente subito
per colpa mia! Fui gentile con lei e cercai di farmi perdona-
107
rè. La ringraziai per quello che aveva fatto per me, le chiesi
di ringraziare anche la madre e aggiunsi che non l'avrei di-
menticata e che ci saremmo sentiti presto.
Erano quasi le 20 quando imboccai l'autostrada del Sole.
Il mio soggiorno milanese era terminato.
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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mar Mag 14, 2013 1:01 pm

CAPITOLO XII
Minacciava pioggia quando da Ravenna'mi diressi verso
Alfonsine e poi a Partana, il paese romagnolo dove aveva se-
de la ditta Magli, quella degli elevatori.
Ero lucido e preparato. Recavo con me un questionario
che avevo compilato la mattina subito dopo la colazione,
sul quale avrei annotato, accanto alle mie domande, le ri-
sposte dei responsabili di quell'azienda.
La strada attraversava una campagna ricca e piena di
movimento, i paesini modesti, ma colmi di attività gioiósa,
le strade affollate di donne in bicicletta, alcune delle quali
salutavano con larghi gesti.
Partana era un piccolo centro e facilmente mi indicarono
dov'era lo stabilimento della Magli. Un cancello, un piazza-
le, due capannoni di modeste dimensioni e una palazzina.
Un'insegna sormontava quest'ultima: Ditta Magli - Eleva-
tori e Scortecciatrici.
Ne rimasi subito un po' deluso e non potei fare a meno di
ricordare lo sterminato stabilimento della FIAT MIRAFIO-
RI a Torino che avevo visitato un paio di anni prima in oc-
casione di un Salone dell'Automobile. Ricopriva un'area di
oltre due milioni di metri quadrati, con capannoni immensi
che potevano essere visitati girando fra i macchinar! dei
grandi reparti su un piccolo pullman.
Eravamo una quindicina e un giovane ingegnere della ci-
clopica azienda ci illustrava le varie fasi della lavorazione.
Già all'ingresso due pezzi di marcantonio nell'elaborata ma
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elegante divisa azzurra dei guardiani, posti davanti al lun-
go edificio adibito ad uffici, ci avevano dato il passi, augu-
randoci una buona visita. Ci immettemmo in Mirafiori Sud
con le sue grandi presse alte più di venti metri dove, a un
semplice toccare di leve, lisce lamiere venivano in un lam-
po trasformate in fiancate di 500, 600, 1100 e 1800, che poi
agganciate a binari aerei venivano condotte alle rispettive
catene di montaggio. Queste ultime iniziavano a Mirafiori
Centro dove si giungeva percorrendo un lungo e alto tunnel
nel quale, sotto la volta, scorrevano a piccola velocità fian-
cate, cofani, tetti, portiere e innumerevoli elementi dei mo-
tori che erano automaticamente convogliati ai rispettivi re-
parti, dove venivano assemblati con perfetti automatismi e
rarissimi e ben studiati interventi manuali. I capannoni
non avevano soluzione di continuità e davano l'impressione
che non dovessero finire mai. A una certa altezza correva
un fitto intrico di binari posti sui vari piani e il cui movi-
mento appariva ben più complesso di quello di un grosso
scalo ferroviario. Non si poteva fare a meno di ammirare
quell'alto esempio di tecnologia e pensare a coloro i quali
avevano progettato un impianto così perfetto. Che ingegne-
ri con i fiocchi!
Al termine delle quattro catene di montaggio assistemmo
esterrefatti al congiungimento dei motori alle carrozzerie.
I primi giungevano da un'altezza e a una velocità legger-
mente superiore delle seconde e si inserivano nei rispettivi
vani quasi da soli, l'unico intervento dell'uomo il rapidissi-
mo fissaggio di alcuni bulloni. Solo pochi metri dopo, le au-
to erano lì complete e fiammanti, pronte per il collaudo che
avveniva prima sui rulli e poi su una lunga pista con curve
paraboliche e il cui centro era costituito da uno stretto e
lungo spiazzo dove erano riprodotte tutte le pavimentazio-
ni possibili. Dall'asfalto al cemento, dallo sterrato al maca-
damizzato, dal rullato al brecciato e così via. Sentii con or-
goglio uno studioso inglese, che aveva visitato gli stabili-
menti di case automobilistiche di tutto il mondo, affermare
entusiasta che aveva visto sì stabilimenti anche più grandi
110
di quello, ma tutti sicuramente inferiori come perfezione
tecnica.
I circa quindicimila operai indossavano tutti le stesse
inappuntabili tute e si muovevano con serietà e precisione,
guidati e controllati da capireparto che sembravano ammi-
ragli, installati com'erano in ampie cabine dalle pareti di
vetro dalle quali potevano controllare tutta la lavorazione
di loro competenza.
Ricordo di essermi chiesto come facesse tutta quella gen-
te a raggiungere il proprio posto di lavoro, una volta lascia-
te le automobili nei vastissimi parcheggi che contornavano
lo stabilimento.
Nei pressi di quest'ultimo vi erano moderni fabbricati
che contenevano migliala di abitazioni per una parte dei di-
pendenti stessi.
Anche l'Olivetti di Ivrea dove mi ero recato, costituiva un
grosso complesso industriale, ma i suoi stabilimenti erano
costruiti, secondo gli intendimenti dell'illuminata condu-
zione dell'ingegnere Adriano Olivetti, più a dimensione
d'uomo e sembravano, con le lunghe e luminose vetrate in
alluminio, grandi alberghi, anziché opifici industriali. In-
torno case, giardini, cinematografi, scuole e impianti spor-
tivi.
Sia alla FIAT che all'Olivetti, un nutrito gruppo di crono-
metristi controllava gli esatti tempi di lavorazione, comuni-
candone i dati a un apposito centro studi che li elaborava
per proporre eventuali variazioni dei tempi stessi.
Tutto l'insieme della lavorazione poteva indubbiamente
essere alienante per gli operai che, provenendo in buona
parte dall'aria aperta delle campagne, dovevano per lunghe
ore eseguire sempre gli stessi movimenti. Una equipe di
psicologi provvedeva però a studiare tale fenomeno e a sot-
toporre alla dirczione i provvedimenti per ridurre al mini-
mo gli eventuali danni alla psiche.
Erano i problemi della grande industria, tanto più peri-
colosi in un paese come l'Italia che aveva avuto una così ra-
pida e massiccia trasformazione da un'economia prevalen-
111
temente agricola a quella industriale.
Non erano certamente questi i problemi della Magli dove
invece nei modesti capannoni, uno per le scortecciatrici e
l'altro per gli elevatori, si svolgeva un lavoro organizzato
ancora a livello artigianale. Qui i vari elementi che costitui-
vano gli elevatori, come motori elettrici, telecomandi, cabi-
ne e funi, giungevano da altre e più consistenti fabbriche e
venivano solo montati secondo semplici schemi.
Fui ricevuto dal maggiore dei tré fratelli Magli, quello
che avevo contattato in Fiera, il quale mi condusse a visita-
re il piccolo complesso facendomi soffermare per qualche
tempo nel capannone degli elevatori dove vi erano una ven-
tina di operai. All'aperto, vicino ad alcune cataste di legna-
me, collaudai io stesso un elevatore appena costruito en-
trando nella piccola cabina e nella quale, manovrando il
semplice telecomando a tré pulsanti - salita, arresto, di-
scesa -, potei constatare la maneggevolezza e un'accettabi-
le dolcezza nel funzionamento.
Nella palazzina-ufficio mi mostrò disegni esecutivi e mol-
te fotografie degli elevatori venduti e delle loro rispettive
applicazioni. Conobbi anche i fratelli che avevano, alla pari
del mio cicerone, più aspetto di agricoltori che di industria-
li, ma che, a differenza del primo, erano meno robusti e tar-
chiati.
Cercavo disperatamente di darmi un contegno disinvolto
e competente, provando a mascherare la mia agitazione.
Dovevo ottenere quella rappresentanza. Ero sempre più en-
tusiasta di quei geniali elevatori e ne prevedevo grandi svi-
luppi. Ero certo che di lì a pochi anni il modesto stabilimen-
to si sarebbe trasformato in un considerevole opificio indu-
striale. Due cose mi colpirono particolarmente, la mancan-
za di un ingegnere - ero convinto fino ad allora che nessu-
na fabbrica, per quanto modesta, potesse farne a meno - e
il dialètto romagnolo per me del tutto incomprensibile.
All'ora di pranzo il signor Magli mi accompagnò nell'uni-
co ristorante-albergo del paese, dove mi affidò alla proprie-
taria pregandola di farmi gustare i migliori piatti e poi mi
112
salutò dicendomi che sarebbe ritornato a prendermi dopo
un paio d'ore.
Ne rimasi sconcertato. Ma come, non mi faceva compa-
gnia, era quello il modo di intrattenere il loro futuro rap-
presentante per la Campania? Certo Mortini non sarebbe
stato o non avrebbe sopportato di essere trattato così.
L'atmosfera che regnava in quel piccolo ma pulito locale,
la calda allegria che lo pervadeva, i cibi ottimi, la cortesia
della proprietaria, una prosperosa signora di mezza età, mi
conferirono presto un senso di euforia e di sicurezza e
quando Magli tomo a prendermi ero tranquillo e ristorato.
In ufficio incominciammo a parlare della nostra collabo-
razione e del relativo contratto d'agenzia e mi sentii parti-
colarmente soddisfatto quando, fra gli altri punti a mio fa-
vore, mi accorsi di essere più competente di loro special-
mente sullo "star del credere", articolo che prevede un con-
tributo da parte del rappresentante o agente di commercio
sugli eventuali mancati pagamenti. La percentuale è fissata
generalmente nella misura del 25 delle perdite, ma quasi
tutti ritengono che il rappresentante debba rimettere tale
quota di tasca propria, mentre viene solo applicata nell'am-
bito delle provvigioni attive e non può mai superarle.
Evidentemente riuscii a confermare la buona impressio-
ne che avevo suscitato in Fiera e le informazioni su di me,
che indubbiamente dovevano essere state richieste, aveva-
no dato esito positivo. Firmammo il contratto. Avevo otte-
nuto la mia prima rappresentanza e, munito di pacchi di de-
pliants, copia commissioni, fotografie e disegni tecnici, la-
sciai contento Partana.
La mia prima spedizione al Nord si chiudeva quindi in at-
tivo, anche se non era del tutto esaltante. Non ritornavo a
mani vuote. Avevo una rappresentanza modesta sì, ma per
la quale si potevano prevedere notevoli sviluppi. Il settore
non era quello che mi ero proposto alla partenza da Napoli,
ma era anch'esso "tecnico" e interessante, anche se avrei
dovuto cercare di affiancare alla Magli ditte operanti
nell'ambito dell'edilizia, con la quale non avrei invece volu-
113
to più avere a che fare, per lo meno nelle vesti di rappresen-
tante che, come ormai è noto al lettore, per la mia famiglia
non costituiva un'attività del tutto "eletta". Ma non si può
avere tutto e bisogna adattarsi a quello che viene. Il fatto
importante era di essere riuscito a farmi valere in un am-
biente per me del tutto nuovo e dove ero giunto senza alcun
appoggio, ne conoscenze.
Bisognava ora organizzare l'ufficio che purtroppo, in at-
tesa di avere un'abitazione mia, non poteva essere che quel-
lo di mio padre. Gliene parlai cercando di non mostrare ec-
cessivo entusiasmo per i risultati raggiunti e ottenni una
stanza nel suo studio. L'arredai utilizzando scrittoio e mo-
bili già in mio possesso e installandovi la mia piccola mac-
china da scrivere. Una derivazione telefonica mi permette-
va di avere l'apparecchio sul tavolo. Nella stanza adiacente ^
vi era l'attempata segretaria dello studio che avrebbe potu-
to, anche se con una certa degnazione abituata com'era a oc-
cuparsi solo di un'attività "eletta", raccogliere le eventuali
telefonate per la nascente ditta GIANNI CRUNI per la qua-
le provvidi a timbri e carta intestata.
In pochi giorni ero pronto e incominciai con alacrità a
stendere un dettagliato piano sulle visite da effettuare per
la Magli.
Nel frattempo mi era pervenuta dalla Ricci una strana
lettera dove mi si comunicava che la mia richiesta era
all'esame della dirczione e mi si chiedeva di riempire un
questionario nel quale vi erano domande di questo tipo:
Perché vuole assumere la rappresentanza dei nostri pro-
dotti?
Quali sono le sue esperienze precedenti?
Qual è il fatturato che prevede di procurare nel primo an-
no per la sua tona?
E così via. Domande alle quali già avevo risposto nel col-
loquio a Milano con il geometra Zanni. Evidentemente però
la mentalità Ricci era quella e mi ci dovevo adattare. Rispo-
si quindi meticolosamente, ma con una punta d'ironia, spe-
cialmente quando affermai che, cominciando ora a svolge-
114
rè quell'attività in proprio, non potevo fare serie previsioni
sulle vendite, ma che mi sembrava ovvio - anche perché
era mio interesse - che avrei fatto di tutto per incremen-
tarle.
Gli elevatori della Magli erano stati progettati con l'in-
tento di essere utilizzati nell'industria del legname e quindi
mi sembrò logico programmare le prime visite presso le
maggiori depositarle di legname della Campania. Incomin-
ciai quindi dalla grandiosa Battinelli che era nella periferia
della città in via Argine.
Giunsi al cancello che si apriva in un gran muro e mi ri-
volsi al custode:
"Sono il signor Cruni. Desidererei parlare al direttore
per alcuni prodotti che possono interessare la vostra ditta"
e gli porsi un biglietto da visita fresco di stampa nel quale
era impresso: GIANNI CRUNI Agente-in esclusiva per la
Campania degli elevatori Magli; ufficio via tot, telefono x -
abitazione via tale, telefono y.
Mi osservò dall'alto in basso, mi disse di attendere e con
il biglietto si recò nei vicini uffici.
Mi avrebbero ricevuto, e come? Qui non avrei potuto far
valere la mia figura di cittadino, contrapposta a quella più
umile degli abitanti di paesini e titolari di modestissime
aziende. In questa importante ditta quante visite di rappre-
sentanti ricevevano al giorno, come li consideravano? For-
se rompiscatole o piazzisti?
L'immagine che la gente comune ha del rappresentante si
confonde spesso con quella del piazzista che si reca di por-
ta in porta a prospettare la vendita di libri, aspirapolvere,
prodotti per la casa, macchine da scrivere e altro. Ma il di-
rettore di un grande deposito non può ignorare la giusta fi-
gura del rappresentante. Egli sa o deve sapere che gli agen-
ti di commercio sono utili all'attività della sua azienda, in
quanto illustrano con una certa competenza tecnica quanto
l'industria sforna in continuazione di nuovo.
Fortunatamente il direttore della Battinelli era uno che
sapeva e dopo qualche minuto mi ricevette. La prima im-
115
pressione che ne ebbi fu quella di trovarmi davanti a una
quercia: robusto, tutto spigoli, il volto rugoso nel quale si
aprivano come fessure gli occhi. Mi tese la mano e mi invitò
a prendere posto davanti a uno scrittoio ingombro di carte
e alle cui spalle un'ampia finestra dava nell'interno di un
enorme capannone colmo di cataste di legname in tavole e
vicino alle quali visibili cartelli infilati su aste metalliche
indicavano le più svariate qualità di legno: pino sibcriano,
pich-pine, abete, ramin del Borneo, noce mansonia, moga-
no, ulivo, castagno, douglas, rovere e così via.
"Mi dica, signor Cruni".
"Direttore, la ringrazio per avermi ricevuto. Come avrà
visto dal biglietto da visita, rappresento la ditta Magli che
produce elevatori del tutto particolari e dal prezzo estre-
mamente conveniente... Ecco, guardi", òli porsi un de-
pliant, lo osservò attentamente. "Come potrà notare, lo si
può utilizzare come una specie di scala che viene spostata
con facilità da una catasta all'altra. Un uomo alla base cari-
ca e un altro in cima scarica e deposita i tronchi o le tavole.
Il comando avviene per mezzo di una pulsantiera che può
essere azionata dal basso o dall'alto".
"Sì, vedo, interessante e originale".
"La portata media è di centocinquanta chilogrammi e la
cabina aperta può essere arrestata in qualsiasi posizione a
mezzo del telecomando, oppure le fermate possono essere
predeterminate".
"E il prezzo?"
"Il tipo standard alto sei metri costa circa duecentomila
lire".
"Davvero ottimo".
"Loro cosa usano qui per il sollevamento delle tavole?"
"Noi come gli altri, i carrelli elevatori. Questi ci permet-
tono di trasportare il legname sia in traslazione orizzontale
che in quella verticale".
'Perbacco', pensai, 'sono questi i veri concorrenti e sarà
difficile batterli'.
"Buoni per il doppio uso, ma tanto più costosi".
116
"Sì, è vero, ma con pochi riusciamo a risolvere i nostri
problemi di trasporto e di elevazione".
"Con il nostro elevatore però potreste anche mettere le
tavole in posizione verticale e non solo orizzontale. Vede?"
e indicai una fotografia sul depliant.
"Sì".
"In alta Italia varie ditte di legname hanno trovato molto
più pratico, ma principalmente molto più economico, usare
i nostri elevatori. Che ne pensa?"
"Veda, signor Cruni, personalmente penso che i vostri
siano davvero utili ed economici, mi meraviglio però che la
sua ditta non li abbia prospettati alla nostra sede centrale
che come lei sa è a Verona e dalla quale dipendiamo per or-
dini di questo tipo".
"Capisco".
"In più io ritengo che, pur essendo i carrelli elevatori più
cari, sono però anche più completi. Inoltre noi abbiamo un
gruppo di operatori che sono pratici del lavoro e che non
sapremmo come utilizzare altrimenti. Sono certo che i vo-
stri elevatori potranno essere molto più idonei in postazip-
ni fisse e per più piani".
"Infatti sono economici ed esenti dal collaudo dell'ENPI
e possono avere fermate fisse e inoltre portate di parecchio
superiori ai centocinquanta chilogrammi del tipo stan-
dard".
"Proprio così. Guardi, io sottoporrò la cosa alla dirczio-
ne, ma non credo che li adotteranno se non nella seconda
applicazione. La ringrazio ed eventualmente mi farò vivo io
telefonando al suo ufficio".
Si alzò e mi tese la mano, facendomi capire che il collo-
quio era terminato. Mi alzai anch'io e conclusi:
"La ringrazio, direttore, e spero che comunque voglia cal-
deggiare per lo meno un'applicazione, o mobile o fissa".
"Le farò sapere. Buon giorno".
Salutai e andai via.
Proprio come pensavo, quegli elevatori potevano trovare
applicazione o presso piccole ditte che non si potevano per-
117
mettere l'acquisto dei costosi carrelli elevatori, o nelle po-
sizioni fisse per due o più piani. Inoltre visitare le filiali di
ditte del Nord sarebbe stato inutile, in quanto le decisioni
non sarebbero state prese a Napoli, ma alla sede principale.
Più opportuno invece sarebbe stato prendere contatto con i
vari progettisti per far inserire l'installazione degli elevato-
ri Magli in fabbriche, depositi, negozi e piccoli fabbricati.
Ritornai in ufficio non proprio all'apice dell'entusiasmo.
Ma qui trovai una lettera della Magli nella quale mi si pre-
gava di visitare una fabbrica di confezioni che aveva pro-
blemi di elevazione, il cui titolare in Fiera era rimasto ben
impressionato dai nostri elevatori.
Bene, nonostante la prima visita non molto esaltante,
qualcosa incominciava subito a evolversi in modo positivo.
Telefonai e presi appuntamento per la mattina successiva.
118


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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mar Mag 14, 2013 1:04 pm

CAPITOLO XIII
Ero in piazza Nazionale, scesi dall'auto per informarmi
dove si trovasse via Polese. Mi fornirono le indicazioni ri-
chieste e di lì a poco posteggiavo davanti a un lungo e mo-
derno edificio a tré piani, sulla cui facciata correva una
scritta: FERDINANDO GARGIULO CONFEZIONI. All'inter-
no un intenso viavai di operai edili, operaie addette alla la-
vorazione, numerosi macchinari in attività, polvere e prin-
cipalmente una gran confusione.
Mi indicarono un uomo alto e grasso con un viso dall'at-
teggiamento bonario, ma di quello particolare che caratte-
rizza i veri "guappi".
"È lei il signor Gargiulo?"
"Sì, che volete?"
"Sono il signor Cruni, agente della Magli. Le ho telefona-
to ieri per i vostri problemi di elevatori".
"Ah, sì, venite".
Mi guidò in una zona centrale dell'edificio e mi indicò
una serie di fori quadrati che attraversavano i solai.
"Vedete, l'ingegnere ha fatto lasciare questi buchi aperti
per il passaggio di un montacarichi. Abbiamo i preventivi
di ditte di ascensori, ma sono costosi e ci vuole tempo per
ottenere, come si dicono... per ottenere quelli, come si dico-
no, i permessi".
"Vi riferite ai collaudi dell'ENPI e alle norme da rispetta-
re?"
"Proprio accussì. Dice che sono lunghi e rompiscatole".
119
"Fanno il loro lavoro e debbono sottostare a norme preci-
se. È la burocrazia... Voi però avete visto i nostri elevatori a
Milano e avete subito capito che sono semplici, economici e
non vi faranno perdere tanto tempo".
"Esatto. Noi dobbiamo eliminare subito questo casino.
In un mese vogliamo tutto pronto e a posto. Avete visto che
polvere e bordello che c'è qui e le nostre confezioni vanno a
farsi fotte rè, con tutti gli ordini che abbiamo".
"Vi siete rivolti alla ditta giusta. Ora fatemi capire di
quale portata avete bisogno, quanti piani dovete servire e
quale deve essere la larghezza dell'elevatore. Vi risolvere-
mo tutto noi e rapidamente".
Trassi un blocco note e incominciai ad annotare, mentre
l'omone affannosamente parlava e indicava.
Che voluttà di competente provavo! Non ero solo il vendi-
tore, ma principalmente il "tecnico" che era lì perché ri-
chiesto e dava la sua consulenza. Con un'aria di superiori-
tà, ma al tempo stesso con molta cortesia, chiesi altre infor-
mazioni. Mi feci mostrare la planimetria, tirai fuori dalla
mia borsa portacarte una "rollina" e, chiesti e ottenuti un
paio di operai a mia disposizione, eseguii attenti e precisis-
simi rilievi che riportavo con meticolosità sul mio blocco.
Quando terminai, raggiunsi Gargiulo che nel frattempo
si era portato vicino ad alcuni macchinari e controllava
l'andamento della lavorazione.
"Signor Gargiulo, allora io ho terminato e fra pochi gior-
ni ritornerò da voi con un preciso preventivo e disegni ese-
cutivi che mostrerò al vostro ingegnere per le opere mura-
rie occorrenti".
"Signor Cruni, vi raccummando per la velocità e il prez-
zo. Io pago tutto contanti".
"Stia tranquillo. Ho capito la vostra necessità e vi darò la
precedenza".
"Trattatemi bene. Ho amici e cumpari che anche loro
debbono mettere montacarichi. Ve ne farò vendere molti
altri. Basta che lo dico io".
"Affretterò la cosa al massimo. Fatemi telefonare al mio
120
ufficio e vedrò di recarmi anche da loro".
"Grazie, dottore".
"A voi. Mi farò vivo al più presto. Buon giorno".
Andai via in un'esaltante condizione. Mi recai subito in
ufficio e spedii per espresso la richiesta di offerta, pregan-
do Magli di rispondere a giro di posta.
Per alcuni giorni proseguii nelle mie visite presso ditte di
legname, ma i risultati non furono molto diversi da quelli
della Battinelli e confermarono sempre di più la mia primi-
tiva convinzione che non era quello il campo nel quale avrei
potuto raccogliere molto.
Una mattina giunse in ufficio una telefonata.
"Pronto, l'architetto Cruni?"
"No, sono il figlio. Con chi parlo?"
"Sono l'ingegner Fani".
Un brivido: Fani, il rappresentante della Ricci!
"Buon giorno, ingegnere. Posso fare qualcosa per lei?"
"Lei è il figlio Gianni?"
"Sì".
"Proprio con lei volevo parlare. Lei è interessato alla rap-
presentanza della Ricci?"
"... Beh, veramente io li ho visitati quasi per caso in Fiera
a Milano. L'ingegnere Marzi mi aveva invitato a farlo, pen-
sando che non fossero rappresentati a Napoli. Poi ho sapu-
to che lo sono ottimamente da lei..."
"Lei è gentile. Veramente non tanto ottimamente come
dice. Io rappresento la SCODER di Modena da circa
trent'anni e il mio tempo è quasi tutto occupato, tanto che
volevo lasciare la Ricci che mi aveva pregato a lungo di as-
sumerne l'agenzia".
Non sapevo cosa dire. Fani riprese:
"Ho anche avuto con me un giovane ingegnere che mi col-
laborava, ma poi si è trasferito a Palermo. Ora però c'è mio
figlio, il dottor Alberto, che ha iniziato da poco a lavorare
con me e che si occupa della Ricci".
Che delusione, allora niente da fare!
"Ah,bene".
121
"Mi hanno scritto da Ancella parlandomi molto bene di
Ero nT ^ stu?are una possìbììe Elaborazione"
Ero m un grande imbarazzo. Fani continuò-
Senta, come le ho detto, io non me ne occupo più ma se
ne interessa mio figlio. Perché non si incontra con ÌuT per
analizzare se c'è qualche possibilità?" p
"Co^1^ disperanza- Ma non era quello che volevo io.
nnn T Y ' "^"^e- ma se se ne interessa suo figlio
rTpVrSntn^ di una collabor———— Io ho già una0
"Di macchine per l'edilizia?"
"No".
"Allora attenda all'apparecchio, le passo mio figlio"
Che me lo passava a fare? Che avremmo dovuto dire?
Dopo un po' una voce affettata.
"Pronto, il signor Cruni?"
"Sì".
PercL'To011 dottor Fani- papà le ha SPie§ato la situazione.
Perche non viene a trovarmi in ufficio? Potremmo cono
scerei e valutare, se è il caso, una collaborazione"
Ero sconcertato e non sapevo cosa rispondere. Ma infine
che avrei potuto rimetterci a incontrarle? '
_.. Se lo desidera. Quando è disponibile^»"
.n^S^^^^^^^ in ^ro P- -tè. Se vuole,
"-Va bene, dove ha l'ufficio?"
"Riviera di Ghiaia, ottocentoundici"
"Posso essere da lei fra un'ora. Le sta bene?"
Si, 1 attendo".
un^hl^""!0"1 suon£",0 alla porta del P1-11110 P1311" di
un vecchio, ma decoroso palazzo. Una lucida targa d'ottone
indicava: ASCENSORI SCODER e più in piccolo Ag^a
per la Campania Ing. Mario Fani.
La porta si aprì e un ometto smunto, ma dignitoso mi
me^ chl fossl e poi mlintrodus- in un salottfno ^orS1
mente arredato. Qualche minuto dopo un giovane alto
pressappoco quanto me, ma più magr^ e di appetto es^re
122
mamente ricercato, con folti e ondulati capelli biondi e un
gran naso da nobile, entrò.
"Il signor Cruni?"
"Sì, lei è il dottor Fani?"
"Proprio io, piacere".
Ci stringemmo la mano. La mia stretta vigorosa si spense
in quella fiacca di lui.
"Mi segua, la prego".
Si avviò lungo un piccolo corridoio che immetteva in una
minuscola stanza dove rividi, intento a battere a macchina,
l'omino che mi aveva aperto la porta. Di lì passammo in un
altro vano senza porta dove vi era un antico e piccolo scrit-
toio, un paio di mobili dello stesso stile e sedie elaborate.
Mi invitò a sedere e si accomodò dietro lo scrittoio. Con mo-
venze studiate il dottor Fani aprì un cassetto, ne trasse una
pratica, la sfogliò e poi iniziò:
"Dunque, la Ricci ci ha scritto di lei e della sua
richiesta..."
"Tengo innanzitutto a precisare che non sapevo fossero
già rappresentati a Napoli e non appena il geometra Zanni
me l'ha detto, l'ho subito pregato di considerare nulla la
mia richiesta".
"Sì, lo hanno scritto, ma proprio mio padre qualche mese
fa aveva chiesto o una collaborazione o di poter rimettere il
mandato. Vede, lui è molto occupato per la SCODER che,
come lei saprà, è una delle quattro grandi ditte di ascensori
operanti in Italia. Quando l'ingegner Marzi si trasferì a Ro-
ma e quindi lasciò la rappresentanza, da Ancella incornine
ciarono a pressare mio padre perché assumesse l'agenzia di
Napoli. Solo dopo molte insistenze accettò, ma appena si
rese conto che non avrebbe potuto portarla avanti bene
senza danneggiare la SCODER, scrisse subito alla Ricci. Al-
lora loro gli segnalarono un giovane ingegnere come colla-
boratore. Questi qualcosa ha fatto, ma poi si è trasferito a
Palermo per un altro lavoro. Mio padre allora scrisse anco-
ra alla Ricci pregandola di affidare ad altri l'agenzia, ma
proprio in quel periodo io sono rientrato a Napoli e ho inco-
123
minciato a collaborare con lui e a occuparmi anche di mac-
chinar! edili".
"Allora non vedo in che cosa possa entrarci io".
"Veramente potrebbe. Sa, anch'io sono molto preso dalla
SCODER e un aiuto non guasterebbe... Ma mi racconti di
lei".
Succintamente gli dissi dei miei studi, dell'esperienza
con Mortini, del mio viaggio a Milano e di come ero attual-
mente organizzato. Mi fece molte altre domande. Era quasi
un esame e ne ero infastidito: essere esaminato da un rap-
presentante e per giunta più o meno principiante come me.
Ma che accidenti me ne importava di lui e di una collabora-
zione! Io volevo quella ditta, ma solo come diretto agente in
esclusiva. Basta con le collaborazioni!
Qualcosa nel mio atteggiamento e nelle mie risposte lo
dovette impressionare positivamente. Il suo tono inquisito-
rio, anche se gentile, si addolcì e si stemperò in un tratta-
mento alla pari, se non addirittura da inferiore.
"Vede, io so che suo padre è costruttore e anche ben no-
to".
Lo interruppi.
"Lo è stato".
"Sì, ma il nome è sempre conosciuto nell'ambiente. Io
penso che lei possa fare molto per la Ricci e quindi per
noi".
Ero stufo e decisi di essere più esplicito.
"Senta, dottore, voglio e debbo essere sincero. Ho lascia-
to il commendator Mortini perché volevo mettermi in pro-
prio e una collaborazione la posso concepire solo alla pari e
principalmente se vi sono prospettive di poter quanto pri-
ma assumere la diretta agenzia. Ora la Ricci è più che ben
rappresentata da un nome importante nel settore come
quello di suo padre e curata più direttamente da lei che ov-
viamente è ben introdotto presso le imprese di costruzioni.
Con tali premesse non vedo quindi come io possa collabora-
re".
Il volto quasi privo di espressione di Alberto Fani si con-
124
trasse leggermente e lasciò intravedere una certa contra-
rietà.
"Signor Cruni, capisco quanto mi dice, ma forse lei non
mi ha compreso bene. La SCODER è una grande industria
che è presente a Napoli, con mio padre e con la ditta Ambi-
ta che ne cura l'assistenza e la manutenzione, da quasi
trent'anni e i suoi ascensori e le scale mobili sono quanto di
meglio offre il mercato italiano. Può immaginare quindi
quanto lavoro abbia la nostra agenzia. D'altra parte la Ric-
ci, pur essendo più piccola, ha un nome prestigioso e ottimi
prodotti. Credo che sia suo interesse cominciare ad occu-
parsene e non è detto che in futuro non si trovi un tipo di
collaborazione che possa essere più di suo gradimento. Ov-
viamente bisogna iniziare e valutarne i risultati".
Il discorso era indubbiamente sensato e, ripensandoci
meglio, da quella collaborazione ne avrei quanto meno po-
tuto trarre una migliore conoscenza del settore, visto dalla •
parte del rappresentante, e una maggiore introduzione
presso imprese edili e progettisti ai quali avrei potuto pro-
spettare gli elevatori Magli, sempre che non fossero stati in
concorrenza con gli ascensori della SCODER. Il mio tono
era meno deciso quando chiesi:
"Come intenderebbe realizzare la collaborazione?"
"Ritengo che si possa programmare una serie di visite
presso le imprese che divideremmo per zona e conoscenza,
per poi scambiarci una relazione settimanale o bisettima-
nale. Le provvigioni della Ricci sono del dieci per cento più
eventuali maggiori percentuali che vengono concesse
all'agenzia se non si praticano i massimi sconti. Mio padre
lascia a me tali provvigioni meno un due per cento per le
spese generali di ufficio. Io le propongo di dividere fra di
noi in parti uguali quello che rimane".
La cosa era interessante, anche in termini di denaro. Mi
informai:
"Qual è il fatturato medio della Ricci a Napoli?"
"Ora è di circa cinque milioni all'anno, ma può aumenta-
re sensibilmente. Pensi che attualmente lo si ottiene quasi
125
tutto solo con i vecchi clienti".
Feci un rapido calcolo: cinque milioni al dieci per cento
uguale cmquecentomila lire. Al quattro per cento, duecen-
tomila lire per me come minimo. Un impiegato di banca
ali inizio non guadagnava più di cinquanta o sessantamila
lire al mese e qui ne erano assicurate circa ventimila, oltre
ai vantaggi che già avevo valutato.
Per la prima volta da quando ero con il dottar Fani, mi di-
stesi, allungai le gambe, offrii e accesi le sigarette.
"Si può tentare, e quali sono le imprese presso le quali lei
e meglio introdotto?"
Fani aprì un cassetto e ne trasse un elenco ordinatamen-
te dattiloscritto e me lo porse.
"Questo è l'elenco delle imprese edili della provincia di
Napoli. Quelle sottolineate dovrebbero essere di mia com-
petenza, a meno che non abbia qualcosa in contrario"
L'elenco era nutrito e molte imprese non sottolineate era-
no nella provincia.
"Vedo. Io penso che potrei visitare quelle fuori Napoli"
Benissimo, ma anche fra quelle di Napoli può prender-
ne un certo numero".
La cosa non mi andava. Contrariamente a quello che il
mio interlocutore pensava, avrei voluto agire laddove il no-
me di mio padre poteva essere completamente ignorato o
poco conosciuto. Comunque risposi:
"Va bene, vediamo quali".
Ci mettemmo al lavoro di buon accordo e in breve ap-
prontammo due elenchi, uno per me e l'altro per Fani Alla
fine chiesi:
"Ora mi dovrebbe ragguagliare sui prezzi, sugli sconti,
sulle condizioni di pagamento e sui principali concorrenti
che operano su Napoli".
"Certamente, veda..."
Con chiarezza e precisione mi illustrò tutto e io incomin-
ciai ad apprezzare quel giovane che all'inizio mi era sem-
brato solo una specie di "gagà". Si vedeva che aveva affron-
tato con estrema serietà il suo lavoro e che voleva svolgerlo
126
in modo "professionale".
Erano le 12,30 quando terminammo e il dottor Fani mi
condusse nella stanza che confinava con la sua per presen-
tarmi al padre.
L'ingegnere Fani era un uomo di statura media e di età
avanzata, con un volto sereno che era la copia invecchiata e
gonfiata di quello del figlio. Una rotonda pancetta si intrav-
vedeva al di sotto della giacca.- Fu estremamente cortese
con me e si mostrò lieto dell'accordo raggiunto. Ne ebbi
un'ottima impressione.
Alberto Fani mi accompagnò in strada e mi invitò a pren-
dere l'aperitivo che immancabilmente ogni mattina, esatta-
mente mezz'ora prima del pranzo, non si faceva mancare.
Decidemmo di darci del "tu", di rivederci in ufficio ogni
quattro giorni e di comunicarci tempestivamente le notizie
più importanti.
Il pomeriggio nel mio studio esaminai attentamente il vo-
luminoso listino prezzi, il copiacommissione e i depliants
della Ricci, che portavano bene in vista il timbro dell'inge-
gnere Mario Fani. Li misi nella mia borsa portacarte, insie-
me a quelli della Magli.
Nei giorni successivi mi dedicai ad un'intensa serie di vi-
site che alternavano la prospczione degli elevatori a quella
delle macchine edili e alcune volte potei fondere l'una e l'al-
tra cosa. Mentre per le visite relative agli elevatori non ave-
vo ancora provato particolari emozioni, tranne le normali
del neofita, per quelle relative alle macchine e attrezzature
della Ricci una grande incertezza mi prendeva e più volte
fui tentato di non varcare la soglia degli uffici delle impre-
se di costruzioni. Mi faceva un effetto strano recarmi lì non
da ingegnere o da titolare, ma da rappresentante.
Quanti pentimenti, rancori, rimpianti mi attanagliavano.
Per il diavolo!, perché non avevo completato gli studi, per-
ché li avevo ritardati, perché mi erano sembrati come una
specie di condanna? Di chi era stata la colpa?
In definitiva, nonostante tutto, erano solo sei anni e mez-
zo che mi ero iscritto all'università e non ero poi tanto in ri-
127
tardo. Perché allora quell'ansia di smettere e di guadagna-
re? Sì, ricordavo che l'atmosfera della mia casa mi era sem-
brata pesante al punto tale da non farcela più a rimanerci
come studente, il dover chiedere tutto e poi la irrisoria faci-
lità con cui riuscivo a comprendere i problemi matematici
e tecnici e le relative applicazioni non mi invogliavano cer-
to a doverli noiosamente ripetere più volte per impararli
quasi a memoria, cosa purtroppo necessaria per gli esami,
così com'è strutturata l'università italiana.
Ma forse c'era di più. Quella specie di fobia che mi aveva
preso probabilmente dipendeva dal fatto che inconscia-
mente non desideravo collaborare nell'attività paterna con
quei maledetti simili caratteri, così forti e assolutistici.
Avrei dovuto svolgere un'attività mia, allora l'errore era
stato quello di aver preso un indirizzo di studi analogo a
quello paterno. Perché non si dava ai giovani alle soglie
dell'università o anche prima un preciso quadro di quello
che li attendeva? Perché non si organizzavano sedute di psi-
coanalisi singole o di gruppo, perché non far capire loro i
complicati meccanismi della psiche e il complesso di Edi-
po?
Domande, sempre domande, ma a che serviva oggi porse-
le? Comunque, anche se attraverso travagli, una mia strada
l'avevo trovata e bisognava percorrerla. Porco boia!, però
proprio nell'edilizia ero dovuto finire!
Nonostante la spinta a non varcare quelle porte, riuscivo
a vincermi e le visite, quasi tutte in provincia, si risolveva-
no abbastanza positivamente e mi diedero il coraggio di af-
frontare, secondo gli accordi presi con Alberto Fani, una
nota impresa cittadina.
Mi ci recai in uno splendido pomeriggio di maggio e mi
feci annunciare da una delle impiegate all'ingegnere Pira-
nesi. La ragazza mi fece accomodare nella sala d'ingresso,
dove vi erano altri signori in attesa. Erano tutti forniti di
voluminose borse portacarte; forse erano rappresentanti
come me.
Dopo più di un'ora giunse il mio turno e fui introdotto in
128
un vasto studio, dove dietro un grande scrittoio, posto su
uno dei lati minori, vi era un uomo anziano, ma vigoroso.
"Mi chiamo Gianni Cruni e vengo per la ditta Ricci di An-
cella". Mi osservò attentamente. "Sicuramente conoscerà
la ditta che rappresento che è una delle più prestigiose pro-
duttrici di macchinari per l'edilizia".
Aprii la borsa e incominciai a trame depliants. L'ingegne-
re Piranesi mi scrutò ancora più intensamente e poi, con
aria incuriosita:
"Ma lei è per caso parente dell'architetto Cruni?"
Maledizione!
"Sono il figlio".
"E rappresenta la Ricci?"
"Veramente collaboro con l'ingegnere Fani. Inoltre rap-
presento direttamente altre ditte".
"E perché fa il rappresentante?"
Avrei voluto sbattergli in faccia i depliants.
"Perché è il mio lavoro".
Il suo stupore era solido e palpabile come un pezzo di cre-
ta.
"E papa, il caro Valentino, non costruisce più?"
"N9, ha smesso, fa solo la libera professione".
"E perché? Lui ha fatto cose così belle, anche se i suoi
criteri sono diversi dai miei".
Lo guardai quasi con odio.
"Perché così ha deciso... Dunque, ingegnere, le dicevo
della Ricci..."
"Ma lei che studi ha fatto?"
La maledetta indiscrezione dei napoletani!
"Se le interessa proprio, ingegneria e mi mancano pochi
esami".
"Ma allora, perché non studia?"
Avrei voluto alzarmi e andarmene. Riuscii a dominarmi.
"Chi le dice che non lo faccia".
"Se fa il rappresentante..."
"Ingegnere, volendo si può fare tutto. Ora, se mi permet-
129
tè, vorrei chiederle quali marche di macchinar! usa nei suoi
cantieri".
Si vedeva che era contrariato. Aveva voluto fare il "pater-
no" e contribuire a ricondurre il figlio "discolo" del collega
alla ragione. Forse pensava di agire bene o provava soddi-
sfazione a umiliare un Cruni.
"Ho macchinari Lombardini".
"Quali prestazioni le danno e in che condizioni sono, ad
esempio, le mescolatrici per il calcestruzzo?"
"Mah, le prestazioni che ottimi macchinar! possono
dare".
L'atteggiamento era diventato freddo e ostile.
"Vorrei illustrarle la più moderna mescolatrice della
Ricci, la RIM 500. È davvero eccezionale, guardi..."
Gli mostrai il depliant, gli dedicò un'occhiata distratta,
poi chiese:
"Quanto costa?"
"Di listino cinquecentomila, ma a lei che ha un'impresa
così nota possiamo applicare uno sconto del quindici per
cento. Questa mescolatrice ha una capacità di mezzo metro
cubo e una velocità d'impasto davvero eccezionale. Dimez-
za quasi i tempi delle altre. Poi, come avrà notato, ha una
comoda pulsantiera dove sono raccolti tutti i comandi e..."
Continuai ad illustrare, ma si vedeva chiaramente che
era preso da altri pensieri.
"Mi lasci pure i depliants. Per ora non ho bisogno di at-
trezzature. All'accorrenza le telefonerò".
Mi alzai con sollievo e feci per salutarlo, ma lui:
"Ma papa che ne pensa della sua attività?"
E insisteva!
"Cosa ne deve pensare. Credo bene. È, fino a prova con-
traria, un'attività onesta e valida. Molti ingegneri la svolgo-
no. Il rappresentante attuale è un ingegnere e quello prece-
dente pure".
"Sì, ma forse non hanno mai fatto i progettisti... Senta a
me, ci ripensi e mi saluti tanto il caro Valentino".
Che maledetto indiscreto individuo. Come le donnette na-
130
poletane doveva intrigarsi di tutto.
"Sì, ci penserò; mi auguro però che anche lei ci ripensi
per i prodotti Ricci. Le praticherò, visto che conosce così
bene mio padre, condizioni del tutto particolari".
Salutai velocemente e andai via.
Ecco perché non volevo visitare note imprese cittadine.
Avevo intuito che in luogo di aiuto avrei avuto solo fastidi,
domande indiscrete e mortificazioni. Certa gente considera
valida solo la propria attività e pochissime altre.
Puntigliosamente continuai le visite a imprese come
quella e, quasi sempre, con risultati analoghi o peggiori.
Costituì il mio calvario.

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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mar Mag 14, 2013 1:36 pm

Da: Brando (Messaggio originale)
Inviato: 12/09/2002 10.36
CAPITOLO XIV
Finalmente giunse il preventivo di Magli per l'elevatore
da installare presso, la ditta Gargiulo. Rimasi favorevol-
mente sorpreso, se non addirittura'esterrefatto, per l'ele-
ganza della presentazione. I fogli dove erano ordinatamen-
te riportati la descrizione, il prezzo, le condizioni di vendi-
ta, unitamente ai disegni dell'insieme e delle varie sezioni,
erano contenuti in una lussuosa cartellina. Il tutto dava
l'immagine di una grande ditta molto ben organizzata.
L'elevatore doveva servire tré piani per un'altezza di circa
undici metri con pulsantiere ai piani, fermate fisse, lar-
ghezza del piano d'appoggio di circa un metro e cinquanta,
per una portata di trecento chilogrammi; il prezzo compre-
so trasporto e installazione, di circa seicentocinquantamila
lire, consegna entro trenta giorni con la classica sigla GG.
LL. S. I., ossia giorni lavorativi salvo incidenti.
Mi recai immediatamente da Gargiulo e senza grandi dif-
ficoltà concludemmo quello che era il mio primo «affare» e
che mi avrebbe fruttato di lì a un mese sessantacinquemila
lire di provvigione. Ero entusiasta e caricatissimo e affron-
tai l'ingegnere direttore dei lavori di Gargiulo con estrema
sicurezza che mi permise brillantemente di discutere e ri-
solvere con lui i vari problemi relativi alle opere murarie
da predisporre.
Quell'entusiasmo mi portò a raccogliere anche altri suc-
cessi, questa volta per i macchinari della Ricci.
Fra le tante visite che andavo giornalmente effettuando,
132
tré condussero a piccoli ordini immediati e una quarta alle
premesse per molto di più. Si trattava di imprese della pro-
vincia dove il mio comportamento era di gran lunga più spi-
gliato e intelligente di quello che usavo nelle visite presso le
imprese cittadine, nelle quali mi sentivo bloccato da possi-
bilità di discussioni del tipo di quelle che avevo avuto con
l'ingegnere Piranesi e le molte altre analoghe. Qui, liberato
dal condizionamento psicologico, mi .rivelavo un ottimo
venditore e riuscivo a instaurare un'immediata corrente di
simpatia e di confidenza fra il possibile cliente e me. Non
parlavo molto, ma lasciavo invece libero campo al mio ospi-
te di raccontarmi i suoi problemi di cantiere e sempre più
spesso quelli personali.
Non è vero quello che comunemente si crede che un buon
venditore è principalmente un buon parlatore, ma al con-
trario deve essere essenzialmente un ottimo ascoltatore e
riuscire a suscitare confidenze e sfoghi personali.
Mi incontravo sempre più di frequente con Alberto Fani e
i nostri rapporti in breve'divennero, se non proprio di sin-
cera amicizia, perlomeno molto cordiali. Ci comunicavamo
i risultati delle nostre visite e decidemmo di compilare pic-
cole relazioni su appositi moduli Buffetti in triplice copia.
Due per noi e la terza da inviare alla Ricci che era stata
messa al corrente della nostra collaborazione.
Quasi ogni tré giorni ero nell'ufficio dell'ingegnere Fani
dove ormai entravo, uscivo e giravo per le varie stanze non
più da ospite, ma come uno di casa. Ebbi modo di conosce.
rè meglio quell'anziano gentiluomo, di apprezzarne l'uma-
nità, la signorilità e la grande abilità. Mi resi conto dell'im-
portanza della SCODER e del movimento di progettisti che
vi ruotava intorno. Incominciai a comprendere quanto fos-
se essenziale riuscire a fare inserire nei "capitolati di ap-
palto" alla relativa voce i prodotti che interessavano, se
non proprio citandoli per nome, ma attraverso le caratteri-
stiche particolari che li rendevano diversi, anche se di po-
co, dagli altri della concorrenza.
Dopo circa un mese fra Alberto e me si erano raccolti or-
133
dini per circa settecentomila lire, il che significava avere
quasi raddoppiato la media mensile precedente.
Sempre di più in quelle visite mi si evidenziavano i pregi
di quell'industria che era sì di piccole dimensioni rispetto
alle maggiori del settore, ma di grande prestigio. Non vi era
infatti cliente della Ricci che non ne parlasse bene e che
non fosse rimasto contento della bontà del prodotto e delle
grandi qualità di resistenza e durata. Era una specie di Lan-
cia delle macchine per edilizia e, come la nota e gloriosa
fabbrica di automobili, poteva contare su una vera e pro-
pria schiera di fans. Ma proprio per l'estrema scrupolosità
di costruzione, per la qualità dei materiali impiegati, per il
peso superiore e per la lunga preparazione necessaria a
mettere in commercio prodotti perfetti, il relativo costo era
notevole e la gamma alquanto limitata. Conquistare quindi
clienti nuovi era tutt'altro che facile, anche perché gli im-
prenditori edili subivano sempre più spesso le pressioni da
parte di un paio di fabbriche locali che in pochi anni aveva-
no impiantato, aiutate dai contributi della Cassa del Mezzo-
giorno e dai prestiti a tasso agevolato dell'Isveimer, stabili-
menti di notevoli dimensioni nei quali producevano una
gamma quasi completa di macchine e attrezzature per l'edi-
lizia. Erano, è vero, di qualità scadente, ma potevano conta-
re su prezzi molto più bassi e su consegne rapidissime. Sul
mercato erano anche presenti la Giorgi & Ferretti e la Lom-
bardini con una produzione e con dei prezzi a livello di
quelli della Ricci, ma che in più disponevano di tutti i mac-
chinari occorrenti a imprese di ogni dimensione.
Nelle mie visite quindi mi sentivo chiedere frequente-
mente, oltre alle mescolatrici, agli elevatori a braccio, agli
arganelli, ai frantoi e ai castelletti — punti di forza della
Ricci — anche centrali di betonaggio, grues, molazze, auto-
gru, escavatori, tutta roba che non era purtroppo nella pro-
duzione della nostra rappresentata.
Particolarmente richieste erano le centraline di betonag-
gio che raggruppavano una grande mescolatrice per il cal-
cestruzzo, svariati contenitori e una capace bilancia che,
134
una volta predisposta, convogliava alla benna della mesco-
latrice i quantitativi necessari di cemento, sabbia, ghiaia e
acqua per eseguire l'impasto desiderato con un considere-
vole risparmio di tempo e di manodopera. I responsabili
della Ricci, sollecitati da noi come da altri agenti e dagli af-
fezionati clienti, avevano messo in studio la realizzazione
del complesso, ma, pur avendone realizzato un prototipo,.
non avevano ancora iniziato la produzione in serie, perché
il funzionamento non era stato adeguato all'ottimo livello
degli altri prodotti e, a causa della loro finanche eccessiva
scrupolosità, si prevedeva che sarebbe trascorso ancora
molto tempo e forse anni.
Di giorno in giorno, se non di visita in visita, mi convince-
vo sempre di più che sarebbe stato saggio sfruttare il buon
nome della Ricci per ottenere rappresentanze di ditte, ma-
gari anche microscopiche, ma che possedessero validi pro-
dotti per completarne la gamma. Mi trattenevo però dal
parlarne con Alberto, perché avrei voluto inquadrare il pro-
blema in modo più vasto e definitivo, non appena avessi po-
tuto dimostrare in modo non effìmero la validità della mia
azione e il contributo determinante del mio operato relati-
vo alla ditta di Ancella.
Quelle relazioni-visite, le cui copie continuamente ci
scambiavamo e una delle quali inviavamo alla dirczione
commerciale, acquistarono per me, che all'inizio le avevo
considerate un po' mortificanti e servili, un'importanza
fondamentale perché mi permettevano, e sempre di più mi
avrebbero permesso, di dimostrare tutte le mie capacità la-
vorative e produttive.
Era ormai giugno inoltrato quando giunsero da Partana i
montatori della Magli per installare l'elevatore ordinato
dalla ditta Gargiulo. Si trattava davvero di un signor im-
pianto e trascorsi molte ore ogni giorno a osservare quei
fiori di operai lavorare con alacrità e competenza in quella
specie di bolgia disordinata e caotica che era la fabbrica di
confezioni. Il giorno della consegna e del collaudo giunse a
Napoli anche il signor Magli che, a dispetto della sua figura
135
di contadino, si rivelò un abile tecnico e un uomo d'affari
navigato riuscendo a risolvere brillantemente le ultime dif-
ficoltà e a riscuotere, seduta stante, il totale pagamento
dell'importo preventivato. Anch'io, vincendo l'emozione,
riuscii a rendermi utile e a fare una buona figura con lui,
Gargiulo e il suo ingegnere. La sera, in un ristorante pano-
ramico, dove lo avevo condotto, anche perché il panciuto
proprietario col suo vocione rimbombante diffondeva ai
sette venti le mie qualità, false o vere che fossero, incassai
la mia provvigione. Riuscii a mascherare con uno sforzo no-
tevole l'intensa soddisfazione. Finalmente incominciavo
tangibilmente a guadagnare. Era la prima pietra dell'edifi-
cio della mia vera indipendenza, che voluttà!
Così come un corso d'acqua incornicia a fluire sempre
più sicuro e abbondante in un nuovo letto, i miei introiti eb-
bero un quasi immediato incremento quando di lì a pochi
giorni Alberto Fani mi consegnò la mia parte della liquida-
zione del secondo trimestre provvigionale della Ricci: ot-
tantamila lire che, insieme con le sessantancinquemila del-
la Magli, mi fruttarono in circa due mesi un guadagno ben
superiore a quello di un impiegato di banca.
Ma il momento magico non si arrestò lì. Gargiulo, fedele
a quanto mi aveva promesso nella mia prima visita, mi indi-
rizzò ad alcuni suoi amici che mi commissionarono altri tré
elevatori per un importo globale di oltre un milione.
Ero al settimo cielo, mi sentivo uomo nel vero senso della
parola. In casa ormai avvertivo di occupare un'altra posi-
zione e non avevo più bisogno di chiedere denaro alla mia
famiglia. Anche i piccoli regali alla mia ragazza mi procura-
rono ben altra soddisfazione rispetto a quelli che le avevo
fatto in precedenza, quando avevo usato il mensile che mio
padre mi aveva assegnato o i soldi che continuamente e con
varie scuse strappavo a mia madre. La fase del "figlio di fa-
miglia" incominciava a chiudersi. Si apriva quella dell'uo-
mo che lavora, produce e guadagna, occupando un ben pre-
ciso e utile posto nella società.
Ma non erano tutte rose e fiori come potrebbe sembrare.
136
Gli ingegneri Piranesi continuavano a imperversare e quel
mondo ricco di geometri, ragionieri, dottori, ingegneri, ar-
chitetti sembrava fatto apposta per mortificare uno come
me che era sprovvisto di un "vero" titolo di studio. Ciò era
ancora più frustrante in relazione al diploma di maturità
che avevo, brillantemente e nei tempi previsti, conseguito e
ancor più per i moltissimi esami superati all'università,
senza però aver portato a conclusione gli studi stessi. Tro-
vavo che tutto nell'ordinamento di studi italiano era sba-
gliato. È mai possibile che uno come me che aveva studiato
per cinque anni alle elementari, per tré alle medie, per cin-
que al liceo e superato ben ventotto esami di ingegneria
non avesse un qualsiasi titolo da far precedere al proprio
nome? Ma, porco giuda, se solo la maturità è superiore al
diploma di geometra o ragioniere e un solo esame di inge-
gneria degli anni cinquanta equivaleva a una delle lauree
più semplici dove bastano diciotto, venti esami di una faci-
lità stupefacente! Ma se solo i corsi di laurea di matemati:
ca, geologia o scienze naturali, senz'altro più impegnativi e
difficili, sono composti di appena quindici, sedici esami!
Perché io non dovevo possederlo? Perché nell'ambito dei
corsi universitari non esistono più gradi di diplomi come
nei paesi più evoluti del nostro? Là il Bachelor si raggiunge
dopo due-quattro anni di corso, il Master dopo quattro-
cinque e il Doctor dopo cinque-sette. Perché proprio da noi
dove si da, specialmente nel Sud ma non solo nel Sud, tanta
importanza al titolo non vi è un ordinamento analogo? Allo-
ra fanno bene quelli che studiano da geometra o ragioniere
o al più per dottore in giurisprudenza o in scienze politi-
che! Bisognava però pensarci prima, non ora quando il la-
voro per me era iniziato in modo tutto sommato positivo.
Cercai di dimenticare quell'ostentazione di titoli di tutti i
generi che mi feriva profondamente quando sentivo, in con-
trapposizione, il mio cognome preceduto solo dall'appella-
tivo di "signore" che viene dato, anche se spesso a sproposi-
to, a qualsiasi individuo e relegai il disappunto nel profon-
do della mia mente e della mia psiche.
137
La mia attività si andava intensificando di giorno in gior-
no e dovette quasi raddoppiarsi quando, per un preventivo
accordo, Alberto partì per le ferie. A me sarebbe toccato
agosto, ma anche in quel mese mi allontanai dalla città solo
per quindici giorni che trascorsi in una località marittima
vicino Napoli dove villeggiava la famiglia della mia ragaz-
za. Proprio in quel mese la segretaria di mio padre si licen-
ziò e non fu sostituita. Persi così l'unico vero aiuto che rice-
vevo da lui e dovetti preoccuparmi di trovare un collabora-
tore che potesse farmi anche da segretario e da produttore
per modeste visite di routine. Fui tentato dapprima di assu-
mere una segretaria. Quante volte avevo sognato di averne
una: bella, giovane, provocante e disponibile! Quanti fìlms
abbiamo visto nei quali queste ragazze confortano le ore di
ufficio del titolare, del dirigente dell'azienda. Chi di noi
non ha sognato di intervallare le ore di fatica a piacevoli
schermaglie amorose nell'ambito del proprio posto di lavo-
ro. Inoltre una flessuosa collaboratrice rappresenta anche
uno dei primi emblemi di successo alla pari di un attrezza-
to ufficio e di una ruggente e scintillante automobile.
Ma mi costrinsi alla massima serietà e anteposi il lavoro
a devianti giochi da immaturo; ci sarebbe stato tempo an-
che per quello, ma solo dopo una vera affermazione, non
ora.
Assunsi quindi un giovanotto di provincia, tondetto, im-
pomatato, ma pieno di rispetto e di buona volontà. Gennaro
Mastallo iniziò con passione la collaborazione nella ditta
GIANNI CRUNI e mi fu di qualche aiuto anche nelle visite
esterne.
138
CAPITOLO XV
Nei primi giorni di settembre mi sentii pronto per affron-
tare con Alberto l'argomento che da tempo mi premeva.
Erano ormai quattro mesi che collaboravo con lui per la
Ricci e che svolgevo l'attività in proprio per la Magli. I gua-
dagni erano stati buoni, ma avrebbero potuto essere ben
più congrui se avessimo impostato l'attività in un differen-
te e definitivo modo. Mi recai da lui e incominciai:
"Caro Alberto, ho notato con piacere che la nostra colla-
borazione sta procedendo in pieno accordo e con, spero, re-
ciproca stima e fiducia. Sei anche tu di questo avviso?"
Mi guardò con meraviglia e il suo atteggiamento assunse
una posizione di difesa.
"Sì, certo, Gianni, abbiamo lavorato abbastanza bene.
Anche dalla Ricci ci è giunto qualche complimento".
Era sospettoso, l'amico. Mi sarebbe convenuto lisciarlo
ancora un po'.
"Mi fa piacere che la pensi come me. Ora però desidero
ricordarti quanto ti dissi il giorno che ci conoscemmo e de-
cidemmo di collaborare. Innanzitutto però debbo dirti in
tutta sincerità che provo per tè stima, rispetto e amicizia".
Avevo fatto breccia. Lo sguardo gli si accese e rispose:
"Bene, mi fa piacere. Io non sono mai indifferente a chi
mi sta vicino, o sono subito simpatico o antipatico".
Ma guarda che affermazione immodesta!
"Sì, è vero, hai una notevole personalità... Ora però penso
che tu come me avrai notato che la Ricci è quella che è, ossia
139
Una ditta di prestigio e seria,
ma hai mai pensato a
quanti ordini perdiamo continuamente da parte di quelle
imprese che vogliono poter acquistare tutte le attrezzature
da un solo rappresentante? Hai visto come la Giorgi&Ferretti,
la Lombardini e Ie napoletane sono avvantaggiate rispetto a noi?”
“ Naturalmente, bisognerebbe assumere altre rappresentanze
che completino la gamma"
“Giusto, ma non basta questo. Sai meglio di me che che una cosa è vedere una betoniera sui depliant e ben altra farla vedere esposta. Inoltre bisogna avere qui i pezzi di ricambio”
“Ho capito , vorresti aprire un deposito-esposizione. Si può vedere”
Lo stavo portando dove volevo io.
“Sì, ma non solo…Vedi Alberto, abbiamo mostrato di saperci fare. Ho avuto
Il piacere di conoscere tuo padre che è un uomo disinteressato e umano…”
Era il momento più delicato. Lo guardai diritto negli occhi e proseguii.
“…Tu collabori con lui per la Scoder e continuerai a farlo, ma non ritieni
opportuno che la Ricci possiamo rappresentarla direttamente noi? Questo
ci darebbe la possibilità di assumere altre rappresentanze e costituirci una
base più solida”
Era chiaramente sconcertato. Chissà se sarei riuscito a staccarlo anche se parzialmente dal padre, quel pezzo di coglione.
"Ma il nome di papa può più dei nostri"
“ Indubbiamente è vero ma quando avremo costituito una nostra società e con la Ricci, avremo anche noi più voce in capitolo e papà
potra eventualmente appoggiare le nostre richieste
con la sua ben nota autorevolezza".
"Ma come faremo?"
"Alberto, l'ufficio e la sede possono essere il mio studio e
il deposito un locale sfitto che è poco lontano e per il quale
chiedono una piccola pigione. Eppoi tuo padre non avrà
nulla da dire se continuerai a collaborare con lui per la
SCODER".
Lo vedevo sempre più perplesso. Eccepì:
"Ma la Ricci a due giovani?"
Sembrava così sicuro di sé invece quante paure. Temetti
di non riuscire a scuotere quell'abitudinario e flemmatico
individuo, ma disperatamente e con forza proseguii:
"E perché no? Gli scriveremo una bella e dettagliata let-
tera e potremmo andare a trovarli ad Ancella e sentire da
vicino cosa ne pensano..." e sparai: "Non senti anche tu il
bisogno di un'affermazione personale?"
"... Sì, ma papa..."
E dai con questo accidenti di papa. Tanto valeva affron-
tarlo subito.
"Perché non chiediamo il suo parere?"
"Non so.... Si può tentare".
"Pensa, Alberto, una società Fani & Cruni con tutti e due
come amministratori... Andiamo da tuo padre".
Il momento della verità era giunto. Approfittai dell'inde-
cisione di Alberto e mi diressi con passo sicuro verso lo stu-
dio dell'ingegnere Fani. Bussai alla porta e entrai seguito
dal titubante amico.
"Ingegnere, scusi, vorremmo chiederle un consiglio".
"Dica pure, Cruni".
"Alberto le avrà raccontato delle nostre esperienze Ricci,
dei successi, ma anche delle carenze della nostra organizza-
zione. Ora che abbiamo dimostrato di saperci fare e cono-
sciamo il suo desiderio di occuparsi solo della grande SCO-
DER, avremmo pensato, salva la collaborazione di Alberto
per questa ditta, di poter completare la gamma delle attrez^
zature per l'edilizia assumendo altre rappresentanze e di
141
mettere su anche una sala di esposizione-deposito..."
Mi interruppe.
"Si può studiare".
Com'era difficile, ma bisognava portare a termine la co-
sa. Non potevo e non volevo continuare così, desideravo ar-
dentemente la Ricci come referenza di base e col mio nome
quale diretto agente. Ce la misi tutta.
"Veda, ingegnere, mi scusi, certamente le nuove ditte a
lei concederebbero subito la rappresentanza, anche se po-
trebbero eccepire che l'attività sarebbe molta solo per l'in-
gegnere Fani che sanno così impegnato per la SCODER.
Avremmo pensato che lei, come già voleva fare, potrebbe
cedere a una costituenda società fra Alberto e me l'agenzia
della Ricci e poi questa nuova società potrebbe assumere le
altre rappresentanze..." La più grande meraviglia era stam-
pata sul volto dell'ingegnere, ma era troppo signore per di-
re di no. Approfittai del suo silenzio. "... Avremmo pensato,
se lei fosse stato d'accordo, di scrivere alla Ricci per chie-
dere un colloquio ad Ancella e sentire cosa ne pensano".
Un attimo interminabile e poi:
"Fate come volete".
Evviva! Proprio come speravo!
"Grazie, ingegnere. Ero certo che lei ci avrebbe appoggia-
to e che avrebbe compreso il nostro desiderio di andare
avanti, pur non dimenticando assolutamente lei e l'impor-
tanza del suo nome e della sua attività... Allora, se permet-
te, andiamo a scrivere la lettera... e di nuovo grazie".
Mi trascinai un frastornato Alberto e, senza dargli il tem-
po di pensare, lo spinsi a scrivere subito la lettera che lo
assorbì come sempre — come godeva a scrivere coreografi-
che lettere! — totalmente.
Dopo pochi giorni ci giunse la risposta della Ricci nella
quale ci invitavano a recarci in sede per conferire con il di-
rettore commerciale, signor Mazzari.
Partimmo di mattina molto presto con la mia 500, recan-
do con noi valige e borse portacarte nelle quali in duplice
copia vi era un promemoria al quale Alberto ed io avevamo
142
lavorato intensamente per molte ore. Finanche il flemmati-
co figlio dell'ingegnere Fani sembrava pervaso da un sano
entusiasmo, anche se era ben lontano dal mio che ardevo
come il ferro in un altoforno. L'ansia mi divorava e spinge-
vo la piccola auto a folle velocità.
Era uno strano settembre, bello ma freddo e le spiagge
che incontravamo dopo Roma erano deserte e in disarmo.
Alberto si era subito rivelato un esperto viaggiatore e aveva
programmato una sosta a Tarquinia per la visita delle tom-
be etrusche e poi il pranzo in una trattoria per camionisti a
Montalto di Castro. L'idea di perdere del tempo prezioso
nella visita di "cose morte" a Tarquinia non mi andava af-
fatto. Non che non mi interessassi a visite archeologiche e a
monumenti o opere d'arte in genere, anzi per il passato ero
stato uno dei più assidui e instancabili visitatori di tutto
quello che era consigliato dalle guide del Touring Club. Ma
ora mi importava solo affrontare quanto prima lo scoglio
Ricci e ritornare da Ancella in possesso di quella rappre-
sentanza che, ero convinto, avrebbe costituito il mio defini-
tivo trampolino di lancio sulla via del successo. Fortunata-
mente per me un improvviso e furioso temporale ci investì
proprio nei pressi di Tarquinia e quindi fu gioco forza pro-
seguire per Montalto dove pranzammo fra rumorosi camio-
nisti. È proprio vero e non è una favola che le trattorie qua-
si nascoste dai molti autotreni in sosta sono quelle dove si
mangia meglio e a prezzi convenienti. Pernottammo a La
Spezia e affrontammo riposati la lunga ed estenuante salita
del passo del Bracco dal quale piombammo su Sestri Le-
vante per giungere a Genova. Eravamo ormai convinti che
il più fosse fatto, ma non sapevamo quello che ci attendeva,
ossia la camionabile per Serravalle Scrivia. Era una strada
levigata e abbastanza ampia, ma enormi e spaventevoli au-
totreni la percorrevano senza soluzione di continuità a folle
andatura nei due sensi e noi poveretti nella nostra minu-
scola auto avevamo continuamente la spiacevole sensazio-
ne di poter venire travolti e schiacciati da quei mostri che
erano condotti con grande abilità, ma anche con colpevole
143
incoscienza. Non osavamo superarne alcuno, al contrario
eravamo superati quasi in continuazione e stretti senza pie-
tà lungo il margine esterno della strada.
Come Dio volle giungemmo ad Ancella, un minuscolo e
triste paesino nel cuore dell'Appennino Ligure e nella piaz-
za, dove si affacciava la misera stazioncina ferroviaria, tro-
vammo alloggio in una pensione modesta e maltenuta. Do-
po un pasto forzatamente frugale, che deluse il mio compa-
gno che era un vero e proprio buongustaio, ci recammo, in-
dossando impeccabili Principe di Galles come perfetti e na-
vigati uomini d'affari, allo stabilimento della Ricci che era
sormontato da una grande scritta luminosa. Non si trattava
certamente ne della FIAT, ne dell'Olivetti, ma nemmeno
della Magli. Una palazzina uffici costituita da tré piani e
sottotetto ne segnava l'ingresso e dalla saletta di attesa po-
temmo osservare un ampio piazzale e otto capannoni che
ricoprivano una superfìcie che ad occhio e croce valutam-
mo di ottomila metri quadrati. Strani rumori attraversava-
no rapidi la stanza, sembravano di tubazioni intasate, ma
poi ci rendemmo conto che era solo un antidiluviano appa-
recchio telefonico che sussultava in continuazione, eviden-
temente a causa di chiamate fra i vari uffici e fra questi e i
capannoni.
Improvvisamente la porta si aprì e comparve uno scat-
tante uomo di circa quarant'anni, di media statura e con un
muso tipo becco di rapace. Ci rivolse un incoraggiante sor-
riso, tese la mano e:
"II dottor Fani e il signor Cruni? Sono Gianfranco Mazza-
ri".
Parlammo quasi come un affiatato duo.
"Piacere".
"Benvenuti alla Ricci. Avete fatto buon viaggio?"
Tacemmo entrambi per non accavallarci, poi io:
"Sì, ottimo, grazie".
"La vostra lettera ci ha molto incuriosito, ma prima di af-
frontare le proposte che ci recate, gradirei esaminare con
voi la situazione di Napoli".
144
Ci immergemmo in una lunga e dettagliata trattazione re-
lativa a Napoli, le sue imprese di costruzione, la concorren-
za e i prodotti Ricci. Spesso le voci di Alberto e mia si so-
vrapponevano. Era lampante l'intento di fare singolarmen-
te bella figura. Evidentemente eravamo ambedue smaniosi
di far vedere chi era l'elemento guida. Il comportamento di
Alberto, in genere così compassato e flemmatico, mi stupì
non poco e compresi che non sarebbe stato facile strumen-
talizzarlo.
"Abbiamo apprezzato", ci interruppe Mazzari, "le relazio-
ni-visite così abbondanti che ci avete inviato in questi quat-
tro mesi e l'incremento di vendita che si è verificato, ma è
bene che sappiate che siete ancora molto lontani dal nostro
record annuale raggiunto con l'ingegnere Marzi un paio di
anni fa".
"Quanto riuscì a vendere?", chiesi io.
"Dovrebbe essere un segreto, ma a voi posso dirlo... quin-
dici milioni".
"Certo l'ingegnereMarzi era molto bravo", commentò Al-
berto con la sua solita cortesia un po' servile e io corressi:
"Bravo sì, ma allora le ditte napoletane erano appena agli
inizi. Oggi sono divenute molto forti e ben organizzate, spe-
cialmente la MICOME che, come le abbiamo detto, ha come
presidente un autorevole costruttore edile che è anche uno
dei più importanti esponenti dell'Unione Industriali".
"Sì, ma oggi si costruisce anche di più e dalle statistiche
in nostro possesso risulta che vi sono più imprese operanti
su Napoli", eccepì Mazzari.
"È proprio per questo che siamo qua. Rechiamo proposte
che, se approvate, potranno farci superare il livello rag-
giunto dall'ingegnere Marzi", affermai e Alberto, interve-
nendo decisamente:
"Veda, signor Mazzari... Gianni, vuoi prendere il prome-
moria, per cortesia... riteniamo che non si possa più fare a
meno di una dotazione di pezzi di ricambio più correnti e di
una sala di esposizione per le macchine più prestigiose".
Mi sovrapposi:
145
"Naturalmente ciò comporta una notevole spesa e impe-
gno da parte nostra e abbiamo bisogno di aiuti, garanzie e
che accettiate quanto desideriamo proporvi".
Mazzari assisteva divertito alla nostra gara, ma era anche
interessato.
"Cosa proponete?"
E Alberto, rubandomi il tempo:
"Veramente avremmo pensato di costituire una società
fra me e il signor Cruni alla quale dovreste affidare la vo-
stra agenzia per Napoli".
"E l'ingegnere suo padre?"
"L'ingegnere Fani, come sa, è totalmente occupato per la
SCODER e non ha alcuna difficoltà a cedere l'agenzia alla
nuova società che appoggerebbe come oggi e anche di
più...", intervenni precipitosamente, temendo che Alberto
mi rovinasse la piazza, "... Ma desideriamo un contratto per
la durata garantita di tré anni, trasporto delle macchine a
deposito a vostro carico, dotazione di svariati pezzi di ri-
cambio, contributo al cinquanta per cento per venti cartel-
loni da due metri per uno con la scritta: In questo cantiere
macchine edili Ricci e l'indirizzo dell'agenzia..."
La voce di Alberto ancora una volta si sovrappose alla
mia.
"Poi vi è il problema dell'assistenza tecnica, oggi così ra-
pidamente attuata dalla concorrenza locale e non. Avrem-
mo pensato di affidarla all'Officina Ambita, concessionaria
SCODER che potrebbe farlo secondo un tariffario da con-
venire con voi. Naturalmente sarete così gentili da inviare
un vostro tecnico per alcuni giorni per le dovute istruzioni
agli operai Ambita..."
Mi intromisi di forza.
"Ovviamente dovrete dotare noi e loro di libretti di istru-
zioni e schemi di montaggio".
Mazzari aveva incominciato ad annotare quanto noi an-
davamo così concitatamente dicendo. Alzò la testa dal fo-
glio, ci osservò attentamente e replicò:
"Quanto proponete è interessante e degno di essere preso
146
in considerazione. Vi renderete però conto che chiedete an-
che cose che non siamo soliti concedere e che non sta a me
decidere. Domani visiteremo lo stabilimento e poi ne parle-
remo ai signori Ricci che, come saprete, sono i titolari e sta-
biliremo il da farsi".
"Bisogna tener presente che Napoli è lontana da Genova,
non è mica Milano o Torino", insistei, ma per Mazzari il col-
loquio era terminato.
"Rimandiamo il tutto a domani. Siete bene alloggiati
qui?"
"Al Cavallino", si affrettò a rispondere Alberto.
"Sì, è l'unico abbastanza decente... Bene, buon pernotta-
mento e a domattina alle nove qui".
Ci accompagnò all'uscita e ci salutò con cortesia, ma an-
che con un certo distacco.
Di sera nella nostra pensione ferveva quasi tutta la vita
sociale del piccolo centro. Uomini che recavano i segni del-
le popolazioni di mare e di monti al tempo stesso, mangia-
vano, bevevano e giocavano a carte in un'atmosfera non
troppo allegra, ne rumorosa. La saletta della televisione era
colma e Alberto ed io trovammo a stento posto. Il mio com-
pagno non era di buon umore perché la cena come il pranzo
non erano stati di gradimento al suo raffinato palato. Era
fin troppo chiaro che fra noi si era'creata quasi involonta-
riamente un'accesa rivalità, che si era palesata in quel cer-
care di avere continuamente la parola come contraddittori
del dirigente della Ricci. Forse Alberto si era pentito di
aver accettato la mia iniziativa, ma ero certo, e su questo
avevo fatto leva per ottenere il suo appoggio, che anche lui,
benché con motivazioni diverse dalle mie, provava piacere
di potersi affrancare dal padre. Non era stato facile nei me-
si precedenti riuscire ad ottenere le confidenze del mio ri-
servato amico, ma quel poco che avevo saputo mi indicava
che anche lui aveva subito un certo travaglio nell'inserirsi
nell'ambiente di lavoro. Si era laureato in legge e poi, nono-
stante il padre lo avesse voluto subito al suo fianco, era
quasi fuggito di casa e per circa un anno aveva vagato per
147
località di tutta Europa, dove si era guadagnato da vivere
praticando mestieri anche umili per un laureato, come il
cameriere o il suonatore cantante. Infine a Milano aveva
trovato posto presso un'agenzia di viaggi dove aveva alter-
nato al modesto lavoro di banco quello di accompagnatore
di comitive. Era poi rientrato all'ovile dove aveva finalmen-
te acconsentito a collaborare all'attività paterna, che evi-
dentemente non aveva voluto accettare subito per motivi
che non mi erano chiari. Mi sembrava infatti difficile il non
andare d'accordo con una persona così gentile, umana e
cordiale come l'ingegner Fani, il quale dimostrava un gran-
de affetto e un'enorme considerazione per le capacità del fi-
glio e non tralasciava occasione per dichiararlo pubblica-
mente. Evidentemente non si possono giudicare le persone
e le loro vere relazioni ed eventuali conflitti dall'esterno.
Chissà a quanta gente anche i rapporti fra me e mio padre
davano la stessa errata impressione.
Più tardi ci ritirammo nella nostra stanza dove faceva un
freddo boia, tanto che fummo costretti a chiedere un sup-
plemento di coperte. Il risveglio mi permise di osservare
con maggiore attenzione e occhio riposato quel grigio pae-
se nel quale l'unica cosa di spicco era lo stabilimento della
Ricci.
Un pallido sole illuminava le cime dei monti che non pos-
sedevano ne la maestosità, ne la bellezza di quelli alpini.
Dopo un'abbondante e decente colazione, ci avviammo ver-
so la sede della nostra rappresentata, dove fummo ricevuti
da Mazzari in persona.
Ci condusse a visitare i vari capannoni illustrandoci con
orgoglio e dettagliatamente le varie fasi della lavorazione
che non era improntata su una vera e propria "catena di
montaggio", ma su qualcosa che larvatamente le si avvici-
nava. In ogni capannone si svolgeva il ciclo completo per
una o più serie di macchinar!. Si capiva immediatamente
che il punto di forza e il vanto della fabbrica di Ancella era-
no rappresentati dalle mescolatrici. Di queste ne annovera-
va quattro tipi tradizionali e tré di estrema avanguardia. Le
148
prime erano rispettivamente da 250 e 350 litri senza e con
benna, azionate a mezzo di un unico motore, a scoppio o
elettrico. Quelle fornite di benna avevano il serbatoio
dell'acqua incorporato e, a parità di capacità del "bicchie-
re", una produzione oraria molto superiore. Macchine soli-
de, di concezione semplice e ampiamente collaudata. Le al-
tre, facenti parte della serie Rim erano ben'altra cosa: for-
nite di benna, serbatoio dell'acqua e di due motori, uno per
il sollevamento della benna e l'altro per la rotazione del
"tamburo", avevano tutti i comandi concentrati in un appo-
sito quadro e permettevano una riduzione sostanziale della
manodopera. Il tipo maggiore, la Rim 500, riusciva a realiz-
zare una produzione oraria di quindici metri cubi di calce-
struzzo con ben quaranta impasti, uno ogni minuto e mezzo
circa.
Ci recammo quindi al capannone degli elevatori che pas-
savano dal tipo più semplice con portata, a seconda della
marcia, da trecento a cinquecento chilogrammi e velocità
da trentacinque a diciotto metri al minuto, a quello più
complesso che riusciva a sollevare fino a millecinquecento
chilogrammi e che possedeva un quadro comandi di una
perfezione stupefacente. La rimanente produzione, ma di
gran lunga meno abbondante, era quella costituita da ca-
stelli tubolari smontabili, d'altezza fino a quarantacinque
metri, carriole di vario tipo e dimensioni, frantoi per pro-
duzione di pietrisco, granulato e sabbia e infine arganelli
per ponti sospesi.
Fra le tante cose viste, quella che più mi impressionò fu il
deposito dei pezzi di ricambio, grande, ordinalissimo e for-
nitissimo dove addirittura si conservavano, se non proprio
i pezzi, perlomeno gli stampi dei componenti di macchinar!
ormai da molti anni non più in produzione. Ecco la serietà e
organizzazione Ricci.
Con rammarico notai però anche la presenza di innume-
revoli ragazzini fra i circa centocinquanta operai. Questi
piccoli uomini, non ancora cresciuti tisicamente e mental-
mente, avrebbero, è vero, imparato nel modo più diretto il
149
mestiere, ma a quale prezzo? Se avessero solo eseguito i
compiti più leggeri come apprendisti, quali in definitiva
erano, passi pure. Ma la mia impressione era che invece
buona parte di essi eseguisse fatiche pesanti alla pari degli
altri operai.
Questo era un altro dei punti neri del lavoro italiano di
quegli anni: l'utilizzazione massiccia di ragazzi che avreb-
bero perlomeno dovuto alternare la fatica ai giochi dopo
aver conseguito il minimo di istruzione. Anche a Napoli il
lavoro minorile è sviluppatissimo, ma perlomeno quello
che ricordavo io nei cantieri, in qualche fabbrica e perlopiù
per le strade era improntato a minore severità e a maggiore
allegria, a schemi molto meno rigidi di quelli nei quali mi
sembravano costretti questi ragazzini in forza alla Ricci,
tutti seri e composti e attenti agli ordini dei superiori. An-
che alla Magli vi erano ragazzini in fabbrica, ma in percen-
tuale molto minore e lì, come a Napoli, non si usava una di-
sciplina così rigida che poco si confa a ragazzi così giovani
e che per di più non dispongono del giusto tempo e della vo-
glia di giocare, affaticati da quelle pesanti giornate trascor-
se in fabbrica. Se proprio debbono occuparsi così per tem-
po, che perlomeno il lavoro somigli a un gioco. Ne era da
pensare che il diverso comportamento fra i ragazzi lavora-
tori visti alla Ricci e quelli a Napoli e a Partana fosse da at-
tribuire a temperamento: non credo che fra i giovanissimi
vi sia tanta differenza. Dovevo dedurne che si trattava di
qualcosa di imposto e quindi tanto meno naturale e più che
mai condannabile.
Durante tutto il tempo che impiegammo a visitare i vari
reparti, riuscii, forte delle mie cognizioni tecniche e espe-
rienze di cantiere, a prevalere ampiamente su Alberto e se-
gnai punti in mio favore nella gara che era iniziata il pome-
riggio precedente o più esattamente mesi prima.
Rientrammo quindi nella zona riservata agli uffici dove
erano, suddivisi in vari locali, quelli commerciali, ammini-
strativi, tecnici e direttivi. Qui passammo dal modesto e ri-
stretto ambiente riservato al signor Mazzari ad un altro
150
molto più ampio, arredato sobriamente, dove dietro scrit-
toi gemelli, troneggiavano due anziani signori molto distin-
ti, ma con caratteristiche fisiche del tutto differenti. Quello
più vicino alla porta era di altezza inferiore alla media, ma-
gro, con un viso dai lineamenti sottili e delicati e capelli
completamente bianchi; l'altro era alto robusto, naso gros-
so e capelli solo leggermente brizzolati. Mazzari era diven-
tato estremamente serio e ossequioso; avanzò verso gli
scrittoi e indicandoci presentò:
"II dottor Fani e il signor Cruni di Napoli", e a noi: "II si-
gnor Paolo Ricci", indicando il più basso, "e il signor Mau-
ro Ricci", indicando l'altro.
Le strette di mano rispecchiarono il fisico di entrambi;
leggera quella di Paolo, robusta quella di Mauro. Il primo ci
fece cenno di accomodarci ed esordì:
"Grazie, signor Mazzari. Questi sono i nostri collaborato-
ri di Napoli? Se ho ben compreso il signore qui è il figlio
dell'ingegner Fani..." e indicò me.
"No, signor Ricci. È il signor Cruni. È l'altro, il dottor Fa-
ni, il figlio dell'ingegnere".
"Ah, mi scusi, ma non ho mai conosciuto direttamente
suo padre che stimo molto" e rivolgendosi a me: "Anche di
lei ho stima per quello che mi hanno riferito il signor Maz-
zari e il geometra Zanni".
"La ringrazio, signor Ricci. Sono lieto che questi quattro
mesi di collaborazione abbiano dato una buona immagine
anche di me".
Subito intervenne Alberto:
"Le porto i saluti di papa. Anche lui ha molta stima della
Ricci e di chi la guida ed è davvero spiacente di non averle
potuto dedicare tutto il tempo che avrebbe desiderato".
Mauro Ricci osservava attentamente senza intervenire.
Paolo si rivolse a Mazzari:
"Signor Mazzari, ha fatto visitare ai signori lo stabili-
mento?"
"Sì e dettagliatamente".
"Complimenti per l'ottima organizzazione", si affrettò a
151
dire il solito Alberto ed io:
"E principalmente per gli ottimi macchinari, particolar-
mente per la Rim 500 e l'argano Electro-Ricci che è quanto
di più moderno abbia visto nel settore".
Un lampo di soddisfazione negli occhi dei fratelli. Paolo
riprese:
"II signor Mazzari ci ha riferito di quanto vi proponete di
fare e di quello che desiderate, ma vi debbo dire che non ab-
biamo mai concesso quello che chiedete, specialmente in
materia di contratto".
Rapidissimo precedetti Alberto.
"Signor Ricci, sarà opportuno parlarci chiaro subito. Noi
abbiamo ben valutato la situazione napoletana e la concor-
renza e ne abbiamo fatto dettagliata relazione al signor
Mazzari. Continuare in questo modo non credo sia interes-
se ne vostro, ne nostro. Pur apprezzando l'abilità dell'inge-
gnere Marzi, predecessore dell'ingegnere Fani, dobbiamo
anche dire che i tempi e la concorrenza non sono più gli
stessi. Specialmente quella locale si è potenziata con note-
voli stabilimenti, organizzazione vendite dinamica, assi-
stenza pronta..."
Alberto intervenne:
"Ma certo artche con produzione di livello molto inferio-
re alla vostra".
"Scusa, Alberto", interruppi, "è vero, ma i prezzi sono
molto più bassi e la gamma più completa".
Ancora Alberto:
"Anche Giorgi & Ferretti e la Lombardini hanno una
gamma più ampia...'1
E io:
"E la ditta rappresentante della Giorgi ha messo su un
deposito con assistenza che è davvero importante..."
E Alberto:
"Noi vogliamo cercare di organizzarci se non proprio,
quasi a quel livello. Per questo vogliamo aprire una sala di
esposizione-deposito e creare un servizio di assistenza av-
valendoci, per i buoni uffici di mio padre, dell'Officina Am-
152
bità, concessionaria SCODER. Certo i vostri prodotti sono
superiori e difficilmente si rompono e la vostra organizza-
zione da Ancella già è molto valida..."
E dai con i complimenti! Non aveva ancora capito quella
testa di rapa che non era più il momento. Bisognava deni-
grare per ottenere. Intervenni:
"Sì, tutto vero, ma ottocento chilometri di distanza sono
sempre tanti! Dunque, signori Ricci, se noi oggi con il pic-
colo fatturato attuale rischiarne le forti spese necessarie
per impostare deposito, cartelloni e occupare buona parte
del nostro tempo, desideriamo garanzie che i frutti non va-
dano ad altri. Ecco perché abbiamo chiesto i contributi e il
contratto per tré anni. Mi scusino la chiarezza, ma è neces-
saria. Come voi avete impostato così bene la vostra fabbri-
ca, anche noi, naturalmente in dimensioni ben diverse, de-
sideriamo inquadrare altrettanto bene la nostra rappresen-
tanza".
I due Ricci, Mazzari e principalmente Alberto, che mi
guardava con odio misto ad ammirazione, erano rimasti
stupefatti per un linguaggio così crudo e deciso. Il primo a
riprendersi fu Mauro Ricci che intervenne per la prima vol-
ta:
"È un parlare chiaro. Noi possiamo anche apprezzarlo,
ma voi sareste i rappresentanti più giovani che abbiamo
mai avuto..."
Alberto, pallido, debolmente:
"C'è sempre mio padre che ci appoggerebbe..."
Ed io:
"È vero che non abbiamo grandissima esperienza, ma or-
mai tanta introduzione, buona volontà e principalmente en-
tusiasmo. Spero che anche per voi conti..."
Paolo Ricci riprese in pugno la situazione e con voce deci-
sa, ma sempre negli argini della sua ottima educazione:
"Signor Mazzari, ci riferisca nuovamente e in dettaglio le
richieste. Poi ne discuterà oggi dopo pranzo con loro e que-
sto pomeriggio con noi. Alle diciotto ci rivedremo tutti per
prendere una decisione definitiva".
153
Mazzari con precisione e grande pazienza ripetè tutto
quanto aveva evidentemente già esposto ai signori Ricci in-
terrotto qualche volta da me che tenevo a meglio precisare
alcune motivazioni, nonostante lo sguardo irato di Alberto
Alla hne i fratelli ci congedarono con cortesia, affidandoci
per il pranzo al signor Mazzari.
Abbandonammo la Ricci e dopo aver camminato per un
centinaio di metri, entrammo in una trattoria modesta ma
molto frequentata dove il tragitto fra l'ingresso e un tavolo
libero tu punteggiato da una lunga serie di rispettosi saluti
rivolti al signor Mazzari da parte dei commensali, di cui
buona parte doveva essere costituita da dipendenti della
sua azienda. Una grossa signora dal viso freschissimo si
precipito al nostro tavolo e chiese:
"Cosa posso servire, signor Mazzari?"
"Cosa c'è oggi, signora Rosa?"
La donna elencò alcuni primi piatti e Alberto, che era tor-
nato sereno pregustando un buon pranzo, scelse un piatto
prettamente genovese, imitato da Mazzari, mentre io che
volevo tenermi leggero per le battaglie del pomeriggio op-
tai per una semplice pasta al filetto di pomodoro
E per secondo?"
Alberto chiese:
"C'è del pesce?"
"Come no! E anche lei desidera del pesce?", rivolgendosi
Zi me.
"No grazie, per me una bistecca ai ferri e insalata
verde .
"Per me del pesce", affermò Alberto, certo di poterne gu-
stare qualche buona qualità.
"Ah, signore, abbiamo dello squisito baccalà in umido
del mussillo in salsa verde, dello stocco con patate".
Mazzari, che evidentemente c'era abituato, ordinò il pri-
mo, mentre vidi il viso di Alberto che, cambiando espressio-
ne, ne assune una quasi disgustata che si affrettò a masche-
rare per dire:
"Anche a me come il signor Mazzari".
154
Mentre tornavamo allo stabilimento, approfittai di un
momento nel quale il dirigente si era allontanato da noi per
sussurrare ad Alberto:
"Ti hanno trattato proprio maluccio con il baccalà" e fra
noi tornò una certa buona armonia.
Per circa due ore nell'ufficio di Mazzari continuammo a
discutere sul nuovo eventuale contratto di agenzia, su tanti
argomenti attinenti alla nostra attività e alle 17 ci conge-
dammo per ritornare nella nostra pensione. Ci saremmo ri-
visti in fabbrica di lì a un'ora per l'incontro conclusivo con
i signori Ricci.
I nostri rapporti si erano, come ho già detto, distesi e, ri-
posatici, indossammo entrambi un corretto Fumo di Lon-
dra e ritornammo allo stabilimento. Nel solito salottino
d'attesa fummo ricevuti da un Mazzari molto più gentile e
sorridente del solito, il quale con molta cordialità ci invitò
ad accomodarci al secondo piano dove i fratelli Ricci aveva-
no il loro appartamento di Ancella. La porta fu aperta da un
cameriere il quale ci introdusse in un soggiorno arredato
principalmente con comodi e moderni divani, dove i due in-
dustriali ci accolsero non più come per una visita d'affari,
ma come vecchi conoscenti e impostarono la conversazione
sulla vita di Genova, di Napoli, sui viaggi, gli hobbies e ar-
gomenti più o meno futili. Ci fu servito un tè completo in
raffinate tazze di porcellana preparato dal cameriere in
v guanti bianchi. Eravamo improvvisamente piombati in un
mondo diverso, non sembrava nemmeno più di essere in
uno stabilimento industriale a pochi metri da capannoni
dove per molte ore al giorno si costruivano fra un assordan-
te frastuono macchinar! di ferro, ghisa e acciaio. Appresi
che i fratelli abitavano in una bella villa posta in un quar-
tiere residenziale di Genova da dove quasi ogni mattina
giungevano ad Ancella, alla pari di molti loro operai, capi-
servizio e dello stesso Mazzari, il quale altri non era che il
figlio di una loro sorella. Molto mi colpì il fatto che quei tré
che si erano trattati durante il nostro precedente colloquio
con grande rispetto e dandosi del lei, chiamarsi per nome e
155
darsi del tu. Ora gli "zio Paolo", gli "zio Mauro" e i "Gian-
franco" si sprecavano. Che strano modo di fare! Ma forse
ripensandoci, era il più corretto. Nella vita privata erano
zio e nipote, ma sul lavoro i Ricci erano i titolari e direttori
generali dell'azienda e Mazzari uno dei dirigenti e quindi
loro dipendente.
Mentre Alberto in quell'atmosfera si trovava perfetta-
mente a suo agio e non sembrava minimamente preoccupa-
to dell'accoglimento o meno delle nostre richieste, io rima-
si a lungo in ansia fin quando Mauro Ricci brindò ai nuovi
agenti di Napoli. Solo allora fui certo che ce l'avevamo fat-
ta.
Mazzari, nel congedarci, ci confermò che tutto era a po-
sto, che si fidavano di noi e che avrebbero inviato quanto ri-
chiesto e il nuovo contratto non appena avessimo costituito
la nuova società e preso in fitto il locale.
Quella notte nella fredda e squallida Ancella mi addor-
mentai in un'esaltante sensazione di trionfo. Avevo ottenu-
to anche la Ricci; ora tutte le porte mi si potevano schiude-
re.
156


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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mar Mag 14, 2013 2:03 pm

CAPITOLO XVI
Giorno per giorno andavo sempre più acquistando sicu-
rezza nei miei mezzi, anche se pungente a tormentarmi ri-
maneva quella mancanza di un qualsiasi titolo accademico,
ne era pensabile, e sarebbe stato indubbiamente ridicolo
data la mia età, un qualsiasi titolo di cavalierato. Durante il
viaggio ad Ancella mi ero sentito molto più in gamba di Al-
berto, eppure quel suo titolo di "dottore" aveva quasi bilan-
ciato le nostre quotazioni. Anche quando ci recammo da un
commercialista per consigli sulla società da costituire, ri-
cordo che questi continuava a insistere sulla discriminazio-
ne, che assunse caratteri di ossessione, del "dottore" e del
"signore". Il fatto si evidenziò ancora di più quando, davan-
ti al notaio, costituimmo la società ed il relativo atto reca-
va, come si usa fare in modo errato in Italia, alla voce "pro-
fessione" per Alberto "dottore in giurisprudenza" e per me
"rappresentante di commercio". Che assurdità! Quasi che
dottore in giurisprudenza fosse una professione. Potrei ca-
pire per dottore in medicina, in ingegneria, in economia e
commercio, sempre che beninteso si eserciti davvero una
delle professioni a cui tali titoli, dopo l'esame di abilitazio-
ne, danno diritto. Ma mettere dottore in giurisprudenza
non significava nulla e tanto sarebbe valso per me, con ana-
logo sistema, scrivere laureando in ingegneria o studente
in..., o diplomato al liceo scientifico. Ma è tanto forte il fa-
scino del titolo in Italia, anche a livello ufficiale, da far tra-
visare anche le cose più evidenti.
157
Comunque costituimmo la CRUNI & FANI Società a re-
sponsabilità limitata, capitale sociale lire novecentomila
amministratori entrambi, con firme separate, quote sociali
di lire quattrocentocinquantamila ognuna, la sede era pres-
so il mio studio. Scegliemmo tale tipo di società, in quanto
come "società di capitale" possiede una sua figura giuridi-
ca diversa da quella dei soci, i quali concorrono in proprio
soio per la quota di capitale sottoscritto. Il costituire inve-
ce una società di persone, come la società in nome colletti-
vo o la società in accomandita semplice e similari poteva
comportare il rischio che, se uno dei due in un momento di
pazzia avesse commesso un errore e fatto dei debiti, questi
avrebbero investito l'intera figura economica, e a volte non
solo quella, dell'altro socio.
L'inaugurazione del deposito, che avvenne pochi giorni
dopo, costituì una giornata radiosa per Alberto che si di-
stinse come un perfetto padrone di casa, muovendosi con
eleganza nel vasto negozio di circa cento metri quadrati
ubicato a soli pochi metri dall'ufficio, dove facevano bella
mostra di sé le più prestigiose macchine e attrezzature del-
la Ricci. Anche l'appena abbozzato servizio di assistenza
che servì fortunatamente solo pochissime volte, incremen^
to, come tutto l'apparato, in modo notevole le vendite che
presto si avviarono a superare il mitico record dell'ingegne-
re Marzi. A loro volta le vendite degli elevatori Magli proce-
devano senza infamia e senza lode, non certamente come
avevo previsto ai tempi di Milano. Napoli è città tradiziona-
lista e imporre qualcosa di nuovo è estremamente difficile
Sempre più numerosi erano i cantieri che innalzavano il
grande cartello giallo sul quale, a caratteri cubitali, risalta-
vano il nome della Ricci e quello della nostra società
Nell'arco di due mesi il nostro nome era ormai abbastan-
za conosciuto nell'ambiente e andava riscuotendo sempre
più credito. Incominciarono a pervenirci varie offerte di
rappresentanza che però non erano particolarmente inte-
ressanti, ad eccezione di quella di una ditta costruttrice di
molazze che aveva sede nell'incantevole cittadina di Pog-
158
giomirteto, in provincia di Rieti, dove ci recammo un gior-
no scoprendo un altro aspetto del mondo industriale.
Vi era qui un felice connubio fra industria e agricoltura e
la fabbrichetta sorgeva in un dolce declivio fra verdi campi
coltivati. Il titolare, un anziano signore che unitamente al
figlio conduceva l'azienda, era un'ottima persona che, pur
producendo solide macchine e rispettando scrupolosamen-
te gli impegni, dava ampia libertà ai suoi quaranta operai, i
quali si sentivano proprio per questo responsabili e produ-
cevano di più e meglio. Capitammo nel giorno della "fusio-
ne" che costituiva una festa per tutti gli elementi dell'azien-
da e della microscopica fonderia. Assistemmo entusiasti
all'avvenimento e vedemmo prender corpo l'elemento base
delle molazze. Concludemmo rapidamente il contratto di
agenzia e riempimmo un vuoto nella gamma delle macchi-
ne per edilizia che potevamo prospettare alla nostra clien-
tela che diveniva sempre più numerosa.
Proprio in quel periodo il mio collaboratore Mastallo,
che era stato assimilato dalla nuova società, si dimise per
motivi familiari e quindi si ripropose il quesito se assumere
un uomo o una donna. Mastallo era stato abbastanza utile
per qualche visita di routine che si limitava a poco più di
una consegna di depliants, ma aveva gravi deficienze come
dattilografo. Inoltre trovare e pagare poco un uomo con
una certa cultura di base era estremamente difficile. Deci-
demmo quindi di mettere un annuncio economico per una
signorina che provvedesse a tenere la piccola contabilità,
battere a macchina e rispondere al telefono, riempendo
così il vuoto delle mie lunghe assenze, in quanto su Alberto,
preso com'era anche dalla collaborazione col padre, ci si
poteva contare solo per poche ore alla settimana.
Il deposito invece veniva aperto solo quando invitavamo
qualche cliente nel nostro ufficio e di lì lo si conduceva nel
locale vicino. Inoltre questo disponeva di serrande a ma-
glie, per cui, lasciando una luce interna accesa, si potevano
osservare le macchine anche dall'esterno.
Il giorno destinato a ricevere le candidate al posto di se-
159
gretaria, Alberto ed io eravamo particolarmente emoziona-
ti. Nessuno dei due aveva mai potuto scegliere una collabo-
ratrice. Mastallo, che era venuto a darci una mano, introdu-
ceva ad una ad una le ragazze nella mia stanza, che da quan-
do avevamo costituito la società era stata dotata di un altro
scrittoio per Alberto. Presto mi resi conto che se noi erava-
mo emozionati, le povere ragazze, che erano di età variabile
dai sedici ai ventidue anni e quasi tutte al primo impiego,
erano addirittura terrorizzate. Anche per loro si trattava
dell'inserimento nel mondo del lavoro. Non avevano evi-
dentemente grandi traguardi; per loro un'aziendina come la
nostra poteva rappresentare il trampolino di lancio per ap-
prodare ad aziende più grandi presso le quali avrebbero ot-
tenuto il sospirato "posto fisso", meta precipua dell'italio-
ta gente. Entravano nel luogo dell'esame dove Alberto ed io
eravamo pomposamente seduti dietro il mio scrittoio e ri-
volgevamo loro domande di questo tipo:
Come si chiama?
Dove abita?
Quanti anni ha?
Che studi ha fatto?
Ha altre esperienze di lavoro?
E così via. Le più giovani e bellocce erano perlopiù scortate
dalle madri, e indossavano, chissà dopo quante discussioni
in famiglia, abiti particolarmente scollati e attillati, o estre-
mamente accollati e lunghi. Alcune non osavano nemmeno
guardarti in faccia, altre invece ti guardavano provocanti,
quasi a prometterti tutto pur di ottenere l'ambito posto che
avrebbe permesso loro non solo di incominciare a guada-
gnare, ma anche di raggiungere una certa libertà dall'op-
pressione casalinga.
Le mamme poi erano uno spettacolo a sé, alcune cercava-
no di ingraziarsi Alberto e me; altre, convinte com'erano
che tutti gli uomini sono mascalzoni e stupratori di giovi-
nette, ci guardavano con sospetto e, a ogni domanda che ri-
volgevamo alle figlie, si precipitavano a rispondere loro e
guai a ricordare che la candidata era la ragazza, ti rivolge-
160
vano un'occhiata colma di odio e di ira repressa. Quando si
passava poi alla prova di dattilografia, le mani tremavano,
il foglio veniva introdotto con difficoltà nella macchina da
scrivere, i tasti non si trovavano e infine una sfilza di errori
e sempre o quasi dimenticavano di introdurre carta carbo-
ne e velina. Eppure erano tutte o quasi fornite di diploma di
dattilografia; allora le mamme intervenivano e dicevano
che la figlia era emozionata, che la macchina era diversa,
che a casa era tanto brava e infine che la ragazza era intelli-
gente e che avrebbe imparato presto, bastava avere con lei
un po' di pazienza.
Lo spettacolo era pietoso e degno di considerazioni più
serie sul costume e la preparazione scolastica, ma noi, alle
prime armi come assuntori, quasi ci divertivamo e lo osser-
vavamo solo dal suo lato grottesco. Credo che simili espe-
rienze abbiano provato anche i professori ai loro primi esa-
mi. C'è una specie di gusto sadico che alberga in tutti noi
che ci porta a scaricare su altri le nostre frustrazioni. Chi
di noi non ha subito un esame o prove per essere assunto.
Anche io, in quell'anno in particolare, avevo dovuto supera-
re tante prove per cercare di inserirmi nel mondo del lavo-
ro e ora quasi gioivo alle sofferenze di quelle povere ragaz-
ze e di quelle povere madri che con le loro antiquate menta-
lità, retaggio di vecchi pregiudizi, si sentivano staccare un
pezzo di cuore al pensiero che l'amata figlia, carne della
propria carne, doveva essere assunta da estranei e poi la-
sciata sola con loro per lunghe ore di ogni giorno. Certo,
con gli anni e l'esperienza l'esaminatore diventa più umano
e considera come un fatto normale quel suo lavoro e non
scarica più o quasi in esso sue particolari situazioni psico-
logiche presenti o passate.
Fra le tante candidate, chiaro segno di grande disoccupa-
zione nel settore della scarsa specializzazione, alcune —
meraviglia! — vennero da sole. Di queste la migliore fu Lo-
redana, una svelta brunetta di ventidue anni con un viso
smaliziato di donna esperta. Entrò nella stanza con sicurez-
za, ci soppesò a lungo e con aria lievemente divertita rispo-
161
se sbrigativamente alle solite domande e riuscì a battere a
macchina una lettera abbastanza decente. Fu lei che, presi-
ci m contropiede, ci interrogò sulla nostra attività, sullo sti-
pendio e poi si allungò sulla sedia stiracchiandosi con vo-
luttà e affermò:
"Penso proprio che mi troverò bene qui con voi e voi con
me. Anche nel mio precedente impiego vi erano due soci e
ci siamo divertiti insieme". Ci guardò provocante e rivol-
gendosi a me, forse ero considerato il punto più vulnerabile
della società, aggiunse: "Lei è il dottor Cruni, vero''"
"Come fa a saperlo?"
"Riesco sempre dai visi a capire il cognome. E lei è il dot-
tor Fani, naturalmente" e saettò Alberto di un'altra occhia-
ta nella quale spese tutto il suo fascino.
Alberto non rispose, ma il suo volto assunse un'aria fra
infastidita ed eccitata al tempo stesso. Loredana si rivolse
nuovamente a me:
"E i vostri nomi quali sono?"
"Io mi chiamo Gianni e il dottor Fani, Alberto".
La ragazza si alzò con lentezza, si portò alle nostre spalle
e, appoggiando le mani su di queste, dichiarò:
"Bene, Gianni e Alberto, staremo molto, molto bene tutti
e tré insieme".
Improvvisamente mi ricordai della ragazza milanese
quella che stava con due giovani insieme e mi sentii perva-
dere da un gran fuoco dai testicoli alla testa. 'Eccola qui
una come quella. Ora posso realizzare il sogno!' Ma Alberto
mi risvegliò presto.
"Gianni, preghiamo la signorina di telefonare come le al-
tre e proseguiamo con quelle che attendono nella sala"
Mi riscossi dalle mie fantasie erotiche e, mortificato per
quel momento di debolezza, assunsi un'aria decisa e con to-
no sicuro dissi:
"Certo. Signorina Loredana, apprezziamo la sua buona
volontà, ma ora, come lei sa, abbiamo le altre candidate da
esaminare. Abbiamo qui il suo numero di telefono e se sarà
il caso la convocheremo".
162
Prima che potesse replicare chiamai Mastallo e lo pregai
di introdurre un'altra ragazza e di accompagnare fuori Lo-
redana. Fortunatamente fra le ultime tré candidate trovam-
mo quella che faceva al caso nostro. Si chiamava Amelia,
era già stata impiegata per qualche mese, batteva decente-
mente a macchina, aveva una bella voce priva di inflessioni
dialettali e un viso e un corpo non belli, ma accettabili. De-
cidemmo di assumerla, anche se lasciai parte del mio desi-
derio in Loredana, in una prosperosa e dirompente ragazza
sedicenne e in una bionda dai grandi e profondi occhi az-
zurri.
Solo di sfuggita con Alberto parlammo di Loredana. Io
mi sentivo ancora mortificato per quella mia debolezza, lo-
gica in altri momenti, ma non certo opportuna in quel pe-
riodo di costruzione di una valida e solida azienda.
163
CAPITOLO XVII
Era ormai quasi un anno da quando avevo varcato timo-
roso la porta di Mortini e più di sette mesi da quando ero ri-
tornato da Partana con il mio primo contratto di agenzia in
esclusiva per la Campania. Nonostante i vari ostacoli, fami-
liari e ambientali in genere, potevo considerarmi ben avvia-
to e produttore di un reddito che, se anche non congrue, mi
avrebbe permesso di vivere anche fuori dalla mia famiglia.
Con la mia ragazza incominciammo a parlare sempre più
spesso di matrimonio e prevedevamo di realizzarlo entro il
prossimo anno. Avrei potuto proseguire ormai con una certa
tranquillità, attendendo che il tempo e un normale e conti-
nuo numero di visite dessero i loro frutti. Ma non potevo
fermarmi lì. Il "peccato originale" era sempre a pungolar
mi e a chiedermi di ottenere di più, sempre di più. I miei
obiettivi erano quelli di assicurarmi case importanti, sul ti-
po della SCODER di Fani o della Leonardo di Mortini, e di
organizzare una mia azienda che fosse fra le prime del set-
tore nella mia città con dipendenti e collaboratori.
La costituzione della CRUNI & FANI S.r.l. era stata una
costosa necessità per ottenere la sospirata Ricci, che avreb-
be dovuto fornirmi referenze dirette per aspirare ai tra-
guardi che mi proponevo, ma non mi era servita solo a quel-
lo. Ora io non ero più soltanto il rappresentante, signor
Gianni Cruni, ma l'amministratore della società Cruni &
Fani; il che, a mio modo di vedere, mi conferiva maggiore
autorevolezza e principalmente mascherava in parte la
164
mancanza del famoso titolo davanti al nome e la professio-
ne di rappresentante di commercio che, non solo per la mia
famiglia ma anche per me, non costituiva proprio l'ideale
assoluto. ..
Come ho detto, i guadagni erano discreti, ma avevano il
grave torto di concretarsi con liquidazioni trimestrali e a in-
casso maturato; il che equivaleva a dire che se un cliente
pagava in quattro mesi, bisognava attendere, per incassare
la provvigione, da un minimo di cinque a un massimo di ot-
to mesi.
Intensificai quindi il numero delle visite e un giorno mi
recai alla sede di un'impresa non grande di Torre del Greco
che aveva ufficio presso la modesta abitazione dell'ingegno^
rè Primo Zannus. Fui ricevuto dalla moglie che mi pregò di
attendere e di lì a poco conobbi quell'uomo magro e roccio-
so, con il viso cotto dal sole dei lunghi anni trascorsi nei
cantieri di tutt'Italia, e il figlio, un simpatico ragazzo molto
simile al padre, dallo strano nome di Secondo. Simpatiz-
zammo subito. Erano dei grandi lavoratori e avevano ur-
gente bisogno per la piccola impresa in notevole espansio-
ne di molti macchinari e i due Zannus, come tutti quelli che
sono destinati a percorrere molta strada, puntavano al me-
glio e a prodotti che garantissero continuità di lavoro e lun-
ga durata. Sacrificai parte della provvigione e concessi loro
uno sconto e una dilazione mai praticati prima, ma ne rica-
vai un grosso ordine e una gratitudine che mi sarebbe stata
di enorme utilità in futuro. Per fare accettare quanto avevo
concesso dovetti affrontare un'articolata discussione con
Alberto ed inviare una decisa e perentoria lettera alla Ricci.
Ero convinto di aver agito bene, era questione di intuito e
di valutazione delle persone. I fatti mi diedero ragione. La
gente non si apprezza esclusivamente solo perché ha un lus-
suoso ufficio e colossali lavori. Quante imprese che sem-
bravano solidissime e con grandi fatturati sono naufragate
in un mare di debiti e in ingloriosi fallimenti a volte anche
fraudolenti.
Alla Ricci erano entusiasti di noi e ciò lo potevamo argui-
165
rè da alcune visite che suoi tecnici effettuavano a Napoli,
anche quando erano di passaggio per recarsi m Sicilia o in
Puglia. Specialmente uno di loro, che si trattenne con me a
Sorrento presso un'autorevole impresa del posto, alla qua-
le ero riuscito a vendere un costoso castello tubolare com-
pleto di argano Electro-Ricci e benna autorovesciabile, mi
riferì che il signor Mauro in particolare ad ogni occasione
mi citava ad esempio, invitando tutti loro ad andare a vede-
re cosa stavano combinando i "ragazzi" di Napoli.
Continuavano a pervenirci numerose offerte di agenzia
da parte di svariate ditte operanti nel settore edile, ma nes-
suna di esse era particolarmente interessante. Dopo una
sommaria, e solo a volte più attenta, valutazione le cestina-
vamo.
Un giorno, in una delle rare volte che Alberto era insieme
con me nel nostro ufficio, fra la numerosa posta vi era una
lettera con un'intestazione strana: VETRERIA INTERNA-
ZIONALE VAN GOGHS.P.A. Aprii distrattamente la busta e
un breve scritto ci invitava ad un colloquio nel loro ufficio
di Napoli per valutare l'eventuale assunzione della loro
agenzia. Mi rivolsi ad Alberto e con aria annoiata commen-
tai:
"Qui c'è un'altra offerta senza importanza. Credo si tratti
di vetri, sta scritto vetreria. È da cestinare" e feci per ap-
pallottolare busta e foglio, ma con la coda dell'occhio intra-
vidi in carattere piccolissimo una grande cifra: dieci miliar-
di! Svolsi nuovamente il foglio e guardai meglio: capitale
sociale lire dieci miliardi. Alla faccia! Una cifra da capogi-
ro. La Ricci aveva capitale cento milioni, la SCODER un mi-
liardo, la Leonardo tré miliardi e qui addirittura dieci, cap-
peri! "Caspita, Alberto! Ma questa deve essere una ditta
enorme. Ha un capitale di dieci miliardi, guarda..." e gli
passai foglio e busta.
Alberto li prese con la solita flemma che subitaneamente
fu scossa. Guardò e riguardò con interesse e poi:
"Ma che diavolo vorranno da noi? Cosa ci possono inte-
ressare i vetri o oggetti di vetro?"
166
"Lo penso anch'io, ma una ditta di questa portata non ci
capiterà mai più. Hai letto? Ha sede a Milano e settori ven-
dita in varie città compresa Napoli. Senti, facciamo così, in-
vece di perdere il tempo per una visita con tutto quello che
abbiamo da fare, telefoniamo subito e chiediamo chiari-
menti. Che ne dici?"
"Si può fare. Qual è il numero?"
"Aspetta, e diamoci importanza! Facciamo telefonare da
Amelia e poi ci parleremo noi".
"Va bene".
La ragazza formò il numero.
"Pronto, qui la società Cruni & Fani. Parlo con la Vetre-
ria Internazionale Van Gogh?... Il direttore, prego... Un atti-
mo, le passo uno degli amministratori" e mi porse il micro-
telefono.
"Pronto, sono Cruni della Cruni & Fani".
Una voce con uno strano accento:
"Sono il signor Bigiaretti, desidera?"
"Abbiamo ricevuto una vostra lettera nella quale ci si
prega di visitarvi per un colloquio attinente alla concessio-
ne di agenzia della vostra società..."
"Ah, ho capito, siete uno dei rappresentanti che il nostro
direttore, l'ingegnere Zappa, ha convocato. Un attimo, glie-
lo passo. Attenda in linea".
Uno scatto di telefoni intemi e poi una voce con uno spic-
cato accento milanese:
"Pronto, qui l'ingegnere Zappa. Parlo con..."
"Cruni della Cruni & Fani".
"Ah, signor Cruni, vi abbiamo scritto perché vogliamo
istituire un'agenzia di vendita a Napoli e vorremmo incon-
trarvi".
"Ma la vostra azienda di cosa si occupa?"
"Beh, di tante cose, ma il settore che ci interessa è quello
degli isolanti termoacustici per l'edilizia e per l'industria".
Porca l'oca! Che campo affascinante e di avvenire!
"Interessante".
167
"Avremmo fretta di incontrarvi. Potete venire oggi da noi
alle sedici?"
"Un attimo, ingegnere, chiedo al mio socio, il dottor
Fani".
Coprii il microfono e mi rivolsi eccitato ad Alberto e sus-
surrai:
"Alberto, è una cosa molto interessante. Producono iso-
lanti termoacustici per l'edilizia e desidera incontrarci oggi
alle sedici".
Alberto si mostrava interessato, ma non moltissimo. For-
se non afferrava quali grandi sviluppi avrebbero potuto
avere quei prodotti. Consultò con calma la sua agenda e poi
concesse:
"Va bene".
Sollevai la mano.
"Ingegnere, d'accordo, alle sedici".
"La ringrazio, a oggi".
Riattaccammo.
Alberto ed io completammo il da farsi e ci salutammo
prendendo appuntamento. Non vedevo l'ora di rimanere so-
lo. Avvertivo, anzi ne ero sicuro, che l'incontro del pomerig-
gio sarebbe stato di un'importanza determinante. Nel '60
nell'edilizia italiana non erano molte le applicazioni di iso-
lanti termici e principalmente acustici. Avevo sentito vaga-
mente parlare di sughero, lana di roccia, conglomerati di fi-
bre di legno e così via. A scuola e poi all'università avevo
avuto sempre una grande passione e capacità per la fisica e
particolarmente per la termologia e l'acustica, dove ero an-
dato sempre al di là del ristretto campo degli studi. Erano
problemi che mi affascinavano: poterli ora affrontare come
lavoro sarebbe stata una colossale fortuna.
Mi incontrai con Alberto nell'atrio del grandioso palazzo
tutto adibito ad uffici che sorgeva nel nuovo Rione Carità,
la City napoletana. Prendemmo l'ampio e veloce ascensore
e ne uscimmo al nono piano dove si apriva la porta degli uf-
fici Van Gogh.
Una graziosa signorina dal gran seno ci introdusse in un
168
vasto locale, dominato da un lungo tavolo in ferro e plastica
dove erano sparsi numerosi depliants sui quali mi lanciai
con voracità. Dopo un po' un giovane alto e grosso, con un
viso bonario e acquosi occhi azzurri entrò e si presentò co-
me il signor Bigiaretti, funzionario alle vendite per il setto-
re edilizia. Ci guidò nello studio privato del direttore. Die-
tro uno scrittoio in ferro vi era un uomo di circa
cinquant'anni, non alto, di corporatura media e un viso e
occhi scuri da meridionale. Ci tese la mano cordiale.
"Si accomodino, si accomodino. Il signor Cruni e il dot-
tor Fani?"
"Sì, lei è l'ingegnere Zappa?", chiesi.
"Proprio io".
"Ci dica, ingegnere".
"Come le ho accennato per telefono, la nostra society
che è la maggiore in Italia come produttrice di materiali
isolanti termici ed acustici ed è legata da stretti vincoli a
una industria di proporzioni mondiali, desidera istituire,
anche per la provincia di Napoli, un'agenzia di vendite e in
tale quadro stiamo consultando ditte di rappresentanza per
il settore edile fra le più quotate che possano fare al caso
nostro". Mi sentii lusingato, già eravamo fra le più quotate!
Ma Zappa aggiunse: "Politica della dirczione generale e
quella di puntare sui giovani in particolare, perché i nostri
prodotti possono essere ben prospettati e propagandati so-
lo dai giovani che debbono e possono capire che i tempi del-
le costruzioni senza isolamenti sono finiti".
Mi inserii, come si faceva a scuola, per fare bella figura.
"Certo, ormai gli edifici sono tutti in cemento armato e
quindi le grosse e pesanti murature che da sole costituiva-
no un isolamento naturale anche se imperfetto, non si co-
struiscono più. E non è certo con l'adozione della 'camera
d'aria' che si risolvono in modo molto valido i problemi di
isolamento".
Zappa mi guardò meravigliato.
"Vedo che lei ha già una buona conoscenza del problema.
Che studi ha fatto?"
169
"I suoi, ingegnere, ma li ho sospesi a sei esami dalla lau-
rea.
"Ah, lei invece è dottore in cosa?", fece rivolgendosi ad
Alberto.
"In giurisprudenza e collaboro con mio padre che è inge-
gnere e che rappresenta da trent'anni gli ascensori SCO-
DER".
"Da mie informazioni risulta che siete agenti di ditte pro-
duttrici di macchinari per edilizia, come la Ricci di Ancella
e la Mavi di Poggiomirteto"
"E la Magli di Partana, elevatori speciali", aggiunsi.
"Inoltre avete un vostro ufficio e un deposito per i mac-
chinari che rappresentate", continuò consultando un fo-
glio.
"Sì", intervenne Alberto, "e riceviamo continuamente of-
ferte di altre rappresentanze, ma noi desideriamo selezio-
nare bene quelle che assumiamo".
"La vostra introduzione è maggiore presso le imprese di
costruzione o i progettisti?"
Decisi di non far ripetere la caotica scena che avevamo
fatto con Mazzari e lasciai rispondere Alberto.
"Con le une e molto anche con gli altri. Può immaginare
per la SCODER come provvediamo ad agire a monte per il
'capitolato'. Attraverso mio padre li conosciamo diretta-
mente quasi tutti".
Come Alberto infilava sempre il padre, mentre io non lo
nominavo mai! Era un ségno di maturità o di immaturità?
"Questa è una cosa importante", commentò Zappa. "Noi
siamo interessati particolarmente ai progettisti e ai diret-
tori tecnici di grandi complessi, tipo il Ricostruzionamen-
to, e di enti che commissionano la costruzione di nuove sedi
e uffici. Non vogliamo trascurare al tempo stesso l'azione
promozionale con i costruttori privati".
Decisi di intervenire e chiesi:
"Ingegnere, ci vuole dire quali sono i vostri prodotti e co-
me siete organizzati in materia di vendita?"
Mi guardò e disse:
170
"È una domanda giusta e a questo propose vi dirò che, a
parte il direttore vendite del reparto isolanti, il capoufficio
vendite e i funzionari della sede di Milano, abbiamo settori
di vendita per varie regioni italiane con sede in loco. Il no-
stro qui di Napoli si occupa della Campania, la Puglia, la
Basilicata e la Calabria. In ognuna di queste regioni abbia-
mo già dei concessionari di vendita e stiamo istituendo del-
le agenzie in esclusiva".
Alberto intervenne:
"Qual è la funzione del concessionario di vendita?"
"Colui che acquista in esclusiva da noi una o più vagona-
te di prodotti per volta e dal suo deposito li rivende a irn^
prese e privati fatturando in proprio".
"E non si crea concorrenza fra agente e concessionario?"
"No, perché l'agente percepisce la provvigione anche su-
gli ordini che il concessionario ci passa".
"Ma non è possibile che l'agente e il concessionario ab-
biano gli stessi clienti?"
Un'ombra oscurò il volto di Zappa e una certa confusione
gli si stampò sul viso che per la verità non era in quel mo-
mento l'immagine precipua dell'intelligenza.
"Certo il rapporto non è sempre facile. È qui che deve in-
tervenire il caposettore a mettere ordine. Comunque noi
cerchiamo di appoggiare anche gli ordini diretti al conces-
sionario. I nostri stabilimenti non hanno deposito e produ-
cono secondo le previsioni di vendita".
Intervenni:
"Credo di aver capito che i concessionari fungono da de-
posito e da valvola di sicurezza per la vostra società. Se, ad
esempio, un mese è stata prevista una produzione x e se ne
vende il quantitativo y, tale da dare x-y=z, l'entità z deve
essere acquistata dal concessionario, il quale viene ricom-
pensato non solo con un prezzo di molto minore di quello di
un normale acquirente, ma passando a lui alcuni successivi
ordinativi diretti. È così?"
Un lampo nel volto di Zappa, forse per la prima volta ave-
171
va capito ancne lui. Non doveva essere da molto caposetto-
re!
"Sì, giusto, signor Cruni, ha capito proprio bene".
Le nostre azioni dovevano essere salite di parecchi punti.
"Chi è il vostro concessionario per Napoli?", chiese Al-
berto.
"La ditta dell'ingegnere Di Massimo che si occupa anche
di impermeabilizzazioni'.
"Ingegnere, e i vostri prodotti quali sono?", insistei.
"Attenda, chiamo il signor Bigiaretti che è il nostro fun-
zionario addetto che ve li illustrerà".
Di lì a poco il grosso Bigiaretti incominciò in modo con-
fusionario a elencarci i prodotti della Van Gogh. Erano fi-
bre di vetro, in pannelli apprettati, in rotoli, a fibre lunghe
e a fibre corte e polistirolo espanso. Ci fornì una massa di-
sordinata di dati fra i quali riuscii a capire, come già imma-
ginavo, che i più importanti erano lo spessore dell'isolante
e il k, uguale coefficiente di conducibilità termica. Non cre-
do che il buon Bigiaretti avesse compreso molto e tanto me-
no Alberto. Si trattava di argomenti complessi, specialmen-
te in campo acustico. Intervenni di tanto in tanto e, anche
senza conoscere a fondo i prodotti Van Gogh, dimostrai .di
avere idee molto chiare su quelle branche della fisica in ge-
nerale e una mia domanda fece su Zappa un grande effetto.
"Credo che fin qui avete voluto parlare di isolamento
acustico e non di condizionamento, che è un problema dif-
ferente, è così?"
"Certo", fece Zappa. "Di questo si occupa in particolare
un'altra società a noi-collegata, la Condizionai Acustica che
ha sede a Roma".
"Eventualmente concluderemo per la rappresentanza,
sarei molto interessato a prendere contatti anche con loro.
Sono problemi affascinanti", affermai con aria di superio-
rità.
Alberto sicuramente non ci capiva più nulla e, da quel ra-
gazzo intelligente e con spiccata sensibilità commerciale
che era, ricondusse il discorso su un campo a lui più fami-
172
liare chiedendo:
"Ingegnere, e per il contratto di agenzia cosa prevedete e
quali sono le provvigioni e ogni quanto le liquidazioni?"
"Ah, se è per questo sono ottime. Il dieci per cento su tut-
to, ordini diretti e del concessionario e liquidazione mensi-
le sugli ordini acquisiti anche se non maturati".
Per la miseria! Questa sì che era una pacchia. Sarebbe
stato quasi uno stipendio fisso.
"E ora cosa assorbe il concessionario?", chiese timida-
mente Alberto, ma sempre con quella sua aria flemmatica e
anche un po' schifata che sortiva ogni volta un certo effetto
sugli interlocutori.
"Per un fatturato di circa venti milioni all'anno, ma ab-
biamo iniziato solo da poco e i livelli debbono aumentare di
molto".
"E quali sono i maggiori concorrenti, a parte i tradiziona-
li?", chiesi.
"Beh, la Montecatini con il Sillan, pannelli di lana di roc-
cia, la Stirolum con il suo polistirolo, la Corallite anche con
un particolare polistirolo espanso e pochi altri minori".
"E a Milano la Van Gogh quanto ha realizzato?"
"Questo non posso dirvelo. Risponderà eventualmente la
dirczione generale o il settore vendite della Lombardia. Co-
munque posso già anticiparvi che è moltissimo. Bigiaretti,
dia delle nostre pubblicazioni al dottore e al signor Cruni".
Ne prendemmo due copie di ognuna e le riponemmo nelle
nostre borse. Il colloquio aveva subito una sosta, probabil-
mente era da considerarsi concluso, ma nessuno lo diceva.
Alberto ebbe un'idea quasi geniale.
"Ingegnere, ma lei non è di Milano, è vero?"
"No, sono comasco".
"È da molto alla Van Gogh?"
"No, veramente da pochi mesi. Ero assistente al politec-
nico di Milano, ma l'ingegnere Barbarisi, nostro direttore
generale, che era un mio collega di corso, mi ha voluto nella
società e da due mesi sono qui a Napoli".
"E come si trova?"
173
"Io bene, mia moglie ancora non si è ambientata del tut-
to. Sa, orari e vita così diversi. Immagini che un giorno è
stata dal pizzicagnolo più di due ore per comprare del latte,
convinta che giunto il suo turno sarebbe stata servita. Inve-
ce tutti la scavalcavano. All'una l'ho trovata a casa piangen-
te e senza latte".
"Certo che si dovrà ambientare, ma vedrà, lo farà presto.
Qui non c'è cattiveria. Alla fine tutti si trovano bene a Na-
poli", affermò Alberto.
Finalmente Zappa trovò la forza per concludere la con-
versazione dicendo:
"Allora, l'eventuale collaborazione vi interessa e ritenete
di poter svolgere un buon lavoro?"
"Moltissimo", affermai io con entusiasmo, "è un settore
affascinante, anche se bisogna lavorarci molto e principal-
mente in prospettiva... E ci dica, ingegnere, il settore indu-
striale cosa tratta?"
"Ah, di quello si interessa il nostro funzionario, signor
Tomo ed è indirizzato principalmente agli applicatori. Sa,
coppelle varie per tubazioni e altri prodotti per stabilimen-
ti industriali. Se ne potrà parlare successivamente".
Ne io, ne Alberto osavamo chiedere se la rappresentanza
era nostra o no. Dopo altri imbarazzanti silenzi, Zappa con-
cluse:
"Signori, ho avuto un'ottima impressione di voi, ma non
spetta solo a me decidere. Inoltre dovrò incontrarmi con al-
tri probabili agenti e poi relazionare alla dirczione".
C'era da attenderselo da una ditta di quelle dimensioni,
ma la cosa mi irritò lo stesso molto. Avevo intravisto il pa-
radiso e poi ottenevano in purgatorio! Con voce rabbiosa
conclusi alzandomi:
"Comprendo, ingegnere, ma la preghiamo di affrettare al
massimo una risposta negativa o positiva perché, come le
abbiamo accennato, siamo in trattative con altre ditte e non
potremo assumere un numero infinito di rappresentanze.
specialmente una come la Van Gogh ci assorbirebbe molto
e non ci darebbe spazio per altre, tranne che per prodotti
174
che bene le si affianchino".
"Farò al più presto, anche nel mio interesse. Vi telefone-
rò al più presto".
Ci accompagnò alla porta e Bigiaretti fino all'ingresso,
dove la segretaria era strenuamente impegnata in un corpo
a corpo con una splendida macchina da scrivere elettrica,
mentre l'ubertoso seno le ballava violentemente.
Giù Alberto ed io commentammo in modo entusiastico la
prospettiva di poter assumere la rappresentanza di quel co-
losso dell'industria, collaterale all'edilizia. In me vi era
un'accettazione totale e senza riserve, in quanto non ero so-
lamente interessato al guadagno e al prestigio, ma anche al
fatto tecnico. In Alberto invece sentimenti contrastanti,
piacere-dispiacere di rappresentare un'industria più im-
portante della paterna SCODER e un certo timore per la
complessità dei problemi tecnici.
Ci salutammo con cordialità e quella sera mi recai
nell'abitazione dell'ingegnere Pacciardi, titolare di un'a-
zienda produttrice di capannoni prefabbricati in precom-
presso, con il quale avevo avuto un interessante abbocca-
mento alcuni giorni prima presso il suo piccolo stabilimen-
to. Egli aveva adottato, per la preparazione del calcestruz-
zo, una betoniera a pale ruotanti di fabbricazione tedesca,
ma era anche interessato all'acquisto di due nostre Rim
500. Il suo comportamento verso di me in quella visita era
stato corretto e alla pari e avevamo dialogato da "tecnici"
sulle differenze fra i due sistemi di mescolazione, sottoli-
neandone i pregi e i difetti.
Quella sera, nella sua lussuosa casa in via Orazio, avevo
intravisto ragazzi e ragazze, e di poco più giovani di me, che
si accingevano evidentemente, ancora come veri figli di pa-
pa, a trascorrere un'allegra serata in compagnia di amici.
Passavano e ripassavano attraverso la stanza dove ero in at-
tesa e specialmente le ragazze mi guardavano con curiosità
e forse in un certo modo altezzoso.
Non potei fare a meno di pensare che in definitiva anch'io
avrei potuto condurre quel tipo di vita, se naturalmente
175
fossi stato dotato di minore sensibilità psicologica e avessi
ignorato atteggiamenti familiari Sgradevoli. Confrontavo
quell'allegria e spensieratezza, perlomeno apparenti, con le
mie giornate piene di lavoro e di ansie organizzative fino a
sera tardi, tutto teso com'ero a realizzare in pochi mesi
quello che i più impiegano anni. Però vuoi mettere la gran-
de soddisfazione di crearsi praticamente da solo un posto
al sole o quasi? Mi sentii contento della scelta fatta e attesi
» Pacciardi con un vivo senso di soddisfazione, dal quale fui
però presto precipitato nel sentimento opposto, quando vi-
di questo individuo, in precedenza così gentile, trattarmi
con sufficienza a livello di un qualsiasi piazzista e avvalersi
della mia presenza per vantare in modo tronfio e pieno di
boria l'arredamento della sua casa e principalmente i suoi
quadri. Non ero un grande esperto, ne dell'uno ne degli al-
tri, ma una certa cultura generale seria e documentata fa-
ceva parte del mio bagaglio mentale e subito notai la pac-
chianeria dell'arredamento, degli accostamenti di stili e
principalmente dei quadri. Si trattava di opere sul tipo di
quelle degli ottocentisti napoletani, eseguite da quei pittori
che, pur operando nel ventesimo secolo, continuavano a di-
pingere in modo del tutto tradizionale riferito alla "Scuola
di Posillipo". Questa era stata indubbiamente valida nel
suo tempo e sicuramente una delle migliori, anche come
istanze di rinnovamento, rispetto alle altre contemporanee
italiane. Ma l'altezzoso ingegnere, come tanti altri ignoran-
ti e provinciali napoletani, non sapeva che dall'Impressio-
nismo in poi, ossia circa dal 1870, e principalmente
dall'Espressionismo, che risale agli inizi del secolo e che
costituisce il primo vero movimento delle grandi avanguar-
die storiche, moltissimo, se non tutto, era cambiato nell'ar-
te figurativa. Il dipingere quindi usando più o meno gli stes-
si antiquati schemi da parte dei cosiddetti artisti a noi con-
temporanei costituisce una chiara dimostrazione di provin-
cialismo, commercialità e assoluta e crassa ignoranza. L'ar-
te è sensibilità anche al nuovo e cultura, e non può certo ri-
manere avulsa da tutto quello, come progresso sociologico,
176
tecnologico e scientifico, che avviene negli anni nei quali si
vive. Ma questi ignoranti, pieni di prosopopea e convinti
perché hanno conseguito una laurea o un diploma di essere
loro "i custodi della cultura", difendono senza alcun pudo-
re il "quadro bello" dove la barca, il mare, il volto, le mani,
gli alberi e così via sono eseguiti come fotografie e con un
uso di colori vivi e smaglianti o a volte tenui che tanto ri-
cordano loro le perle del golfo partenopeo e le sue notti in-
^ cantate.
Ma, illusi e incolti, avete mai letto un vero e serio libro,
avete mai consultato una storia dell'arte moderna, avete
mai letto Marx, avete mai letto Freud o Jung? E come vi
permettete di parlare quando la vostra cosiddetta cultura è
ancora ferma ai libri di scuola, alla storia patria più o meno
falsata e senza una seria critica analitica? Avete mai pensa-
to a cosa è l'uomo? Tutti gli uomini, non solo i vostri genito-
ri, amici e conoscenti. Riuscite ad avere un'immagine che
non sia limitata al vostro ristretto e misero mondo? Riusci-
te a capire che Napoli è una città ormai estremamente pro-
vinciale? Avete mai assistito a qualche seria conferenza?
Avete mai visitato una galleria d'arte moderna o una mo-
stra di Kirchner, Matisse, Picasso, Braque, Boccioni, Du-
champ, Kandinskij, Mondrian, Van Doesburg, Man Ray,
Morandi, Mirò, Max Ernst, Fontana, Burri, Pollock, Galli-
zio e così via? Come fate allora a parlare, parlare e parlare
sul nulla culturale? Lasciate perdere questo vostro tentati-
vo di cimentarvi in campi che la vostra chiusura mentale
non vi permetterà mai di affrontare e che sono solo aperti a
chi, in tutta modestia, legge, sente e acquisisce da persone
che hanno dedicato la vita a percorrere la strada della ri-
cerca. Se proprio volete parlare di quadri, limitatevi solo a
dire quanto valgono sul mercato e riducete l'arte solo a
quello che siete in grado di capire, ossia al valore commer-
ciale e al possesso di qualcosa che "vale" del denaro. Trala-
sciate i giudizi sulla "bellezza" e principalmente sulla vali-
dità, non potrete mai capire che il bello non è quello che voi
dite, ma è una risultante di una bellezza superiore, quella
177
che è frutto di originalità, studio e seria ricerca e non pedis-
sequa riproduzione dal vero, molto meglio ottenibile con
buone fotografie. Se il mondo si dovesse basare su gente co-
me voi per il proprio progresso, saremmo probabilmente
^ ancora all'età della pietra! Sì, infatti voi siete anche, gratta
gratta, scadenti nella vostra attività professionale. Se foste
davvero bravi capireste anche tutto il resto.
Riuscii a stento a trattenermi dal dirgli quello che pensa-
vo di lui, e ancora mi pento di non averlo fatto. Gente come
quella e particolarmente a Napoli ve n'è tanta e andrebbe
fustigata moralmente in continuazione, costi quel costi, an-
che se totalmente chiusi come sono in un lager mentale,
non capiranno mai. Forse solo i loro figli potranno comin-
ciare ad avere in questo idee più chiare, sempre che benin-
teso non siano stati troppo contaminati dalla catastrofica
influenza paterna di cui molti di noi, appartenenti alla co-
siddetta borghesia, non ci libereremo mai. Alcuni senza ac-
corgersene nemmeno, altri invece perché -non ne hanno la
forza.
Qualche giorno dopo giunse in ufficio una comunicazio-
ne della Van Gogh nella quale ci si pregava di recarci da lo-
ro per un nuovo incontro. Sia Alberto che io eravamo colmi
di impegni di lavoro e rispondemmo che avremmo gradito
rinviare la conversazione anche di un solo giorno, ma repli-
carono che trattavasi di un colloquio decisivo e per il quale
non erano possibili rinvii di sorta. Tenevamo troppo a quel-
la rappresentanza e al prestigio che poteva derivarne, e ac-
cantonato tutto, andammo alla Van Gogh.
Questa volta fummo introdotti direttamente nella stanza
di Zappa dove, insieme al caposettore Sud, vi erano Bigia-
retti e un signore robusto con una gran testa completamen-
te pelata e con un'aria distinta e autorevole. Era l'ingegne-
re Landi, caposettore per l'Italia centrale. Immediatamente
lui, trascurando e soverchiando Zappa e Bigiaretti, prese le
redini del colloquio che costituì per noi un lungo e durissi-
mo esame, ma il cui esito fu lusinghiero. Alberto si distinse
particolarmente nel far emergere la sua buona cultura ge-
178
nerale, le tante conoscenze, il suo saper fare e nel sottoli-
neare i risultati da noi raggiunti nella collaborazione con la
Ricci. Io nel mettere sapientemente in luce le notevoli co-
gnizioni tecniche di cui disponevo, specialmente in termo-
logia e in acustica e le potenziali doti che non potevano
sfuggire a un dirigente esperto qual era l'ingegnere Landi,
ben altra cosa rispetto al suo collega Zappa. Anche questa
volta pensavamo di esserci assicurata la sospirata rappre-
sentanza, ma evidentemente, come dice EDOARDO, gli esa-
mi non finiscono mai. Fummo infatti rinviati per qualsiasi
definitiva decisione ad un ulteriore incontro fissato diretta-
mente di lì a pochi giorni.
Mancava una settimana a Natale quando ci recammo per
la terza volta alla Van Gogh. Notammo una grande agitazio-
ne. La graziosa signorina dal gran seno era vestita e trucca-
ta con particolare cura e si sforzava di apparire pronta e in-
telligente. I funzionar!, signori Bigiaretti e Tomo, avevano
l'aria attenta delle grandi occasioni e l'ingegnere Zappa era
pervaso da un leggero tremito che accentuava un tic al lab-
bro. Fummo presentati al grande personaggio, il signor Mi-
lani, capufficio vendite, un individuo di corporatura sottile
con un volto affilato nel quale spiccavano occhi di viva in-
telligenza. Se il capufficio vendite incuteva tale timore, co-
sa sarebbe mai successo alla venuta del direttore commer-
ciale o addirittura a quella del direttore generale, per non
parlare poi dell'amministratore delegato o del presidente?
Tutto ciò dava, fra le altre cose da noi notate in precedenza,
l'immagine dell'ampiezza di quella società e della sua pira-
mide dirigenziale.
Alberto ne era intimidito, anche se il suo carattere flem-
matico e il volto che non tradiva facilmente i moti interiori,
lo rendevano quasi impermeabile a influssi esterni per
quanto importanti fossero. A mia volta, invece, non solo
non ero intimidito, ma esaltato da quella presenza impor-
tante che poteva significare che la nostra candidatura era
così a buon punto, che addirittura il capufficio vendite ci
dedicava preziosi minuti del suo tempo.
179
I minuti furono tanti. Il colloquio durò quasi due ore e fu
principalmente merito mio se, a metà di questo, ci comuni-
carono ufficialmente che la rappresentanza era nostra. Il
resto del tempo fu impiegato per chiarimenti e precisazioni
nella gestione dell'agenzia, a proposito della quale era uso
della Van Gogh far seguire un breve corso e una serie di vi-
site da loro ritenute indispensabili per un minimo di prepa-
razione dei rappresentanti di cotanta società. Quindi uno di
noi avrebbe dovuto trascorrere a Milano agli inizi dell'anno
una decina di giorni.
Zappa con una scusa mi pregò di seguirlo nell'adiacente
sala delle riunioni dove mi sussurrò agitato:
"Signor Cruni, sia gentile, dica che andrà lei a Milano.
Sa, il dottor Fani è persona ottima e capace, ma lei è un tec-
nico, può meglio comprendere le qualità dei nostri prodot-
ti. Faremo tutti una migliore figura" e poi, con voce ancora
più bassa, mentre il viso gli si tingeva di rosso, "... la pre-
go, non faccia capire che le ho detto questo... Andiamo".
Provai un vivo senso di soddisfazione, ma anche una pun-
ta di commiserazione per quest'uomo quasi cinquantenne,
ingegnere, ex assistente al politecnico e attualmente capo-
settore di una grande società che era costretto a quei mise-
ri sotterfugi e a fare figure non certamente brillanti nei
confronti dei suoi colleghi, come Landi o suoi diretti su-
periori come Milani e con me, agente di vendita nella zona
di sua competenza. Ecco l'immagine dell'impiegato secon-
do quanto si diceva nella mia famiglia, anche se lui non era
un impiegato come gli altri, ma un caposervizio; quindi, an-
che se non ancora dirigente, un dipendente di grado eleva-
to. Mi resi conto in quel momento che non è il ruolo che uno
ricopre che ha importanza, ma la personalità dell'individuo
che nobilita e rende la sua funzione più o meno importante.
Ovviamente sempre in determinati limiti che possono però
anche essere molto ampi.
Annuii e ritornammo dagli altri. Quasi per caso annun-
ciai:
"Alberto, se non ti dispiace, gradirei recarmi io a Milano,
180
se naturalmente il signor Milani non ha nulla m contrario .
Il dirigente dimostrò .un chiaro gradimento e Alberto, do-
po una piccola punta di dispetto, ne fu anche lui in definiti-
va sollevato e rispose positivamente.
Già nell'ascensore e poi per strada fui molto cordiale con
il mio socio e insieme brindammo in un vicino bar Erava-
mo felici. I fatti ogni giorno di più davano ragione al nostro
coraggio. Da quel giorno divenimmo più amici e con minori
riserve mentali.
181


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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mar Mag 14, 2013 8:42 pm

CAPITOLO XVIII
Eccomi nuovamente in viaggio per Milano, comodamente
seduto in una lussuosa vettura-pullman di un treno rapido.
Il biglietto mi era stato fornito dall'ufficio napoletano della
Van Gogh, mentre la sede aveva provveduto a prenotare la
stanza presso un albergo di prima categoria nella città dove
solo pochi mesi prima mi ero recato alla ventura.
Di fronte a me sedevano due signore di mezza età, vestite
con molto buon gusto, munite di valige e accessori di gran-
de raffinatezza e comodità. Quella che sembrava più giova-
ne parlava in continuazione e non potei evitare di ascoltare
quel fiume di parole nelle quali si manifestava la gioia del
ritorno al Nord dopo un breve soggiorno a Napoli. Diceva
che era meravigliata non solo per la miseria e il sudiciume
che aveva scorto per le vie del capoluogo campano, ma an-
che per la quasi totale assenza di vita notturna e la carenza
di teatri, specialmente di prosa. E poi in quindici giorni non
aveva mai ricevuto un fascio di fiori! Che modo poco civile
di vivere! Doveva essere una giornalista di un settimanale
femminile a grande tiratura, forse una di quelle che sono
solite impartire consigli di galateo e di condotta amorosa.
All'inizio quello che diceva la settentrionale mi diede fa-
stidio e più di una volta fui tentato di inserirmi nella con-
versazione per controbattere perlomeno alcune di quelle
affermazioni che mi sembravano a dir poco, peccare di leg-
gerezza. Poi, ripensandoci, mi convinsi che non aveva tutti i
torti. Purtroppo era vero che la mia città era sporca e mise-
182
ra con una vita culturale scarsamente sviluppata e ciò non
era addebitabile al sottoproletariato, ma a quella classe
borghese che non operava a sufficienza, anche a mezzo dei
suoi rappresentanti politici, per far sì che aumentasse il nu-
mero delle scuole e dei bambini che le potessero frequenta-
re con continuità. E poi l'alta borghesia e la nobiltà che tan-
to facevano pesare il censo e l'estrazione sociale e presso le
quali la mia compagna di viaggio era stata sicuramente e
spesso ricevuta, non usavano comportarsi secondo i rigoro-
si canoni che la loro condizione comportava. Anche in que-
sto Napoli aveva subito un tracollo rispetto a quella che era
stata verso la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento
una delle migliori metropoli d'Europa. In altre città la per-
dita di alcuni privilegi da parte di una ben individuata cate-
goria sociale e un certo appiattimento della cultura aveva-
no causato l'utile trasformazione di molti dei loro rappre-
sentanti in imprenditori industriali che avevano contribui-
to alla creazione di un'agricoltura dinamica condotta se-
condo schemi e metodi altamente produttivi e alla successi-
va nascita di grossi opifici industriali. Da noi purtroppo
nulla o quasi di tutto ciò, ma solo un accentuarsi della cor-
sa verso l'accaparramento di posti sicuri e perlopiù paras-
sitari.
Quando avevo preso posto sul treno mi ero sentito soddi-
sfatto e allegro e avevo pregustato quel nuovo soggiorno
milanese dal quale mi attendevo il coronamento di un anno
di intenso lavoro e di superamento di tante difficoltà di
ogni genere, principalmente di carattere psicologico. La
conversazione delle due settentrionali mi fece però piom-
bare in quelle amare considerazioni e nella presa di co-
scienza di quanto noi meridionali, e napoletani in particola-
re, siamo handicappati e costretti a dare di più per dimo-
strare di non essere come la grande maggioranza dei nostri
concittadini, o come genericamente questi vengono consi-
derati. Mi proposi quindi di dare tutto quello che potevo
per significare ai lombardi che anche noi sappiamo essere
degli abili tecnici, dei corretti venditori e dei validi organiz-
183
zatori, anche se di microaziende quale era la Cruni & Fani
S.r.l.
Ora però sarebbe stato saggio abbandonare tristi consi-
derazioni quando tutto sembrava sorridermi e cercare di
godermi quel comodo viaggio. Era già sera quando il veloce
convoglio giunse nella stazione di Milano con la sua impo-
nente volta in ferro che copre i molti binari.
Subito l'atmosfera dell'industriosa città mi riprese. Per-
corsi rapidamente, guardandomi intorno la grande scalina-
ta che conduce dal livello binari a quello più basso della
piazza Duca d'Aosta dominata dal massiccio e brutto edifi-
cio della stazione e da quello rilucente e moderno del grat-
tacielo Pirelli con i suoi oltre trenta piani. Fendendo l'in-
tenso traffico e attraversando ordinatamente, come gli al-
tri, le zebre nitidamente disegnate sulle pulitissime strade,
giunsi al mio albergo, il Florida.
Nella vasta stanza, mentre riordinavo le mie cose, pensai
a Caterina, a come l'avevo fatta soffrire e a come c'eravamo
lasciati. Nonostante le promesse, non le avevo mai scritto
in quel periodo, nemmeno una cartolina, tutto preso
com'ero stato dalle mie preoccupazioni e dai tanti viaggi di
lavoro. Decisi di telefonarle subito, ma non rispose nessu-
no. Forse con la madre era fuori Milano. Anche nei giorni
seguenti tentai più volte, ma sempre con lo stesso deluden-
te risultato.
Erano le 8 di mattina quando mi avviai a piedi verso la vi-
cina piazza della Repubblica. Già il traffico era intensissi-
mo, ma ordinato e silenzioso. Non pioveva, ne c'era la neb-
bia, ma era una giornata freddissima.
In un moderno e lungo fabbricato, tutto adibito ad uffici,
vi era la sede della Van Gogh che ne occupava tré piani. Alle
8,30 in punto presi il capace ascensore la cui cabina era tut-
ta in alluminio e il lift mi indicò quando dovevo uscire. Con
stupore notai che le porte automatiche si aprivano diretta-
mente in un grande salone che era l'ingresso della Van
Gogh. Sembrava l'atrio di un lussuoso albergo con un ban-
co di legno pregiato per gli uscieri e un altro più lungo per
184
«
le segretarie e il centralino telefonico. Al centro molte pol-
trone, tavolini colmi di quotidiani, riviste tecniche e pubbli-
cazioni della società. Le pareti erano rivestite di doghe fo-
noassorbenti e vi si aprivano porte e corridoi. Il soffitto
aveva pannelli quadrati che si alternavano a intense fonti di
luce. Mi avvicinai al banco delle signorine dicendo chi ero,
mi dimostrarono subito di essere state preavvisate del mio
arrivo e mi affidarono a un usciere che mi guidò attraverso
un corridoio dove si affacciavano numerose porte con telai
in acciaio zingato e pannelli in formica, ognuna delle quali
recava in buona evidenza la destinazione della stanza e i no-
mi dei funzionar! a cui era riservata.
Giungemmo davanti a un'ennesima porta dove era scrit-
to: Studi ed Esperimenti. L'usciere l'aprì e mi fece cenno di
entrare pregandomi di attendere. Era un salone lungo circa
venti metri e largo sette, con numerose ampie finestre in al-
luminio ingombro di scrittoi metallici, tavoli da disegno,
sedie, mobili, telefoni e aggeggi strani. Non vi era nessuno;
solo dietro uno scrittoio lontano un signore robusto con ra-
di capelli brizzolati era tutto intento a leggere a bassa voce
un fascicolo. Di tanto in tanto staccava gli occhi da questo e
ad alta voce pronunciava parole che registrava su un picco-
lo apparecchio portatile, assolutamente indifferente alla
mia presenza che forse non aveva nemmeno notato. Mi ag-
giravo silenzioso, cercando di non dare fastidio, fra le varie
suppellettili che occupavano il salone e improvvisamente
capitai davanti a una cassetta di scarico ricolma d'acqua
dove spiccava uno strano galleggiante. Non era uno dei soli-
ti di metallo vuoto all'interno, ma era una sfera bianca di
un materiale leggerissimo, forse era polistirolo. Evidente-
mente stavano sperimentandone una delle possibili appli-
cazioni.
Dopo qualche minuto una porta si aprì ed entrarono tré
giovani che parlavano fra loro animatamente, mi notarono
e mi chiesero chi fossi. Risposi che ero il nuovo agente di
Napoli, mi guardarono con minore interesse e mi dissero
che mi avevano scambiato per un altro funzionario vendite
185
loro collega. Mi informarono poi che probabilmente sarei
stato ricevuto dall'addetto ai córsi di istruzione e continua-
rono a discutere fra loro. Era trascorsa quasi mezz'ora
quando da un'altra porta entrò un giovane basso e magro
con grandi occhiali che mettevano in risalto un viso da in-
tellettuale. Puntò deciso verso di me e chiese:
"II signor Cruni di Napoli?"
"Sì, e lei?"
"Sono il dottor Sassi. Mi scuso per il ritardo, ma ho finito
ora di avviare i miei trenta allievi... Sa, io tengo un corso di
istruzione tecnica per i nuovi funzionari". Lo guardai con
curiosità e con aria interrogativa. Riprese: "Ah, che distrat-
to, non le ho ancora detto perché l'hanno fatta accomodare
qui".
"Me lo sto chiedendo, infatti", risposi un po' risentito.
"Alla Van Gogh c'è l'abitudine di far seguire ai nuovi
agenti una certa trafila. Il primo passo è di seguire con me
un breve corso sui nostri prodotti. Vogliamo accomodarci
qui?" e mi indicò uno dei tanti scrittoi. Ci sedemmo.
"Quanto dura questo corso?"
"Guardi, per dare una discreta conoscenza dei prodotti,
beninteso non dei tanti e seri problemi attinenti l'isolamen-
to specialmente acustico, ai nostri funzionar! addetti alle
vendite circa tré mesi. Per gli agenti una quindicina di gior-
ni. In effetti è poco, ma voi dovete avere solo una leggera in-
farinatura e dovreste essere assistiti nelle visite più impe-
gnative appunto dai funzionar! o dai capisettore, che sono
perlopiù ingegneri specializzati".
"E nel corso che sta tenendo ora a che punto è?"
"Quasi alla fine. In effetti sono all'inizio del terzo e ulti-
mo mese. Peccato, perché in genere uso far aggregare gli
agenti ai funzionar! in modo che ascoltino le stesse cose che
io poi completo in colloqui separati un'eretta prima e dopo
del tempo dedicato al corso normale".
"Bene, se vuole possiamo incominciare. Sono particolar-
mente interessato agli isolamenti e ai materiali termoacu-
stici".
186
Mi guardò con un po' di meraviglia. Chissà cosa si atten-
deva da un napoletano e, aperto un cassetto, ne trasse bloc-
chi notes e due volumetti e incominciò:
"Veda, la realizzazione di edifìci corretti dal punto di vi-
sta termico ed acustico richiede la conoscenza di alcune no-
zioni scientifiche di base, nonché quelle di un certo numero
di soluzioni pratiche. Incominciamo dalle unità di misura e
dalle loro relative definizioni..."
Aveva un'aria troppo professorale e ciò mi diede un certo
fastidio. Subentrai decisamente a lui e gliele snocciolai una
per una: la grande caloria o Kcal, il grado secondo la scala
centesimale o Celsius, il calore specifico e quindi il Kcal su
Kg° C, passai poi a come si trasmette il calore fra due corpi
a diversa temperatura e parlai di conduzione, convezione e
irraggiamento e infine del coefficiente di conducibilità ter-
mica che è la quantità di calore espressa in Kcal che attra-
versa un metro quadrato di superficie del corpo considera-
to dello spessore di un metro in un'ora e per una differenza
di temperatura di un grado C, ovviamente fra facce paralle-
le di detto corpo.
Il dottor Sassi era stupefatto, non tanto perché sapevo
quelle cose, ma per il modo chiaro nel quale gliele avevo
esposte, che dimostrava un'ottima assimilazione e princi-
palmente interesse della materia. Mi chiese:
"Ma che studi ha fatto, signor Cruni?"
"Ingegneria fino agli ultimi sei esami, e lei?"
"Io sono fisico. Ora capisco; perbacco, questo non mi era
stato detto. Pensavo che lei fosse uno dei soliti agenti con
studi classici o università tipo legge o economia e commer-
cio, oppure un geometra o perito industriale, o anche uno
che aveva studiato ingegneria, ma poco e male. Allora non
perdiamo tempo. Vediamo cosa sa lei in generale sugli iso-
lamenti che io eventualmente integrerò con le ultime novi-
tà e sui nostri prodotti in generale".
"Con piacere..." e mi impegnai in una conversazione pia-
cevolis'sima durante la quale parlammo di materiali isolan-
ti, coefficiente di adduzione, resistenza termica di una par-
187
tè omogenea, propagazione del calore attraverso una pare-
te piana, ponti termici, volano termico con le relative equa-
zioni. Passammo poi alla capacità termica e posizione
dell'isolante, sullo spessore dello stesso e relative conside-
razioni economiche.
In una mattinata completammo un mese di corso dei fun-
zionar! e divenimmo ottimi amici. Pranzammo insieme e in-
sieme ritornammo in ditta dove, sempre più presi, prose-
guimmo per tutto il pomeriggio con il più difficile isola-
mento acustico del quale affrontammo la frequenza espres-
sa in Hertz, la velocità di propagazione, l'ampiezza, il perio-
do, la lunghezza d'onda, l'intensità, la pressione sonora mi-
surata in Newton su metro quadrato, l'acutezza, la sensibi-
lità del nostro orecchio con relativa soglia di udibilità e del
dolore. Discutemmo sulla differenza fra decibel, unità di
misura del livello sonoro, e il phon che è invece l'unità di
misura di ricezione sonora e infine del diagramma di Flet-
cher & Munson. Passammo poi all'assorbimento acustico e
infine al problema della riduzione della trasmissione del
rumore tra ambiente e ambiente, trattando particolarmen-
te i rumori aerei e quelli di percussione.
Erano quasi le 20 quando abbandonammo la sede della
Van Gogh dove vi erano ormai solo i guardiani notturni e
stanchi ma felici ci salutammo con molta cordialità affra-
tellati da quel comune piacere per quegli argomenti affasci-
nanti.
Così era bello studiare, non per gli esami, ma per capire,
passare alle applicazioni pratiche ed eventualmente cerca-
re di risolvere con nuovi materiali e metodi i tanti problemi
del settore.
Quella sera cenai e mi precipitai a letto dove piombai in
un sonno profondo e soddisfatto. In un giorno avevo com-
pletato un corso di due mesi, da domani avrei potuto inse-
rirmi con gli altri e forse superarli in tromba.
Alle 7,59 in punto ero nuovamente al palazzo della Van
Gogh e, unitamente a un gran numero di impiegati, funzio-
nar!, segretarie, capiservizio, fattorini e uscieri, presi posto
188
nell'ascensore che mi condusse negli uffici della grande so-
cietà. Mi recai direttamente nello stanzone dove mi ero
trattenuto tante ore con il dottor Sassi. Nonostante l'ora vi
ritrovai il signore robusto dai capelli brizzolati del giorno
prima. Questi, non appena mi vide entrare, si alzò e venne
verso di me presentandosi come il commendatore Buona-
casa. Mi chiese chi fossi e mi spiegò che lui aveva il com-
pito, insieme con altri elementi della società, di tenere con-
ferenze-dibattiti sui prodotti Van Gogh, sulla loro utiliz-
zazione e necessità presso ordini di ingegneri e architetti di
varie città italiane. Era in sede così per tempo perché stava
appunto preparando la conferenza che il giorno dopo
avrebbe tenuto a Bologna. Proprio in quel momento entrò
col solito passo svelto e modi decisi Sassi. Guardò con una
certa freddezza Buonacasa, mentre a me rivolse un lumino-
so sorriso.
"Buongiorno, caro Cruni. Vedo che è stato catturato dal
commendator Buonacasa. Stia attento, è un conversatore
affascinante, ma non tutto quello che dice è giusto".
"Davvero, caro Sassi? Per la verità siamo insieme solo da
cinque minuti e mi stava raccontando del suo impegno di
domani per una conferenza a Bologna".
E Buonacasa con un acido sorriso:
"Sta tranquillo, Sassi, che non inquino i tuoi allievi".
"C'è poco da inquinare. E poi il signor Cruni può conside-
rarsi ben poco un mio allievo e stai attento a come parli con
lui perché è preparatissimo e ha una mente molto sveglia".
Quasi arrossii per quel complimento e mi schernii dicen-
do:
"II dottor Sassi scherza. Ho tanto da imparare".
"Ho i miei dubbi. Vogliamo andare dove sono i trenta ve-
ri allievi che mi attendono? Buonacasa ci scuserà".
Salutammo e ci dirigemmo verso un'altra porta in fondo
al salone. Sassi sussurrò:
"Non sarebbe una cattiva persona, ma è convinto di esse-
re profondamente preparato sui nostri prodotti, in realtà
ha solo un'infarinatura esaltata da una grande dialettica...
189
Senta, Cruni, abbia pazienza, segua un po' quello che dico
ai nuovi funzionar!, poi nel pomeriggio torneremo a incon-
trarci da soli per andare avanti come ieri".
"Con gran piacere, Sassi".
Aprì la porta ed entrammo in un locale poco più piccolo
di quello che avevamo appena lasciato, dove seduti dietro
scrivanie vi erano una trentina di persone che parlavano vi-
vacemente. Erano di apparente età variabile fra i venticin-
que e i quarant'anni, tutti con una figura che ricordava un
po' quella di Bigiaretti. Evidentemente la società teneva a
dare l'impressione di imponenza, anche attraverso il fisico,
dei suoi funzionari di vendita. Sassi mi indicò uno scrittoio
fra i più vicini al suo che fungeva da cattedra e ci presentò.
I nomi e le città di provenienza erano quasi tutti del Nord e
i titoli di studiò di geometra, perito industriale e qualche
raro ingegnere. Appena si fece un po' di silenzio. Sassi ini-
ziò:
"Dopo aver trattato ed imparato le teorie sulla termolo-
gia e sull'acustica, passeremo alla descrizione dei prodotti
della nostra società e di altre collegate e alle relative moda-
lità applicative nell'edilizia civile di tali prodotti. Iniziarne
dal pannello parete V.G.A..." Ne prese un campione di di-
mensioni di centimetri cinquanta per cento e continuò: "La
sua principale funzione è quella di isolante termico ed acu-
stico di pareti perimetrali e divisorie. È un pannello di fi-
bra di vetro trattata con resine. Gli spessori vanno da milli-
metri trenta a millimetri cento. Lo spessore che viene più
usato è di millimetri quaranta con resistenza termica
R=l,08 e coefficiente di assorbimento acustico medio di
0,65. Ovviamente ricorderete le relative formule dell'uno e
dell'altro..."
Una voce dal fondo con uno spiccato accento brianzolo:
"Cosa ha deeetto? E il K del coefficiente di conducibilità
termica dov'è finito?"
Un gesto di scoraggiamento in Sassi. Si rivolse a uno de-
gli allievi e:
"Brambilla, vuole spiegare lei?"
190
Il giovane ingegnere Brambilla divenne di brace.e alzato-
si tentò di spiegare, facendo però una confusione del diavo-
lo. Sassi era più che mai scoraggiato, ma improvvisamente
il volto gli si illuminò e rivolgendomi un sorriso chiese:
"Credo che non sia stato molto chiaro per nessuno. Vuoi
provare lei, signor Cruni?"
Non ero emozionato, ma contento e sicuro. Mi alzai e
spiegai con chiarezza e con un timbro di voce squillante
quali erano le differenze, diffondendomi anche a parlare
sul coefficiente di assorbimento acustico. Molti sguardi
meravigliati e invidiosi mi fissavano, ma io notai solo la sin-
cera partecipazione di Sassi. Mi ero davvero fatto un ami-
co!
Il giovane fisico proseguì parlando del pannello ISOL
V.G., il cui impiego è riservato all'isolamento termico di so-
lai. Esso è costituito da fibre di vetro ed è rivestito su una
faccia da velo di vetro e carta bitumata. Inoltre degli spes-
sori e delle relative resistenze termiche, poi dei feltri sem-
pre in fibre di vetro per isolamento termico di coperture di
edifici civili e industriali, con tetto a falde inclinate e non
praticabili e infine del feltro SUPER V.G. per isolamento
acustico di pavimenti. Era forse il prodotto più interessan-
te, formato di fibre di vetro lunghe, feltrate e collegate con
collanti; il tutto di uno spessore di appena tré o quattro mil-
limetri, confezionato in rotoli di un metro di larghezza per
dieci di lunghezza, con il quale era possibile realizzare i co-
siddetti "pavimenti galleggianti" di notevolissima efficacia
contro i rumori di percussione.
Le interruzioni furono moltissime ed era evidente che
tutti quegli allievi, anche quelli che teoricamente avrebbe-
ro dovuto essere i più preparati, non erano molto validi e
dopo ben due mesi, nei quali avevano sentito parlare dei va-
ri problemi di termologia e acustica, non avevano idee mol-
to chiare e dovevano compiere sforzi veramente titanici per
cercare di comprendere cose che a me sembravano di una
semplicità disarmante.
Venne l'ora di pranzo e ancora una volta Sassi ed io ci re-
191
cammo insieme al ristorante. Il giovane era scoraggiato.
"Possiamo darci del tu?", mi chiese.
"Con piacere".
"Vedi, Cruni, oggi hai potuto renderti conto di chi mi affi-
dano e quali persone debbo cercare di tirare su in appena
tré mesi. Ma nemmeno in tré anni capiranno bene!"
"Scusa, ma non viene fatta una selezione sulla loro dispo-
nibilità a capire? O si bada solo acche siano alti e di buona
figura?"
Sorrise.
"Hai colto nel segno. Molti alti dirigenti guardano più
all'aspetto esteriore del funzionario che alle sue capacità
mentali; ma ti assicuro che li selezioniamo anche in relazio-
ne al cervello e agli studi. Questo è quanto di meglio abbia-
mo trovato! È avvilente, ma è così. Ti assicuro che non vedo
l'ora di terminare questo corso per ritornare ai miei studi
presso lo stabilimento di Novara e poi a Parigi dove posso
dedicarmi alla mia vera passione, la ricerca".
"E chi ti sostituirà?"
"Mah, ci sono alcuni ex caposettore a riposo che possono
farlo e anzi si divertono pure. Io spero proprio che l'inge-
gnere Barbarisi, il direttore generale, non mi obblighi a te-
nere altri corsi".
Ritornammo nella grande sala e ci impegnammo per tut-
to il pomeriggio in descrizioni e discussioni su tutti i pro-
dotti e le loro applicazioni. Davvero per me era tutto sem-
plice, chiaro ed esaltante e mi accorgevo con sommo piace-
re che Sassi si trovava con me tanto a suo agio da comuni-
carmi le ultime ricerche in corso a Parigi e le differenze con
la produzione attuale. Vi erano delle grandi novità in pento-
la ed era ansiosa di parteciparvi. Mi sentivo felice ed appa-
gato, forse avevo trovato la mia vera strada. Quel settore
era davvero di avanguardia e in grande evoluzione e le stes-
se fibre di vetro, materiale di per se stesso abbastanza nuo-
vo, non era nulla in confronto agli altri prodotti in avanzata
fase di ricerca.
Quella sera, dopo aver cenato, tornai subito in albergo
192
dove mi immersi nello studio delle pubblicazioni di cui Sas-
si mi aveva abbondantemente dotato e trascorsi in un lam-
po molte ore senza stancarmi e senza provare alcun biso-
gno di uscire, di andare al cinema o di trovarmi una compa-
gnia femminile.
193

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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mar Mag 14, 2013 8:45 pm

CAPITOLO XIX
I successivi tre giorni li trascorsi recandomi ogni matti-
na, con una puntualità che presto mi fece definire dai miei
invidiosi colleghi di corso "il napoletano tedesco", a segui-
re quelle lezioni che ormai mi annoiavano solamente, men-
tre il pomeriggio con Sassi passavamo lunghe ed appaganti
ore a completare tutto quello che riguardava i prodotti Van
Gogh, le loro applicazioni, i pregi rispetto alla concorrenza
e i difetti nei confronti dei prodotti nuovi che erano allo
studio a Novara, Parigi e Londra.
Il pomeriggio del quarto giorno Sassi mi presentò all'in-
gegnere Pian, uno dei direttori tecnici della Van Gogh e in-
sieme ci immergemmo in una conversazione ad alto livello
sulle applicazioni e la necessità degli isolamenti nell'edili-
zia moderna. Ci impegnammo anche nei calcoli relativi alla
progettazione di un isolamento acustico in una costruzione
tipo e finanche in questo riuscii a farmi apprezzare dai due
tecnici.
Pian aveva un problema da risolvere per un grande edifi-
cio pubblico di Milano e fu tanto gentile da farmi partecipa-
re il giorno dopo ai suoi calcoli e a immettermi, anche se di
sfuggita, nei veri grandi problemi attinenti a un efficiente e
valido isolamento di un edificio. Questo non consiste sol-
tanto nell'isolare le pareti esterne, di divisione e solai inter-
medi e di copertura, ma fondamentalmente nel difficile iso'-
lamento degli impianti fissi, come scarichi d'acqua, quelli
delle pompe di circolazione dei vari fluidi nelle reti di tuba-
194
zione, quelli dei bruciatori trasmessi dalle canne fumarie,
degli ascensori e infine della struttura portante in cemento
armato dell'intero edificio.
Qualche mia azzeccata osservazione mi fruttò la definiti-
va stima dell'importante ed esperto ingegnere. Egli mi dis-
se che in Italia veri tecnici dell'isolamento termoacustico
ve ne erano pochissimi e i progettisti di costruzioni civili o
industriali avevano tutti profonde lacune in tale settore. Mi
parlò di Sassi che era considerato, giovanissimo com'era,
l'enfant prodige della Van Gogh e delle sue grandi possibili-
tà nel campo della ricerca dove aveva già dato dei notevoli
contributi. In chiusura di giornata, nel salutarci mi fissò
quasi a voler mettere a nudo il mio pensiero, e poi:
"Senta, Signor Cruni, perché non rimane con noi? Vedo
che. è molto portato per questi problemi e potrebbe intra-
prendere una brillante carriera. Vuole che ne parli in dirc-
zione?"
Rimasi sconcertato, ero orgoglioso per quell'offerta ma
le mie idee sugli impiegati rimanevano sempre le stesse. Ri-
sposi:
"La ringrazio, ingegnere, mi sento onorato di quanto mi
propone, ma non mi sento di essere inquadrato in un'azien-
da; per questo ho scelto l'attività di rappresentante. Non sa-
rà particolarmente brillante, ma permette autonomia".
"Allora perché non si specializza in questo settore per poi
svolgere la professione di consulente?"
"Interessante, ma dove?"
"Non certo in Italia, ma in Francia e principalmente in
Inghilterra. Lì con gli esami che ha già superato in Italia e i
nuovi corsi acquisterebbe titoli importanti".
"Ma che durata hanno?"
"Penso che in un semestre se la caverebbe, specialmente
se riuscirà a presentare qualche studio originale".
"Ingegnere, lei mi tenta, ma ormai ho un'aziendina avvia-
ta a Napoli e poi voglio sposarmi nell'anno".
"Capisco, faccia come vuole. Però io ripenserò al suo ca-
so. Chissà che non si riesca a trovare una soluzione".
195
"La ringrazio, ingegnere, e mi auguro di rincontrarla pre-
sto. Peccato non averla conosciuta prima".
Con vero dispiacere mi congedai da lui e ritomai in alber-
go. Il mio corso si era concluso in soli sette giorni e con ri-
sultati esaltanti. Non solo ero padrone della materia, ben al
di sopra dei funzionar! di vendita, ma forse anche degli
stessi capisettore. Quella sera dovevo festeggiare e per là
prima volta da quando ero tornato a Milano mi recai in un
night e mi lasciai andare in una serata di moderati bagordi,
facendo attenzione a non rientrare oltre l'una perché il
giorno dopo mi attendeva per tempo il signor Milani, il te-
muto capufficio vendite.
Puntualissimo attesi di essere introdotto nella stanza. Un
usciere sollecitato da una segretaria mi guidò al piano su-
periore dove mi fece entrare in un ampio ufficio, tutto arre-
dato in stile modernissimo. Dietro un lungo scrittoio, alle
cui spalle grandi pannelli ricchi di grafici con linee di vari
colori dominavano la scena, vi era il signor Milani. Si alzò,
mi sorrise e mi attanagliò la mano in una vigorosa e prolun-
gata stretta.
"Oh, ecco il nostro agente di Napoli. Si accomodi pure,
prego... Spero si sia trovato bene con noi a Milano e che si
sia reso conto della nostra produzione e della nostra orga-
nizzazione tecnica. Ho qui una. relazione del dottor Sassi e
dell'ingegnere Pian che sono entusiasti delle sue capacità
di apprendimento. Mi dicono che solo in pochi giorni è an-
dato ben più avanti dei nostri nuovi funzionari alle
vendite... Me ne compiaccio, ora però mi auguro che altret-
tanto possa dimostrare in quel po' di istruzione che deside-
reremmo darle sui nostri sistemi di vendita e sulle applica-
zioni pratiche".
"Farò del mio meglio, signor Milani, anche se per la veri-
tà le debbo dire che non vedo l'ora di ritornare a Napoli per
aiutare il mio socio, il dottor Fani, che è rimasto solo con
tutto il gran da fare che vi è nella nostra aziendina".
Mi guardò un po' contrariato. Il potente, il temuto signor
Milani, che mi avevano detto in quei giorni sarebbe appro-
196
dato a grandi vette per le sue notevoli capacità nonostante
fosse sfornito di laurea, non si attendeva certo una risposta
di quel tipo. Ma sinceramente quel suo pistolotto finale do-
po i complimenti mi aveva infastidito ed era opportuno che
capisse che io non ero un dipendente Van Gogh, ma un libe-
ro collaboratore estemo, da trattare alla pari, non con un
senso di superiorità paternallstica! Cambiò atteggiamento.
"Capisco, signor Cruni, e la ringrazio del tempo che ci ha
dedicato, ma ormai penso che in due giorni possa termina-
re qui a Milano e ritornare al suo lavoro".
L'avevo ridimensionato, ma non era intelligente inimi-
carselo, per cui precisai:
"Sono certo che mi ha capito, signor Milani. Ho trascorso
giorni interessanti, piacevoli e utili presso di voi e desidero
ringraziarla per l'ospitalità che mi ha offerto, ma ho lo
scrupolo per l'intensissimo lavoro che il dottor Fani avrà
dovuto svolgere. È ovvio che il mio soggiorno qui rara utile
alla nostra ditta e quindi anche a lui, ma dieci giorni sono
tanti... Posso farle una domanda?"
Il suo modo di fare era ritornato normale.
"Certo, mi dica".
"Vedo alle sue spalle tutti quei grafici. Mi vuole illustra-
re, se è lecito, a cosa servono?"
"Certamente, non abbiamo misteri per i nostri agènti,
specialmente se partecipi come lei... C'è un grafico genera-
le che si riferisce alle nostre previsioni di produzione e ven-
dita trimestrali; la linea verde indica la produzione, la gial-
la le previsioni e la rossa le vendite. Come vede, nel quarto
trimestre millenovecentosessanta sono state previste tot
tonnellate di materiale isolante in fibra di vetro, ne è stata
prodotta la stessa quantità e venduto invece un quantitati-
vo maggiore. Naturalmente abbiamo grafici specifici per
ogni tipo di prodotto e per ogni settore vendite. In base
all'andamento di questo trimestre chiederemo un aumento
di previsioni di vendite che ogni settore sarà tenuto a ri-
spettare in percentuale".
"Credo, se ho capito bene, che il quantitativo in più ven-
197
duto e non prodotto sia stato prelevato dai vostri concessio-
nari che a questo debbono servire e a maggior ragione se
non si raggiungono le vendite previste, è vero?"
"Perfettamente. Nella vostra zona, ad esempio, si è ven-
duto meno del previsto e il concessionario ha dovuto fare
un ordine a conguaglio. Ora speriamo che con l'aiuto della
vostra attività non ci sia più bisogno di ciò, ma del contra-
rio".
"Lo spero anch'io, signor Milani. Vuole ora dirmi se è già
stato inserito in qualche capitolato d'appalto della nostra
zona il vostro prodotto?"
"Credo di sì. L'ingegnere Di Massimo, il concessionario,
penso ci sia riuscito presso il Ricostruzionamento".
"Ah, bene. Ora Fani ed io cercheremo di adoperarci an-
che in tale dirczione".
"Abbiamo intenzione", affermò Milani, "di incrementare
di molto le vendite a Napoli, perché riteniano possa dare
tanto e quindi organizzeremo, e la prego fin da ora di darsi
da fare in proposito, una conferenza-dibattito presso un al-
bergo cittadino e faremo anche pubblicità sui giornali, ol-
tre a inviare nostre pubblicazioni a imprese e progettisti.
Vorremmo anche sensibilizzare l'opinione pubblica attra-
verso caroselli televisivi, ma ci hanno chiesto una cifra
enorme, un minimo di trentasei trasmissioni e un'attesa di
oltre un anno".
"Ma quanto costa?"
"Un milione al minuto, oltre le spese dei filmati, attori e
altro".
Feci un gesto di meraviglia.
"Non pensavo tanto".
"Nemmeno noi e nel prossimo consiglio si discuterà la
cosa".
Ci trattenemmo ancora per qualche tempo e poi il capuf-
ficio vendite mi pregò di recarmi in corso Venezia alla sede
del settore vendite Lombardia dove ero atteso per alcune
visite. Mi accompagnò alla porta e mi pregò di ripassare da
lui la sera successiva prima di partire da Milano.
198
Erano circa le 10 quando giunsi in quell'altro ufficio stac-
cato della società che di giorno in giorno mi appariva sem-
pre più colossale e fornita di tanti tentacoli da far sfigurare
finanche un polpo. Una magra ma efficientissima signorina
mi pregò di attendere in una sala non vasta e caratterizzata
da due angusti balconcini dai quali però si dominava la cen-
tralissima ed elegante piazza San Babila.
Quanti ricordi! Caterina, gli spensierati pomeriggi e le
eleganti serate trascorse insieme, i nights, i ristoranti, gli
snack-bar, i cinema e i teatri frequentati con assiduita. Che
differenza tra quel mio soggiorno e questo! Allora ero giun-
to a Milano per procacciarmi il lavoro, ma ancora con sco-
rie di mentalità di studente e figlio di famiglia. Ora ero già
inserito e un elemento, anche se modesto, del mondo pro-
duttivo e poi quella specie di lavoro di ricerca e di presa di
contatti del mio primo periodo milanese non era stato cer-
tamente appagante. I contatti di questi giorni sì e totalmen-
te. Non avevo nemmeno più la sensazione di essere un rap-
presentante, ma un tecnico vero e addirittura un ricercato-
re.
Quelle mie considerazioni furono interrotte dalla segre-
taria che mi introdusse in un vasto ambiente dove fui rice-
vuto da un classico milanese, vigoroso, attivo, cordiale. Mi
fece oscillare violentemente il braccio su e giù per più volte
in una stretta di mano nella quale sembrava volesse tra-
smettermi tutta la sua energia e il suo attivismo. Mi disse,
in una sequenza rapida di parole, che era il dottor Bacci, ca-
posettore, che sapeva chi ero, che gli era stato detto un
gran bene di me e che mi avrebbe affidato subito al suo mi-
gliore funzionario, il geometra Malagui che mi avrebbe
condotto in giro presso alcuni cantieri dove stavano appli-
cando prodotti Van Gogh. Avevo paventato di dover tra-
scorrere una noiosa giornata fra i soliti grafici di produzio-
ne e previsione e nella consultazione di ordini e cose del ge-
nere. Invece avrei potuto assistere all'applicazione dei pro-
dotti che tanto mi avevano interessato.
Il fatto mi esaltò e con vero entusiasmo lo ringraziai e ac-
199
colsi con piacere il funzionario che ci aveva raggiunto im-
mediatamente. Era magro, smilzo e biondo, con uno sguar-
do furbo che nulla aveva del settentrionale; invece, guarda-
caso, era nativo di Milano e la sua famiglia una delle poche
che si poteva considerare veramente meneghina. Mi guidò
al vicino posteggio dove prelevò la sua FIAT Abarth e men-
tre ci recavamo al primo cantiere in programma, mi rac-
contò che nell'ufficio vendite di Milano erano ben diciotto i
funzionar! che si dovevano occupare di tutta la Lombardia,
dove le vendite dei loro prodotti Van Gogh erano numero-
sissime. Mi informò anche che il loro agente di Milano sta-
va diventando, se non lo era già, milionario con le provvi-
gioni Van Gogh.
In una delle grandi, piazze del centro sorgeva un enorme
edificio di un ente pubblico dove era in corso un totale ri-
modernamento. Sui solai, di circa tremila metri quadrati
ognuno, stavano applicando il feltro SUPER V.G. che dove-
va attutire i fastidiosi rumori di percussione e calpestio.
Doveva essere stato un ordine colossale di oltre trentamila
metri quadrati. Mi precipitai a guardare interessatissimo
l'applicazione di quello che mi sembrava, come ho già det-
to, il loro prodotto più prestigioso e senza concorrenza al-
cuna.
Ma cosa vidi! ? La stesura di quella specie di sottilissimo
materassino, che poi doveva essere risvoltato vicino alle pa-
reti divisorie e ricoperto di un sottofondo per pavimenti in
malta cementizia di spessore minimo di tré centimetri e
composto da duecentocinquanta chilogrammi di cemento,
cento chilogrammi di calce idraulica e un metro cubo di
sabbia con eventuale ripartizione dei carichi, era eseguita
in modo davvero approssimato che lasciava di tanto in tan-
to degli spazi, anche se piccoli, scoperti creando così dei
"ponti acustici" che avrebbero annullato quasi completa-
mente il beneficio dell'isolante. E i risvolti alle pareti che
avrebbero dovuto essere eseguiti con la massima attenzio-
ne e con la creazione di angoli fra piano orizzontale e verti-
cale perfettamente retti onde evitare la formazione di vuoti
200
dietro l'isolante e quindi un insufficiente spessore del sot-
tofondo, erano eseguiti con colpevole trascurataggine e con
altezze variabili. Quello non sarebbe diventato un "pavi-
mento galleggiante", ma un nulla!
Cercando di non farmi notare dal direttore dei lavori al
quale poco prima ero stato presentato, richiamai a voce
sommessa l'attenzione del mio accompagnatore su quella
catastrofica esecuzione della posa in opera. Come minimo
mi attendevo una reazione irritata e il suo immediato inter-
vento, invece si limitò a un'alzata di spalle e a un sorrisetto
complice.
"Che ci importa? Abbiamo dato loro le istruzioni per una
corretta esecuzione. Se i responsabili del cantiere non se ne
occupano, non sono fatti nostri".
"Scusi, sa, ma come non sono fatti nostri? Quando faran-
no il collaudo con 'la macchina per il calpestio' si renderan-
no conto che la riduzione acustica non è quella promessa
dai nostri depliants".
Mi rivolse uno sguardo meravigliato e con un'aria di chi
dice: "Ma perché non ti fai gli affari tuoi" replicò:
"Signor Cruni, sa, ora capisco perché in sede l'hanno so-
prannominato 'il napoletano tedesco'. Non mi sembra af-
fatto il classico napoletano del 'tira a campare'".
Avvampai e:
"Che diavolo dice? Qui non si tratta di essere napoletani
o milanesi, su chi sia migliore o peggiore, ma di fare gli in-
teressi della società per la quale lei lavora e io sono l'agente
di vendita".
Immediatamente l'atteggiamento di Malagui cambiò per
divenire accomodante e quasi umile.
"Mi scusi, signor Cruni, ha ragione, ma, veda, io non so-
no il funzionario addetto a questa zona e parlando ora po-
trei solo danneggiarlo, ne lei, mi perdoni, è l'agente di Mila-
no. Quindi conviene stare zitti".
"Perlomeno allora avvisi il suo collega e gli dica di inter-
venire. È davvero un peccato sprecare così anni di studio e
201
di esperimenti per trascurataggini che possono essere facil-
mente rimediate".
"Certo, ha ragione, stia tranquillo, farò così. Avviserò gli
interessati".
Ero convinto che non lo avrebbe mai fatto e poi chissà se
era vero che non era lui il funzionario di quella zona. Che
delusione! Supponevo che in aziende private così dinami- '
che come la Van Gogh tutti mettessero il massimo impegno
nell'espletare il proprio lavoro; invece no. I Sassi, i Pian, i
Milani erano ben pochi. E poi chissà se i funzionar! avevano
capito l'importanza dei "ponti acustici"; da quel che avevo
constatato durante il corso era più possibile di no che di sì.
Malagui, che dopo la mia impennata si comportava con
una gentilezza addirittura eccessiva e aveva perso quella
sua aria di grand'uomo, mi condusse in un altro cantiere di
una zona residenziale dove il fabbricato in costruzione non
era molto grande. L'imprenditore progettista e direttore
dei lavori era un'architetto sui sessantenni con aria distin-
ta e calma e dei bellissimi capelli completamente bianchi.
Che differenza fra i due cantieri! Qui tutto nella posa del
SUPER V.G. era curato nel dettaglio e in aggiunta era stata
posta una cura particolare nell'isolare i pilastri e le condot-
te idrauliche. L'architetto era un appassionato dei proble-
mi termoacustici e immediatamente fra noi si creò un cli-
ma di simpatia e di stima. Trascurando completamente Ma-
lagui, parlammo a lungo di quegli argomenti che affascina-
vano entrambi e di altri inerenti alla costruzione in genera-
le.
Che piacere poter incontrare persone così e che gioia po-
ter svolgere bene il lavoro che si è scelto. Una delle maggio-
ri fortune dell'uomo è quella di esercitare un'attività che
gli piaccia totalmente e nella quale si realizzi!
Il resto della giornata passò fra il pranzo, un'altra visita e
alcune ore trascorse nuovamente nell'ufficio del settore
Lombardia dove conversai con il dottor Bacci che mi mise
al corrente dell'attività e dei problemi attinenti alla sua zo-
na e delle relative percentuali di vendita.
202 .
La mattina successiva Malagui venne a prelevarmi in al-
bergo per condurmi a Bergamo dove era prevista l'ultima
visita del mio soggiorno milanese.
Era una splendida giornata, anche il freddo non era più
così pungente come nei giorni precedenti. Da Corso Sem-
pione ci immettemmo nel solito rondò e poi nell'autostrada
Milano Broscia che percorremmo tutta d'un fiato sulla ve-
locissima auto del funzionario che costituiva indubbiamen-
te il suo vanto.
Giunti a Bergamo ci fermammo nella più commerciale
città bassa e in una strada lunga e stretta posteggiammo
davanti a una specie di negozio dove una modesta insegna
indicava: Vittorio Mazzacurati - Rappresentanze Edili. En-
trammo in una sala profonda e con alte volte a botte che
aveva come pavimento uno sbiadito linoleum e lungo le pa-
reti su panchetti di legno un'infinità di campioni di prodot-
ti per l'edilizia, come mattonelle, rivestimenti, apparec-
chiature igienico-sanitarie e tutta la gamma dei prodotti
Van Gogh. Un uomo anziano grasso e grosso ci accolse con
giovialità; era l'agente di Bergamo. Ci pregò di attenderlo,
mentre continuava a intrattenersi con un paio di clienti che
più che imprenditori sembravano commercianti ortofrutti-
coli. In fondo al locale vi era una parete di legno e vetri che
delimitava la zona riservata ad ufficio da dove venne fuori
una formosa ragazza bruna con la quale Malagui iniziò su-
bito a scambiare una serie di pepate battute. Notai con pia-
cere che la ragazza, davvero bella e provocante, scherzava
con Malagui, ma guardava me e cercava in tutti i modi di
coinvolgermi. Mi sentii improvvisamente eccitato e dimen-
tico dello scopo per il quale ero lì, partecipai attivamente e
incominciai a fare progetti su di lei, anche se sapevo che
non erano realizzabili, a meno che non fossi rimasto per più
tempo a Bergamo e da solo. Ormai la carica e l'interesse
che mi avevano tenuto avvinto per tutti quei giorni solo al
lavoro si era esaurita, forse influenzato dal comportamento
menefreghista del geometra e da quello disteso di Mazzacu-
rati.
203
Più tardi distrattamente seguii la descrizione che il gros-
so agente mi diede della sua attività e della organizzazione
che era adatta a un piccolo centro e non a una grande città.
Mi chiarì che lì gli imprenditori più che essere visitati gra-
divano visitare e prendere diretta visione dei campioni dei
prodotti.
Andammo a pranzo e consumammo un abbondante e gu-
stoso pasto, ma purtroppo la bella non era con noi e la con-
versazione dei miei ospiti non mi interessava minimamen-
te. Si trattava di misere persone, di mestieranti del lavoro e
non certo di seri e impegnati professionisti. Ancora una vol-
ta mi resi conto che non è il ruolo che ha importanza, ma
quasi sempre è l'individuo che nobilita il ruolo.
Nel tardo pomeriggio ritornammo a Milano, mi feci la-
sciare in piazza della Repubblica e, dopo essermi recato a
salutare Milani, presi il "letto" per Napoli.
Anche il secondo viaggio a Milano era terminato. I risul-
tati erano stati in ambedue le volte positivi, ma in misura
ben diversa. In questo addirittura esaltanti per la mia figu-
ra di lavoratore e il mio intelletto che si era rivelato anche a
me più efficiente di quanto pensassi.
Basta, per comprendere le proprie misure, trovare le giu-
ste sollecitazioni!
204
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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mar Mag 14, 2013 8:48 pm

CAPITOLO XX
Finalmente ero di nuovo nel mio ufficio. Amelia, con la
quale ero stato spesso in contatto telefonico durante il mio
soggiorno milanese, mi relazionò sulle ultime novità che
erano molto buone. Alberto si era dato da fare e aveva con-
cluso alcuni ordini per la Ricci. Gli telefonai immediata-
mente e lo pregai di raggiungermi nella nostra sede.
Com'era piccola rispetto all'immensità della Van Gogh,
ma come ci si sentiva a proprio agio! Qui ero il titolare, co-
lui che decide senza tanti impedimenti e solo previa comu-
nicazione ad Alberto con il quale avevo però stabilito un'in-
tesa quasi perfetta e ampia e reciproca libertà.
L'amico Fani giunse con quella sua solita aria dignitosa,
distinta e flemmatica. Gli raccontai delle mie esperienze
vangogghiane. Parlai diffusamente di Milani, Sassi, Pian,
Bacci e Malagui minimizzando alquanto i miei successi e
tacendogli dell'offerta dell'ingegnere Pian.
"Dunque, Alberto, ti ridurrò in poche parole quello che
secondo me è opportuno dire ai progettisti e imprenditori
sui prodotti Van Gogh. Prendi appunti, per cortesia". Aprì
un suo elegante blocco e si preparò ad annotare diligente-
mente. Ripresi: "I prodotti sono quasi tutti in fibra di vetro
come hai già visto a Napoli e dai campioni di cui già siamo
in possesso. I pannelli servono per l'isolamento termico
delle pareti esterne e dei tramezzi. L'isolamento termico
delle coperture piane a terrazzo avviene a mezzo del pan-
nello ISOL V.G., o meglio con polistirolo espanso, anch'es-
205
so prodotto dalla nostra rappresentata, con spessore di
quattro centimetri e densità quindici e non dodici, che ha
un coefficiente di conducibilità più alto e quindi meno
adatto. L'isolamento dei suoni che si propagano per tra-
smissione aerea o per percussione e calpestìo si realizza
per le pareti e i tramezzi con i soliti pannelli in fibra di ve-
tro e quello dei solai intermedi con il feltro SUPER V.G. che
viene applicato stendendolo sul solaio, facendo attenzione
di evitare ogni possibile zona scoperta e risvoltato con pre-
cisione lungo le pareti per un'altezza di circa tré, quattro
centimetri. Il feltro così steso viene ricoperto da apposito
massetto di sottofondo del pavimento che si ferma vicino ai
risvolti. I relativi principi tecnici di tutto sono sommaria-
mente i seguenti..." e proseguii, mentre Alberto annotava e
di tanto in tanto mi poneva delle domande decisamente più
intelligenti di quelle che i funzionar! del corso facevano a
Sassi. "Vi sono poi i problemi più complessi dell'isolamen-
to dei cassonetti e dei serramenti, dei sottofinestra, di pare-
ti esterne e interne già esistenti, di pareti prefabbricate, di
quelle su vani scale e di sottotetti che ti riassumo rapida-
mente...". Proseguii ancora esemplificando al massimo e
preparando così una specie di pappardella prefabbricata
da recitare ai possibili clienti. Infine conclusi: "... Quindi i
nostri prodotti sono consigliabili e superiori agli altri in-
nanzitutto perché fabbricati da un'azienda a livello mon-
diale con un centro studi di assoluta avanguardia, per il lo-
ro basso coefficiente di conduttività attualmente fra i mi-
gliori; inoltre si adattano ottimamente per l'isolamento ter-
mico e quello acustico opponendosi sia ai rumori aerei che
a quelli di calpestìo. Sono leggeri e adattabili a eventuali ir-
regolarità, hanno una durata elevatissima e non subiscono
la nota polverizzazione dovuta a vibrazione, tanto dannosa
per prodotti analoghi della concorrenza e ciò proprio per i
tipi di fibre e di resine usate, sono inorganici e quindi inat-
taccabili dalle muffe e dall'umidità e infine sono incombu-
stibili".
Alberto terminò di annotare, poi, riposto il blocco, prese
206
la sua agenda e mi mise al corrente con evidente soddisfa-
zione degli ordini ottenuti e di un'avviata trattativa per la
fornitura di un grosso quantitativo di materiale isolante
presso un grande fabbricato dell'impresa Fioppa, il cui tito-
lare era un vecchio e fedele cliente SCODER.
"Perbacco", esplosi raggiante, "Alberto, questa sì che è
una buona notizia. Potremo iniziare così nel modo migliò-
re".
"Sì, Gianni, attendevo solo che tu mi precisassi meglio i
fatti tecnici per effettuare la visita conclusiva. Pensa che si
tratta di più di venticinquemila metri quadrati fra pannello
parete e SUPER V.G. Possiamo andarci oggi insieme e ca-
varcela da soli, senza chiedere l'intervento di Zappa o Bi-
giaretti, che ne dici?"
"Dico che è un'ottima idea".
Il pomeriggio ci recammo presso l'impresa Fioppa e con-
cludemmo quel nostro primo importantissimo ordine. Il
mio intervento fu utile per la parte tecnica, ma quello di Al-
berto fu determinante per la sua bravura commerciale e
per l'introduzione che l'attività patema gli aveva donato e
che lui utilizzava così proficuamente.
Da Zappa riferimmo i buoni risultati del mio viaggio a
Milano, dei quali era evidentemente già al corrente e l'ordi-
ne Fioppa per il quale ebbi l'accortezza di lasciare tutto, co-
me d'altra parte era giusto, il merito al mio socio. Zappa
era contentissimo e per l'emozione il tic al labbro gli si era
accentuato. Il suo settore incominciava a funzionare pro-
prio bene!
Erano però sorti durante la mia assenza i primi contrasti
con la ditta del concessionario, ingegnere Di Massimo e con
il suo braccio destro, Pescione. Approfittammo che anche
loro di lì a poco sarebbero venuti da Zappa per trattenerci
lì e affrontammo una violenta discussione che assunse dei
toni drammatici, non tanto per colpa dell'ingegnere Di
Massimo, un anziano e panciuto individuo con scarse e ve-
tuste cognizioni tecniche, ma del suo aiutante che rappre-
sentava il Richelieu dell'azienda. Era un uomo sui trent'an-
207
ni di aspetto repellente e con un accento e un gesticolare da
bassoporto. La flemma e la signorilità di Alberto, la mia de-
cisione e le stringate argomentazioni tecniche e commer-
ciali, ma principalmente il favore che mi ero guadagnato a
Milano e il grande ordine concluso dopo nemmeno un mese
di collaborazione fecero pendere la bilancia dalla nostra
parte.
Riuscimmo quindi a fare accettare le nostre condizioni
che si potevano riassumere nella limitazione per la ditta del
concessionario di non contattare senza nostra autorizzaz-
zione imprese e progettisti, ma solo applicatori. A nostra
volta, a mezzo del caposettore, avremmo passato a loro tut-
ti gli ordini al di sotto dei mille metri quadrati a prezzi pre-
ventivamente concordati; inoltre l'ingegnere Zappa, forte
del nostro aiuto, trovò il coraggio per imporre a Di Massi-
mo l'acquisto, con decorrenza uno febbraio, di due vagona-
te di isolanti.
Alberto ed io, affratellati dai successi, decidemmo di as-
sumere un giovanotto come aiutante; la nostra azienda ora
ne aveva proprio bisogno e la sua consistenza diveniva così
di ben quattro unità. Non fu facile trovare l'elemento adat-
to, ma in una settimana vi riuscimmo e Pino Artini, ex pro-
duttore di libri, un ventenne di figura distinta e di buona fa-
miglia, incominciò a collaborare con noi e ci fu di notevole
utilità.
Fu gratificante incassare a fine mese, unitamente al
quarto trimestre prowigionale Ricci, il cospicuo assegno
della Van Gogh per l'ordine Fioppa e per un altro preceden-
te passato dall'ingegnere Di Massimo. Ormai le entrate era-
no buone e, pur detraendone le spese di telefono, di cancel-
leria, di benzina e del deposito, ci rimaneva denaro suffi-
ciente per assegnarci stipendi di gran lunga superiori a
quello di un medio impiegato di banca. Feci un bei regalo
alla mia ragazza, comprai a rate una FIAT 1100 e aprii il
mio primo conto corrente.
Le cose ci andavano proprio bene! Gli ordini Van Gogh
continuavano a fioccare, anche se non tutti potevano avere
208
ovviamente la consistenza del primo. Quelli per la Ricci e
per la Mavi avevano una buona continuità, mentre la Magli,
dopo i primi successi dovuti principalmente a Gargiulo,
non segnava più punti a suo favore e solo molto sporadica-
mente riuscii a vendere qualche piccolo impianto. La no-
stra influenza sul settore vendite Sud era diventata deter-
minante; infatti Zappa non era ne un brillante tecnico, ne
un valido organizzatore e Bigiaretti un'assoluta nullità,
tanto che qualche volta che venne con noi in visita a un'im-
presa o a un progettista fummo costretti a farlo tacere a vi-
va forza, perché ogni cosa che diceva o era sbagliata o poco
opportuna. Riuscimmo a dirottarlo quasi perennemente
nelle altre regioni del settore, come la Puglia o la Calabria.
Solo il signor Tomo sapeva il fatto suo, ma il settore indu-
striale di cui si occupava non era nostro e le attività si svol-
gevano separatamente.
Da Milano sempre più pressanti giungevano le richieste
di organizzare una di quelle manifestazioni promozionali
che comprendevano una parte tecnica ed una mondana. Si
invitavano progettisti e costruttori in una sala di un grande
albergo dove si teneva una conferenza seguita da dibattito
sui problemi dell'isolamento e sui relativi prodotti. Il tutto
si concludeva con un elegante cocktail.
Sia Zappa che io non eravamo i più adatti per organizzare
quel tipo di manifestazione, Alberto invece fu bravissimo.
Ottenne in breve tempo l'appoggio del segretario dell'ordi-
ne degli ingegneri, prenotò una sala dell'hotel Royal e fece
diramare gli inviti che erano giunti da Milano stampati su
eleganti cartoncini. Conferenziere doveva essere proprio
quel commendatore Buonacasa che avevo conosciuto a Mi-
lano, ma in quei giorni era passato alla dirczione commer-
ciale di un'altra azienda del gruppo, la CondizionalAcusti-
ca. Altri erano occupati, per cui il signor Milani, che doveva
solo presenziare e prendere parte al dibattito, si assunse il
compito di tenere anche la conferenza.
La sala dell'hotel era stata dotata di un centinaio di pol-
troncine sistemate in lunghe file. Vi era il tavolo del confe-
209
renziere con alle spalle uno schermo dove sarebbero stati
proiettati filmati a colori. Un lungo e attrezzatissimo banco
fungeva da buffet.
Eravamo presenti tutti: Zappa, Bigiaretti, Tomo e la se-
gretaria per il settore vendite Sud, Alberto ed io per l'agen-
zia e Di Massimo per la ditta concessionaria, oltre a Milani
e alcuni operatori che erano giunti al suo seguito. Alberto
era in gran forma e sulla porta riceveva i vari ingegneri fra
i più importanti della nostra provincia che egli conosceva
tutti. Io ero più verso il centro della sala dove salutavo e
scambiavo qualche frase di circostanza, limitatamente a
professionisti e imprenditori che già conoscevo. Zappa e
Bigiaretti erano letteralmente terrorizzati e non sapevano
cosa fare, gravitando continuamente fra Alberto, me e prin-
cipalmente Milani che era vicino al tavolo dal quale avreb-
be tenuto la conferenza. Tomo, come al solito, era sicuro di
sé, ma non conosceva quasi nessuno. La signorina dal gran
seno vestita a festa cercava invece di rendersi utile pren-
dendo ordini da Alberto, me e Milani. Di Massimo infine
aveva ingaggiato un'accesa discussione con un anziano in-
gegnere suo coetaneo, ma credo che parlassero più di ricor-
di della prima guerra mondiale che di isolamenti.
Quando la sala si fu riempita per più della metà, sarebbe
stato compito di Zappa introdurre Milani, ma il pover'uo-
mo era oltremodo afflitto da timidezza e il tic si era accen-
tuato in maniera parossistica. Fu allora che decisi di farlo
io e, superato il primo momento d'impaccio, vi riuscii in
modo semplice e conciso che sorprese anche me, ancora
non abituato a parlare in pubblico e per di più così qualifi-
cato. Subentrò Milani, calmo, freddo, padrone di sé. Tenne
una conferenza mirabile per chiarezza e brevità. Di tanto in
tanto faceva cenno agli operatori di proiettare gli interes-
santi filmati. Alla fine si aprì il dibattito che non vide molti
interventi, ma un'infinità di domande terribili da parte di
un certo ingegnere Massaro che evidentemente conosceva
bene la materia e al quale piaceva mettersi in vista. Ammi-
rai il signor Milani il quale se la cavò brillantemente in ogni
210
occasione e notai con piacere che a quasi tutte, se non pro-
prio a tutte, quelle domande insidiose, anch'io avrei saputo
dare un'esatta risposta.
Una grande, inarrestabile voglia mi prese, e a una delle
ultime domande, chiesi a Milani se permetteva a me di ri-
spondere. Il dirigente mi guardò con meraviglia e con un
po' di fastidio, ma non potè negarmelo. Risposi a quella e
ad altre domande e con la coda dell'occhio notai che il ca-
pufficio vendite mi guardava con considerazione e compia-
cimento.
La mia soddisfazione raggiunse il suo apogeo quando du-
rante il cocktail ricevetti i complimenti di parecchi interve-
nuti di cui alcuni avevano rappresentato per me nei mesi
precedenti una specie o peggio ancora di ingegnere Piranesi.
Come avrei voluto che mi avesse visto mio padre! Non era
anche quella un'attività "eletta", se condotta in quel modo?
La manifestazione fu un successo completo e l'unico che
fece una pessima figura fu l'ingegnere Zappa che aveva cer-
cato di mimetizzarsi quanto più era possibile. Ma come, lui,
un ingegnere, un ex assistente al politecnico, un caposervi-
zio che aveva seguito appositi corsi, era stato scavalcato da
Milani che in definitiva apparteneva al settore commercia-
le e non tecnico, e da me che ingegnere non ero ancora. Al-
berto non era un tecnico, ma fu insuperabile nel ricevere e
nel conversare con tanti personaggi importanti del mondo
dell'imprenditoria edile napoletana. Ma Zappa mi fece an-
che tenerezza; forse la sua bravura si sarebbe manifestata
nel ristretto ambiente dei suoi allievi universitari, dove la
sua timidezza, che sicuramente era la causa che bloccava le
sue capacità, sarebbe stata compensata dalla lunga fre-
quentazione e dal sentirsi con certezza lui il maestro e gli
altri gli allievi. Perché forzare un individuo e fargli fare co-
se che non sono per lui? Ognuno va valorizzato per quello
che può dare enei campo che gli è più congeniale. Anche il
povero Bigiaretti meglio avrebbe fatto a fare il piazzista di
cose più semplici, ma evidentemente la disperata ricerca di
un lavoro lo aveva proiettato in un posto che non era per lui.
211
CAPITOLO XXI
Purtroppo per la nostra piccola azienda che, come si è vi-
sto, era in continua espansione, anche per il numero dei
suoi componenti, Amelia, la valida e ormai preziosa segre-
taria, ci comunicò dispiaciuta che avrebbe dovuto lasciar-
ci. Aveva ottenuto un posto al Comune; non che lo stipendio
fosse di molto superiore al nostro, ma la famiglia e il suo
buon senso le imponevano di accettare per la sicurezza del
futuro che il cosiddetto posto fisso le avrebbe dato.
Un'aziendina come la nostra avrebbe forse, con un certo
sforzo, potuto adeguarsi come stipendio, ma non come assi-
curazioni sociali che incidevano per circa il cinquanta per
cento dello stipendio minimo sindacale. Non potevamo con-
tare su un introito costante e sarebbe stato poco saggio im-
barcarsi in impegni da posto fisso e contributi che magari
non avremmo potuto sostenere. Con Artini, l'altro nostro
collaboratore, avevamo stabilito un minimo stipendio più
una piccola percentuale sugli ordini che la nostra società
avrebbe ottenuto e non versando i contributi. Tutto ciò non
era onesto e sapeya un po' di sfruttamento del lavoro altrui,
ma fin quando la nostra ditta non fosse divenuta più solida
e con un introito medio più o meno sicuro come risultato
della produzione di perlomeno due anni, non avremmo po-
tuto farlo senza rischiare un insuccesso economico.
Alberto ed io avevamo parlato chiaramente sia all'una
che all'altro, promettendo loro di "metterci in regola" al
conseguimento di questi obiettivi. Non garantivamo nem-
212
meno la continuità del lavoro, ne avremmo potuto farlo
onestamente, sprovvisti coro'eravamo di una nostra perso-
nale consistenza patrimoniale. Soldi ce ne potevano deriva-
re solo dal nostro lavoro. È vero che avremmo potuto all'oc-
correnza rivolgerci ai genitori, ma già l'avevamo fatto, an-
che se per cifre minime, alla costituzione della società e
non era nostra intenzione ripeterlo, anche perché il risulta-
to sarebbe stato incerto. Inoltre, se anche fossero state ac-
cettate le nostre eventuali richieste, quale prezzo in imposi-
zioni avremmo dovuto pagare alla nostre famiglie?
Questo fatto, apparentemente semplice, può dare spunto
per considerazioni molto più profonde e di non facile giudi-
zio, se serio e ponderato.
Buona parte del boom economico italiano, costituito
principalmente dalle decine o centinaia di migliala di pic-
cole aziende più o meno come la nostra, si basava su un
comportamento analogo e quindi su un certo sfruttamento
dei dipendenti, sia a livello operaio che impiegatizio, ma gli
alti e a volte poco producenti oneri sociali scoraggiavano
un inquadramento secondo le norme. Però così comportan-
dosi quanti nuovi posti di lavoro venivano creati in conti-
nuazione? Forse milioni, dando la possibilità a tanti giova-
nissimi di immettersi nel sistema produttivo e di imparare
un mestiere, cosa che la scuola non insegna certo, anche
quella a carattere professionale.
Disposizioni poco avvedute davano sì la possibilità di po-
ter considerare apprendisti giovani alle prime esperienze e
di pagare per loro minimi contributi, ma solo se per ogni
apprendista vi fosse nell'azienda un pari se non doppio nu-
mero di operai e di impiegati regolari. Perché per microa-
ziende come la nostra o giù di lì non si potevano considera-
re lavoratori i titolari che spesso costituivano la maggio-
ranza o quasi dell'organico? Sarebbe bastato un illuminato
provvedimento del genere per dare ordine a quel caotico
mondo del lavoro.
Una delle cause della crisi dei tantissimi piccoli impren-
ditori e quindi della perdita di tanti posti di lavoro fu l'ina-
213
sprirsi della caccia all'evasione contributiva. Ciò, da un
punto di vista etico e di equità, poteva essere considerato
giusto, ma probabilmente si sarebbero ottenuti risultati
migliori, se si fosse operato con maggiore oculatezza, con
leggi più illuminate e principalmente con oneri sociali più
bassi e meglio usati.
Ci trovammo quindi a dover assumere un'altra signorina
e il rituale della prima volta si ripetè, anche se in modo più
rapido, perché ormai eravamo più esperti. Molte ragazze
passarono davanti al nostro scrittoio e la scelta cadde, do-
po aver scartato le più procaci, su Anna, una bruna timida
ma discreta dattilografa e piena di buona volontà. Questa
ragazza diciottenne si era presentata a noi con abiti che na-
scondevano le sue forme non abbondanti, ma armoniose.
Nei giorni successivi però, mentre le dettavo lettere o le
impartivo disposizioni, incominciai a notare le belle brac-
cia, il tondo ed eretto seno, le gambe tornite e ben fatte e il
viso regolare con dei grandi occhi castani.
Quasi come un accadimento automatico incominciai a ri-
volgerle, quando eravamo soli in ufficio, qualche frase
scherzosa, ad accarezzarle le braccia, il sedere e il seno, ap-
profittando della vicinanza del suo corpo che si chinava sul
mio per sottoponili in visione le lettere che aveva appena
battuto a macchina o pratiche che aveva riordinato. Non
so se volutamente o meno la sua coscia toccava il mio gi-
nocchio e il soffice seno la mia spalla o il mio braccio. Lei
non diceva nulla, ma si allontanava appena possibile, o for-
se un momento dopo.
Non volevo perdere la mia autorità con lei, ne spingere
troppo oltre quella specie di gioco, per cui per molti giorni i
nostri rapporti andarono avanti in un completo formalismo
verbale e lavorativo, ma con quei contatti che davano a me,
e credo anche a lei, un notevole piacere.
La ragazza era così docile e sottomessa. Mi accorsi che
però qualcosa stava mutando in me come in lei e il soprag-
giungere di nuovi importanti impegni di lavoro mi fece de-
cidere a dare una sterzata ai nostri rapporti che ritornaro-
214
>
no in breve alla più normale convenzionalità. Ancora una
volta il lavoro aveva vinto. Gli scopi che mi ero prefisso non
avrebbero permesso distrazioni nell'ambito del lavoro e so-
lo poche al di fuori di esso.
Proprio in quei giorni mi era giunta una lettera personale
dal commendatore Buonacasa, ora direttore commerciale
della CondizionalAcustica S.p.A. di Roma, che in termini
cortesi mi diceva di ricordarsi del nostro incontro a Milano
presso la Van Gogh e di aver sentito parlare molto bene di
me, sia per le capacità tecniche che per quelle commerciali.
Mi invitava quindi a Roma per poter studiare insieme l'as-
sunzione della rappresentanza dei loro prodotti che non
avrebbero potuto non interessarmi, sia per il fatto tecnico
che per le grandi possibilità di vendita anche nella zona di
mia competenza..
Ne parlai con Alberto e convenimmo che mi sarei recato
da solo a Roma con ampie facoltà decisionali, in quanto lui
era impegnatissimo con la SCODER e con le tante trattative
concernenti la nostra società. Fissai un appuntamento e
con la mia nuova e più veloce auto mi recai nella capitale.
Ho sempre amato Roma e da ragazzo vi avevo vissuto per
un paio di anni. Conservavo alcuni amici di una vecchia co-
mitiva di Fiuggi e principalmente da pochi mesi vi si era
trasferito il mio grande amico, Edoardo Sardi con il quale
avevo studiato insieme all'università con vicissitudini pres-
soché analoghe. Non avevo però mai considerato Roma co-
me un luogo di lavoro, ma come il posto ideale per vivere
una vita culturale classica o moderna, di studio, ma essen-
zialmente di divertimenti. Nonostante gli apparenti contra-
sti, la mentalità dei romani e dei napoletani è molto simile e
i quiriti più dei partenopei hanno forse saputo cogliere la
vera filosofia della vita. Recarmici quindi per lavoro mi
sembrava strano e non ero certo animato dal sacro fuoco
che mi aveva accompagnato a Milano.
Infatti, prima mi incontrai con Edoardo, parlammo delle
nostre cose, dei ricordi comuni e solo di sfuggita dello sco-
po del mio viaggio.
215
La CondizionalAcustica occupava un intero piano am-
mezzato di un vecchio palazzo situato in una larga strada
nei pressi di San Pietro. Ben diversa era l'atmosfera che
aleggiava in quegli uffici rispetto a quella della Van Gogh.
Eppure le due società erano strettamente collegate, anzi
quella romana era una specie di dipendenza della milanese.
Signorine che sembravano stelline di Cinecittà e che si
muovevano indolenti e voluttuose e impiegati stanchi con
aria strafottente. Lo stesso Buonacasa non era più quello di
Milano. Sorridente, ma calmo e tranquillo, senza più quelle
sue movenze convulse, mi fece entrare nel suo comodo uffi-
cio e mi chiarì con flemma quali erano gli scopi della sua
ditta. Produceva doghe e pannelli in acciaio zingato, forati
opportunamente e che, montati su appositi supporti, crea-
vano controsoffittature e contropareti dietro le quali trova-
vano posto pannelli o feltri della Van Gogh per il condizio-
namento acustico di ambienti sia civili che industriali. Lo
stabilimento, nuovissimo, era a Latina.
La correzione acustica degli ambienti è quanto di più in-
teressante o quasi esista nel campo dell'acustica applicata
ed è principalmente un problema di portare la riverbera-
zione al tempo voluto e calcolato con la massima precisio-
ne, mediante la formula di Sabine, dopo aver effettuato at-
tenti rilievi nei locali già costruiti o in progetto, secondo le
dimensioni, i materiali e la configurazione dell'ambiente
stesso.
Conoscevo già abbastanza il problema, ma fu affascinan-
te parlarne non solo con Buonacasa, ma anche con l'inge-
gnere Blackpunt, uno svizzero direttore tecnico del settore
studi della CondizionalAcustica, che mi insegnò cose di
grande importanza. Anche in quell'occasione riuscii a far-
mi valere. Le mie qualità si esaltavano alla presenza di pro-
blemi che mi coinvolgevano intimamente.
Ci recammo a pranzo insieme e poi in un famoso bar sen-
za alcuna fretta o ansia e solo molto più tardi ritornammo
in ufficio, dove affrontammo i problemi attinenti al con-
tratto di agenzia e parlammo di provvigioni e di quanto a
216
Napoli già esisteva come trattative.
Nonostante l'attuale apparenza più flemmatica, Buona-
casa aveva in poco tempo operato con solerzia e grande abi-
lità. Era proprio un venditore nato! Anche a Napoli aveva
praticamente già concluso — mancava solo la firma — alcu-
ni ordini di grande importanza presso enti statali. Si tratta-
va di controsoffittature per migliala di metri quadrati di al-
cuni fabbricati adibiti a uffici.
Ciò per la Cruni & Fani significava trovarsi già bella e
servita nel piatto una pietanza per la quale non si era fatto
nulla e avrebbe comportato l'incasso di lì a pochi mesi di
parecchi soldi di provvigione. Naturalmente accettai l'of-
ferta e firmai il contratto.
Ecco a cosa era servito assicurarsi la Ricci! L'azienda di
Ancella non ci aveva e forse non ci avrebbe assicurato mai
grandi guadagni, ma ci aveva fatto da referenza, con la sua
fama di serietà e di oculatezza nella scelta degli agenti, per
l'immensa Van Gogh e da questa derivavano, quasi come
conseguenza logica, tante rappresentanze prestigiose, ap-
paganti e redditizie.
Com'ero stato lungimirante e che utilità quei miei studi e
quella naturale capacità di comprendere subito i problemi
tecnici che poi mi davano, specialmente in tutto quello che
era attinente alla fisica, un'intima gioia e voglia di appren-
derli.
Che differenza fra Mortini e Sassi, Pian, Milani, Buonaca-
sa e Blackpunt!
Lì la mia dimostrazione di conoscenze tecniche era stata
considerata con invidia e dispetto, qui con ammirazione e
stima!
Partii per Napoli e passai vicino allo stabilimento della
mia nuova rappresentata. Sorgeva in una zona industriale
di recente costituzione, frutto dei cospicui aiuti della Cassa
del Mezzogiorno e dell'ISVEIMER. Erano tutti stabilimenti
nuovi, quello della CondizionalAcustica uno dei più grandi,
snello nelle linee e con uso di molto alluminio. La superfi-
cie coperta era intomo ai trentamila metri quadrati e sor-
•^
217
geva al centro di prati curati come quelli di una bella villa.
Mancava solo una piscina per dare un'immagine estema di
quel tipo. Ma dentro, che squallore! Locali immensi, colmi
di macchinari nuovissimi e solo dieci operai! Faceva un
freddo cane e non capivo il perché. Il direttore me lo spie-
gò: l'impresa di costruzione, maledettamente napoletana^
era in forte ritardo con i termini di consegna e ancora molti
infissi mancavano e quei pochi che già erano stati installati
erano privi di vetri. Gli operai, in quella fase iniziale più di
duecento, si erano o ammalati o licenziati e la produzione
ridotta praticamente a nulla. Una causa, una delle solite,
lunghe e sterili cause, era in corso fra la CondizionalAcusti-
ca e l'impresa appaltatrice dei lavori. E in quelle more non
si produceva nulla, si perdevano ordini e si privavano del
lavoro tanti operai. Era una situazione deprimente, ma il
direttore mi assicurò che ormai, a mezzo di un'altra impre-
sa, si sarebbe completato presto il tutto e sarebbero tornati
ai tempi di lavorazione previsti. Nonostante gli elementi ne-
gativi, fui colpito positivamente dalla grande capacità po-
tenziale del prodotto e da quella effettiva di Buonacasa che
in pochissimo tempo, con un'organizzazione vendite appe-
na in abbozzo, aveva ottenuto tanti ordini per oltre cento-
mila metri quadrati, senza avere alle spalle uno stabilimen-
to efficiente.
Che venditore e organizzatore! Forse era vero, e anch io
ne avevo avuto la sensazione, che non era un perfetto cono-
scitore di problemi tecnici, come aveva affermato Sassi, ma
la sua dialettica, in un mondo come quello italiano dove
tecnici veri in campi nuovi ve ne erano davvero pochi, face-
va un grande effetto con i risultati che ho raccontato.
218

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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mar Mag 14, 2013 8:51 pm

CAPITOLO XXII
Fra la posta che di giorno in giorno diveniva sempre più
numerosa, trovai un'elegante busta intestata SO.FI.RI.
S.p.A. Proveniva da Firenze e conteneva un invito a prende-
re contatti per l'eventuale assunzione di rappresentanza.
Non era certo una novità. Da molti mesi ormai lettere del
genere erano per me all'ordine del giorno, ma subito la mia
attenzione fu attratta dall'accenno che il nostro nome era
stato segnalato dalla Van Gogh. Avevo imparato che quanto
era collegato alla grande società milanese era importante e
anche redditizio, ma avevamo già troppe rappresentate. Le
elencai su un foglio di carta: la Van Gogh, la CondizionalA-
custica, la Magli, la Ricci e la Mavi. Inoltre fra breve tempo
iniziava la Fiera di Milano e Alberto ed io dovevamo recar-
vici per un necessario aggiornamento sulla concorrenza e
per realizzare quanto da tempo ci eravamo proposti, ossia
completare la gamma dei prodotti Ricci.
Eppoi eravamo stati proprio in quei giorni visitati dal ti-
tolare di una ditta di non grandi dimensioni, ma in notevole
espansione, che intendeva impiantare nella nostra città
un'agenzia per impermeabilizzazioni dei solai di copertura
con bitume e veli di fibra di vetro alternati. Anche questa
era collegata alla Van Gogh, non fosse altro che per un con-
gruo contratto di acquisto di quel particolare materiale che
costituiva il supporto al bitume. Se ne applicavano sette o
nove strati e veniva garantita per la durata di ben dieci an-
ni.
219
Dalla carta intestata cercai di capire di cosa si trattasse e
scoprii solo che la sigla significava Società Fiorentina Rive-
stimenti Isolamenti e poi più sotto: Settore Pavimentazioni.
Mi consultai con il mio socio e decidemmo di rispondere
che saremmo passati da loro durante il viaggio di andata
per Milano.
Le giornate erano davvero sature di impegni e non dove-
vamo e non potevamo dimenticare che Alberto suddivideva
la sua attività lavorativa fra la nostra società e quella pater-
na tutta impegnata per gli ascensori SCODER. Artini era un
buon collaboratore e col tempo diveniva sempre più bravo,
ma per la conclusione di ordini bisognava per forza che in-
tervenissimo o io o Alberto. Inoltre per ogni ordine che an-
dava in porto vi erano perlomeno dieci o venti visite o trat-
tative che non approdavano al risultato sperato. Se avessi-
mo assunto la rappresentanza della ditta di impermeabiliz-
zazioni e quella di Firenze, avremmo dovuto procurarci un
altro collaboracore, portando così la consistenza numerica
della nostra organizzazione a cinque unità. Certamente
questo mi inorgogliva, anche perché mi allontanava sempre
di più dalla figura del semplice rappresentante che da solo
fa tutto e mi avviava ad assumere una dimerisione impren-
ditoriale.
Ma avevo già potuto constatare che più ci si ingrandisce,
maggiori sono gli oneri di carattere amministrativo, che
purtroppo ricadevano totalmente su di me, data la mancan-
za di predisposizione e le rare presenze di Alberto in uffi-
cio. In pratica svolgevo anche le funzioni di direttore della
nostra azienda che incominciava a non essere più tanto mi-
croscopica, mentre Alberto poteva considerarsi come il pri-
mo e il più importante dei venditori. I ruoli si andavano na-
turalmente delineando, ma forse non era un bene per
l'azienda che io fossi sempre più preso dai problemi tecnici
e amministrativi a scapito dell'attività di venditore per la
quale avevo dimostrato di valere qualcosa.
È vero che il tecnico o l'amministratore, per i soliti sche-
mi mentali, particolarmente della nostra città e del nostro
220
ambiente, è considerato superiore al venditore, ma ciò non
è sempre giusto. Come al solito, nella sostanza, è più una
questione di capacità che di ruolo. Il buon venditore può es-
sere considerato come un elemento fondamentale della vita
di un'azienda. Il tecnico può ideare e progettare cose mira-
bili, ma senza un valido venditore tutto rimane sterile. La
vendita è un'arte, se naturalmente viene eseguita con
"creatività" e fine intuito psicologico.
Giunse il giorno della partenza per la metropoli lombar-
da. Questa volta non ero solo, ma avevo con me un socio;
non ero più alla guida di una stretta e lenta 500, ma di una
comoda e abbastanza veloce 1100.
Era un aprile stupendo, l'aria dolce, piena idi vita e di
odori di primavera. Ricordai l'anno prima, le speranze e il
desiderio di libertà e di affermazione che animavano quel
viaggio. Ora invece vi era la sicurezza, non certo dell'uomo
arrivato — la strada era ancora lunga — ma di colui che è
nella dirczione giusta. Quel desiderio di libertà, che impli-
cava principalmente la mia famiglia, si era in effetti realiz-
zato. È vero che continuavo ad abitare nella casa dei miei
genitori, ma ben altra era l'autorità con la quale mi com-
portavo. Non avevo, pur potendolo, preso in affitto un
quartierino solo per me, sia perché non mi sentivo ovvia-
mente costretto come prima, sia perché di lì a poco mi sarei
sposato e quindi avrei cambiato casa. Vi era però in me an-
cora una sottile insoddisfazione che mi rodeva. Era sempre
la stessa che maledettamente mi accompagnava incessante-
mente, anche se allo stato latente, dal quale veniva fuori so-
lo in certe particolari situazioni.
Solo pochi giorni prima, ad esempio, eravamo insieme
Zappa, Alberto ed io e non so come la conversazione era sci-
volata sui titoli accademici ed onorifici. Zappa affermava
che sì, valeva l'abilità personale più del titolo, ma certo
questo era indubbiamente importante e sottolineava e valo-
rizzava quella. Alberto diceva che lui non ne faceva ne uso,
ne sfoggio, tranne quando si trovava in contatto con perso-
ne o troppo boriose o presso le quali era determinante usar-
221
lo. E rivoltosi a me domandò:
"Tu puoi dirlo, Gianni, è vero che io mi annuncio solo con
il cognome?"
Annuii. Ero disgustato e anche risentito. Che quei due,
probabilmente invidiosi delle mie capacità che li sovrasta-
vano, avevano a bella posta affrontato quell'argomento per
mortificarmi e prendersi una rivincita? Specialmente Zap-
pa, al quale avevo dato un aiuto determinante per portare a
termine in modo esatto un calcolo relativo a problemi di
isolamento acustico per conto del Ricostruzionamento.
A un certo momento l'ingegnere aveva detto:
"Io non capisco, Cruni, perché lei non completa i suoi
studi di ingegneria o cambia facoltà e si laurea in prope-
deutica per la quale le riconoscerebbero tutti gli esami co-
muni e gliene rimarrebbero ^solo uno o due?"
"Cos'è la propedeutica?", chiesi.
"La laurea della facoltà di matematica con indirizzo di-
dattico".
Replicai annoiato e irritato.
"Ci penserò, ma debbo trovare il tempo e poi, se debbo
continuare, proseguirò ingegneria".
Stavo per sparargli la proposta che avevo ricevuto nei
mesi precedenti dall'ingegnere Pian.
Pernottammo a Firenze e la mattina ci recammo dall'ar-
moniosa piazza della stazione di Santa Maria Novella, at-
traversando volutamente la piazza del Duomo con il super-
bo Campanile di Gioito e il Battistero e piazza della Repub-
blica, di forma perfettamente rettangolare e ricca di Caffè
all'aperto, alla sede della SOFIRI. Alberto, grande compe-
tente ed estimatore d'arte e di architettura, mi erudiva su
tutto senza sapere che anch'io avevo trascorso lunghe e me-
ravigliose giornate nella visita non solo di quei monumenti,
ma anche della Loggia dei Lanzi, della Galleria degli Uffizi
e di Palazzo Pitti.
Gli uffici della SOFIRI si trovavano in una larga strada,
non centrale ne periferica, e occupavano, in una strana po-
sizione, due interi piani di due fabbricati collegati fra loro
222
da piccoli ponti proprio in corrispondenza dei locali della
società fiorentina. Erano ampi e lussuosi, anche se non rag-
giungevano le dimensioni di quelli della Van Gogh, ma di
gran lunga maggiori di quelli della CondizionalAcustica di
Roma. Saltava subito agli occhi che si trattava di una ditta
importante e ben organizzata. Lo spazioso ingresso con un
usciere imponente, sculettanti signorine dai visi di madon-
ne e la grande sala d'attesa, ricca di poltrone comode e mo-
derne e le numerose pubblicazioni della società sullo stile
Van Gogh.
Un uomo sulla trentina, robusto ma non grasso con un
volto aperto e simpatico e uno spiccato accento toscano
con la e aspirata, ci venne incontro e si presentò come il
dottor Garofani, dirigente del settore pavimentazioni. Ci
pregò di seguirlo nel suo ufficio al quale si accedeva per-
correndo un interminabile corridoio, con pareti in allumi-
nio e vetri termici che occupava l'intera soletta in cemento
armato costruita a sbalzo sulla strada e una serie di uffici
occupati da dattilografe e impiegati del suo settore. Alle
spalle del moderno scrittoio vi erano sulla parete pannelli
con grafici e strane schede in plastica. Ci informò che rap-
presentavano le forze di lavoro a sua disposizione divise nei
vari cantieri di tutta Italia, dove in quel momento venivano
applicate le pavimentazioni di cui erano esclusivisti. Si
trattava di due tipi fondamentali: il Metalpav e L'Elastic-
pav; il primo con elementi di ferro particolarmente trattati
inseriti in uno speciale massetto, e il secondo di una gom-
ma di composizione brevettata. Si capiva chiaramente che
il Metalpav era il suo prediletto e ad esso dedicava buona
parte delle sue energie. La caratteristica principale era da-
ta dalla forte resistenza all'usura, oltre al buon aspetto
estetico.
Mentre Alberto, come al solito in questi casi, taceva, ec-
cepii che una tale pavimentazione era adatta all'industria
pesante o tutt'al più a quella media, quindi poco adeguata a
Napoli e alla nostra attività che era indirizzata all'edilizia
civile e non industriale. L'altra, quella di gomma, sarebbe
223
incappata nella concorrenza della Pirelli e di altri prodotti
già affermati.
Mentre conversavamo, si era aggregato a noi il dottor
Socci, un chimico direttore del laboratorio sperimentale
della società, il quale annuiva alle mie osservazioni. Con-
cludemmo rapidamente la nostra visita, riservandoci di ri-
prendere i contatti solo nel caso avessimo deciso di occu-
parci anche nel settore edilizia industriale della Van Gogh,
nel qual caso avremmo potuto affiancare quei prodotti alla
SOFIRI. Nel salutarci i due dirigenti si scusarono di non
averci potuto presentare al signor Mattoni, presidente e
maggiore azionista della società, che era in quei giorni fuo-
ri sede. Ci informarono anche che il settore trainante
dell'azienda era costituito da isolamenti di carrozze ferro-
viarie, nel qual campo la SOFIRI era l'azienda guida in Ita-
lia.
Mentre velocemente ci dirigevamo verso Milano, ci scam-
biammo impressioni sulla visita e sulla società. Indubbia-
mente dopo la Van Gogh era la più importante che avevamo
contattato, ma convenimmo che non era ancora il caso di
allargare di tanto il nostro settore di lavoro.
Nel primo pomeriggio giungemmo nella capitale lombar-
da e con sicurezza mi districai fra le tante strade fino a via
Cadere dalla signorina La Gioia, dove avevamo prenotato
una stanza per il nostro soggiorno milanese. La donnetta
mi accolse con la vecchia cordialità e affetto, ma qualcosa
nel mio modo di fare era evidentemente cambiato in quei
dodici mesi. Probabilmente i contatti, il duro lavoro e i pri-
mi successi mi conferivano una maggiore autorevolezza e
la brava sarta non osava più prendersi quelle affettuose,
materne, piccole, confidenze che mi aveva usato durante il
mio precedente soggiorno.
Forse l'essere ritornato in quella casa, dove avevo vissuto
quindici giorni spensierato e tutto sommato felice, allentò
la mia ansia lavorativa e immediatamente telefonai a Cate-
rina. Mi rispose la madre.
224
"Signora, come sta? Sono Gianni Cruni. Si ricorda di
me?"
Il tono divenne quasi impercettibilmente più freddo e
formale.
"Ah, Gianni... Abbastanza bene, e lei?"
"Non male, signora. Sono nuovamente a Milano per la
Fiera... Caterina è in casa? Sta bene?"
"Credo di sì, ora vedo, mi scusi".
"Grazie".
Rumori e un parlottare lontano e intelligibile, poi la voce
così bella e armoniosa.
"Pronto, Gianni?"
"Sì, Caterina, sono io. Come stai? Ti ho telefonato tante
volte da Napoli e tré mesi fa, quando sono venuto a Milano
per lavoro, dov'eri?"
"Hai telefonato? Pensavo che non ti ricordassi nemmeno
più che esistessi".
"Cosa dici? Ho pensato tanto a tè. Purtroppo Napoli è
lontana da Milano. Sei stata fuori?"
"Sì, ma non per molto. Avrai centrato proprio i giorni nei
quali ero in viaggio con mamma".
"Hai ricevuto perlomeno le lettere che io ti ho inviato?",
mentii.
Il tono gentile come sempre, ma insolitamente freddo, si
addolcì, anche se non era quello dell'aprile dell'anno pri-
ma.
"Hai scritto? Veramente non ho ricevuto nulla".
"Ma come... Forse è meglio così. Pensavo non mi avessi
risposto perché non desideravi farlo".
"E perché? Non ho nulla da rimproverarti".
Che menzogna!
"Mi fa piacere che la pensi così... Per la verità ero io che
ce l'avevo con tè. Non rispondevi alle lettere e le mie telefo-
nate andavano a vuoto. Pensa che ho finanche controllato
se avessi cambiato numero... Ora comunque sono qui e ti ho
ritrovata. Mi tratterrò per una settimana come minimo e ho
tanto desiderio di vederti".
225
"Anche a me farà piacere, ma, vedi, Gianni, non mi sarà
tanto facile come l'anno passato".
"Perché, Caterina?"
"Ne parleremo da vicino".
"Sì, stasera, spero".
"Mi dispiace, ma non è possibile".
"Non dirmi così. Dai, anche per poco dobbiamo vederci
oggi. Io sono nuovamente in via Cadere dalla signorina La
Gioia".
"Vedremo nei prossimi giorni. Ti telefonerò io".
"No, questa sera, oggi, anche subito, ma oggi", implorai.
Ero sinceramente dispiaciuto e poi non potevo sopporta-
re un insuccesso dopo un anno di successi.
"Ma è difficile".
La resistenza aveva subito una flessione e, come quando
si crea una breccia in una fortezza e gli attaccanti concen-
trano lì tutte le loro forze moltipllcandole, insistei con mag-
giore convinzione.
"Dai, vengo da tè per mezz'ora. Poi deciderai tu quanto
tempo stare insieme".
"Ma proprio per un poco. Chiamami col citofono".
C'ero riuscito. Allora contavo ancora per lei.
"Va bene, fra mezz'ora sarò sotto il tuo palazzo. Grazie. A
fra poco".
Mi precipitai nella stanza mia e di Alberto e gli comuni-
cai concitatamente:
"Alberto, io ho un appuntamento con un'amica di Mila-
no. Ti ricordi, Caterina, già tè ne ho parlato. Credo che sarò
fuori tutta la sera".
Il mio socio si mostrò chiaramente contrariato. Pensava
— era logico — che insieme eravamo a Milano e insieme
avremmo trascorso le serate. Replicò:
"Peccato non me lo abbia detto prima. Avrei preso
anch'io un appuntamento con una delle mie amiche milane-
si".
Che diavolo voleva quella specie di palla al piede! Eppoi
226
ero orgoglioso che notasse come io avevo donne dappertut-
to.
"Scusami, Alberto, non pensavo che ci saremmo visti
proprio questa sera. Comunque se quando tornerò dormi-
, rai, rimaniamo d'accordo per andare in Fiera domattina al-
le nove. Ti va bene?"
"Certamente, alle nove".
Mi ripulii, cambiai abito e scappai via. Avevo la sensazio-
ne di essere tornato all'anno prima. Non si può vivere di so-
lo lavoro.
Con la mia bella auto nuova giunsi presto da Caterina.
Bussai al citofono e in breve la vidi comparire sull'ingres-
so. Fisicamente non era cambiata affatto. Le corsi incontro
pieno di premure. Non mi sorrise come nel passato, ma no-
tai una punta di piacere sul suo viso. La guidai alla 1100.
"Ah, hai cambiato auto?"
"Sì, ti piace?"
"Sì".
Prendemmo posto e in un baleno avviai il motore e mi di-
ressi verso il centro.
"Cara Caterina, che piacere essere nuovamente con tè! A
gennaio sono stato dieci giorni a Milano. Ero all'hotel Flori-
da, ma ero solo, senza la mia guida, senza la mia Caterina
che tanto mi ha fatto apprezzare questa città".
Le carezzai la guancia. Si ritrasse.
"Gianni, l'anno scorso ero più libera. Ora sono
fidanzata".
Una doccia fredda.
"Come e con chi?"
"Con l'amico di cui ti parlai l'anno scorso. È ritornato a
frequentarmi e mi ha chiesto di sposarlo".
"Ah! E tu? Mi dicesti che non ti andava tanto".
"Ho avuto modo di apprezzarlo... E tu sei sempre fidan-
zato?"
"Sì".
"Vedi? È bene che non ci si veda spesso come prima".
"Perché? Il fidanzamento non è il matrimonio. Se stiamo
227
bene insieme... Ma ora non pensiamoci più. Fingiamo che
questi dodici mesi non siano trascorsi e siamo come
prima".
E tornammo a fare le cose di prima, ma non tutte. Il bar,
il passeggio, il cinema e una cordiale conversazione, ma
non quel continuo stare a braccetto, le risate senza riserve
e infine il bacio della buonanotte. Eravamo stati insieme
più di cinque ore. In lei avevo ritrovato quella grande finez-
za di comportamento, quel conversare equilibrato e colto e
nuovamente mi sentivo orgoglioso di potenni accompagna-
re a una donna come lei.
Ma la delusione che le avevo procurato nel passato dove-
va essere ancora viva in lei, che si era evidentemente propo-
sta di noncaderci più. Tentai quella sera e nelle altre due
nelle quali ci vedemmo di tornare ai tempi passati, ma il
passato non toma. Si può cercare di suscitare ricordi e sen-
sazioni, ma queste non hanno più la freschezza e la genuini-
tà di quelle.
Trascorsi ancora ore piacevoli con lei, ma sempre più di
rado e infine un giorno, alle mie insistenze, mi fissò un ap-
puntamento davanti al grande negozio dell'ottico Viganò in
corso Matteotti insieme con il fidanzato. Non ci andai e da
allora in poi non le telefonai ne le scrissi più.
Era una pagina piacevole del passato, forse una grande
occasione persa, ma apparteneva al passato, sia mio che
suo. Io avrei conservato il ricordo del suo trasporto e delle
sue tante telefonate del '60, lei delle mie del '61. Eravamo in
pari e così bisognava chiudere. Eppoi non sarebbe stato
giusto che l'avessi nuovamente illusa, se non con le parole
— non l'avevo mai fatto — con il comportamento. E per che
cosa? Per avere sempre una piacevole compagnia a disposi-
zione nei miei soggiorni a Milano? Non era giusto. E se non
avevo ritenuto di andare oltre con lei nel '60, tanto meno
nel '61.
Sì, era giusto chiudere così!
228

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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mar Mag 14, 2013 8:54 pm

CAPITOLO XXIII
Con Alberto incominciammo a frequentare la grande Fie-
ra. Era ancora più affollata e ricca di espositori di quella
del '60. Il catalogo ancora più poderoso, ma in me non su-
scitò le stesse sensazioni. Ero ormai un veterano.
Il primo giorno ci recammo allo stand della Ricci che era
lo stesso dell'anno prima. Non vi erano Zanni, ne Mazzari,
ma il signor Rossi, quel funzionario che mi aveva guidato
nella precedente visita e alcuni tecnici che ricordavo di
aver notato durante il soggiorno ad Ancella. Conoscemmo
invece il signor Nostini, rappresentante per Milano. Era un
uomo di oltre sessant'anni, massiccio, attivo e cordiale. Do-
po esserci presentati ci scambiammo le relative esperienze
sulla ditta, sulla concorrenza sempre più attiva e sulla
clientela attuale. Ci disse con tono nostalgico:
"Come vorrei tornassero i tempi nei quali, reduce, dalla
Libia dove avevo rappresentato prima e durante la guerra i
macchinar! di Ancella, assunsi l'agenzia di Milano. Era la
fine del quarantasei e l'inizio del quarantasette, gli anni nei
quali incominciava la grande ricostruzione. La Ricci fu la
primissima a riprendere a fabbricare, poi, seguì anche la
Lombardini. Altre non ve ne erano. Le richieste erano tan-
tissime. La produzione di un anno veniva assorbita con pre-
notazioni in un solo mese. Altro che oggi che noi dobbiamo
andare a visitare gli appaltatori insieme a tanti concorren-
ti, trattare sul prezzo, concedere sconti sempre maggiori e
lunghe dilazioni. Allora facevano la fila per essere ricevuti
229
da me e mi pregavano come se fossi il presidente dei mini-
stri. Si facevano raccomandare e non osavano discutere sul
prezzo, ma solo pregare con umiltà per una consegna velo-
ce. Che tempi per i rappresentanti! Credo che anche voi so-
gniate, quando vi trattano con sufficienza, una cosa del ge-
nere. Io sono contento, perlomeno per averlo vissuto. Non è
durato a lungo, ma per uno o due anni mi sono sentito un
Alberto intervenne per ricordare che anche il padre con
la SCODER aveva vissuto un periodo del genere, anche se
molto più limitato; mentre io dissi di aver sentito qualche
volta da mio padre raccontare che in quei tempi bisognava
cercare di farsi amici i rappresentanti per poter avere il
materiale per costruire.
A Nostini chiedemmo consiglio per integrare i prodotti
Ricci e lui ci indirizzò a due ditte che esponevano a pochi
stands di distanza, la Butani e la GAME di Bologna, produt-
trici la prima di centraline di betonaggio, la seconda di gru.
I contatti furono di reciproca soddisfazione e ci riservam-
mo di concludere i relativi contratti di agenzia visitandoli
durante il viaggio di ritorno presso le loro sedi.
Condussi Alberto alla sede della Van Gogh e lo vidi rima-
nere stupito per la grandiosità degli uffici e dell'organizza-
zione. Sfortunatamente per me, sia Sassi che Pian erano in
missione, ma vi era Milani che ci dimostrò tutta la sua sti-
ma conducendoci a pranzo da "Giannino", forse il ristoran-
te migliore e più costoso di Milano. Qui Alberto potè sbiz-
zarrirsi ad ordinare e gustare quegli squisiti cibi preparati
con un gusto raffinato, anche se di tanto in tanto doveva di-
stogliersi da quell'incanto per rispondere alle domande
dell'autorevole Milani.
Il mio socio, dopo la prima sera in cui lo avevo lasciato
solo per recarmi da Caterina, mi aveva imitato ed era conti-
nuamente impegnato con amiche conosciute nella sua lun-
ga permanenza milanese. Una sera ne intravidi una e non
potei fare a meno di confrontarla con Caterina. Forse era
più appetitosa, ma che differenza di classe!
230
Le giornate che. avevo trascorso a Milano nell'aprile del
'60 mi erano sembrate settimane, tante erano state le novi-
tà che continuamente mi si erano presentate, invece queste
erano come copie di una stessa litografia ritoccata a mano.
La base identica e solo delle differenze di colore. A ripen-
sarci anche la vita è così. Fino ai vent'anni e forse fino al
termine degli studi, gli anni sembrano lunghissimi, colmi
come sono di continue novità e trasformazioni. Poi, una vol-
ta incolonnatisi in un ritmo di vita che deve seguire percor-
si ben delineati, i giorni, le settimane, i mesi e gli anni ci
scappano via quasi senza che ce ne si accorga.
Il viaggio di ritorno a Napoli fu noioso e le visite alla Bu-
tani e alla GAME rappresentavano per me un fatto quasi di
routine, con risultato scontato in partenza. Che differenza
con la visita alla Magli e l'emozione provata prima, durante
e dopo, quando dovevo acquistare la mia prima rappresen-
tanza!
Abituato com'ero a contatti ben più importanti, fui delu-
so dalla pochezza di queste ditte, che comunque produceva-
no parte delle attrezzature per l'edilizia che ci mancavano e
che si potevano affiancare a quelle della Ricci con una cer-
ta omogeneità di qualità.
In definitiva l'unico motivo di un certo interesse fu per
me costituito dalla moglie del signor Butani, un'emiliana
trentenne, bella ed energica che con forza maschile si occu-
pava dell'intera amministrazione dell'azienda e a volte an-
che della produzione. Era indubbiamente una donna tisica-
mente molto attraente, ma quel suo modo di fare autorita-
rio, quel suo guardarti da uomo a uomo — con lei conclu-
demmo il contratto di rappresentanza — ne riduceva sensi-
bilmente, secondo la mia ottica, il fascino.
Non era certo il tipo di donna che faceva per me! Sì, la
donna deve anche essere una valida compagna per il pro-
prio uomo in tutto, a casa, a letto e anche nel lavoro, ma de-
ve in ogni occasione conservare qualche atteggiamento
femminile e in quella non ne trovavo alcuno, a parte la bella
carrozzeria. Chissà, forse la sera a casa nell'intimità si tra-
231
sformava e riusciva a dare al marito la senzazione di avere
anche bisogno di una qualche protezione e tenerezza. Ma
dubitavo si potesse mutare così totalmente. Forse a lui pia-
ceva così. Forse, anzi sicuramente, a molti uomini piace es-
sere dominati dalla propria donna, non solo con l'avvenen-
za e la seduzione, ma anche con il tono e il modo di fare im-
perativo di quella.
Se per me il soggiorno e il viaggio di ritomo non avevano
costituito una novità e un particolare piacere, per Alberto
molto probabilmente non fu così. In effetti per lui quello
era, dopo la breve spedizione ad Ancella e la brevissima a
Poggiomirteto, il primo vero viaggio di lavoro, con l'impat-
to con il mondo così colorato e intenso della grande Fiera e
con due grandi aziende come la SOFIRI e la Van Gogh. Ma
anche il poter pranzare da invitato al "Giannino" di Milano,
al "Pappagallo" di Bologna e poi al "Fini" di Modena e infi-
ne da "Meo Patacca" a Roma, fu indubbiamente per lui mo-
tivo di grande interesse. Questi ristoranti costituivano
quanto di meglio vi era in materia culinaria in tré regioni
dove si mangia notoriamente bene.
Al "Fini" fummo invitati dal direttore tecnico della SCO-
DER dove ci eravamo recati ad incontrare il padre di Alber-
to, l'ingegnere Fani che era già lì da un paio di giorni. Prima
del pranzo mi fecero visitare lo stabilimento sulla via Emi-
lia che per la verità mi deluse alquanto. Non solo non era
imponente come me lo attendevo, ma anche un po' antiqua-
to come metodi, capannoni e impianti. Particolarmente de-
ludenti erano gli uffici, incorporati nel complesso, che era-
no di gran lunga inferiori a quelli della Van Gogh, della SO-
FIRI e anche della CondizionalAcustica e solo superiori a
quelli della Ricci, oltre naturalmente delle tante altre no-
stre piccole rappresentate.
Nel corso del pranzo, mentre i due Fani, in fiera competi-
zione fra loro, gustavano quanto di meglio lo chef offriva,
guadagnai la stima del nostro ospite intessendo con lui
un'intensa discussione tecnica sugli ascensori, il relativo
quadro di smistamento, che ne costituisce l'anima e ne evi-
232
denzia la qualità, i più recenti sistemi di sicurezza e la velo-
cità media ottimale per gli impianti da applicare in fabbri-
cati di media e grande altezza.
Quella specie di viaggio gastronomico si concluse in bel-
lezza appunto da "Meo Patacca", il celeberrimo ristorante
trasteverino dove nel grandissimo locale sembrava di vive-
re una scena dei tanti films imperniati sulla figura di Enri-
co Vili.
Finalmente ritornati a Napoli, Artini mi comunicò orgo-
glioso che era riuscito a concludere da solo un piccolo ordi-
ne per la Ricci e mi informò delle insistenti telefonate
dell'ingegnere Zannus di Torre del Greco. Mi misi subito in
contatto con quel fattivo imprenditore, con il quale i rap-
porti erano divenuti cordialissimi quando, contro tutti, gli
avevo concesso un forte sconto e una lunga dilazione sui
macchinari Ricci. Memore del mio comportamento, non ef-
fettuava per i suoi lavori un ordinativo di qualsiasi genere
senza interpellarmi. Questa volta si trattava di controsoffit-
tare vecchi capannoni con volte a shed che sarebbero stati
utilizzati come uffici da una nota ditta produttrice di be-
vande gassate. Erano migliala di metri quadrati e conclu-
demmo rapidamente per le doghe e le plafoniere della Con-
dizionalAcustica e le fibre di vetro della Van Gogh. L'ordine
comportava la fornitura e la posa in opera ed era il nostro
primo per la ditta romana, che ci aveva già fatto incassare
delle provvigioni per ordini conclusi praticamente da Buo-
nacasa.
Mi ricordai dei prodotti della SOFIRI e dei depliants che
fortunatamente avevo con me e chiesi, ma senza molte spe-
ranze, quale pavimentazione il progettista aveva previsto
nell'enorme salone di imbottigliamento, che anche era da
rimodernare. Era il solito grès, ritenuto più che sufficiente
per la bassa usura che i leggeri carrelli vi avrebbero procu-
rato. Ma ecco a cosa valeva conquistare la stima e l'amici-
zia di un cliente. Sia lui che il simpaticissimo e attivo figlio
sposarono la mia causa e si impegnarono a sottoporla alla
dirczione dei lavori alla quale fu proposto il Metalpav.
233
Chiesi subito una dettagliata offerta al dottor Garofani. In
pochi giorni mi giunse completa di campioni e conclusi un
ordine per svariati milioni.
Perbacco, le cose non potevano andare meglio! Con Al-
berto decidemmo che era il caso di assumere anche l'agen-
zia di quelle pavimentazioni e parallelamente del settore in-
dustriale della Van Gogh.
Ma il lavoro e le rappresentate diventavano davvero trop-
pe. Si rendeva quindi necessario assumere un altro collabo-
ratore. Fummo fortunati. Alla nostra inserzione, fra i tanti
poco validi, rispose Mario Magistrati, un trentenne traca-
gnotto, con modi e presenza non molto raffinati, ma con
una buona esperienza di vendite nel settore edile industria-
le. La nostra azienda poteva ormai contare su cinque ele-
menti e su rappresentanze importanti e redditizie.
Ne tracciammo uno schema. Per il settore edile: Ricci,
Mavi, Butani, GAME (macchinari per imprese); Van Gogh,
Coperflex (isolamenti e impermeabilizzazioni); Condizional-
Acustica (condizionamenti acustici). Per il settore indu-
striale: Van Gogh (settore apposito); CondizionalAcustica e
SOFIRI (pavimentazioni industriali). Dividemmo i compiti
dei collaboratori e decidemmo di non assumere altre agen-
zie, ma spingere al massimo lo sviluppo delle vendite dei
tanti prodotti rappresentati.
Dopo qualche giorno incominciai a rendermi meglio con-
to dell'ottima organizzazione CondizionalAcustica e SOFI-
RI. Giunse a Napoli per primo il commendatore Buonacasa
con un suo geometra e ci recammo allo stabilimento dove si
sarebbero dovute eseguire le controsoffittature.
Era una calda mattinata di maggio e Napoli risplendeva
trasfigurata in una di quelle meravigliose giornate dove
tutto sembra limpido e pulito e anche le tante brutture e
miserie di questa città diventano accettabili assorbite come
sono dall'esaltazione delle tante sue bellezze.
Allo stabilimento avevamo appuntamento con l'ingegne-
re Zannus e con l'amministratore delegato della società di
bevande gassate. L'usciere ci diede il passi e, indicateci do-
234
ve dovevamo posteggiare l'automobile, ci introdusse in una
piccola e spoglia sala d'attesa. Dopo quasi mezz'ora una
porta si aprì. Un miraggio: snella e alta, un'incantevole bru-
na con una classe inimitabile ci pregò di seguirla. Attraver-
savamo lunghi e stretti corridoi di vecchi uffici. L'andatura
della fanciulla era una specie di danza. La nuca, le spalle, il
bacino e le gambe, in buona parte scoperte, erano uno spet-
tacolo e una calamità. Di tanto in tanto si voltava per accer-
tarsi se la seguivamo e ci dardeggiava con quel suo sguardo
fascinoso e quel suo sorriso da Gioconda. Eravamo ubria-
cati. Da dove era emersa quella visione? Attraversammo
l'ufficio di segreteria del presidente colmo di tante altre
bellezze, ma tutte erano offuscate dalla nostra ineguaglia-
bile guida. Troppo presto giungemmo all'ufficio dell'ammi-
nistratore. Vi erano Zannus, il direttore dello stabilimento,
l'ingegnere direttore dei lavori e, dietro uno scrittoio anti-
co e pregiato, l'Amministratore, un ricchissimo nobile dal-
la figura prestante di sportivo e un viso aperto e simpatico.
Dopo le presentazioni iniziammo la discussione relativa al-
la posa in opera e a un maggiore approfondimento delle ca-
ratteristiche dei nostri prodotti. Buonacasa era un abile
conversatore e come al solito sicuro di sé, ma dopo poco an-
che lui si conformò a quel grande rispetto che incuteva
l'amministratore delegato. Quando lui parlava tutti taceva-
no e nessuno osava obiettare nulla; solo io, con l'incoscien^
za della mia ancor giovane età, osai contraddirlo un paio di
volte e notai subito che ciò mi aveva procurato simpatia.
Era evidentemente annoiato di quel servilismo dal quale
era sempre contornato. Era un miliardario, occupava posi-
zioni importanti e influenti e poi seppi che con semplici te-
lefonate avrebbe potuto farmi ottenere altri ordini di gran-
de prestigio per edifici pubblici e privati. Quel mio modo di
fare mi fruttò, a breve scadenza, l'inizio di altre trattative. •
Gli ero decisamente entrato in simpatia.
Qualche giorno dopo venne a Napoli il dottor Garofani
con un paio di tecnici posatori e ripetemmo l'incontro. Ga-
rofani, ancor più di Buonacasa, fece ottima impressione
235
per preparazione e serietà non solo sugli altri presenti, ma
anche su di me. Si trattenne un paio di giorni e insieme ci
recammo a Caserta e a Salerno da dove aveva avuto richie-
ste per eseguire campionature di pavimentazioni che
avrebbero potuto fruttare altre grosse forniture. Qui però
si trattava, contrariamente all'ordine procurato da me per
un'azienda tutt'altro che pesante, di industrie che avevano
particolari e reali problemi di usura per le loro pavimenta-
zioni. In quell'occasione mi accorsi che il mio ordinativo
aveva fatto scalpore a Firenze e che le mie quotazioni erano
molto elevate.
Garofani aveva un carattere aperto e schietto e quei due
giorni che trascorremmo insieme mi furono di grande utili-
tà sia dal lato tecnico che da quello umano.
Divenimmo buoni amici.
236

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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mar Mag 14, 2013 8:57 pm

CAPITOLO XXIV
Si avvicinava la data fissata per la grande riunione agenti
della Van Gogh che quell'anno, per decisione della dirczio-
ne generale su suggerimento dell'ufficio public relations.si
sarebbe tenuta a Napoli e a Sorrento il venerdì, sabato e do-
menica della penultima settimana di maggio.
Anche se tutto sarebbe stato organizzato dalla sede di Mi-
lano, il settore vendite Sud era in ebollizione. L'ingegnere
Zappa era più che mai agitato e il suo tic nervoso gli si era,
come al solito in questi casi, accentuato vistosamente. Bi-
giaretti sembrava un povero elefantino spaventato, la si-
gnorina dal gran seno provava e riprovava toilettes adatte
alla circostanza e finanche il flemmatico e -sicuro Tomo
sembrava risentire dell'avvenimento. ^
Per l'occasione una grande sala al primo piano dell hotel
Vesuvio, uno dei due splendidi alberghi di categoria lusso
che si affacciavano sul lungomare nei pressi del secolare
Castel dell'Ovo, era stato prenotato unitamente a molte ca-
mere che avrebbero ospitato, a spese della società, lo staff
dirigenziale e gli agenti.
Il venerdì mattina Alberto ed io ci recammo per tempo
all'albergo e nella hall, insieme con l'agitatissimo Zappa, ci
incontrammo con il signor Milani che ci presentò a un uo-
mo alto e distinto e dal viso perfetto di un attore cinemato-
grafico, il dottor Roani, direttore commerciale. Il suo atteg-
giamento era di un dio annoiato e a stento rivolgeva la pa-
rola a chi gli stava vicino. Qualche domanda e considerazio-
237
ne erano riservate al solo signor Milani, il quale invece mo-
strava, specie nei miei riguardi, molta cordialità.
Tutti insieme accogliemmo un uomo piccolo e scattante
con un viso affilato come la lama di un coltello e dallo
sguardo penetrante e intelligente. Era l'ingegnere Barbari-
si, direttore generale della Van Gogh, giunto in aereo da Pa-
rigi. Zappa quasi gli si prostrò davanti e per l'ansia di cor-
rergli incontro stava per inciampare in un tappeto.
Alle 10 eravamo nella sala al primo piano. Rigurgitava di
agenti della grande società. Ve ne erano più di ottanta pro-
venienti da tutte le regioni e provincie italiane. Quanti tipi
diversi! Alti, bassi, grassi, magri, robusti, snelli, biondi,
bruni e quanti accenti. Sembrava una babele. Molti erano
veterani e già si conoscevano per essersi incontrati in con-
gressi precedenti o perché operavano in zone vicine.
Vi era allegria e confusione, saluti, complimenti, battute,
informazioni sugli affari e sulle famiglie. Alcuni si affanna-
vano a farsi conoscere e a presentarsi ai più vicini per poi
spostarsi e proseguire in quell'operazione. Altri, i neofiti,
con in mano il cartellino di invito-programma ricevuto dal-
la società, cercavano di informarsi sul come si sarebbe
svolta la riunione. Altri ancora chiedevano informazioni o
raccomandazioni su ditte che ambivano di rappresentare
per la propria zona. Gli agenti delle grandi città erano i più
corteggiati e intorno a loro si erano formati dei piccoli ca-
pannelli.
Ne io, ne Alberto conoscevamo nessuno, ma improvvisa-
mente fui avvicinato dal signor Mazzacurati, l'agente di
Bergamo, che calorosamente si informò di come stavo e co-
me andavano le mie cose. Gli presentai Alberto dicendogli
che era il mio socio. Il bergamasco era un gran vulcano e
muoveva con agilità i suoi oltre cento chili e i suoi più di
settantenni. In breve convogliò intorno a noi un gran nu-
mero di agenti ai quali ci presentò. Altri del Sud si avvicina-
rono. Anche intorno a noi, agenti di una grande città, si for-
mò quindi un capannello, dal quale venimmo fuori quando
vidi il titolare della Coperflex che ci recammo a salutare fa-
238
cendoci largo fra le molte persone che gli erano intorno.
^ Data la grandezza della Van Gogh e delle tante società
collegate, molti rapporti si intersecavano. Alcuni dei tanti
presenti erano agenti della Van Gogh e di altre ditte, che a
loro volta rappresentavano la grande società milanese.
Inoltre erano presenti anche numerosi concessionari, come
l'ingegnere Di Massimo e dirigenti di aziende come la Con-
dizionalAcustica, rappresentata dal suo direttore generale
e moltissime altre.
Il locale, per quanto vasto, quasi non bastava a contenere
tutti e le molte sedie disposte in lunghe file furono prese
d'assalto, quando finalmente al grosso tavolo della presi-
denza, che fronteggiava queste e disposto parallelamente a
uno dei lati minori della sala, ricco di microfoni, bottiglie
di acqua minerale e bicchieri, presero posto i dirigenti. Al
centro sedette l'ingegnere Barbarisi con a fianco il dottor
Roani. Ai lati due signori dall'aria straniera che sembrava-
no gemelli, tanto erano simili l'uno all'altro. Dopo di loro,
da una parte il signor Milani e dall'altra il direttore public
relations, poi ancora l'ingegnere Pian, che non avevo notato
precedentemente e la cui presenza mi fece un immenso pia-
cere, altri dirigenti di cui non conoscevo il nome e la funzio-
ne e, quasi fuori del tavolo, l'ingegnere Zappa. Ai lati del ta-
volo, in piedi, funzionar! di vendita e addetti all'organizza-
zione della riunione. Alberto ed io sedemmo in prima fila.
Nella sala scese un silenzio che contrastava con il fracas-
so di prima, come in un teatro tutto si cheta all'alzarsi del
sipario. Il direttore alle public relations, dopo aver scam-
biato un gesto con il direttore generale, rivolse un largo
sorriso circolare ai presenti e iniziò:
"Signori, siamo qui riuniti per il nostro ottavo congresso.
Desidero ringraziare tutti gli intervenuti che sono qui giun-
ti da ogni regione italiana nella quale collaborano con noi
per la maggiore conoscenza e diffusione dei prodotti della
nostra grande società. Il nostro presidente e l'amministra-
tore delegato, purtroppo impediti da importanti impegni a
essere qui con noi, ma che a mio mezzo inviano a tutti voi il
239
loro più cordiale saluto e augurio di buon lavoro, desidera-
no, come tutti noi dirigenti, che la nostra organizzazione
sia come una grande famiglia. Questa riunione vuole costi-
tuire, oltre che uno scambio di idee e informazioni sulla no-
stra attività, una buona occasione per farvi conoscere tutti
e farci conoscere. Vi riassumo quindi rapidamente il pro-
gramma di queste tré giornate. Oggi, prima e dopo il pran-
zo, relazione dei nostri dirigenti. Domani, interrogazioni e
scambi di idee fra gli agenti e noi. Domenica a Sorrento,
giornata di relax e conclusione della riunione. Spero di es-
sere stato breve e di non aver annoiato nessuno. Cedo ora la
parola al nostro direttore generale, ingegnere Barbarisi".
Sedette. Un breve applauso e poi iniziò a parlare il massi-
mo esponente della riunione. La voce era secca e dura come
il suo volto, le parole precise e taglienti. In circa un'ora e
con mirabile chiarezza espose i problemi tecnici della so-
cietà, gli studi in corso e i miglioramenti che erano stati re-
centemente apportati ai prodotti. Quel piccolo uomo aveva
il potere di tenere avvinti tutti i presenti e il suo discorso
sembrò brevissimo.
Dopo il pranzo, consumato nel meraviglioso ristorante
posto sul terrazzo dell'hotel, riprendemmo i nostri posti e
iniziò a parlare il dottor Roani. La voce era chiara e affasci-
nante, ma il contenuto di quello che diceva, che riguardava
i problemi commerciali dell'azienda, la produzione rag-
giunta, quella prevista e quella sulla quale puntare, era
esposto in modo ben meno incisivo di quanto aveva fatto
l'ingegnere Barbarisi. Non ne ebbi una buona impressione,
tanto che mi chiesi e lo sussurrai ad Alberto come aveva
fatto, ancora così giovane, a raggiungere una posizione di
così grande responsabilità. Ma non tutti gli uomini che val-
gono sono anche dei buoni conferenzieri, anzi è luogo co-
mune dire che proprio coloro che parlano meglio, sono
quelli che valgono meno. Non ne ero convinto allora, ne
tanto meno lo sono oggi. Una chiara esposizione è indice di
chiare idee.
Gli applausi dei presenti superarono quelli che erano sta-
240
ti rivolti a Barbarisi: Ognuno teneva a mettersi- in mostra.
Si trattava del direttore commerciale, infine. Dopo una bre-
ve sosta prese la parola il signor Milani. Attento, preciso e
anche sintetico scese maggiormente nei particolari di ven-
dita e sulla concorrenza. Fornì suggerimenti e consigli con
una grande semplicità che li fecero sembrare derivati non
da lui, ma dai tanti colloqui avuti con i capisettore e princi-
palmente con gli agenti e i concessionari.
Ancora una volta ebbi modo di ammirare quell'uomo che
a mio avviso era ben più degno di Roani del posto di diretto-
re commerciale. Quando il signor Milani terminò di parla-
re, il direttore alle pubbliche relazioni aggiornò la riunione
al giorno dopo.
Tentai di raggiungere l'ingegnere Pian con il quale ci era-
vamo scambiati da lontano un breve saluto, ma quando lo
vidi tutto preso in una conversazione con l'ingegnere Bar-
barisi e con gli altri dirigenti, ritenni poco opportuno inse-
rirmi e insieme con Alberto andai via.
Sull'ingresso dell'albergo fummo raggiunti da Mazzacu-
rati che ci costrinse a trattenerci con lui ancora per una
buona mezz'ora nella quale fece un'infinità di commenti
sulla riunione, sui partecipanti e sui discorsi che erano sta-
ti tenuti. Ci informò, lui che era un vecchio agente e che
aveva partecipato a tutte le riunioni precedenti, di tanti
piccoli segreti e pettegolezzi della grande società. Parlava,
parlava, e parlava, ma io, non stimandolo molto, lo ascolta-
vo appena. A un certo momento però il mio interesse si acuì
quando disse:
"Eppoi avete notato quei due tipi stranieri che non hanno
detto una parola, ma che annotavano tutto?"
"Sì, chi sono?", chiese Alberto.
"Sono due alti funzionar! della Goubeline, la possente in-
dustria internazionale, grande tré volte la FIAT, che detie-
ne la maggioranza del pacchetto azionario della Van Gogh.
Sono qui per controllare che tutto quello che si dice non
contrasti con la politica della loro società che ha sede a Pa-
rigi. Ogni anno, ad ogni congresso Van Gogh, avviene sem-
241
pre così. Quei due è il terzo anno che li vedo. Negli altri con-
gressi tenuti prima ve ne erano altri due che si comportava-
no come questi. Tacciono e annotano tutto!"
Avevo sentito parlare più volte a Milano della Goubeline,
anche da Sassi che, quando si recava a Parigi per prosegui-
re nelle sue ricerche, lo faceva nei laboratori di questa ma-
croscopica azienda. Non immaginavo però che la sua auto-
rità sulla Van Gogh fosse così grande al punto tale da far
controllare un semplice congresso agenti.
Quando infine ci liberammo della presenza del bergama-
sco, il mio socio ed io ci scambiammo le nostre considera-
zioni su quella prima giornata della riunione. Eravamo ri-
masti sensibilmente impressionati dalla dimostrazione di
forza che la nostra rappresentata ci aveva dato con quel co-
spicuo numero di agenti, concessionari e titolari di altre
ditte più o meno importanti che vi aveva partecipato. Ma la
sensazione maggiore ce l'aveva procurato il tavolo della
presidenza con tutti quei dirigenti importanti che rappre-
sentavano solo una parte di quelli della società. Mancavano
infatti, oltre al presidente, l'amministratore delegato e i
consiglieri di amministrazione, ad eccezione di Barbarisi,
anche il direttore amministrativo, quello tecnico, i direttori
dei cinque stabilimenti dislocati in tutta Italia e chissà
quanti altri, oltre naturalmente ai nove capisettore vendite.
E pensare poi che alle spalle di questa grande azienda vi
era la ciclopica Goubeline. Per forza il povero Zappa si sen-
tiva schiacciato.
Quella sera a letto ripensai all'offerta che a gennaio l'in-
gegnere Pian mi aveva rivolto di entrare a far parte di quel-
la colossale organizzazione e che avevo con leggerezza re-
spinto. Non avevo nemmeno chiesto in quale modo e con
quale qualifica avrebbe inteso farlo. Ma non avevo respinto
in partenza di entrare in banca? Anche le banche sono gran-
di aziende e alcune di esse lo sono più della Van Gogh. Ma
cosa c'entra? In banca si svolge un lavoro che non mi inte-
ressa, mentre alla Van Gogh avrei sicuramente potuto svol-
gere un lavoro tecnico più adatto alla mia personalità; o
242
meglio uno tecnico-commerciale, dove più avrebbero potu-
/ to valorizzarsi le qualità che avevo, in quell'ultimo anno e
mezzo, scoperto di possedere; o ancora meglio un lavoro di
ricerca come quello del dottor Sassi in un campo che per
me era affascinante. Eppoi non si trattava di una di quelle
aziende antiquate e con metodi risalenti a secoli prima, do-
ve ogni promozione dipende anche da concorsi intemi.
Questa era un'immensa, considerata la Goubeline, azienda
moderna dove si valorizzavano i veri meriti di ogni dipen-
dente che avrebbe potuto rapidamente farsi strada solo che
lo avesse meritato. Mi addormentai.
La mattina seguente al tavolo della presidenza vi era una
novità. A fianco di uno dei due stranieri aveva preso posto
un uomo di mezz'età, piccolo, ma robusto, con un viso
schiacciato da pugile. Lo sguardo e tutto il suo atteggia-
mento erano autorevoli e si notava chiaramente che era
una persona importante non solo perché era stato fatto se-
dere fra i maggiori esponenti della riunione, ma anche per
la considerazione nella quale veniva tenuto.
Chiesi a Zappa, che con la presenza del nuovo venuto era
finito fuori del tavolo, chi fosse. Mi rispose con aria meravi-
gliata:
"Ma è il signor Maffoni, presidente e titolare della SOFI-
RI che voi rappresentate".
Per il diavolo, sapevo che la ditta di Firenze era impor-
tante, ma non fino al punto che il suo titolare potesse pren-
der posto fra i maggiori dirigenti della Van Gogh. Chiesi:
VE che ci fa al congresso Van Gogh?"
"Come che ci fa? Lei ignora che Maffoni era quindici anni
fa uno dei più alti dirigenti Van Gogh e poi si dimise. La sua
è una storia che fece scalpore".
"Perché?"
"Perché lasciò un posto notevole e prospettive di carriera
ancora maggiori e poi, al posto della liquidazione, chiese la
concessione esclusiva degli isolanti Van Gogh per le vettu-
re ferroviarie per la durata di venti anni".
"E gliela concessero?"
243
"Certo! Sembrò un affare, perché a quei tempi le ferrovie
usavano sughero e altri materiali, non prodotti della Van
Gogh".
"E allora?"
"Successe che fondò la SOFIRI e dopo poco incominciò a
ordinare, a prezzi da concessionario, un'infinità di tonnel-
late di materiale Van Gogh che vendeva alle ferrovie con la
posa in opera".
"Aveva anche dei posatori?"
"Corbezzoli, i migliori di tutta Italia! Ha fatto in breve
tantissimi soldi e la SOFIRI raggiunge oggi, con le altre
aziende del gruppo, quasi il fatturato della Van Gogh".
Ecco l'esempio di come, quando un uomo è intelligente,
coraggioso e lavoratore, può costruirsi una grande azienda
e una grande fortuna!
Iniziò il dibattito. A turno un agente si alzava e sollevava
problemi o suggeriva soluzioni o sull'applicazione, o sui
prezzi, o sulla concorrenza, o sui rapporti con i concessio-
nari o su tante altre cose e a secondo dell'argomento aveva
come interlocutore Barbarisi, Roani, Milani o Pian. Gli ar-
gomenti erano interessanti, ma io li avevo già affrontati e
risolti quasi tutti a Napoli e a Milano. Quindi più che pre-
stare attenzione al contenuto della discussione, ero impe-
gnato a studiare attentamente gli uomini che vi prendevano
parte. Alcuni agenti erano ingenui e impreparati come le lo-
ro domande, altri invece si vedeva che erano molto in gam-
ba. I dirigenti confermavano le mie impressioni del giorno
prima e precedenti. Preparatissimi, chiari, sicuri di sé Bar-
barisi, Milani e Pian; un po' confusionario e dispersivo Roa-
ni che, più che al contenuto, poneva la massima attenzione
alla scelta di forbite parole e a far mostra del suo bei viso e
della prestante figura. Era una nota stonata in quel conte-
sto dirigenziale. Eppure dei meriti doveva averli o averli
avuti per occupare una posizione così importante.
Durante il pranzo, che si tenne nuovamente sul terrazzo
dell'hotel, dal quale si poteva ammirare lo splendido golfo
di Napoli esaltato da una meravigliosa e calda giornata, Al-
244
berto ed io ci avvicinammo al signor Maffoni al quale ci
presentammo. Si mostrò gentile e abbastanza cordiale, ma
solo verso di me manifestò una maggiore considerazione.
Fu subito riassorbito dai dirigenti Van Gogh. Alla conclu-
sione del gustoso pasto, al quale come al solito Alberto ave-
va fatto onore non astenendosi però dal far notare a me e
agli altri componenti del tavolo alcuni leggeri difetti che so-
lo un buongustaio come lui poteva riscontrare, funzionar!
delle pubbliche relazioni consegnarono ad ognuno di noi un
elegante cofanetto. Lo aprimmo curiosi e trovammo, omag-
gio della Van Gogh, un accendisigàri di grande marca in ar-
gento che recava inciso: VETRERIA INTERNAZIONALE
VAN GOGH S.p.A. — CONGRESSO DEL MAGGIO '61 — NA-
POLI SORRENTO. Un'altra pennellata al quadro della
grande società.
Nella confusione che si crea quando una comitiva si scio-
glie, anche se provvisoriamente, per lasciare un ambiente e
trasferirsi in altri, mi sentii toccare il braccio e mi girai un
po' infastidito pensando che fosse il solito bergamasco o
qualche altro agente che ci era stato particolarmente appic-
cicato in quei giorni. Era invece l'ingegnere Pian che mi
guardava con la simpatia del periodo di Milano. Ne fui con-
tento. Come ricordavo i suoi insegnamenti e i suoi limpidi
ragionamenti. Gli sorrisi e:
"Caro ingegnere, come sta? Da ieri volevo stringerle la
mano, ma era troppo occupato".
"Anch'io, caro Cruni, ma ora ho un'eretta libera e posso
finalmente parlarle. Forse pensava che l'avessi dimenticata
o non ricordassi più le sue brillanti osservazioni sugli isola-
menti e l'aiuto che mi diede nei miei calcoli".
Arrossii.
"Ma cosa dice. Erano ben poca cosa e a lei di nessuna uti-
lità".
"Non faccia il modesto, Cruni. Le dissi allora e le confer-
mo oggi che ha grandi possibilità, in quel campo come in
tutti. Ho sempre apprezzato i buoni cervelli e sono sempre
più convinto che non debbano andare sprecati. Non ve ne
245
sono mica molti in giro, sa?"
"Lei è troppo buono nei miei riguardi. Poi, se lo possiedo
davvero, come lei dice, a qualcosa mi sta servendo. La mia
piccola azienda si sta ingrandendo e stiamo operando bene
qui a Napoli, sia per la Van Gogh che per altre società e per
la CondizionalAcustica e la SOFIRI".
"Rappresenta anche queste?"
"Sì".
"Mi fa piacere, sono ottime, specialmente la SOFIRI... Ma
ora mi segua, voglio parlarle da solo".
Cosa voleva dirmi? Il cuore mi batteva violentemente.
Forse avrebbe ripreso l'offerta di Milano. Mi guidò a un ta-
volino un po' appartato. Sedette e mi fece cenno di imitarlo.
"Dunque, Cruni, si ricorda quando le chiesi se voleva en-
trare a far parte della Van Gogh?..."
"Come no, ingegnere e gliene sono ancora grato".
"... E si ricorda quando le promisi, al suo rifiuto, che
avrei trovato una soluzione per lei?..." Annuii. "... Bene, la
informo con piacere che le ho fatto assegnare una borsa di
studio della durata di sei mesi".
Il suo volto era raggiante dalla soddisfazione.
"Ma come e dove?", domandai agitato.
"Ora le spiego tutto... Ogni anno la Goubeline, sa
cos'è?..."
"Come no".
"Assegna unitamente alla Van Gogh sei borse di studio
per specializzazione nel settore isolamenti e condiziona-
menti termoacustici a giovani meritevoli di tutta
Europa..." Mi osservò attentamente e proseguì: "Uno dei
due italiani a cui è stata assegnata è lei su segnalazione
mia, di Sassi e Milani con l'appoggio di Barbarisi".
Ero emozionato, ma ancora non sapevo se essere felice o
no.
"La ringrazio, ma in che consiste?"
"Nel frequentare un corso di venticinque giorni a Parigi
presso l'ufficio studi e ricerche della Goubeline e di cinque
mesi e mezzo presso un istituto accademico inglese a Lon-
246
dra dove vi sono insegnanti pratici che sono i migliori di
Europa..." Ero attonito. Pian continuò: "Entro il cinque
giugno deve recarsi a Parigi e dal tré luglio a Londra dove
terminerà il semestre accademico entro il venti dicembre.
La borsa consiste non solo nel farle seguire gratuitamente
tali studi, ma anche nell'assegnarle una somma mensile di
centomila più cinquantamila lire per spese di soggiorno...
Mi disse che conosceva bene l'inglese, è vero?"
"Sì, ingegnere, l'inglese sì, il francese no".
"Quello che importa è l'inglese... Allora, è contento?"
Non sapevo cosa dire. Una tempesta di sensazioni nella
mia povera testa: gioia, soddisfazione, orgoglio, ma anche
sgomento. Risposi con voce un po' fioca:
"Ma, ingegnere, è bellissimo. Mi domando però come fa-
rò con la mia attività qui a Napoli".
La voce di Pian tradì irritazione e il tono si fece duro.
"Senta, Cruni, questa è una grande fortuna che le capita.
Sta a lei non perderla. Lei ha studiato ingegneria fino al pe-
nultimo anno del quale ha completato quasi gli esami. Ha
un bei cervello.-Possiede spirito di osservazione e creativi-
tà. Ho potuto notare che il settore l'affascina. Se si applica
seriamente può dare un notevole contributo a studi che so-
no in piena evoluzione. Può acquisire titoli e competenza
che in Italia pochi possiedono. Se vuole gettare via tutto
questo per fare il rappresentante e guadagnare oggi di più,
lo faccia, ma le assicuro che sarebbe un vero assassinio".
"Ingegnere, mi capisca, mi ha mostrato amicizia. Ho
un'azienda e un socio. Inoltre ho lasciato gli studi per desi-
derio di rendermi indipendente e per sposarmi... Anzi ave-
vo deciso di fark) a settembre".
"E chi glielo impedisce! Può tornare in Italia, sposarsi e
condurre sua moglie a Londra dove farà il viaggio di nozze
e proseguirà gli studi... Con centocinquantamila lire al me-
se può vivere decentemente... Sa qual è il mio stipendio?...
Glielo dico io. Con qualifica di dirigente, moglie e tré figli a
carico non arrivo alle duecentocinquantamila lire al mese.
E vivo bene. E lei non può farlo con centocinquantamila
247
con la sola moglie a carico?"
"Sì, questo sì, ma dopo?"
Pian era davvero al colmo dello sdegno. Quell'uomo così
equilibrato sembrava trasformato.
"Come dopo?"
Ero mortificato, ma anche deciso.
"Dopo quando tornerò. Forse avrò perso le rappresentan-
ze o perlomeno l'introduzione che mi sono faticosamente
creato. Che farò?"
"Ma, cribbio, tante cose! Potrebbe entrare alla Van Gogh...
Ah, dimenticavo che non vuole fare l'impiegato! Oppure
può fare il consulente per imprese o aziende tipo la Van
Gogh o la CondizionalAcustica e altre del settore... Ma sa lei
quanti tecnici del settore con vera specializzazione vi sono
ora in Italia?... Non siamo più di dieci, quindici al massimo.
Si rende conto di cosa le offriamo?"
Ero avvilito. Fare irritare così un uomo importante che
mi aveva mostrato tanta amicizia, ma la mia maledetta te-
sta dura e qualcosa di autodistruttivo che era in me mi co-
strinsero a insistere.
"Sì, capisco, ingegnere, è una gran fortuna. Ma davvero
pensa che avrei queste possibilità di molte richieste di con-
sulenza? Non desiderano le ditte avere nel loro organico
competenti senza rivolgersi all'estemo?"
Capii di aver colto nel segno. Pian si calmò e rimase in si-
lenzio per qualche minuto. Pensai di aver distrutto tutto e
mi maledissi. Invece:
"Senta, Cruni, qualcosa di vero in quello che ha detto c'è.
Forse non avrà tante richieste di consulenza, ma solo offer-
te di impiego. Ora però mi risponda. Lei si sente più un tec-
nico o un venditore?"
Quello era il mio problema. Ci pensai un po' su e poi:
"Ingegnere, vorrei fare l'una e l'altra cosa, oppure dedi-
carmi alla ricerca pura. Ma lo dico ora così. So solo che
quando sono stato a Milano con lei e Sassi mi sentivo felice
e appagato".
"Allora, perdiana, perché ci pensa ancora? Rischi. Abbia
248
coraggio. Faccia il corso, si sposi e poi si vedrà. E non pen-
sa che potrà diventare ingegnere? Sa il prestigio dei corsi
che seguirà?"
Aveva toccato il punto giusto. Mi distesi e convenni:
"Ha ragione, ingegnere. Ho rischiato prima. Debbo e pos-
so rischiare ora. Accetto. Ma voglio prima parlarne con la
mia fidanzata... E non creda che non mi renda conto di
quanto lei abbia fatto per me. Chissà quanti altri avrebbe
potuto segnalare e favorire. So di poter contare su di lei e
lei può contare su di me".
L'avrei abbracciato, ma mi limitai a stringergli con fòrza
la mano. Pian era visibilmente contento. Aveva puntato be-
ne. Mi guardò con un affetto paterno o da vero amico e con-
cluse:
"Cruni, non si getti mai giù. Si valorizzi. Non creda ce ne
fossero molti da segnalare al suo livello. Sono convinto che
lei vale e può dimostrarlo dovunque. Ma questo è il suo
campo... Ora mi ascolti. Domani Barbarisi o Milani le fa-
ranno la comunicazione ufficiale e da Milano è già partita
una lettera per lei. Non faccia con loro come ha fatto con
me. Sia grato ed accetti subito... E ora basta. Auguri e com-
plimenti... Debbo raggiungere gli altri".
Ci stringemmo ancora la mano con forza e ci salutammo.
Non capivo più nulla. Ero confuso e durante tutto il po-
meriggio il mio corpo fu nella sala delle riunioni, ma il mio
cervello era a Parigi, a Londra, dalla mia ragazza e da mio
padre, dai suoi amici, dai Piranesi, dai Mortini e dai tanti
fessi che pensano di svolgere un'attività "eletta". "Eletta"
non è l'attività. È l'uomo e il suo valore e la sua voglia di la-
vorare.
Ringraziai Dio per avermi dato un cervello efficiente.
Rimproverai me per il carattere così contorto. Ma questo
non ci deriva dall'ambiente?
Alberto mi chiese più volte cosa avessi e a cosa pensassi.
Gli risposi distratto che avevo un gran mal di testa. Appena
possibile scappai via.
249
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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mar Mag 14, 2013 9:09 pm

CAPITOLO XXV
Con Alberto raggiunsi gli altri che, con i pullman noleg-
giati per l'occasione, si erano recati a Sorrento per una
giornata di distensione e per il gran pranzo conclusivo che
si sarebbe tenuto all'hotel Excelsior Vittoria a picco sul
mare.
Napoli stava regalando ai congressisti giornate superbe.
Il sole splendeva in un cielo azzurrissimo dove bianchissi-
me nuvole sembravano batuffoli d'ovatta messi lì solo per
renderlo più bello e per farne risaltare il colore.
Imboccammo il lungo viale d'accesso all'hotel, contorna-
to di palme e di alberi di aranci e facemmo in tempo per ve-
dere molti agenti che giù in basso — l'albergo era costruito
su un roccione a strapiombo sul mare che era a circa cin-
quanta metri più sotto — su barche, canottini o a nuoto si
godevano in piena allegria quel posto benedetto da Dio.
Tutti avevano visi distesi e soddisfatti e dopo poco prese-
ro posto nel salone da pranzo dove, attraverso grandi fine-
stroni, si poteva ammirare l'arco meraviglioso del più sug-
gestivo golfo del mondo dominato dal Vesuvio. A quella di-
stanza Napoli sembrava una città perfetta. Non si vedevano
i bassi, i vicoli stretti e sporchi e la tanta miseria, ma solo i
più imponenti edifici vecchi e nuovi.
Il pranzo, a detta dell'esperto Alberto, fu squisito e servi-
to con gran classe dal personale di quell'albergo esemplare,
perla di una cittadina come Sorrento che vanta secolari tra-
dizioni e un'ottima organizzazione turistica. Al termine vi
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furono i discorsi di chiusura e i molti brindisi. Poi tutti
sciamarono nei giardini fioriti e sulle ampie terrazze.
Dopo quello che mi aveva detto il giorno prima Pian, ero
in attesa della comunicazione ufficiale, ma non volevo far
vedere a Milani o a Barbarisi che la attendevo con ansia,
per cui volutamente mi trattenevo con altri e a debita di-
stanza dai due dirigenti.
Improvvisamente un affannato Zappa mi raggiunse e, ti-
ratemi per il braccio, mi comunicò:
"Signor Cruni, venga, venga. L'ingegnere Barbarisi e il si-
gnor Milani desiderano parlarle".
"E io?", fece Alberto.
"No, solo il signor Cruni, dottore" e mi trascinò via.
Ero emozionato, nonostante dalla mattina mi fossi impo-
sto di mostrare, al momento giusto, una controllata mera-
viglia e riconoscenza, ma nulla di più. Giungemmo davanti
ai due autorevoli personaggi. Li dominavo con la mia statu-
ra e il mio fisico, ma mi sentivo tanto più piccolo di loro.
Zappa si ritirò educatamente. Milani disse:
"Eccola finalmente, signor Cruni" e rivolto a Barbarisi:
"Le presento, ingegnere, il nostro agente di Napoli, signor
Cruni che tanto bene ha operato qui, ma anche a Milano".
Quell'ometto dal quale scaturiva un fluido magnetico e
una notevole autorità che non gli derivava solo dalla carica,
mi squadrò attentamente e poi sorridendomi impercettibil-
mente:
"Bravo, signor Cruni. Tutti in sede non hanno fatto altro
che parlarmi bene di lei. Mi hanno raccontato dei suoi studi
e della sua grande capacità di apprendimento delle nozioni
tecniche riguardanti il nostro campo. L'ingegnere Pian, il
dottor Sassi e il signor Milani sono entusiasti di lei e sono
convinti che possa dare molto in campo tecnico...".
"Anche in quello commerciale", interruppe Milani.
"... Ecco, è il capufficio vendite che parla. Ma il campo
tecnico è più importante, anche se quello vendite ha una
sua precisa e determinante funzione... Basta, sono lieto di
comunicarle che le è stata assegnata una borsa di studio di
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oltre sei mesi. Le faccio i miei complimenti e le raccoman-
do di farci onore. Pensi che solo lei e un altro italiano rap-
presentate il nostro paese e la Van Gogh nel complesso
Goubeline". Mi afferrò la mano e me la scosse con insospet-
tata forza. "Ora io la lascio con il signor Milani che le espor-
rà i dettagli e ancora auguri".
Feci appena in tempo a rispondere: "Grazie, ingegnere,
farò del mio meglio", che quella specie di Napoleone della
Van Gogh velocemente si allontanò.
Milani mi fissava attentamente con un sorriso fra l'ironi-
co e il compiaciuto. Disse:
"Signor Cruni, già avrà saputo tutto dall'ingegnere Pian,
quindi è inutile che mi dilunghi con lei. D'altra parte penso
che entro domani riceverà una lettera che le spiegherà det-
tagliatamente di che si tratta e le darà istruzioni su tutto
quello che deve fare, oltre a un primo assegno di centocin-
quantamila lire e un biglietto per Parigi... È contento?"
"Certamente, signor Milani, è un onore per me e le sono
grato. So che anche lei si è adoperato affinchè la borsa fos-
se assegnata a ine".
"Certo che ho agito contro i miei interessi. Per sei mesi
perderò un ottimo agente. Ma fortunatamente lei non è so-
lo. Il suo socio, dottor Fani, è un valido rappresentante e
poi ormai la vostra ditta è ben organizzata e il settore a Na-
poli è ben avviato".
"È vero, il dottor Fani ha svolto un ottimo lavoro e ha
tante conoscenze".
"Chissà se un giorno lei non potrà collaborare con noi
più da vicino. Comunque ora si organizzi e si faccia onore".
Lo ringraziai è fui contento di me per il comportamento
dignitoso che ero riuscito a mostrare. Ci intrattenemmo an-
cora per qualche tempo e poi ci salutammo.
Non vi era più motivo perché rimanessi a Sorrento. Non
avevo -nemmeno il tempo per godermi quel successo. Pre-
mevano grossi problemi che avrei dovuto risolvere in solo
una decina di giorni. Ma la cosa più spinosa era quella di
comunicare ad Alberto la novità e decidere il da farsi. Pri-
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ma però cercai l'ingegnere Pian, ma mi dissero che era ri-
partito per Milano. Raggiunsi Alberto e lo convinsi a ritor-
nare a Napoli. Gli avrei parlato durante il viaggio. Ma uno
degli agenti del Sud ci chiese di dargli un passaggio e fui co-
stretto a condurlo con noi. Che rompiscatole in quel mo-
mento!
Il geometra Caliggiuri era una persona a modo, viso civi/
le, parlata e abbigliamento corretti. Ci intrattenne piacé-
volmente per buona parte del breve viaggio, ma sull'auto-
strada, durante un sorpasso difficile causato da un'auto
che procedeva a zig zag, lo vedemmo rivolgersi inferocito al
guidatore, che poi era una donna, e gridargli agitando la
mano:
"Ah, fimina, fimina, fimina!!!".
Era quasi il richiamo della foresta. Quali ancestrali istin-
ti si erano risvegliati in lui. Ne rimanemmo allibiti. Si ri-
compose subito e tornò a parlare come prima, come se nul-
la fosse stato. A Napoli lo lasciammo davanti all'albergo.
"Alberto, finalmente Caliggiuri se n'è andato e posso par-
larti", esordii.
"Che c'è? Qualcosa di importante? Altrimenti possiamo
vederci domattina in ufficio".
"Sì, è importante e ritengo corretto da parte mia parlar-
tene subito... Sai cosa volevano da me Barbarisi e Milani?...
Ricordi quando andai a Milano per il breve corso di istru-
zione subito dopo aver assunto la rappresentanza Van
Gogh?"
"Sì, come no".
"... Ti raccontai che il corso era stato rapido e producen-
te, principalmente perché il dottor Sassi mi aveva dedicato
molti pomeriggi nei quali da soli parlavamo della tecnica e
dei materiali. Ora, quando ritornai non ti dissi, perché mi
sembrava inutile farlo e poi perché poteva darti l'impres-
sione di una mia vanteria, che sia lui che l'ingegnere Pian
rimasero, bontà loro, entusiasti della mia preparazione in
materia e della naturale disposizione ad apprendere che
mostravo in tale campo. Pian mi chiese anche se volessi en-
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trare a far parte della Van Gogh e io risposi di no".
Il volto di Alberto era impenetrabile, ma per me che lo co-
.noscevo bene era lampante la sua attenzione e una punta
d'invidia. Si limitò a dire:
"Davvero?"
"Sì. Al mio rifiuto Pian si urtò e poi mi disse che avrebbe
studiato una soluzione per me. Sosteneva che in Italia non
vi sono molti esperti nel settore e questo è vero, lo abbiamo
constatato anche noi nelle visite e nei contatti... Io pensai
che fosse una delle solite frasi dette così, più per cortesia
che per altro. Invece ieri mi ha comunicato che mi hanno
assegnato una delle sei borse di studio che la Goubeline
mette a disposizione ogni anno a giovani per farli specializ-
zare nel settore..."
L'invidia era ora più evidente e diventava, anche su quel
volto immobile, quasi palpabile.
"E in che consiste? Altri giorni a Milano?"
"No, Alberto, qualcosa di più. Venticinque giorni a Parigi
e sei mesi a Londra presso la Goubeline e un istituto acca-
demico inglese... E la cosa più importante per noi è che deb-
bo partire entro il quattro giugno per Parigi e poi subito do-
po per Londra".
L'invidia si trasformò in meraviglia e poi in irritazione.
"E la nostra società? E il nostro lavoro?"
Ero orgoglioso e provavo soddisfazione. Quel "dottore"
avrebbe finalmente capito quali fossero i veri valori e io co-
sa valessi! Anche se ero convinto che lui già l'aveva capito,
era pur sempre un "eletto" o quasi e io no. Ciò come mini-
mo pareggiava i conti.
"Di questo, Alberto, dobbiamo parlare e decidere, ma pri-
ma voglio dirti che avevo nuovamente rifiutato ieri quando
Pian me lo ha comunicato, ma lui mi ha fatto comprendere
che sarei stato un pazzo a farlo, perché è un'occasione uni-
ca e che in definitiva sarà utile anche alla nostra società.
Oggi, quando Barbarisi e Milani mi hanno dato la comuni-
cazione ufficiale, ho accettato".
"Avresti potuto perlomeno consultarti con me prima".
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"Forse hai ragione, Alberto. Siamo amici e soci e insieme
abbiamo affrontato tante battaglie, ma, vedi, questa era
una decisione che dovevo prendere da solo. Anche tu hai
avuto un passato tormentato dopo la laurea, mi accennasti.
Ebbene io lo ho avuto quando decisi di abbandonare gli stu-
di e Dio solo sa quanto ho penato e sofferto per prendere
quella decisione per iniziare un'attività che per me era to-
talmente nuova. Non ho voluto farmi influenzare in un mo-
do o in un altro. Queste sono decisioni che bisogna prende-
re da soli per assumere con se stessi tutta la responsabili-
tà... Sai che ti stimo e proprio per questo ho voluto tenerti
fuori... Forse non è facile da capire, ma spero che tu mi
comprenda. Ora però veniamo al dunque e valutiamo da
buoni amici il da farsi..."
"Ma, Gianni, significa che da giugno a dicembre dovrei ri-
manere solo con tutte quelle rappresentanze, l'amministra-
zione della società e in più con la collaborazione a mio pa-
dre per la SCODER... Proprio ora che le cose ci andavano
bene e potevamo incominciare a considerarci degli arrivati
e sviluppare e raccogliere tutto quanto avevamo seminato.
È pazzesco!"
"Me lo sono detto anch'io, ma, vedi, Alberto, non si vive
di solo pane. Sarò sincero, quello che ho avuto significa per
me una grande soddisfazione e poi, in definitiva, sono solo
sei mesi e mezzo, dai quali devi togliere il mese di ferie.
Non è poi tanto".
"Ma come non è tanto, è tantissimo".
Era arrabbiatissimo. Non lo avevo mai visto così. Era
l'invidia o la realtà dei fatti? O l'una e l'altra cosa insieme?
"Alberto, fare commenti è inutile. Ti propongo di fare
così. In questo periodo che dovrai impegnarti ancora di
più, invece di dividere gli utili al cinquanta per cento, come
facciamo ora, potrai, se sarai d'accordo, prendere tu l'ot-
tanta per cento ed io il venti".
"Ma che ottanta e venti e poi perché, se tu sarai fuori e
non farai nulla per la società?"
Cominciavo ad essere io incollerito.
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"Questo da tè non mi aspettavo di sentirlo dire, ma se
vuoi impostarla in questo modo, ti dirò che tu occupi quasi
la metà del tuo tempo per la SCODER sulla quale io non
percepisco nulla e, mi darai atto, non tè l'ho mai fatto nota-
re".
"Era nei patti".
"Sì, ma all'inizio, non ora con tutto quello che potremmo
fare di più se ti occupassi solo della Cruni & Fani".
"Il mio dovere lo faccio".
"Questo è vero, ma vorrei che ricordassi che io mi occupo
anche dell'amministrazione e dirczione produttori e nono-
stante questo, credo di aver venduto parecchio più di tè".
"Davvero? Ma non dire eresie. Solo l'ordine Fioppa per la
Van Gogh avrà pareggiato i conti".
"Forse non li hai fatti beni e dimentichi quelli da me fatti
per la CondizionalAcustica e la SOFIRI... Ma queste sono
miserie. Sinceramente mi attendevo da tè più comprensio-
ne, partecipazione e complimenti. In definitiva un mio suc-
cesso di prestigio è anche tuo".
"Ma che mio e mio. Se hai deciso di accettare sarà oppor-
tuno sciogliere la società".
La voce e l'atteggiamento trasudavano odio. Che pover'uo-
mo! E quella era una persona perbene? Ma sì, dividiamo
pure. Io avevo sostenuto tutta l'organizzazione e valevo an-
che commercialmente più di lui.
"Se la pensi davvero così, facciamolo".
"Sì, dividiamoci le rappresentanze".
"E come?"
"La Ricci èra di papa e rimane a me. La Van Gogh e la Co-
perflex a me. La CondizionalAcustica e la SOFIRI a tè. Le
altre dovremo aggregarle alla Ricci".
Si era servito bene il signorino!
"Non chiedi più nulla? Ristudiarne meglio la questione,
con più calma e giudizio".
"Macché, anzi, sai che ti dico? Sottoponiamo alle ditte il
problema e decideranno loro".
"Se vuoi così, così sia. Allora andiamo domattina da Zap-
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pa per la Van Gogh e poi in ufficio da dove telefoneremo al-
le altre".
"Va bene, alle nove?"
"Alle nove".
Ci salutammo senza nemmeno stringerci la mano. Mi era
sembrato di rivivere un momento con Mortini. Ero amareg-
giato. Quanta invidia e poca collaborazione vi è al mondo!
Ma se così è fatto, così bisognava affrontarlo. Io avevo avu-
to un riconoscimento che andava ben al di là di queste mi-
sere cose, ma dovevo anche prepararmi per quell'ulteriore
battaglia. Avevo solo venticinque anni e già quante ne avevo
affrontate: in casa, con gli amici, all'università e sul lavoro.
Avrei continuato così. Mi sentivo ed ero forte.
La sera a casa, mentre cenavamo, accennai ai miei della
borsa di studio e dei relativi programmi compreso il matri-
monio. Le reazioni furono di preoccupazione da parte di
mia madre. Il figlio a Parigi e a Londra per tanti mesi lonta-
no da casa! Impenetrabile come al solito quello di mio pa-
dre. Un misto di invidia e soddisfazione, forse. Certo, il fi-
glio così si avvicinava agli "eletti". Gli faceva piacere o gli
dava fastidio? Profferì solo un laconico: "Complimenti".
Trascorsi una notte agitata. Alberto aveva avvelenato la
mia soddisfazione. Intanto mi accingevo a battermi per as-
sicurarmi quante più rappresentanze, ma chi le avrebbe ge-
stite mentre io ero fuori? Artini? Magistrati? Sempre che
fossero rimasti con me. E le ditte come potevano lasciare
rappresentanze a mio nome, mentre ero a migliala di chilo-
metri di distanza a studiare? Certo Alberto me l'aveva fatta
sporca e poi sicuramente si sarebbe avvalso del nome del
padre. Avrebbe detto:
"Guardate che affiderete la rappresentanza all'ingegner
Tani e al dottor Fani che sono qui e agiscono qui e mio pa-
dre da oltre trent'anni".
Eppoi perché mostrare alle ditte la nostra divisione e de-
bolezza? Perché renderle arbitre? Perché, dopo avere domi-
nato e imposto le nostre condizioni con la bravura e la per-
'sonalità, per un attimo perdere tutto? Eppoi queste ditte,
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una volta che avevano raggiunto il successo nella nostra zo-
na, non avrebbero potuto cogliere l'occasione per negare la
rappresentanza a tutti e due? Bisognava trovare un accor-
do, ma quale? Rimanere insieme, non più. Quando si crea
una frattura del genere e si mettono a nudo i propri veri
sentimenti, non si può andare avanti. L'unica soluzione era
trasformare la Cruni & Fani in Cruni & C., lasciando ad Al-
berto il dieci per cento e cedendogli la Van Gogh edile — di
gran lunga la più redditizia —, la CoperHex e tenere per me
le altre. Forse così avrebbe accettato. Il gruppo macchine
edili non dava molto e la CondizionalAcustica, la SOFIRI e
la Van Gogh industriale erano di un settore che lui non
avrebbe trattato sia per il tempo e sia perché era troppo
tecnico per le sue capacità. In definitiva la sua vera aspira-
zione era la Van Gogh con le sue liquidazioni mensili. Gliela
avrei lasciata!
La mattina dopo, imponendomi una calma che non senti-
vo, esposi il mio progetto ad Alberto, facendogliene com-
prendere la ragionevolezza. Lo misi in condizioni di render-
si conto dei pericoli a cui saremmo andati incontro com-
portandoci in modo diverso. Gli esposi con chiarezza che lo
stare insieme aveva rappresentato la nostra forza e ancora
uniti dovevamo essere nel comunicare le nostre decisioni.
Evidentemente anche a lui la notte aveva portato giudizio.
Accettò e rapidamente concludemmo l'operazione.
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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mer Mag 15, 2013 12:47 am

CAPITOLO XXVI
A Roma cambiai treno e presi il letto per Parigi. Durante
tutto il tragitto da Napoli avevo ricordato quei dieci vertigi-
nosi giorni che avevano preceduto la partenza. I colloqui, le
telefonate a Garofani e Buonacasa, che si erano dimostrati
veramente comprensivi e amici, le intense e indispensabili
visite a clienti con il fidato Artini al seguito che sarebbe ri-
masto a collaborarmi, il licenziamento di Magistrati, forse
più capace, ma anche più infido. Le raccomandazioni ad
Anna di inviarmi per posta tutte le lettere più importanti e
il tener nascosto a tutti quella mia lunghissima assenza, ma
mascherarla con miei continui e brevi viaggi di lavoro. Le
visite al parroco e al comune per "dare parola", necessaria
premessa al matrimonio programmato per un giorno anco-
ra non precisato di settembre. Il consuntivo e la program-
mazione economica per la mia azienda che si riduceva a
due persone presenti a Napoli e a me che avrei diretto il tut-
to così da lontano.
Ero preoccupato e mi sentivo pieno di responsabilità, ma
a Roma avvenne il miracolo. Cosa mi importava di tutto?
La CondizionalAcustica e la SOFIRI mi avrebbero sicura-
mente atteso e la Ricci con le altre del settore macchine po'
teva anche protestare il contratto. Che danno ne avrei avu-
to? Ormai la prima aveva assolto al suo compito. Non avevo
ampiamente dimostrato in quei mesi di valere e parecchio e
ben al di là di quanto io stesso mi aspettassi? E allora? Ep-
poi sarei tornato con ben altra qualificazione. Il futuro, e
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un futuro enormemente più prestigioso, era assicurato.
^ Dimenticai tutto. Avrei visto Parigi e Londra e avrei cono-
sciuto tanta altra gente. Avrei fatto nuove esperienze e
avrei realizzato quello che mi proponevo. L'indipendenza
dai miei, ora non solo finanziaria ma anche fisica, e il ma-
trimonio. Che volevo di più?
Il sonno fu lungo e tranquillo. Il rumore delle ruote sui
binari e il dondolio ritmico mi cullavano. Mi svegliai in
gran forma. Ero già in Francia. Il treno correva fra campa-
gne fertili e ben curate. In lontananza vedevo strade larghe
e pianeggianti. La giornata era calda, il cielo leggermente
coperto. Mi vestii e mi trasferii nella vettura ristorante do-
ve consumai una gustosa prima colazione. Il personale era
francese e io non conoscevo quella lingua, ma notai con pia-
cere che riuscivo lo stesso a farmi intendere con l'aiuto di
un piccolo prontuario, o parlando inglese o accentando
sull'ultima sillaba le parole italiane.
Poi finalmente i sobborghi della grande città, la capitale
dell'ex impero napoleonico. Cercai di scorgere la Torre Eif-
fel che ero certo si dovesse vedere, con i suoi trecento metri
di altezza, da ogni parte, ma non vi riuscii. Forse non mi
rendevo conto che Parigi non è Napoli, ne Roma, ne Milano,
ma di tanto più estesa.
Il treno si fermò alla Gare de Lyon. Che brutta stazione e
che piazza triste! Che differenza con quella di Roma! Ma
ero a Parigi. Ero lontano da casa e dalle preoccupazioni che
avevo scaricato tutte a Roma. Come mi sentivo bene, forte e
giovane e che desiderio di donne! Ero in Francia e le france-
si erano note in tutto il mondo per la loro avvenenza e la lo-
ro-disponibilità. Mi guardai intorno alla ricerca di belle ra-
gazze, ma per la verità quelle che vidi erano perlomeno de-
ludenti. Presi un taxi e mi feci condurre all'ufficio della CIT
in Boulevard des Italiennes. Le strade erano immense, pie-
ne di traffico e di pedoni. Meganegozi con vistose insegne e
ricchi di colori. Com'è più colorata la Francia dell'Italia. Da
noi predominano tinte tradizionali e toni tenui. Qui un
grande uso di giallo, rosso e blu.
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All'ufficio della CIT, spazioso e frequentatissimo con del-
le graziose hostess in divisa blu, mi indicarono un albergo
1 gestito da italiani il cui costo non era eccessivo. Con un al-
tro taxi, attraversando Piace de l'Opera con il monumenta-
le teatro, imboccammo una via sterminata, Rue de La
Fayette e dopo un paio di chilometri svoltammo a sinistra
in un piccolo largo dove vi era l'hotel Bouden. La stanza era
antica e piuttosto modesta, ma accogliente e con un lettone
monumentale. Mi ci gettai sopra e, in un eccesso di entusia-
smo, ci rimbalzai più volte. Mi sembrava di essere tornato
bambino, ma non erano certo da bambino le idee che mi
procurò. Come era comodo e come ci si doveva fare bene
l'amore. Certo i francesi hanno posto particolare attenzio-
ne ai loro letti. Devono essere quanto di meglio può esistere
per fare l'amore tante e tante volte. Guardai l'orologio.
"Perbacco pazzo! Debbo telefonare alla Goubeline. È
quasi ora di chiusura".
Chiamai e chiesi del dottor Rossini. Questi, mi avevano
informato da Milano, doveva assistermi durante il mio sog-
giorno. Il centralino, il passaggio da ufficio a ufficio, segre-
tarie e funzionari, scatti continui delle tante linee interne
mi diedero subito l'idea di ufficio colossale. Infine una voce
con un accento veneto. Era Rossini. Fu gentilissimo, forse
anche troppo. Mi disse che sarebbe venuto a prendermi di lì
a un'ora.
Era un pezzo d'uomo nerboruto e alto con un volto da
bambino e una cortesia quasi servile. In un fiume di com-
plimenti, mi fece salire nella sua comoda Citroen e mi con-
dusse a casa sua, in una palazzina dalle tinte vivacissime
che si trovava in una strada dalla quale si scorgeva il Bois
de Boulogne, il grande parco di Parigi. Sulla soglia fui rice-
vuto da una donna giovane, non particolarmente bella, con
un volto illuminato da un enigmatico sorriso. Era sul tipo
Juliette Greco e si chiamava Josephine. Era nata a Parigi,
ma da genitori italiani e parlava la nostra lingua in modo
quasi perfetto.
A cena i due mi raccontarono tutto di loro. Paolo Rossini
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era nato a Padova, era divenuto funzionario della Van Gogh
e poi era stato trasferito a Parigi alla Goubeline da ormai
sei anni. Si occupava dei collegamenti fra le due società. Da
cinque anni aveva sposato la ventottenne Josephine. Non
avevano avuto figli. Josephine era stata segretaria presso
studi legali, ma ormai da quattro anni, da quando Paolo
guadagnava di più, eseguiva solo qualche lavoro di dattilo-
grafia a casa. Sia l'uno che l'altra volevano assolutamente
che io fossi ospite loro durante il mio soggiorno parigino.
Non volevo. Desideravo rimanere libero. La mia ansia di
libertà era sempre più forte. Cercai disperatamente di far-
glielo capire, ma i due insistevano con energia ed io con al-
trettanta energia, cercando di non offendere la loro sensibi-
lità, feci di tutto per far comprendere loro il mio punto di
vista. Stavo per spuntarla quando la lunga, curatissima e
sensuale mano di Josephine mi carezzò il volto con dolcez-
za e calore.
"Vuole forse offendermi? Tutti gli amici di Paolo sono
anche i miei e tutti sono stati ospiti qui. Rimanga, su, Gian-
ni".
Gli occhi neri mi fissavano come se volessero penetrarmi
nel cervello, nel cuore, nelle budella e contemporaneamen-
te una lunga gamba si fregò contro la mia. Subito mi ecci-
tai. Era una parigina che me lo chiedeva e in quel modo!
Accettai e programmammo che la sera successiva avrei
trasferito i miei bagagli dal Bouden a casa loro.
Dopo cena mi portarono in giro per Parigi e la "Ville Lu-
mière" mi conquistò subito. Quante luci, che strade immen-
se, che piazze, che sensazione di Metropoli! Piace de la Con-
corde con il Louvre e l'Obelisco, la Madeleine, gli Champs
Elysées, l'Arco di Trionfo, la Senna, Piace Venderne, Pigalle
illuminatissima con le decine di locali, i Caffè, i meraviglio-
si Caffè di Parigi, frequentatissimi fino a tarda notte. Ero
ubriaco di luci e di movimento, ma non notai donne parti-
colarmente belle. Però Josephine che sedeva tra me e il ma-
rito era morbida, calda e forse disponibile. Era in stretto
contatto con me. Mi toccava e accarezzava con il marito
262
*.
presente. Forse così si usa a Parigi, chissà!
Rossini venne a prendermi al Bouden e mi condusse alla
Goubeline che occupava un intero grattacielo nei sobbor-
ghi di Parigi. Se gli uffici della Van Gogh mi avevano fatto
una grande impressione, quelli della Goubeline erano l'im-
magine evidente della colossalità. Migliala di impiegati, sa-
le smisurate, uso senza risparmio di alluminio, di doghe,
controsoffittature, plafoniere; condotti per aria condizio-
nata, centinaia dì tavoli da disegno, la sala delle telescri-
venti, dirigenti di fronte ai quali i nostri facevano la figura
di impiegatucci e dovunque ricchezza ed efficienza. Ma an-
cor più della sede mi impressionò lo stabilimento, stermi-
nato quasi quanto quello della FIAT a Torino e particolar-
mente il settore destinato a laboratori e studi che occupava
da solo oltre diecimila metri quadrati e cosa vidi e cosa mi
illustrarono! Le fibre di vetro sembravano appartenere alla
preistoria; poliuretani espansi, fibre di amianto, particola-
ri polistiroli espansi a coefficiente di conducibilità estre-
mamente bassi ottenuti a mezzo di speciali estrusioni. Pic-
cole case coibentate in un habitat dove erano procurate ar-
tificialmente tutte le possibili condizioni climatiche, rumo-
ri aerei e di percussione, soluzioni speciali per impianti
idraulici e strutture in cemento armato, pannelli fonoas-
sorbenti con particolari doti di esteticità e tutto ciò solo al-
lo stato sperimentale. Forse sarebbero stati immessi in
commercio dopo anni o addirittura mai.
Conobbi gli altri cinque borsisti e mi accorsi con piacere
che ero il più giovane e l'unico che non era ancora laureato.
L'insegnante era francese, ma ognuno di noi aveva a dispo-
sizione una tràduttrice simultanea. L'altro italiano era un
ingegnere torinese di oltre trent'anni che aveva frequentato
la Normale di Pisa. Sembrava un topo di biblioteca, ma non
riusciva ad emergere sugli altri e nemmeno su di me. Certa-
mente non mi sentivo più il dominatore come lo ero stato
nei dieci giorni di Milano nei confronti di quei poveri corsi-
sti affidati a Sassi, ma nemmeno l'ultimo. Quante cose im-
parai in quei giorni, e dire che non mi trovavo in quella con-
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dizione ascetica che i diesi giorni milanesi mi avevano pro-
curato. Parigi e Josephine me lo impedivano.
Quasi ogni sera i coniugi Rossini mi portavano fuori. Co-
nobbi il Lido, con il suo fantasmagorico spettacolo, il Mou-
lin Rouge, con una rivista giapponese, il Casino de Pans
con Line Renaud, il fantastico Crazy Horse con i suoi spo-
gliarelli artistici, il Sex Appeal, la Nouvelle Ève, gli Apa-
ches e il Can Can. Mi portarono a visitare di domenica Ver-
sailles che non mi impressionò più della Reggia di Caserta e
il Louvre, con i suoi tesori d'arte e la zona riservata agli Im-
pressionisti. Ricordai che Parigi dal 1880 al 1940 aveva co-
stituito il centro mondiale dell'arte visiva. Tutti i più gran-
di pittori vi erano confluiti, da Picasso a Braque, da De Chi-
rico a Mondrian, dai dadaisti ai surrealisti. Ma quello che
mi sorprese di più fu il comportamento di Josephine.
Questa parigina, dopo i primi giorni nei quali si era limi-
tata e essere cortese e affettuosa con me, a darmi bacetti
amichevoli, abbracci e carezze, una notte scivolò nel mio
letto e mi costrinse quasi a forza a fare l'amore con lei. La
mia camera era adiacente a quella dove dormiva la coppia e
io le chiesi preoccupato se il marito potesse sentire. Lei,
con un sorriso mefistofelico, mi disse di stare tranquillo.
Paolo aveva il sonno duro. Non avrebbe sentito e poi, anche
se ciò fosse avvenuto, cosa importava? Come cosa importa-
va! È vero che eravamo in Francia, ma il troppo era troppo
eppoi quei due erano in definitiva italiani!
Dopo quella notte, Josephine per tutte le altre prese 1 abi-
tudine di venire a trascorrere un'ora o due da me e faceva-
mo follemente l'amore. Lei, ed anche io, eravamo insaziabi-
li. Non avevo mai conosciuto un'amante così calda ed
esperta, ma era anche saggia e cosciente che io ero lì per un
corso di studi impegnativo, per cui a un certo momento mi
diceva:
"Basta, amore, pensa ai tuoi studi".
Era un soggiorno bellissimo e di pieno appagamento sot-
to tutti i punti di vista, ma un giorno avvenne una cosa che
mi sconvolse!
264
Era di domenica pomeriggio ed io, seguendo il suggeri-
mento di Paolo, mi ero recato a riposare nella mia stanza. A
un certo momento la porta si aprì ed entrò Josephine in ca-
micia da notte tutta veli e trasparenze. Si infilò nel letto e,
alle mie obiezioni sulla presenza di Paolo che stava sveglio
a vedere la televisione, lei rispose:
"Gianni, ma ancora non hai capito?"
"Cosa?" . . „.
"Che io faccio quello che voglio con i miei amici e quelli
di Paolo". .
"Sì, questo l'ho capito, ma lui non lo,sa. E un uomo mo-
derno che forse si fida della sua compagna".
Mi guardò con un senso di superiorità affettuosa, mi sor-
rise e mi costrinse ad alzarmi e a seguirla nella stanza vici-
na, quella matrimoniale. Qui, da una specie di quadro, si
poteva vedere il mio letto. Sembrava come in un film poli-
ziesco. In corrispondenza, nella mia stanza vi era uno spec-
chio. Ero stupito e mortificato e non sapevo più cosa pensa-
re. Josephine aggiunse:
"Non ti sei mai chiesto perché ho voluto fare 1 amore
sempre con la luce accesa?"
"Pensavo che preferissi così".
"Anche, ma la ragione ora la puoi capire".
"Vuoi dire che Paolo guardava?"
"Certo, a lui piace così. Guarda, si eccita e poi facciamo
l'amore".
"E a tè piace?"
"Perché no. Sono stata io che l'ho spinto a tare cosi .
Mi trasse con la mano verso il salotto. Eravamo entrambi
quasi nudi. Josephine con aria di trionfo e particolarmente
eccitata, allacciò e baciò voluttuosamente il marito che non
osava guardarmi e disse:
"Vieni, jolie, seguici".
Ci condusse entrambi nella stanza matrimoniale e mi co-
strinse sul letto. Ero legato e bloccato da quella strana si-
tuazione. Ricordai Milano e quello strano trio che avevo vi-
sto a teatro. Lei mi carezzava e mi eccitava. Dimenticai tut-
265
to. Facemmo furiosamente l'amore. Dopo fui respinto e
Paolo prese il mio posto.
La sera in un locale anche noi demmo una rappresenta-
zione del tipo di quella che avevo visto a Milano. Josephine
baciava alternativamente entrambi e le mani stringevano
insieme i nostri sessi.
La mattina dopo come sempre Paolo ed io ci recammo al-
la Goubeline, ma uscimmo di casa prima del solito. Attra-
versando il Bois de Boulogne, il veneto fermò l'auto in un
luogo appartato e, senza guardarmi, straripò in pianto.
Non sapevo che fare e che dire. Mi sentivo sconvolto e pro-
vavo pena per quell'uomo così cortese e gentile. Era strano
vedere quella specie di gigante comportarsi come un bam-
bino. Stavo per dirgli qualcosa e gli posi una mano sulla
spalla. Lui, ancora senza guardarmi, con voce bassa e tesa
rotta da qualche singhiozzo, incominciò a raccontare:
"Vedi, Gianni, quello che è successo ieri ti sarà sembrata
una cosa strana. E lo è. Quando giunsi a Parigi non avrei
immaginato che sarei arrivato a questo. Conobbi Josephine
e mi innamorai di lei in modo pazzesco. Era una donna mol-
to attraente e corteggiata. Aveva avuto, come quasi tutte le
donne qui in Francia, amanti, ma questo lo sapevo e non
chiedevo certo la verginità. La sposai, ma prima lei pretese
che io facessi un giuramento. Sapeva che un uomo solo non
le sarebbe bastato, comunque ci avrebbe tentato. Io però
non avrei dovuto dire nulla se lei di tanto in tanto avesse
avuto un'avventura e io sarei stato libero di fare altrettan-
to. Rifiutai e ci lasciammo. Ma non potevo fare a meno di
lei e accettai. Il primo anno tutto andò bene, poi lei inco-
minciò ad avere avventure che non mi nascondeva. Era nei
patti. Li portava a casa nelle ore di ufficio. Poi un giorno lo
fece anche di sera. Ci fu una grande storia e andai via sbat-
tendo la porta. Ma ritornai e lei incominciò a dirmi se non
pensassi che il fatto che la sua donna fosse così ammirata
ed amata non mi inorgoglisse e mi eccitasse e perché non
provassi a guardare mentre lei faceva l'amore. Mi accennò
che lo facevano in tanti a Parigi. L'idea mi ripugnava e ri-
266
fiutai, ma tu hai visto come ci sa fare e come sa ottenere
quello che vuole. Una sera mi coinvolse e io, disgraziato, ne
provai piacere..." Fu interrotto da un altro accesso di sin-
* ghiozzi. "... Pensai di essere un anormale. Andai da uno psi-
chiatra. Questi mi disse che, certo, non era proprio una nor-
malità, ma nemmeno una grande anormalità. Mi mostrò
statistiche e studi e mi dimostrò che vi erano tante forme di
piccole o grandi perversioni. Concluse dicendo che, se mi
faceva piacere, se questo avesse reso i nostri rapporti mi-
gliori, perché non farlo. Se invece ne avessi sofferto psico-
logicamente, avrei dovuto troncare con lei. Dovevo valutare
l'una e l'altra cosa e decidere... Puoi immaginare che perio-
do ho passato e poi maledettamente decisi di sì e mi feci co-
struire lo specchio che sai".
Non mi guardava e non sapevo cosa dire. Benedissi il fat-
to che ormai fra quattro giorni sarei ripartito per l'Italia.
Che strano mondo è mai il nostro! Avevo sentito parlare di
deviazioni sessuali, delle perversioni. Avevo anche letto
qualche libro, ma era la prima volta che, anche se marginal-
mente, ne ero'protagonista. Lo incoraggiai. Che altro mi.re-
stava da fare?
"Su, Paolo, in definitiva ne hai parlato anche al medico".
"Ma tu come mi giudichi?"
"Cosa vuoi che possa giudicare".
"Senti, promettimi una cosa, lo farai?"
"Cosa?"
"Ti prego, non accennare ai nostri colleghi a Parigi o a
Milano di questo. Giuramelo".
Ero sollevato.
"Ma certo, Paolo, ci mancherebbe".
Andammo alla Goubeline.
Quegli ultimi giorni a Parigi trascorsero in un gran tur-
bamento e ne risentì anche il mio studio. Josephine era
all'apice della felicità e impazzò più che mai, come e quan-
do voleva, con Paolo sempre presente e costretto quasi a vi-
va forza.
267
Provavo odio e grande attrazione per quella specie di Ape
Regina e non so se lasciai Parigi e la loro abitazione con sol-
lievo o rimpianto. Giurai a me stesso di non mettere più pie-
de in quella casa!
268

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Bruno
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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mer Mag 15, 2013 12:50 am

CAPITOLO XXVII
Ed eccomi a Londra. Qui avrei iniziato il vero corso ri-
guardante la borsa di studio. Mentre a Parigi alla Goubeli-
ne si era trattato di un corso aziendale, anche se ad alto li-
vello presso un'organizzazione gigantesca, ora invece avrei
seguito un corso a carattere universitario e altamente spe-
cializzato nell'ambito dell'ingegneria civile.
Dopo aver lasciato Parigi, ero ritornato per pochi giorni a
Napoli dove mi ero ritrovato come un piede si ritrova e si
distende soddisfatto in una vecchia scarpa. Trascorsi ogni
momento possibile con la mia ragazza che mi accompagna-
va anche in ufficio dove cercai in quattro giorni di sistema-
re tutto quello che si era accumulato durante la mia assen-
za. Non si trattava per la verità di molto e l'attività langui-
va. Il povero Artini aveva cercato di fare qualcosa, ma con
scarsi risultati. Solo la SOFIRI, con il diretto intervento di
Garofani e alla presenza formale del mio collaboratore,
aveva concluso un discreto ordine a Caserta. Poi, dopo ab-
bracci e raccomandazioni, la partenza verso l'isola più im-
portante del mondo.
Del mio lungo viaggio ricordo solo quando sul traghetto
ero in ansiosa attesa di scorgere le famose bianche scoglie-
re di Dover. Ma le mie speranze furono deluse. Eravamo
sbarcati a Folkestone.
Londra non mi accolse per la verità molto bene. Già
all'uscita dell'immane e disordinata Victoria Station le pri-
me difficoltà con la lingua. Parlavo bene inglese in Italia, in
269
Francia e dovunque. Ebbene, nella capitale britannica nes-
suno mi capiva, ne io riuscivo a comprendere alcuno. Le
prime ore furono quasi drammatiche, poi piano piano riu-
scii a prendere orecchio. Giunto all'ufficio CIT nei pressi
della celeberrima Piccadilly Circus, non riuscivo a trovare
una stanza in un qualsiasi albergo o pensione e solo dopo
molti miei sforzi, che cozzavano contro la classica flemma
inglese, mi fecero la grazia di indicarmi una strada dove
avrei potuto trovare un alloggio, anche se provvisorio. Era
una di quelle strade che si distendono a vista d'occhio dove
sorgevano costruzioni a tré piani tutte uguali fra loro, co-
me le avevo viste solo nei films. Erano tutte pensioncine do-
ve non vi erano camere libere. Bussavo ai portoncini che si
schiudevano appena e volti sospettosi mi rispondevano che
era tutto occupato. Per certi versi ricordavano Fontana Al-
banese. Ad una di esse mi aprì una vecchiaccia piccola e
brutta che mi fece cenno di seguirla. Vani stretti e sporchi e
poi in una vasta ma buia cucina posta in un seminterrato
umido, vi era un'altra vecchia più robusta e grassa dell'al-
tra che divorava avidamente, aiutandosi con le mani grosse
e unte, cosce e petti di pollo. Mi guardò e poi disse all'altra
di farmi visitare la stanza, libera. Era di una sozzura davve-
ro unica come non ne avevo mai visto nemmeno nei più pic-
coli paesi dell'interno della Campania, quelli che visitavo ai
tempi della travagliata collaborazione con Mortini. Che
schifo! Avrei preferito dormire all'aperto. Andai via e fortu-
natamente riuscii a trovare una stanza decente. Il tassista
al quale avevo chiesto di aiutarmi a portare le mie tré pe-
santi valigie mi rispose in modo brusco:
"l'm not a porter" e mi piantò lì.
Le proprietario, due giovani donne che sarebbero potute, '"
apparire migliori se si fossero curate un po', mi chiesero
subito il pagamento anticipato, precisandomi che per una
sterlina avevo solo diritto alla camera e al breakfast. Stan-
co e depresso com'ero, cercai di farmi preparare un tè, be-
ninteso pagando, ma non vi fu verso. Non c'era dialogo. Mi
270
trattavano peggio di come un negro è trattato nel Sud degli
Stati Uniti.
Uscii disgustato e mi recai in centro con l'Underground e
fu la prima cosa decente di cui mi accorsi a Londra che tut-
to sommato prima mi aveva dato l'impressione di una città
sporca non molto meno di Napoli.
Comunque di sera le grandi insegne di Piccadilly Circus,
di Regent e di Oxford Street e i negozi che occupavano inte-
ri fabbricati, le lussuose Rolis Royce che uscivano da stra-
dette con impeccabili autisti e con a bordo passeggeri vesti-
ti da sera, incominciarono a darmi un'altra immagine della
città.
Quando presi contatto, ancora spaesato, con l'istituto do-
ve avrei seguito il corso, provai ancora una delusione. Mi
attendevo di trovarmi in una specie di College con fabbrica-
ti lunghi e bassi immersi nel verde. Invece nulla di tutto
ciò, ma un palazzone vetusto di anni se non di secoli. Anche
le attrezzature erano scadenti, ma, me ne resi conto subito,
un grande rispetto per gli allievi e una lodevole preparazio-
ne e dedizione del corpo insegnanti. In pochi giorni non ve-
devo l'ora di recarmi fra quelle vecchie mura e provavo un
enorme dispiacere quando dovevo andarmene. Le lezioni
erano meravigliose, il dialogo continuo, i testi scorrevoli e
ricchi di esempi pratici. Che differenza con l'Italia!
Fra i corsisti della Goubeline fu gioco forza legarmi con il
torinese, Vittorio Emanuele Gaiottino. La frequentazione
con lui mi portò ad alloggiare in una pensione modesta ma
pulita e contribuì a farmi studiare, studiare, studiare.
Qualche volta riuscii, forzando il suo carattere di vero topo
di biblioteca, a condurlo in qualche locale e la domenica a
fare qualche gita, ma più facilmente ai musei. Visitammo il
British Museum e la National Gallery, ricca di dipinti me-
ravigliosi. Andammo anche al famoso Covent Garden e a
Windsor, quel bellissimo castello ricco di storia e di coraz-
ze. Mi ricordo di essere rimasto particolarmente colpito
per lo stridente contrasto tra la piccolezza dell'armatura di
Riccardo III e l'enormità di quella di Enrico Vili che si evi-
271
denziava per la vicinanza. Anche Eaton mi colpì profonda-
mente con quello sciamare all'ora di libera uscita dei tanti
collegiali, tutti vestiti con quella particolare divisa e tutti
che, nonostante la giovanissima età, cercavano già di confe-
rirsi quell'atteggiamento composto e cohtrollato che gli in-
segnanti si sforzavano di inculcare loro. Di qui quel repri-
mere gli atteggiamenti vivaci o le risate che così natural-
mente nascono fra gruppi di ragazzi. Ricordo il verdissimo
Hyde Park con i suoi tanti viali e le acque lucenti del Ser-
pentine; mentre il Cambio della Guardia davanti a St. Ja-
mes's Palace mi sembrò davvero ridicolo, con quel rituale
che manda in visibilio gli inglesi e i turisti, che non è più
consono al nostro caotico e nevrotico secolo. Particolar-
mente la passeggiata finale fra i due comandanti delle com-
pagnie che si danno il cambio è davvero fuori dai tempi.
Forse nel passato si scambiavano le consegne e si comuni-
cavano le novità di carattere militare. Ora, cosa si potevano
raccontare se non la ristrettezza dello stipendio o il bambi-
no col morbillo? Ma forse anche in passato era cosi. Perche
dobbiamo sempre nobilitare tutto del passato? Bello mi ap-
parve il Tamigi che in alcuni punti, con quei palazzi che fi-
niscono direttamente nell'acqua, mi ricordava un po' il Ca-
nai Grande di Venezia. Stupendo Westminster Hall nelle
cui sale che ospitano i due rami del Parlamento sono state
promulgate tante leggi che hanno costituito un modello per ^
la civiltà occidentale. Il Ponte della Torre con le parti che si
aprono al passaggio delle grandi navi e il vecchio Castello
della Tower of London, dove è custodito il tesoro della Re-
gina difeso per così dire da quelle solite guardie dai grandi
cappelli che devono rimanere, poveretti, per ore e ore nelle
più strane e scomode posizioni, mentre i turisti si fanno
beffe di loro, tanto che a loro volta devono essere difesi dai
policemen.
Di giorno in giorno quella città mi conquistava, come i
suoi abitanti, a prima vista così scostanti, ma che invece
possiedono quella tenacia, quel senso dell'ordine e del ri-
spetto del proprio e dell'altrui diritto, anche nelle occasio-
272
ni meno importanti. Tutto ciò mi fece comprendere come
Londra era riuscita a resistere compostamente ai bombar-
damenti nazisti e a dare la forza al proprio governo per re-
spingere le offerte di pace hitleriane, quando da sola si op-
poneva allo strapotere germanico.
Solo lo stomaco non reagiva nella maniera migliore alla
vita in quell'isola e incominciai di tanto in tanto a rifarmi il
palato nel quartiere di Soho, quasi tutto abitato da italiani
e dove si poteva finanche sorbire un vero caffè espresso e
bere del buon Chianti. Ma tutto questo nei ritagli di tempo.
Luglio e agosto trascorsero essenzialmente a studiare
con accanimento che mi procurava un'intima soddisfazio-
ne che si esaltò quando ricevetti i complimenti dei miei in-
segnanti. Quando mai mi era capitato questo all'università
di Napoli. Ogni giorno il mio sapere nel campo aumentava e
presto dovetti fare quasi da ripetitore al mio amico torine-
se il quale era sì bravo nella teoria, ma mal si adattava alle
esercitazioni e alla risoluzione di problemi o all'imposta-
zione di progetti che ormai incominciavamo sempre più
spesso a fare. .
Arrivò settembre, il mese del mio matrimonio. Chiesi
quindici giorni di permesso e partii per l'Italia. Nella mia
famiglia mi guardavano ormai con un considerevole rispet-
to. Non ero ancora un "eletto", ma pur uno che era vissuto
- - a Milano, Parigi e Londra, perbacco! Mi era stata assegnata
una borsa di studio e guadagnavo benino. La mia azienda
languiva, ma nonostante tutto sopravviveva.
Ci sposammo e trascorremmo alcuni giorni meravigliosi.
Da Firenze andammo a Venezia, poi a Nizza, a Parigi e infi-
ne a Londra. Non mi sentii mai tanto bene in vita mia come
in quei giorni. Annamaria ed io eravamo perfettamente feli-
ci.
Nella grande città inglese ripresi gli studi e rapidamente,
anche con l'aiuto di Vittorio Emanuele, mi rimisi alla pari
con gli altri. Ora non ero più solo e nella stanza della pen-
sione Annamaria aveva creato una minuscola e accogliente
casetta. Uscivamo di rado. Ella intelligentemente riuscì a
273
non turbare il mio sforzo per superare quei difficili studi e
risultare uno dei migliori del corso. Comunque la condussi
all'Hippodrome, un teatro cabaret dove vi era uno spettaco-
lo tipo quello del Lido a Parigi, ma naturalmente più mode-
sto, al Churchill Club, un famoso night e qualche volta a
pranzare negli eleganti locali italiani come lo Spiedo in Pic-
cadilly Circus e da Gennaro's a Soho. Londra è un'immensa
metropoli, di tanto più grande di Parigi, che è a sua volta
molto più estesa di Milano. Eppure a Milano avevo avuto la
sensazione della città industriale e degli affari per eccellen-
za, mentre Londra e Parigi, pur ricche di industrie e princi-
palmente di uffici, non mi davano quest'impressione.
L'amico Gaiottino mi stupì quando mi annunciò che di .lì
a pochi giorni lo avrebbe raggiunto, per trattenersi con lui
un paio di mesi, la sua ragazza. Chi avrebbe mai pensato
che quella specie di porcellino potesse avere una donna! La
notizia mi fece un infinito piacere. Annamaria avrebbe avu-
to finalmente una compagnia e non si sarebbe più annoiata
nelle lunghe attese, mentre ero in accademia e quando con
Vittorio Emanuele trascorrevamo lunghe serate immersi
nello studio che si faceva sempre più impegnativo, avendo
iniziato un lavoro originale su un isolamento realizzato con
materiali di assoluta avanguardia.
Antonella era una simpatica ragazza di origine meridio-
nale ed era fin troppo bella per uno come Vittorio Emanue-
le. Parlava correntemente l'inglese e con Annamaria si fece-
ro buona compagnia.
Giungemmo così a dicembre al termine del corso che sia
io che Vittorio Emanuele superammo brillantemente, ri-
spettivamente quinto e ottavo nella graduatoria dei trenta
allievi. Ma la nostra maggiore soddisfazione fu quella di
riuscire ad essere secondo e terzo fra i borsisti Goubeline.
Ricevemmo un telegramma di complimenti di Barbarisi ed
io un espresso di Pian con due righe aggiunte da Sassi che
mi riempì di piacere.
Rientrammo a Napoli.
274
CAPITOLO XXVIII
^.
Come quando ad un tennista che basa il suo gioco e le sue
maggiori possibilità di vittoria sulla regolarità e di game in
game aumenta il ritmo fino a che diventi irresistibile per
l'avversario che ne viene lentamente ma inesorabilmente
irretito e ineluttabilmente travolto, gli si riesce a "rompere
il ritmo", così la borsa di studio con i soggiorni a Parigi e a
Londra aveva interrotto, forse definitivamente, il mio con-
tinuo progredire nella carriera di rappresentante,
^ Ritrovai un'attività ormai ridotta al lumicino. Un ufficio
squallido e silenzioso, ben diverso da quello pieno di vita
che avevo lasciato alla mia partenza per il corso. Ma princi-
palmente non ne avevo più voglia. I problemi commerciali
non mi interessavano più. Avevo, forse per la prima volta
nella mia vita, assaporato i veri piaceri dello studio e avevo
scoperto quali gioie potesse dare se praticato in un ambien-
te consono e con colleghi, insegnanti e programmi non
avulsi dalla vita di tutti i giorni, ma ad essa intimamente e
intelligentemente collegati. Eppoi ero più che mai vicino a
poter raggiungere totalmente quell'attività "eletta" che mi
era stata inserita nel circuito sanguigno a goccia a goccia,
giorno per giorno, anno per anno, parola per parola. E
l'avrei potuto fare in modo ben più valido di quanto
nell'ambiente a me vicino si fosse mai concepito, con un'al-
tissima specializzazione e con una vera e approfondita co-
noscenza.
Quante volte a Londra ne avevo parlato con Annamaria e
275
quanti progetti, avevamo fatto. Spesso avevamo soppesato i
prò e i contro. I prò erano tantissimi, i contro costituiti
principalmente dalle ristrettezze economiche nelle quali ci
saremmo dibattuti per circa un anno, tempo minimo neces-
sario per condurre a termine gli studi senza che fossero
troppo sviati dall'unica attività che avrei potuto coerente-
mente ad essi svolgere, quella di consulente tecnico nel set-
tore degli isolamenti e condizionamenti. Naturalmente
avremmo dovuto trasferirci a Roma o a Milano. Non era
pensabile rimanere a Napoli ancora da studente e con le
tentazioni di più congrui guadagni, derivanti dal poter riat-
tivare la Cruni & C. che anzi avrebbe dovuto essere del tut-
to soppressa.
Ora o mai più! Bisognava agire con la decisione delle
truppe da sbarco! Andai a Roma e con l'aiuto dell'amico
Sardi prenotai una modesta casetta a Monteverde Vecchio
e avviai le pratiche per il trasferimento di università. Poi a
Napoli mi accinsi a chiudere gli affari ancora in corso per
la mia attività. Mi sentivo più che mai deciso a condurre in
porto quanto avevo stabilito e la cui genesi era da ricercare
in quel giorno di maggio nel quale avevo accettato l'offerta
della Van Gogh e le parole dell'ingegnere Pian avevano così
incisivamente risvegliato i miei più riposti e reali desideri.
Ma l'uomo propone e Dio dispone!
Questa volontà suprema si materializzò nel dottor Garo-
fani che giunto a Napoli per controllare i lavori in corso al-
la fabbrica di bevande gassate, era latore di una proposta
del signor Maffoni.
A pranzo mi chiese che gli raccontassi la storia delle
esperienze parigine e londinesi e aveva ascoltato con gran-
de interesse, interrompendomi di tanto in tanto con alcune
osservazioni che, se non fossi stato tutto preso dal mio rac-
conto, avrebbero dovuto insospettirmi per la palese e detta-
gliata conoscenza dei miei successi che dimostrava come
alla SOFIRI fossi stato attentamente seguito perlomeno
nella parte terminale dei miei studi.
"Caro Cruni, debbo davvero farle i miei più sinceri com-
276
' plimenti per i successi conseguiti e principalmente per
quello studio originale sui poliuretani che sarà pubblicato
dall'accademia inglese e che le procurerà grandi soddisfa-
zioni oltre quelle già avute. Ne parlavamo giorni fa col si-
gnor Marroni..."
"Che ne sapeva il signor Marroni?"
Sorrise e proseguì calmo:
v "Sapeva, sapeva e non solo da allora. Mattoni ha dei pro-
' grammi su di lei, ma da molto più tempo. Sa che ci ha riem-
pito la testa per il suo ordinativo alle bevande gassate".
"È un grande ordine, ma certamente non è il maggiore
che avete ottenuto", replicai fingendo un'ingenuità che non
sentivo.
"Ah, capperi, signor Cruni. In uno stabilimento di bevan-
de gassate migliala di metri quadrati di Metalpav!... Poi
^_ quando l'ha conosciuta al congresso della Van Gogh ha avu-
to subito un'ottima impressione di lei anche fìsica e fin da
allora va dicendo che lei può essere un elemento prezioso
per la SOFIRI. Sa, Maffoni si picca di non aver mai sbaglia-
to un giudizio sui collaboratori che vuole. Dice che è tutta
una questione di intuito, come negli affari. Dice che il suo
fiuto nell'iniziare un'attività e nel concludere un affare e,
bontà sua, noi collaboratori, siamo la fortuna della SOFI-
RI!... Sa, io ero un socio di una piccola impresa di costru-
zioni. Mi conobbe e dopo pochi giorni mi volle con lui per il
settore pavimentazioni che allora iniziava la sua attività".
Era visibilmente compiaciuto. Provai gusto a lisciargli la
coda.
"Nel suo caso ha avuto certamente ragione".
"Grazie. Ma non è di me che dobbiamo parlare, ma di
lei... Quando ha saputo del corso e della considerazione di
cui gode alla Van Gogh ha detto: - Visto che avevo ragio-
ne? È proprio in gamba, fa per noi! - Allora qualcuno ha
insinuato con cattiveria che sì, lei poteva essere un buon
venditore e un gran competente di isolanti, ma da questo a
gestire un'azienda e guidare molti dipendenti ce ne
corre!..."
277
Incominciai a provare un ben maggiore interesse.
"Ma quali programmi ha su di me?"
"Glieli sto dicendo. La vuole con noi".
"Anche l'ingegnere Pian mi offrì di entrare alla Van
Gogh".
"Ma con quale incarico e qualifica?"
"Non lo approfondimmo perché rifiutai subito. Avevo la
mia azienda. Poi accettai l'offerta per il corso".
"Lo credo bene... Senta, io le sono amico e lo sa. L'offerta
è quanto di meglio Maffoni abbia mai fatto a un giovane
della sua età ed esperienza". Non replicai, ma ero tutto teso
a quello che mi avrebbe finalmente detto in modo comple-
tò. "Lei conosce la legge dei due quinti?"
"Non bene, anche se ne ho sentito vagamente parlare".
"È la legge sul rinnovamento di tutto il parco delle Ferro-
vie dello Stato e due quinti dei lavori debbono essere ese-
guiti da aziende del Sud. Maffoni ha subito afferrato la si- ~~
tuazione ed ha costituito la MERIDIONAL SOFIRI S.p.A.
con sede a Napoli e giurisdizione da Roma alla Sicilia. Buo-
na parte del personale operaio e impiegatizio è già stato as-
sunto o trasferito. Manca solo il direttore e Maffoni è con-
vinto che quello deve essere lei e io sono d'accordo con lui".
Ero esterrefatto. Quella era davvero una grande propo-
sta! Ma, cavolo, ora che stavo per trasferirmi a Roma, che
avevo riprovato gusto negli studi. Perché dovevo sempre fa-
re delle scelte? Che strano destino il mio. Sembrava quasi
di percorrere l'itinerario di un labirinto con i tanti bivi.
Quale sarebbe stato il filo d'Arianna per uscirne vittorioso
ed appagato? Avevo la testa in fiamme e il cuore mi batteva
all'impazzata per l'emozione. Io, a soli ventisei anni, diret-
tore di un'azienda di primaria importanza! Che soddisfa-
zione e che salto rispetto alle normali trafile a cui sono co-
stretti quelli che intraprendono un lavoro dipendente. Un
lavoro dipendente! Già, si trattava pur sempre di un lavoro
dipendente e quindi impiegatizio. Uno di quei lavori vicino
al ludibrio, secondo le maledette concezioni che mi erano
state inculcate. Il primitivo entusiasmo si attenuò in un
278
; lampo e fu quasi con freddezza che replicai a Garofani:
"Ringrazio Maffoni e lei per la stima, ma sapete che ho
una mia azienda che non sarà certo nemmeno la millesima
parte della MERIDIONAL SOFIRI, ma è mia e mi rende be-
ne". , ., .
"Lo so, ma forse lei non conosce il trattamento che il si-
gnor Maffoni riserva ai suoi collaboratori con funzioni di-
rettive".
"No, non lo so. E quale sarebbe, se è lecito?"
"Veramente non sono autorizzato a parlare di questo ar-
gomento con lei, in quanto il signor Maffoni stesso gliene
accennerà al vostro eventuale incontro. Comunque, Cruni,
da amico a amico, circa quattrocentomila lire al mese per
quattordici mensilità e spesato di tutto".
Mi guardò con evidente soddisfazione e cercai disperata-
mente di mascherare l'enorme effetto che quella cifra mi
aveva, fatto. Circa quattrocentocinquantamila lire al mese.
Un impiegato di banca ne poteva guadagnare sessanta, set-
tantamila; dirigenti di grandi complessi con tanti anni di
anzianità certamente meno. Un'automobile 1100 costava
meno di un milione e un decente appartamento di cinque
vani e accessori sugli otto, dieci milioni! Annamaria ed io
avevamo pensato di vivere a Roma con centòmila lire al me-
se! Era la ricchezza e la tranquillità economica raggiunta a
così giovane età e certamente suscettibile di ulteriori mi-
glioramente! Deglutii e:
"È indubbiamente interessante, ma non credo di essere
portato ad un lavoro dipendente..."
"Lei chiama dipendente la nomina a direttore di una so-
cietà per azioni con capitale di alcune centinaia di milioni?
Sa, Cruni, che lei è davvero incontentabile? Io non varrò
quanto il signor Maffoni stima valga lei, ma a me fu offerto
molto meno e non avevo certo la sua età".
"Capisco, Garofani, ma ho altri programmi, specialmen-
te dopo il corso... Comunque lei capisce che non mi attende-
vo quest'offerta e dovrò ben valutare il tutto prima di dare
una definitiva risposta. E ora, sia gentile, mi descriva in
279
dettaglio in cosa consisterebbe questo lavoro".
"Anche questo è compito del signor Maffoni e del diretto-
re del personale della SOFIRÌ, ma ritengo che lei debba pre-
siedere a tutta l'attività della nuova società sia per la parte
tecnica che amministrativa e commerciale, principalmente
per quanto riguarda i lavori di isolamento di carrozze fer-
roviarie, carri frigoriferi e così via e poi anche l'altro com-
pito che ritengo verrà riservato alla MERIDIONAL SOFIRÌ,
ossia quello di fungere da filiale per il Sud per tutte le altre
aziende del nostro gruppo, ivi compreso la mia. Quindi pen-
so che tutti gli agenti Sud, quelli che già ci sono e quelli che
bisognerà nominare, passeranno sotto la sua giurisdizione.
Ma ora sarà opportuno avviarci alla sede della società di
cui stiamo tanto parlando che è in via Marconi, sa, nel grat-
tacielo costruito da poco.. Debbo sistemare alcune faccende
per il mio settore e controllare alcune cose per conto del si-
gnor Maffoni. Sarà anche una buona occasione per lei per
visitare quelli che potrebbero essere i suoi uffici".
Annuii pensieroso e durante il tragitto parlammo d'altro,
del lavoro alla società di bevande gassate, di automobili,
che costituivano il pallino di Garofani, e del suo ultimo ac-
quisto, una FIAT 1400 coupé.
Prendemmo uno dei tanti ascensori a prenotazione dei
quali era dotato il nuovo grande edificio che sorgeva nei
pressi di piazza Municipio e al nono piano uscimmo per im-
boccare la porta della MERIDIONAL SOFIRÌ. Un ampio in-
gresso con una signorina la cui testa bionda e attraente
spuntava di dietro una modernissima macchina da scrivere
elettrica e poi un corridoio di oltre venti metri lungo il qua-
le innumerevoli porte conducevano in altrettanti uffici con-
trassegnati da targhe ben visibili. Mentalmente le catalo-
gai: attesa, segreteria, contabilità, amministrazione, ufficio
tecnico, riunioni, segreteria di dirczione, direttore. Fummo
ricevuti, oltre che da alcuni impiegati che incontravamo
percorrendo il corridoio, dal ragioniere Mazzoni, un anzia-
no fiorentino che svolgeva ad interim la carica di direttore,
essendo stato distaccato provvisoriamente dalla SOFIRÌ
280
dove svolgeva da molti anni un incarico di notevole respon-
sabilità.
Garofani mi presentò come l'agente di Napoli, ma mi ac-
corsi che qualcosa Mazzoni doveva sapere di quanto mi era
stato offerto perché si rivolse a me con particolare deferen-
za e con una curiosità a malapena mascherata. Entrammo
nell'ufficio del direttore attraversando quello della segreta-
ria di dirczione che era vuoto. Meraviglia! Una stanza de-
gna di un alto dirigente, tipo quella dell'ingegnere Bracale
della SMEMEL, che il lettore ha incontrato nelle prime pa-
gine del libro, ma con una vista di molto superiore. Le am-
pie finestre davano sul porto di Napoli, sul golfo e su parte
della piazza Municipio con uno scorcio del Maschio Angioi-
no. Mobili in noce e tré telefoni di cui uno dotato di una po-
derosa serie di bottoni per comunicazioni con i vari uffici.
Avevo fino ad allora mascherato abbastanza bene lo scon-
volgimento che l'offerta e le relative delucidazioni fornite-
mi da Garofani mi avevano procurato, aiutato anche dai
miei pregiudizi sui lavori dipendenti. Ma c'è un limite a tut-
to e quell'ufficio, che poteva essere mio solo che lo avessi
voluto, mi creò uno stato di esaltazione e confusione men-
tale al tempo stesso. Mi accorsi appena degli sguardi sfotti-
tori che Garofani di tanto in tanto mi rivolgeva e solo con
grande sforzo di volontà riuscii a seguire quanto i due diri-
genti si andavano dicendo.
"No, dottore, la squadretta per l'Aerea Sicula di Palermo
ancora non è giunta, mentre sono in funzione quelle per gli
stabilimenti di Colleferro, Pozzuoli, Castellammare, Torre
Annunziata e Bari".
"Quanti operai e capisquadra avete in forza quindi fino-
ra, ragioniere?"
"Attenda, chiedo in amministrazione... Pronto, ragionie-
re Misiani, sono Mazzoni. Mi vuoi fornire quest'informazio-
ne?... Ah, 112? Bene, grazie..."
"E come impiegati?", insistè Garofani.
"Circa una quindicina, compresi l'ingegnere Bianchi e i
geometri ispettori".
281
"Soddisfatto di tutti?"
"Per la verità no, ma il signor Maffoni mi ha ordinato di
non modificare nulla in attesa del direttore definitivo".
"In effetti è così. Si attende solo lui per ampliare i quadri
e per una migliore selezione e dislocazione dei dipendenti",
confermò Garofani con lo sguardo rivolto diritto verso di
me.
Quando ci salutammo avevo davvero la testa in ebollizio-
ne, ma credo che anche ad un volpone come Garofani non
fosse facile accorgersene, perché con gran flemma gli dissi:
"Grazie, Garofani, di tutto, anche della visita e delle do-
mande che ha posto al ragioniere. Lei è sempre molto abile
e amico. Non sarà una decisione facile, ma penso di poterle
dare una risposta entro quindici giorni".
"No, scusi, Cruni, ma come ha visto qui si ha molta fretta
e lei sa che tipo vulcanico è Maffoni. Già l'ha atteso a lungo
e questo non fa per lui. La riceverà comunque al congresso
agenti pavimentazioni che terremo a Firenze dal tré gen-
naio. Il no o il sì lo dica a lui in quell'occasione. Se sarà sì,
potrà discutere su tutto quello che più le preme di ottenere
e di chiarire".
"È un po' presto, ma farò il possibile. Me lo saluti e lo rin-
grazi da parte mia e arrivederci a Firenze".
"Sì, a Firenze, caro collega".
Si allontanò sorridendo, mentre il mio: "Via, non corra
troppo" si perdeva fra i rumori del traffico.
282

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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mer Mag 15, 2013 12:53 am

CAPITOLO XXIX
Il treno entrò precisissimo nella luminosa stazione Ter-
mini di Roma e subito vidi il fedele amico Edoardo Sardi in
attesa sul marciapiedi. Il 1961 stava per chiudere il suo cor-
so e Roma era allietata da un bei sole che attenuava il fred-
do intenso che da qualche giorno attanagliava la penisola.
Mi attendevo molto dall'incontro con l'amico, perche sof-
ferte esperienze parallele ci permettevano di essere davve-
ro sinceri l'uno con l'altro e di partecipare senza alcuna in-
vidia ma con gioia o sofferenza, all'alterno evolversi della
vita di ognuno dei due. Nei momenti delle grandi decisioni
ci incontravamo e ci raccontavamo tutto, valutando i prò e i
contro visti da ottiche diverse. Consideravo una grande for-
tuna avere un amico che poteva veramente definirsi tale e
che stimavo e al suo giudizio avevo deciso di affidare la so-
luzione del problema che da alcuni giorni mi tormentava.
Ne avevo è vero, parlato con Annamaria, con la quale avrei
diviso la mia sorte, ma la mia cara compagna non aveva
l'esperienza per potermi dare un consiglio davvero ponde-
rato e che tenesse conto di tutti i risvolti del problema. Era
giovanissima e innamorata e col solo desiderio della mia fe-
licità. Non era una di quelle ragazze viziate e troppo abitua-
te a vivere nella bambagia, che antepongono a tutto il vive-
re comodo e prestigioso. Si rendeva conto certo delle diffi-
coltà delle mie decisioni, ma non poteva capire, perche non
lo aveva provato, cosa potesse significare per me conclude-
re gli studi e conseguire quel titolo che così profondamente
283
era conficcato dentro di me, anche se a volte sembravo di-
menticarmene. Pur di starmi vicino era disposta a tutto; al-
la vita di sacrifici, ma così bohémien che avremmo fatto a
Roma, a quella di lusso e da arrivati che avremmo invece
potuto condurre a Napoli accettando l'offerta SOFIRI. Ave-
vo anche accennato a mio padre, non certo dei miei dubbi,
ma solo dell'offerta. Mi ero accorto con soddisfazione e una
punta di rivalsa che ne era stato profondamente colpito, ma
non erano certo i suoi consigli, che d'altra parte non veniva-
no mai, che mi interessavano. Riponevo quindi tutte le mie
speranze nell'incontro con Edoardo e nelle sue considera-
zioni.
"Ebbene, Gianni, un altro dilemma?"
"Sì, Edoardo, questi ultimi due anni della mia vita sono
davvero movimentati e racchiudono tutto il passato e il fu-
turo. .Andiamocene da qualche parte tranquilla perché la
chiacchierata sarà lunga".
Ci recammo in un quieto Caffè di Villa Borghese. Mi in-
formai della moglie e del figlio nato da poco e del suo lavo-
ro. Notai con piacere che la sua vita si era stabilizzata in un
corso abbastanza quieto e regolare che gli permetteva sere-
nità dopo le apprensioni e i disagi degli anni precedenti.-
"Dunque, Edoardo, ti inquadro il problema. Come sai più
che bene decisi di lasciare gli studi di ingegneria, anche se
con un anno intenso avrei potuto concluderli. Le motivazio-
ni le conosci e anche le prospettive di lavoro. O la banca o la
rappresentanza. Sai di Mortini e dell'inizio da solo dopo la
Fiera del Sessanta e le prime rappresentanze; poi della so-
- cietà con Alberto Fani, dei successi e guadagni sempre
maggiori, del corso alla Van Gogh, dei grandi consensi e
della rivelazione per me di un interesse insospettato per gli
isolamenti termoacustici e poi del conferimento della bor-
sa di studio per Parigi e Londra, della mia accettazione qua-
si impulsiva, unica nella mia vita, e degli ottimi risultati di
Londra e di quella ricerca originale condotta lì all'accadè-
mia inglese e poi della decisione, questa volta molto soffer-
ta come al solito, di venire a Roma e completare gli studi _
284
italiani. Fosti d'accordo con me e lieto che Annamaria ed io
venissimo ad abitare qui vicino a tè e a Liliana. Stavo liqui-
dando tutto della Cruni & C., quando il dottor Garofani mi
comunicò l'offerta di Maffoni che ti ho accennato per tele-
fono. Ed eccomi qui per decidere in modo definitivo".
Mi allungai e mi distesi dopo la contrazione quasi spa-
smodica che aveva accompagnato il mio breve riassunto.
Desideravo abbandonarmi e sapevo di poterlo fare.
Edoardo aveva ascoltato come al solito attentamente e il
suo sguardo intelligente aveva seguito le emozioni che tra-
sparivano dal mio volto e dal mio gesticolare, cercando di
comprendere al di là dei fatti e delle parole.
"Gianni, cerchiamo innanzitutto di capire quale può es-
sere il successo nella vita per un uomo. In famiglie come le
nostre le attività come tu dici "elette" sono solo quelle ac-
compagnate da una laurea. Ora tu sai benissimo che ci sono
lauree che immettono a una professione e altre che in gene-
re conferiscono solo una specie di titolo onorifico che serve
solo a nobilitare, secondo i pregiudizi borghesi, l'attività
che si svolge, privata o pubblica. Inoltre alcune intermedie
necessario per intraprendere attività dipendenti ma specia-
lizzate. Facciamo degli esempi: la laurea in medicina, in
agronomia, in veterinaria, in legge per chi fa l'avvocato, il
giudice o il notaio, in architettura e infine in ingegneria,
quella che ci riguarda più da vicino. Tutte queste permetto-
no, dopo l'abilitazione, di esercitare libere professioni con
studi propri. Caso a sé è quella facilissima in legge che è
una specie di maturità super per poi sfociare nella vera se-
lezione che avviene all'esame di procuratore o ai concorsi
di magistrato o di notaio. Poi ci sono quelle tipo scienze po-
litiche che davvero non servono a nulla, se non come abbia-
mo detto a conferire il titolo di dottore a coloro che finisco-
no col fare gli impiegati, i commercianti e gli industriali,
ma nobilitati da quel titolo, oggi considerato più qualifican-
te di quelli tipo commendatore, grande ufficiale e simili. In-
fine il gruppo fisica, chimica, matematica, filosofia per ri-
cerche o per la scuola come quello di lettere moderne. Alcu-
285
ne sono. di facilissimo conseguimento per chi ha un po' di
tempo da ^^re e mediocre intelligenza, altre molto più
difficili. Infine, ce lo insegnava Caccioppoli, vi sono periodi
nei quali gli studi sono resi più facili da programmi ridotti
e disposizioni ministeriali e altri nei quali i programmi, gli
sbarramenti biennali e l'alta percentuale di bocciature ren-
dono tutto estremamente complicato. Sai benissimo che la
nostra facoltà è indubbiamente la più difficile e noi l'abbia-
mo anche iniziata in un periodo di massima severità. Tu,
come me, conosci laureati in ingegneria del periodo qua-
ranta, quarantotto che hanno fatto la metà dei nostri pro-
grammi e delle nostre fatiche e a volte bastava loro presen-
tarsi per prendere perlomeno il diciotto, bocciature mai.
Ma il titolo è il titolo e un ingegnere laureato nel quaranta-
cmque e uno nel cinquantotto hanno lo stesso valore per la
gente e gli enti pubblici. Solo le industrie private tengono
nel debito conto la grande differenza. I loro titolari sanno
che oggi il biennio viene superato in due anni solo dall'un
per cento circa e tutto il corso nei cinque anni da una per-
centuale ancora minore. Noi abbiamo fatto, dopo la maturi-
tà, una scelta forse non sufficientemente ponderata e chi
più chi meno abbiamo incontrato grandi difficoltà e un ab-
bandono o un cambiamento quasi in massa degli studi".
Prese fiato e cambiò posizione. "Come rimanevamo dopo
quella decisione che ci lasciava sfiniti, senza nulla, perché
la maturità non è un titolo professionale come quello di
geometra o ragioniere che, anche se nella loro modestia,
permettono di esercitare una professione, anche se noi la
consideriamo di serie B". Lo ascoltavo con interesse, nono-
stante fossero cose che conoscevo fin troppo bene e che
sembravano allontanarmi dal mio problema. Sapevo, cono-
scendo il tipo, che gli serviva per inquadrare bene il noccio-
lo della questione che mi aveva condotto da lui. "Il succes-
so nella vita, converrai con me, non è solo acquisire un tito-
lo, ma esercitare la professione o iniziare la carriera dipen-
dente che ci porti alle vette più alte. Per tè sarebbe stato
torse diverso perché tuo padre avrebbe potuto metterti a -
286
disposizione un'azienda già ben avviata. Ma lo avrebbe fat-
to?" Mi guardò diritto negli occhi e proseguì: "Mi hai rac-
contato più volte che tipo assolutista e possessivo sia e poi
il costruttore lo si fa anche senza laurea. Anzi le maggiori
imprese sono gestite non da professionisti, ma da chi ha
uno spiccato senso organizzativo e commerciale. Gli inge-
gneri si assumono e con stipendi non tanto alti. Abbiamo
amici comuni brillantemente laureati che hanno stipendi
intorno alle cento, centocinquantamila lire..." Bevve un
sorso dalla bibita. "... Tu ora hai avuto quest'offerta dalla
SOFIRI di direttore generale di un grosso complesso. Cosa
vuoi di più? Ti rendi conto che per prestigio e stipendio sei
giunto quasi all'apice? Cosa ti importa di non essere inge-
gnere? Gli ingegneri saranno alle tue dipendenze".
"Ma sì, lo so, hai ragione, ma il titolo?"
"È questo il nostro dramma e quello delle nostre fami-
glie. Bisogna andare avanti per anni, uscire anche fuori
corso, vegetare forse fino ai trent'anni e poi finalmente par-
tire con il titolo per non arrivare mai ai vertici. Vogliamo
comprendere, e. tu per la miseria che sei stato e sei nel mon-
do industriale privato tè ne puoi rendere ogni giorno conto,
che quello che importa è la capacità dell'individuo, non il
suo titolo? Secondo tè è più importante essere ingegnere
delle Ferrovie o quello che ti ha offerto Maffoni?... Maffo-
ni ti affida una sua creatura e suoi capitali. L'altro è il fun-
zionario di un grosso carrettone dove il deficit è consuetu-
dine".
"Edoardo, lo so, hai ragione. Ma allora quanto stai dicen-
do sarebbe valso anche quando ho praticamente ucciso la
mia attività di rappresentante che era così bene avviata".
"E no, Gianni, non è la stessa cosa! Questo non lo devi di-
re! Là era un'attività che come soddisfazione ti dava princi-
palmente quella economica e poi solo o quasi commerciale.
Anche se non vedo grande differenza tra l'essere rappresen-
tante o commerciante, rispetto al professionista. In defini-
tiva il cosidetto professionista cosa fa? Anche lui ha dei
clienti proprio come il rappresentante o il commerciante e
287
li corteggia e circuisce continuamente per conservarli e
farsene mandare altri potenziali. Naturalmente tutto di-
pende dall'onestà di base, che è dell'individuo e non di quel-
lo che fa, nel gestire con dignità il proprio lavoro. Vedi
quanti medici speculano da delinquenti sulla salute dei
propri clienti. E quanti avvocati creano cause interminabili
per aumentare le proprie parcelle. E quanti ingegneri e ar-
chitetti percepiscono percentuali dai fornitori consiglian-
do materiali più costosi e magari meno adatti a quel tipo di
costruzione e così via. Ma ti dicevo della corte al cliente,
fatto comune a tutte le attività cosiddette libere. Agiscono
con maggiore dignità solo quelli che nei vari settori hanno
coscienza delle loro reali capacità e quindi possono permet-
tersi di trattare il cliente con onestà e senza servilismo o
false cortesie. Ciò è appunto comune al medico, all'ingegne-
re, all'avvocato come al rappresentante o al commerciante.
Tornando all'offerta SOFIRI vi è un grosso industriale che
ha riconosciuto i tuoi meriti e ti-conferisce lui, senza racco-
mandazioni delle quali se ne sbatterebbe, un titolo presti-
gioso, quello di direttore".
"E i miei studi a Londra?"
"Li utilizzerai proprio nella tua nuova attività. Scusa, tu
hai studiato isolamenti e qui dirigerai anche tecnicamente
l'applicazione di isolamenti. Il caso è ben diverso. Poi quel-
lo che hai fatto a Londra ti servirà, come mi accennasti, an-.
che per un titolo e anche di grande prestigio. Cosa vuoi di
più?"
"Ma io pensavo di concludere e poi si sarebbe visto".
"Ma chi ti dice che fra un anno le condizioni saranno le
stesse. Sì, rafforzeresti le tue posizioni, anche se gli studi
italiani, così poco specializzati, possono portarti fuori stra-
da. Ma ho capito, è sempre quella maledetta cosa che le no-
stre famiglie e i loro amici ci hanno inculcato e da cui le no-
stre sofferenze. Avremmo dovuto fare legge o scienze politi-
che, laurearci in quattro anni e poi pensare al lavoro. Ma
ora che sappiamo è tardi. E prima nessuno ce lo aveva chia-
rito. Ma scusa, tu diventerai direttore e guadagnerai quasi --
288
sei milioni all'anno, avrai centinaia di dipendenti, come mi
hai detto, e non ritieni che questo venga considerato dalla
tua famiglia un'attività "eletta"? Per la miseria, se non la
pensano cosi, allora è meglio perderli!"
"Sì, d'accordo, ma con la SOFIRI si tratta pur sempre di
un'attività dipendente. Invece con la laurea e l'abilitazione
avrei potuto svolgere, fregiandomi del titolo, una libera at-
tività, o avere un'azienda mia o eventualmente unirmi a
mio padre".
"Per essere certamente più dipendente di quanto saresti
ora, dato il tipo?"
"E no. Avrei ben altra autorità".
"È da dimostrare. Eppoi, Gianni, consideri davvero di-
pendente l'attività di direttore? Io non conosco molto il
mondo industriale, ma penso che i dirigenti sono loro che
creano la politica delle ditte che dirigono. Tu poi su di tè
non avresti nessuno, tranne le generiche disposizioni di
Maffoni con tè concordate... E infine parliamo anche di
questo. Cos'è la libertà? Tu hai fatto il rappresentante con
un'azienda tua e non eri costretto dalle disposizioni delle
case rappresentate? Non dovevi dipendere da loro per con-
dizióni, consegne, prezzi e altro?"
"Sì, è vero, però il tempo lo gestivo io".
"Ti illudevi di gestirlo. Se ci ripensi, per tutto quello che
mi hai raccontato del tuo lavoro, non era affatto così. Eppoi
tuo padre e mio padre sono liberi?"
Aveva ragione e diceva cose che già io avevo pensato nei
giorni precedenti, ma era difficile fare marcia indietro da
una decisione largamente sofferta e che aveva tranquilliz-
zato la mia psiche.
"Sì, lo so, forse è giusto. Liberi sono solo gli artisti. Ma
qual è la loro funzione nella società e quella di tutti gli altri
elementi attivi?"
"Quella degli artisti è una funzione importantissima, ma
ora ci mettiamo a fare della filosofia. Comunque io penso
che libero non è nessuno, nemmeno l'artista. Chiunque è in-
serito nella società è condizionato da essa. Più volte mi hai
289
raccontato del colloquio che avesti a Milano con il rappre-
sentante della Ricci. Egli si sentiva appagato e importante
quando gli imprenditori facevano la fila da lui per chieder-
gli, come una grazia, la vendita di macchinari per edilizia,
allora carenti. Ma così si sente o si è sentito anche un salu-
miere o un macellaio, quando la gente fa la fila per la spesa;
o un farmacista o ancora un impiegato comunale dell'uffi-
cio anagrafe; o il funzionario del Monte di Pietà. O ancora
di più il vigile urbano, quando viene scongiurato da perso-
ne ricche e affermate di non applicare le multe. Certo ogni
mestiere ha le sue soddisfazioni e ci mancherebbe se non
fosse così. Io a scuola mi dovrei sentire importante durante
gli esami e invece sono molto più appagato quando un mio
allievo capisce per mio merito un concetto difficile. Come
puoi comprendere, ogni individuo attivo ha la sua impor-
tanza nella società. Certo, a mio avviso, vi sono delle gra-
dualità. Ma se non fossimo avvelenati dai pregiudizi delle
nostre famiglie e dell'ambiente in cui vivono, non ci dovreb-
be importare nulla se nell'esercizio di quello che facciamo
siamo chiamati signore, dottore, ingegnere, avvocato. Ep-
poi, anche nelle cosiddette professioni, tutte le attività so-
no per me professioni, vi sono quelle utili e quelle no. Ad
esempio il medico è ed è sempre stato necessario, come l'in-
gegnere e altri; l'avvocato e il commercialista no. Lo sono
oggi per come si è sviluppata la società nei secoli con le sue
leggi. Ma allo stato primordiale serviva chi curasse, chi co-
struisse, chi ideasse cose nuove, studiando i materiali e i fe-
nomeni naturali, che servissero a vivere meglio. Ma gli av-
vocati a che servivano, e per assurdo i fiscalisti?"
"Beh, da quando vi sono stati più uomini era normale che
sorgessero delle liti".
"Allora vi era necessità di giudici, non di avvocati".
"Non proprio, perché i due litiganti potevano esprimersi
in modi diversi e con capacità maggiore o minore. L'avvoca-
to pareggiava le cose".
"Avrebbe dovuto spiegarle direttamente al giudice, il~
290
quale doveva sforzarsi di capire il meno preparato, così co-
me l'avvocato".
"Sì, ma l'avvocato poteva svolgere una sua ricerca più
dettagliata in aiuto del suo cliente".
"Sarà, ma non sono del tutto d'accordo. Per non parlare
poi dei fiscalisti, prodotto di una società contorta con le
leggi contorte".
"Qui andiamo troppo lontano. Quello che invece mi pre-
me di chiarire è quale attività si presenta, nel mio caso, co-
me più prestigiosa ed importante all'occhio della gente".
"Allora ci risei. Questo è quanto pensavamo alla fine del
liceo e quando abbiamo fatto probabilmente scelte che se
non erano del tutto sbagliate, erano quanto meno poco cu-
rate. L'ingegnere, sì, fa effetto, specialmente in società e
sulle ragazze. È il professionista sportivo, intelligente,
creatore di opere che rimangono negli anni. Ma cosa c'en-
tra? Ognuno dovrebbe innanzitutto pensare a quello che
più gli piace svolgere nella vita e a quello che lo occupi con
soddisfazione e che non sia una condanna ne nella fase di
preparazione, ne in quella di gestione".
"Se è per questo a me sarebbe piaciuto fare lo scrittore e
quindi forse più adatto sarebbe stato seguire studi classici
dal liceo all'università".
"E perché non l'hai fatto?"
"Perché non esiste una strada precisa per fare lo scritto-
re. È un'attività artistica e come tale bisogna riuscire a
comprendere se se ne possiedono le grandi doti. Eppoi
c'era il mestiere paterno, la cosiddetta strada già tracciata
e quelle idee che la famiglia e l'ambiente ti stillano giorno
per giorno per farti seguire le aspirazioni dei genitori. Ma-
ledizione! Sono davvero convinto, oggi a ventisei anni, che
siamo strumentalizzati dai genitori. Questi considerano la
vita dei figli come il prolungamento della loro, quasi una vi-
ta eterna e cercano di realizzare attraverso di noi ciò che a
loro è riuscito magari solo in parte. E così noi iniziarne car-
riere che spesso non sono le nostre e agli insuccessi ci in-
~~ sorgono le hevrosi. Quelle maledette frasi del tipo: - Papa
291
ne soffrirebbe molto, se non facessi questo -, oppure: -
Mamma ne morirebbe se tu facessi quest'altro- sono il ve-
ro veleno che ci viene istillato giorno per giorno e vi parte-
cipano tutti alla congiura, fratelli, sorelle, zii, nonni, amici
di famiglia e forse finanche i dipendenti o i fornitori". Tac-
qui imbronciato e poi: "Sì, hai ragione quando dici che ra-
giono ancora come ai tempi del liceo. Ma ora mi pongo e ti
pongo queste domande, anche ingenue, perché non so più
se la decisione di riprendere gli studi e completarli sia do-
vuta a un mio reale desiderio o ancora al veleno di cui ti ho
parlato. Ma di una cosa sono certo che quello che ho fatto
prima a Milano alla Van Gogh, poi a Parigi e infine a Lon-
dra mi ha profondamente appagato. Perché usciva fuori dai
normali schemi. Perché era un insegnamento attivo e del
quale si vedeva rapidamente l'utilizzazione. Perché svilup-
pava mie capacità insospettate e perché è bello cercare di
contribuire alta creazione di qualcosa di nuovo e di perlo-
meno appena appena più avanzato di quanto era già stato
fatto".
"In effetti era come se, anche se in un altro campo, faces;
si lo scrittore, ossia l'artista, ossia il creatore, l'attività più
nobile".
"Sì, forse è così. Ma mi sono anche convinto che non
avrei potuto facilmente comprendere tutto quello che sen-
tivo se non avessi fatto i normali studi di ingegneria. Capi-
sci? Di qui la confusione".
"Capisco".
"Allora, vedi, il posto alla SOFIRI mi immetterebbe nel
diretto campo che mi interessa, ma al tempo stesso mi da
responsabilità, anche in altri settori come quello ammini-
strativo e commerciale. Mentre, se proseguissi negli studi,
mi allontanerei per un anno dal settore, ma forse dopo po-
trei ritornarci per svolgere finalmente la funzione che ho
scoperto piacermi".
"Povero Giannil È davvero complicata la situazione. Ma
tu sei da me non solo per sfogarti, ma anche per avere un
mio consiglio e per sapere io come mi comporterei al tuo ~
292
posto. Ebbene, ti dirò che non perderei una grande occasio-
ne che forse non si ripeterebbe più. Inoltre ti dico che po-
tresti tentare, anche se so che è difficile, di laurearti in fisi-
ca, mentre sei alla SOFIRI. Credo ti mancherebbero solo un
paio di esami e li potrai fare anche in due anni approfittan-
do di ferie e giorni liberi. Eppoi, Gianni, anche se tu non
trovassi il massimo appagamento in questo incarico e un
giorno decidessi di lasciarlo, ti rimarrebbe sempre la gran-
de soddisfazione di essere stato un importante dirigente in-
dustriale. Nella vita si può vivere anche di ricordi! Pensa
che di ingegneri ce ne sono tanti, ma di direttori di aziende
di notevole livello ce ne sono molti di meno!"
Una grande serenità mi pervase tutto! Il mio buon amico,
l'impagabile Edoardo, aveva trovato la chiave del dilemma.
Sì, era così. Avrebbe dovuto essere così.
^ 293


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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mer Mag 15, 2013 12:56 am

CAPITOLO XXX
Faceva un freddo polare e tutta l'Italia centro settentrio-
nale era avviluppata in una stretta morsa di gelo, quando
giunsi a Firenze con un ritardo di oltre tré ore. Anche se
eravamo, ai primi di gennaio, e quindi periodo consono a ta-
li manifestazioni climatiche, non mi era mai capitato di in-
capparci nel tragitto Roma-Firenze. Invece proprio dopo
Roma intense nevicate, che erano iniziate nella nottata,
avevano costretto la direzione del movimento ferroviario a
dirottare i convogli dalla grande dorsale Roma-Milano sul-
la linea tirrenica e a far raggiungere Firenze via Livorno. Di
qui intasamenti, ritardi e disagi.
Percorrere il breve tratto che separa la stazione di Santa
Maria Novella dall'hotel Baglioni, sede del convegno SOFI-
RI, fu estremamente disagevole e vagamente somigliante a
un percorso polare in miniatura. Duecento metri non sono
molto. Ebbene, provate a farli con una grossa valigia e tan-
te altre piccole cose da portare mentre nevica e i marciapie-
di interamente ricoperti da alcuni centimetri del bianco
mantello e le strade estremamente sdrucciolevoli. Dopo sa-
rete convinti che ciò rappresenta, specialmente per chi è
abituato a vivere in una città del Sud, un'impresa non indif-
ferente e approdare in quelle condizioni nella calda e acco-
gliente hall dell'albergo è davvero il conseguimento di
un'ambita meta.
Questo fatto poteva avere per me un significato simboli-
co? Il colloquio con Edoardo mi aveva convinto per il sì e
294
avevo quindi fatto la mia scelta, anche se di tanto in tanto
nuovi e vecchi dubbi turbavano la serenità raggiunta. Natu-
ralmente però, una volta deciso, avrei dovuto affrontare il
colloquio con Maffoni e riuscire a ottenere il massimo co-
me condizioni e posizioni e principalmente confermare l'al-
ta considerazione che aveva di me. Sono convinto che è
sempre più facile creare una buona impressione che mante-
nerla nel tempo.
Fui accolto con cortesia da un funzionario del settore pa-
vimentazioni e accompagnato nella stanza che mi era stata
riservata. Quando ne discesi un cordialissimo Garofani mi
guidò verso i vari gruppi che si erano formati nella hall in-
torno ai dirigenti della SOFIRI. Il buon toscano mi aveva
chiesto più volte con aria di complicità quale fosse stata la
mia decisione. Schivai abilmente e alla fine mi limitai a ri-
spondergli con un vago "Dopo l'incontro con Maffoni".
Vi erano tantissimi partecipanti, agenti, funzionar!, diri-
genti, anche di altre aziende. Mancava però Maffoni che, mi
dissero, sarebbe intervenuto il giorno successivo a inizio
dei lavori.
Sul resto della serata è bene stendere un pietoso velo,
perché il programma aveva previsto una cena fuori Firenze
in un suggestivo castello trasformato in ristorante, dove pe-
rò fu estremamente penoso e decisamente poco opportuno
recarsi a un'ora così tarda e con molti dei partecipanti or-
mai stanchi del lungo e disagevole viaggio affrontato. La
SOFIRI era molto ben organizzata e diretta e lo avevo potu-
to constatare non solo nei rapporti precedenti, ma anche da
quanto mi era stato riferito da autorevoli personaggi della
Van Gogh, CondizionalAcustica e finanche della Goubeline.
Quella disgraziata cena costituì un neo che aveva come uni-
ca scusante l'improvviso peggioramento delle condizioni
climatiche.
La mattina dopo però tutto ritornò nella normalità e la
sala nella quale si svolgevano i lavori e l'organizzazione de-
gli stessi mi ricordava tanto il congresso della Van Gogh a
Napoli, a cui evidentemente si ispirava. Conobbi molti diri-
295
genti o funzionar! direttivi del gruppo SOFIRI e tutti gli
agenti che erano nella generalità persone apparentemente
affermate e ben preparate. Una delle cose che mi arrecò
maggiore soddisfazione, ma anche un vago senso di timore,
fu il rendermi conto che i dirigenti avevano tutti un'età no-
tevolmente superiore alla mia. Rividi anche Maffoni che mi
salutò con affabilità, ma che non fece alcun accenno alla fa-
mosa offerta di cui Garofani era stato latore. Ebbi modo,
sia in quello che nel giorno successivo, di osservare attenta-
mente quell'ometto che possedeva indubbiamente una
grande energia, prontezza di cervello e spiccata personali-
tà. Superai rapidamente il disagio iniziale causatemi dal
dover decidere che atteggiamento assumere, se da agente,
quale ancora ero, o da dirigente, quale mi era stato offerto
e mi accingevo ad essere. Anche il posto che mi era stato as-
segnato si prestava a sottolineare l'equivoco. Sedevo infatti
non al tavolo della presidenza, ma in una posizione molto
vicina ad esso e fui anche invitato a parlare all'assemblea,
subito dopo Maffoni, Garofani, Socci, l'ingegnere Malmver-
ni, direttore tecnico e altri dirigenti, ma immediatamente
prima dei più importanti agenti che ne avevano fatto richie-
sta. Ne rimasi sorpreso, ma ormai ero abbastanza abituato
a.parlare in pubblico anche se preso alla sprovvista e me la
cavai brillantemente, mentre non potei fare a meno di nota-
re che Maffoni aveva prestato particolare attenzione a
quanto dicevo e a come lo dicevo. L'ulteriore esame doveva
aver dato esito positivo e il trattamento che mi veniva riser-
vato era sempre più dimostrativo di quanto si desiderasse
che entrassi a far parte di quella poderosa organizzazione.
Non fui mai lasciato solo, tranne ovviamente che nella mia
stanza. Dirigenti e alti funzionari si alternavano a farmi
compagnia, non so loro con quanta spontaneità, ma certo il
tutto faceva parte di un preciso disegno di emanazione su-
periore.
Al pranzo conclusivo fui invitato a sedere vicino alla mo-
glie di uno dei figli di Maffoni e solo a due posti dal massi-
mo esponente. La giovane donna era molto bella, con un vi-
296
so da madonna del Botticelli che la faceva supporre tutta
dedita alla sua bellezza e a una vita che i miliardi del suoce-
ro potevano permettere impiegata in raffinati divertimenti.
Invece non era così. Anche lei era inserita nel mondo del la-
voro, e occupava con merito una primaria posizione nell'uf-
ficio contabilità dell'azienda.
Al termine del pranzo il sempre gentile Garofani mi co-
munico che Maffoni mi avrebbe ricevuto il giorno dopo
presso la sede della SOFIRI. Eravamo arrivati al dunque e
mi preparai a giocare le mie carte nel modo migliore.
Percorsi le sale e i corridoi degli uffici e infine fui intro-
dotto nel principesco studio del titolare. Era una stanza di
oltre cinquanta metri quadrati con mobili antichi di alto
pregio. Alle pareti quadri d'autore, come Rosai, Morandi,
De Chirico, Sironi e Guttuso e un pannello che riepilogava
le undici aziende del gruppo con le loro specializzazioni e il
nome dei rispettivi direttori. Notai subito quello della ME-
RIDIONAL SOFIRI S.p.A. al quale mancava il nome del diri-
gente. Ne fui turbato e maggiormente consapevole dell'ini-,
portanza di quello che mi si offriva. Ma non dovevo farme-
ne influenzare. Intorno al mastodontico scrittoio, oltre
Maffoni, sedevano Garofani e l'alto, magro e distintissimo
dottor Fusini, direttore del personale. Ci scambiammo una
decisa stretta di mano e fui invitato a prender posto fra lo-
ro. Maffoni esordì:
"Egregio dottor Cruni, il dottor Garofani le ha riferito il
mio desiderio di averla nella mia organizzazione. Ho di lei
un'ottima opinione e ho ammirato sia la sua abilità com-
merciale che i suoi requisiti tecnici. Ho parlato di lei con
gli ingegneri Barbarisi e Pian e con il signor Milani della
Van Gogh e da tutti ho avuto conferma che la mia prima im-
pressione era esatta. D'altra parte credo molto alla mia pri-
ma impressione quando giudico gli uomini e le dico con
piacere che poche volte le mie intuizioni sono risultate er-
rate... Non le nascondo che la sua giovane età ha un po'
preoccupato alcuni miei più diretti collaboratori che riten-
gono non basti aver dimostrato ottime capacità di vendito-
297
rè e tecniche per esser posto alla testa di un complesso im-
portante, per dipendenti e fatturato previsto, come la ME-
RIDIONAL SOFIRI. Ma io so che lei anche amministrativa-
mente ha condotto avanti bene la sua piccola azienda e poi,
le ripeto, ho fiducia nel mio intuito. Le offro quindi il posto
di direttore della mia società napoletana. La qualifica e le
condizioni economiche gliele dirà il nostro direttore del per-
sonale, dottor Fusini".
Il raffinato dirigente che sedeva alla destra di Mattoni
aprì un'elegante cartella e con una voce esile ma chiara in-
cominciò:
"La sua qualifica come inquadramento previdenziale sa-
rà di impiegato di prima categoria con funzioni direttive e
procura, per cui il minimo previsto, che sarà da noi riporta-
to sui libri paga, risulta essere..." Consultò un altro foglio.
"... di lire centoquarantasettemila mensili, ma la reale cifra
sarà di lire trecentonovantasettemila mensili per quattor-
dici mensilità. Gli scatti di miglioramento saranno annuali
e pari al cinque per cento, salvo diverse disposizioni miglio-
rative del signor Maffoni".
Quell'uomo mi urtava con il suo tono troppo burocratico.
Mi trattava come se io avessi chiesto di far parte della sua
azienda, ma fortunatamente non era così. Io ero stato pre-
gato di farvi parte, e insistentemente. Ero io quello che do-
veva dettare le condizioni. Alzai la testa e guardai fisso sen-
za alcuna timidezza il signor Maffoni.
"Egregio signor Maffoni, sì, il dottor Garofani mi ha rife-
rito la sua offerta e desidero innanzitutto ringraziarla per
la fiducia che mi dimostra. Ma, vede, io non ho ancora ac-
cettato e ciò non perché non ritenga interessante l'offerta,
ma per alcuni motivi precedenti a questo nostro incontro e
altri che nascono ora. Glieli elenco. Primo, come sa ho
un'azienda avviata che in breve tempo ha raggiunto buone
posizioni sia di prestigio che economiche, ma sarei poco in-
telligente a nascondere a lei, sicuramente informato, che la
situazione attuale è ben differente da quella del maggio
scorso quando accettai la borsa di studio della Van Gogh.
298
Sono però convinto che la situazione di allora con qualche
mese di intenso lavoro possa essere ripristinata, se non mi-
gliorata. Secondo, dopo i risultati di Parigi e Londra ho de-
ciso di completare anche gli studi italiani di ingegneria e
quindi ciò contrasta con l'incarico da lei offertomi. Terzo,
mi si parla di impiegato di prima categoria e qui non ci sia-
mo. Condizione base è la qualifica a dirigente. Infine lo sti-
pendio è ottimo, ma non sufficiente per rinunciare alle mie
precedenti decisioni".
L'espressione di Maffoni era diventata accigliata e notai
alcuni gesti di nervosismo e insofferenza. Per un attimo
credetti che stesse per liquidare la partita mandandomi a
quel paese. Ma non fu così. In breve il viso di pugile si ri-
compose e si aprì ad un largo anche se brutto sorriso.
"Cruni, quando mi dicevano che lei è un duro, non aveva-
no certamente torto. Se alla sua età mi avessero offerto
quanto sto offrendo a lei, mi sarei precipitato ad accettare.
Invece lei no. Precisa e pone delle condizioni! No, non ho
proprio sbagliato nel giudicarla, ma mi stia a sentire. Lo sa
che nessuno a ventisei anni ha la qualifica ufficiale di diri-
gente, anche se ne ha i compiti? Sarà dirigente, ma non su-
bito. Diciamo fra due anni, anzi no, uno, se il dottor Fusini
riuscirà a risolvere le relative difficoltà. Sa lei quanti sono
ufficialmente dirigenti nel nostro gruppo che conta oltre
mille dipendenti? Glielo dico io, solo otto e una quindicina
sono invece di prima con funzioni direttive. È vero,
Fusini?"
"Sì, signor Maffoni", rispose la vocina del direttore del
personale.
"E poi per lo stipendio, ma già le ho offerto il massimo
che viene corrisposto nel nostro gruppo che è uno di quelli
che paga di più. Tenga anche presente che viene dato a diri-
genti con più anni di anzianità... E poi, scusi, quanto le ren-
deva la Cruni & C.?"
Decisi di rischiare ancora.
"Sicuramente meno, signor Maffoni, ma non è detto che
non possa rendere di più. Eppoi è qualcosa di mio e a me
299
piace essere indipendente".
"Anche laMERIDIONAL SOFIRI lo sarebbe. È il diretto-
re e non dovrà certo dipendere da alcuno. Seguirà solo le
mie direttive generali. Per il resto è lei che dovrà decidere,
certamente sempre entro i binari che di bimestre in bime-
stre tracceremo. E poi sa che le darò la procura? Il che, co-
me sa benissimo, significa che la sua firma varrà quasi
quanto quella dell'amministratore delegato. Ma che vuole
di più?"
"Io nulla, perché nulla ho chiesto, ma, se proprio lei mi
vuoi fare accettare, la qualifica a dirigente immediata e un
maggiore guadagno. Scusi, signor Maffoni, ma è mia abitu-
dine essere chiaro subito".
Ancora una volta ritenni di aver superato i limiti. Avevo
capito che gli piacevano i tipi decisi, così come sicuramente
era stato lui, ma il troppo è troppo! Fortunatamente la bat-
taglia che si svolgeva entro Maffoni si risolse ancora una
volta in mio favore e:
"Fusini, è possibile farlo dirigente subito?"
Il lungo direttore consultò carte e libretti e rispose con
evidente contrarietà:
"Sì, con parecchie difficoltà, ma penso di riuscirci".
"Ebbene, allora vada per dirigente. Per quanto riguarda
il maggior guadagno, sa che le dico? Consideri la MERI-
DIONAL SOFIRI come la sua azienda e la faccia produrre
al massimo. Le assegnerò, oltre lo stipendio, lo zero due per
cento del fatturato annuale con liquidazione a gennaio di
ogni anno. È contento così?"
Avrei tanto voluto conoscere il fatturato previsto, ma non
era il caso di insistere eppoi non era tanto il denaro che mi
interessava, ma il prestigio e far capire che con me non ci si
poteva imporre facilmente. C'ero riuscito, ero quindi più
che soddisfatto. Glielo dissi, ma senza mostrare soverchio
entusiasmo. Ci trattenemmo ancora a lungo a parlare del
funzionamento della mia, ormai potevo dirlo, MERIDIO-
NAL SOFIRI, dei compiti affidati, dei dipendenti e conve-
nimmo mi sarei trattenuto ancora alcuni giorni a Firenze
300
per conferire con i responsabili dei vari settori e per com-
pletare la mia istruzione sui meccanismi SOFIRI ai quali si
sarebbe ispirata la MERIDIONAL SOFIRI.
A ventisei anni ero un dirigente industriale! Appena due
anni dopo aver iniziato a lavorare come un modesto ap-
prendista rappresentante dal vecchio Mortini. Sì, erano ap-
pena due anni. Sembravano molti di più. Quasi una vita per
ricchezza di avvenimenti, conoscenze, esperienze e cambia-
menti.
301


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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mer Mag 15, 2013 1:00 am

CAPITOLO XXXI
Quel mese di gennaio fu ancora più intenso, se ciò fosse
stato umanamente possibile, rispetto ai precedenti e colmo
di riconoscimenti. Avevo una qualifica e un incarico di mia
piena soddisfazione, che fu ingigantita, se non del tutto ge-
nerata, dal senso di rispetto e di invidia che suscitavo fra i
conoscenti e principalmente fra i parenti, anche quelli a me
più vicini. Ma solo Annamaria e pochi amici erano sincera-
mente partecipi del mio successo. Gli altri abbozzavano
complimenti e congratulazioni con sguardi non limpidi e
palese impaccio. Questo giovane, che avevano considerato
se non proprio uno sconfìtto dalla vita perlomeno uno che
si avviava a percorrerla con notevoli frustrazioni, solleci-
tando così piacevolmente il sadismo che sonnecchiava nel
profondo del loro io, doveva davvero rappresentare una
grossa e continua pena per costoro, vedendolo occupare
una posizione così importante, essere alla testa di oltre cen-
to dipendenti, essere insediato nel suo ampio ed attrezzato
ufficio, prendere in fitto un lussuoso appartamento nella
via più chic della città, acquistare una nuova e veloce auto-
mobile, far vestire la moglie presso sartorie che contano. E
non potevano certo dire che quanto avevo raggiunto fosse
frutto di raccomandazioni o di fortuna. No, non era proprio
possibile dirlo, pur con tutta la buona volontà! Nell'am-
biente di lavoro ero troppo stimato per poterlo fare!
Naturalmente non tutto era facile come dall'esterno po-
teva apparire. La giovane età e l'aver assunto di colpo l'in-
302
carico di direttore senza aver fatto la trafila che consuetu-
dinariamente veniva svolta nell'ambito di una stessa azien-
da o presso altre similari, mi avevano posto di fronte a
grossi problemi. Il principale fu l'atteggiamento da assu-
mere con i dipendenti. Questi non erano i tré che avevo avu-
to con me nella Cruni & C., ma tanti di più e con qualifiche
ben diverse. Vi erano ingegneri, geometri, periti, ragionie-
ri, capisquadra, operai specializzati e qualificati, tutti o
quasi con notevole esperienza. E i settori erano tanti! Il tec-
nico, l'amministrativo, il commerciale...
Presi di petto la situazione e con alcune riunioni e visite
riuscii a fare una buona impressione su tutti e a ottenere la
loro stima. Mostrai sicurezza con quelli che reputai richie-
dessero questo, invece desiderio di collaborazione fino a
giungere anche alla tacita richiesta di una certa guida con
altri perlopiù anziani che avevo giudicato più intelligenti
ed esperti e in possesso di saggezza sufficiente tale da far
loro capire che il direttore non è il "padreterno" che tutto
sa e tutto fa bene.
La mia giornata era intensissima e senza orario. A volte
lavoravo anche per diciotto ore, interrotte soltanto da una
breve pausa. Avevo la responsabilità dell'ufficio, dei quat-
tordici cantieri distribuiti fra Colleferro e la Sicilia, dei
rappresentanti e spesso facevo puntate a Firenze.
Non tralasciavo però neanche la vita di società e la sera
frequentemente aderivo, anche se stanco e assonnato, ai
continui inviti che ci venivano rivolti. Non tanto per me, ma
per Annamaria ero lieto di quella nuova considerazione che
aleggiava intomo a noi e delle continue raccomandazioni
che mi venivano direttamente o a mezzo di mia moglie ri-
volte.
Annamaria come me non amava quel tipo di vita e, dopo i
primi tempi, preferimmo trascorrere la domenica da soli
nelle tante belle località che contornano Napoli, come Posi-
tano. Amalfi, Sorrento e Capri. Ma sempre più spesso era-
vamo a Roma da Edoardo e Liliana e, quando era possibile,
facevamo rapidissime puntate a Montecarlo, Nizza, Can-
303
nes, insomma in quella splendida zona che è la Costa Azzur-
ra, con i suoi casino, night, cabaret, ville e insenature mera-
vigliose, dove nessuno ci conosceva e potevamo, nell'anoni-
mato, dare libero sfogo al desiderio di vivere e agire non se-
condo la posizione sociale, ma la nostra giovane età e quin-
di esprimere liberamente la più sfrenata allegria. Quelli
erano per me i veri momenti di riposo nei quali non ero co-
stretto ad assumere gli "atteggiamenti" che la gente che
frequentavo nelle comitive napoletane o nel lavoro sembra-
vano attendersi da me.
L'organizzazione della SOFIRI, che con alcune varianti
veniva adottata anche da noi, era un vero e proprio gioiello
e qualche volta addirittura geniale. Ad esempio le nostre
squadre, che operavano presso i grandi stabilimenti pro-
duttori di materiale ferroviario, erano organizzate in que-
sto modo: il caposquadra era il responsabile verso di me
dell'esecuzione a perfetta regola d'arte dell'isolamento ter-
moacustico di carrozze viaggiatori, carri frigoriferi, loco-
motive ecc. e gli veniva forfettariamente liquidata una cifra
precedentemente concordata "a corpo". Lui a sua volta po-
teva assumere quanti aiutanti voleva e stabilire con loro
dei piccoli cottimi. Tutti venivano presi in forza nei nostri
libri paga, ma le relative retribuzioni non erano a nostro ca-
rico, bensì a carico del caposquadra. Si otteneva così una
regolare copertura assicurativa di tutti gli operai, ma con
una cifra fissa da pagare per ogni lavoro completato. Quin-
di il guadagno della MERIDIONAL SOFIRI era sicuro e ri-
sultante dalla differenza del prezzo da noi praticato alle va-
rie aziende e quello da noi corrisposto al caposquadra, più
assicurazioni varie e spese generali. Ciò permetteva a que-
sti di guadagnare cifre veramente considerevoli e di lascia-
re contenti anche i loro diretti collaboratori che erano infa-
ticabili. Producevano bene, non vi erano lavativi e l'armo-
nia era generale. Non ci capitò mai alcuna contestazione
durante i collaudi che, a consegna del lavoro, avvenivano
alla presenza dei nostri tecnici e di quelli delle aziende
committenti. In breve riuscimmo ad arricchire il primitivo
304
nucleo di quasi tutti gli specialisti del settore, per cui la no-
stra ditta, che consegnava sempre in anticipo sui tempi pre-
visti i lavori commissionati, diventava sempre più egemo-
ne.
I capitolati d'appalto, alla voce "isolamenti", riportavano
quasi sempre e in maniera crescente la dizione "tipo SOFI-
RI" e ciò incrementava notevolmente il nostro lavoro e le
nostre maestranze.
La piccola percentuale che mi era stata assegnata sul fat-
turato della società faceva sì che i miei guadagni andassero
a loro volta incrementandosi in maniera cospicua. Ma già
lo stipendio era di gran lunga superiore alle mie necessità,
per cui navigavo in un assoluto benessere economico. Ma
non era solo questo che mi interessava. Ben più appaganti
erano certe richieste di favori che io, giovane ventiseienne,
ricevevo da autorevoli personaggi, come il direttore della
filiale meridionale della grande Chianciani S.p.A., una delle
prime cinque aziende italiane, che venne con i suoi capelli
bianchi e la sua lunga esperienza dirigenziale, quasi piaten-
do, a chiedermi di concedergli alcuni miei operai per com-
pletare un lavoro senza uscire dai tempi stabiliti. Acconsen-
tii senza indugio e non facendo minimamente pesare la mia
posizione in quel particolare momento di superiorità, mo-
strando anzi molta modestia e rispetto. L'anziano ingegne-
re apprezzò il mio gesto e la mia discrezione che risolveva-
no una situazione che avrebbe potuto compromettere tanti
anni di onorata carriera. Mi fu molto grato e lo dimostrò
per anni e anni, mantenendo rapporti sempre gentili e cor-
diali.
Al contrario quelli con i miei colleghi di Firenze, ad ecce-
zione di Garofani e Socci, non erano altrettanto buoni, an-
che se formalmente improntati alla massima correttezza.
Io, così giovane, davo loro ombra e le loro previsioni di miei
insuccessi, se non immediati almeno a breve scadenza, era-
no state frustrate dal consolidamento sempre crescente
della mia posizione e della stima di Maffoni che, ad ogni
mia visita a Firenze, mi invitava nella sua splendida villa
305
dove mi colmava di cortesie.
I cari colleghi cominciarono a boicottarmi in tutti i modi:
gli operai più lavativi, i macchinari più difettosi, le prati-
che o gli incóntri più rognosi venivano, con varie scuse, di-
rottati presso di me. Durante le mie frequenti assenze da
Napoli per visite di controllo presso i vari cantieri o per ag-
giornamenti tecnici a Parigi, avvenivano incidenti e compli-
cazioni.
L'invidia è davvero una brutta bestia e riesce a danneg-
giare quasi quanto i cataclismi naturali. Fui costretto, sem-
pre più spesso, ad occupare parte del mio tempo produttivo
con visite a Firenze, durante le quali cercavo di parare i col-
pi che mi venivano portati così proditoriamente.
Annamaria si ammalò recandomi altre preoccupazioni e i
cari parenti non riuscirono o non vollero darle quell'assi-
stenza che io, impegnatissimo nel lavoro e spesso fuori se-
de, avrei desiderato.
Sottile si incominciava nuovamente a insinuare nella mia
mente, anche se in forma molto attenuata, la carenza di
quel requisito che rende, secondo quel maledetto ambiente
nel quale ero cresciuto e nel quale in parte ancora vivevo,
totalmente "eletti".
La stanchezza di quel lavoro stressante e le preoccupazio-
ni incominciarono a rendermi più nervoso e meno sereno
nei giudizi. Alcune relazioni normali con Maffoni e alcuni
colloqui con lui, che fondamentalmente non erano diversi
dai precedenti, iniziarono a far risvegliare un'altra delle ne-
vrosi che il mio ambiente mi aveva regalato. L'insofferenza
alla dipendenza. Non è l'individuo che è nevrotico, ma l'am-
biente che lo circonda, dice Jung.
Incominciai a intravedere imposizioni che non esisteva-
no. Alcune nuove iniziative del titolare della MERIDIONAL
SOFIRI, che avrei accolto solo qualche tempo prima con en-
tusiasmo perché interessanti e originali, mi irritarono e co-
minciai a essere meno gentile con lui.
Un imprevisto intervento chirurgico subito da Annama-
ria e una successiva gravidanza extrauterina, mi turbarono
306
molto e incominciai a pensare che hanno ragione a Napoli
quando affermano che "possono più gli occhi che le schiop-
pettate".
Insomma tutto il lavoro mi sembrò meno affascinante ed
appagante e sempre più forte ricominciarono a far capoli-
no i primitivi pregiudizi e quindi il desiderio di piantare
tutto, andare fuori, riprendere e completare gli studi.
Quant'è terribile il veleno che ci viene inculcato da ragaz-
zi! Costituisce la forza guida della nostra vita! E forse il ve-
ro destino! Ma allora non me ne rendevo pienamente conto,
altrimenti a qualsiasi costo sarei andato diritto per la mia
strada. Ma non lo feci. Le "voci di dentro" si stavano sem-
pre più impadronendo di me e fu verso la fine dell'anno che
presi spunto da un piccolo dissidio con Maffoni, provocato
da quel maledetto istinto - regalo dell'ambiente - all'au-
todistruzione, per presentare le mie dimissioni.
Avrei proseguito gli studi che ora potevo portare avanti
con tranquillità, dato il benessere economico che mi ero
procurato. A nulla valsero gli interventi sinceri di veri ami-
ci, come Garofani e Socci e nemmeno quelli di Edoardo
Sardi. Anche un'allettante offerta, propostami dalla mag-
giore concorrente della SOFIRI con condizioni ancora mi-
gliori, non mi fece deflettere dal proposito, generato da quel-
le forze che erano intimamente dentro di me.
I primitivi pregiudizi avevano vinto!
Mi accingevo a diventare un "eletto" secondo la più vieta
e tarda tradizione.
* * *
Una lama cruda di luce penetrava fra le stecche dell'av-
volgibile e finiva proprio sui miei occhi. Li aprii, mi rigirai
e affondai il viso nel cuscino. Volevo a tutti i costi riprende-
re a dormire, ma una voce dietro la porta squillò:
"Gianni, c'è Vittorio al telefono. Chiede quando vai a
prenderlo per andare all'università... dice di fare presto!"
Oh, cavolo, come avevo fatto a dimenticarlo. Dovevo cor-
307
rere a dare uno degli ultimi esami.
In quell'anno avrei dovuto terminare assolutamente gli
studi. La laurea in ingegneria e poi l'azienda paterna mi at-
tendeva!
Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh
vaffanduloooooooooooooooooo
308


Ultima modifica di Bruno il Ven Dic 20, 2013 9:59 pm, modificato 1 volta
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MessaggioTitolo: Re: L'inserimento, romanzo di Bruno Cotronei   Mer Mag 15, 2013 1:07 am

AVVERTENZA

L'autore dichiara che i personaggi, gli avvenimenti e le aziende riportati in questo romanzo sono totalmente immaginari.






IL ROMAMZO FU PUBBLICATO nel 1981 da SUGARCO EDIZIONI di Milano ed inserito col numero 62
nella prestigiosa collana "I GIORNI".
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