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 DALLA DISCUSSIONE IN UNA COMUNITa' DI INTERNET: SI PARLA DI UMBERTO ECO E DI ARTE PITTORICA!

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Bruno
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MessaggioTitolo: DALLA DISCUSSIONE IN UNA COMUNITa' DI INTERNET: SI PARLA DI UMBERTO ECO E DI ARTE PITTORICA!   Sab Set 08, 2012 8:06 pm

DA UNA CONVERSAZIONE IN UNA COMUNITA' DI INTERNET: SI PARLA DI UMBERTO ECO E DI ARTE PITTORICA!!
pubblicata da Bruno Cotronei il giorno Sabato 8 settembre 2012 alle ore 18.52 ·

http://brunocotronei.3forum.biz

...Infine, per la prima volta compariva Volteur, che, come avrei imparato presto, veniva considerato il vero intellettuale della comunità. Scriveva di condividere del tutto i miei giudizi su Eco e la disanima che avevo fatto del motivo creativo della sua opera lo trovavano quasi del tutto d’accordo. Aggiungeva, però, che esiste nella storia letteraria un intero filone di artisti che hanno supplito alle loro carenze emozionali proprio tramite la costruzione mentale. Tuttavia cosa dire di uno come Thomas Mann che, alla stregua di un tale atteggiamento, scrive libri come il “Doctor Faustus”? La razionalità si sente parecchio nelle sue opere, ma come si fa a non stimarlo fino in fondo, proprio come creatore d’arte vera? Già nei Buddenbrook si sente la costruzione razionale che va sciogliendosi nei capitoli finali. E continuava, con una splendida lezione sull’autore tedesco parlando del piccolo Hanno e della sua fine, tirando in ballo Schopenhauer, il wagnerismo e Bismarck. Infine Croce e la critica crociana che produssero indubbi danni alla storia della letteratura dicendo: “questa è arte e questa è solo letteratura”.



Poi insisteva dicendo di credere che la magniloquente noia che un Mann propone con i suoi enciclopedici libri costruisca un qualcosa di pienamente artistico. Naturalmente, proseguiva, esiste pubblico e pubblico e che lui non credeva che tutta l’arte sia per tutto il pubblico sostenendo che il discorso avrebbe potuto essere esteso domandandosi: quali autori sono alla Mann e chi sarebbe quello opposto a Mann? Omero, Dostoewskij o Collodi? La pretesa razionalizzante non si fonde mai con l’emozione? Invitando a fare mente locale su Dante.



Indubbiamente Volteur non aveva rubato la sua fama: e mi apparve subito di una buona spanna superiore agli altri conosciuti per dibattito diretto o soltanto letti in altri interventi in questa comunità che mi andava piacendo sempre di più.



Mi affrettavo quindi a rispondere anche se il mio impegno nella comunità rubava molto tempo al mio solito lavoro. Scrissi: “ Mio Dio, non se ne esce più e gli impegni sono tanti(…)Risponderò all’impronta semplicemente per dire che su cosa sia l’arte si discute da tempo senza mai venirne completamente a capo. La tesi che raccoglie maggiori consensi è quella che artista è colui che sappia provare e trasmettere al fruitore delle sue opere l’emozione. Quando sento dire che Eco “mi fa vivere nell’abbazia” mi viene da pensare che anche gli autori di mediocri film western o dell’antica Roma sanno farci vivere nel paesino dei pistoleri e nel Colosseo. Ma con l’arte cosa hanno da spartire?



Perché un narratore vero scrive un romanzo? Non certo per raccogliere notorietà o per vantarsi nel condominio di averlo scritto. Un narratore vero, ossia un artista, scrive perché ne sente il bisogno, perché ha qualcosa da dire, ha qualcosa di cui sfogarsi. Naturalmente deve farlo bene, possedere alcune qualità: TALENTO INNATO, MESTIERE (ossia, tecnica), CULTURA, SPIRITO D’OSSERVAZIONE e CAPACITA’ DI PROVARE EMOZIONE E DI TRASMETTERLA.



Di autori molto noti e validi, tranne Eco, non conosco nessuno che dalla saggistica passi alla narrativa. Di solito avviene il contrario perché il talento artistico non s’inventa né s’improvvisa. Ma chi ha talento deve acquistare la tecnica. Un romanzo è costruire un fabbricato, e le tecniche costruttive si acquisiscono leggendo tanto e sapendo leggere. E’ ovvio che chi possiede il talento e l’emozionalità per esprimere ciò che gli brucia il cervello e l’anima, deve architettare la struttura per poter dire in modo ordinato e comprensibile ciò che ha dentro. Di solito il narratore canta i propri tempi o quelli della memoria , oppure precede gli eventi. Poche volte, o quasi mai, scrive su un lontano passato e in fondo Manzoni, che riesce ad emozionare, ambienta, è vero, la sua storia nel Seicento ma le problematiche relative sono ancora attuali nell’Ottocento o facilmente attualizzabili. Ed Eco? Scrive del Medioevo perché ne ha profonda cultura, ma cosa c’è di attuale?



Lui in fondo l’istanza ce l’ha: vuole parlare del Medioevo che ama. Inoltre possiede una lucidissima intelligenza. Entrambe le cose fanno del suo libro un’opera validissima, ma L’UOMO NON E’ AL CENTRO DELLE SUE EMOZIONI, né si deve confondere l’ambiente dell’abbazia con un film di Dario Argento.



Quando Volteur, con articolati e ben condotti argomenti, parla di Mann quale autore raziocinante, a mio parere, non valuta a sufficienza l’emozionalità che lo scrittore tedesco mette nel raccontare le vicende della famiglia Buddenbrok (composta di esseri umani). Sì che c’è in Mann emozione e capacità di trasmetterla. Naturalmente nessun narratore riesce a darci continuamente emozione. Deve anche occuparsi di costruire pilastri, travi e solai per reggere l’emozione. E li costruisce (questo è il cosiddetto “mestiere”, ovverosia la tecnica). Se poi… i solai restano vuoti di emozione tranne che per il giallo o l’horror, o esibizione di cultura, è lecito concludere che Eco (perché lui è l’oggetto del nostro dibattito) meglio avrebbe fatto a scrivere, con la sua ben nota bravura, uno stupendo saggio sulla vita in un abbazia medievale!



Tanto ancora ci sarebbe da dire, ma qui faccio punto e basta. Grazie a tutti.



Solo pochi giorni e Volteur si rifaceva vivo quando io, incoraggiato dalla buona accoglienza in comunità e per fare una cortesia a Seneca, incominciavo ad inserire, capitolo per capitolo, un mio breve romanzo. Scriveva: Bisanzio, che ne pensate di un artista quale Piet Mondrian? E’ freddo? Non esiste secondo lei un lato squisitamente umano in ciò che è asetticamente inumano, proprio per il dramma della sottrazione? Un’opera di Mondrian è il terrore bianco e senza nome che ci viene in dono dal domani; “Voglio dipingere come una macchina, voglio che sparisca del tutto il tratto del pennello”, avrebbe detto in tempi più recenti Roy Lichtenstein; forse lei conosce la sottile ironia in tema di disumanità dell’arte di Kostabi? Ahi, l’uomo muore e noi officiamo un funerale al suo glorioso passato: che necrofilia nostalgica questa emozione! L’emozione è una parola che non appartiene ai vocabolari a venire”.



In sostanza Volteur intendeva riprendere la discussione sull’emozionalità spostandolo, però, ad un’altra forma d’arte, quella pittorica. Rispondevo immediatamente:Volteur,(…) che visione pessimistica che hai della vita e del futuro! Io non la penso così seppure sono d’accordo con te che i nostri figli vivranno, con ogni probabilità, in un mondo peggiore del nostro, preda dell’imperante capitalismo e dei suoi ossessivi tecnicismi. Però sono convinto che non potranno mai fare a meno di emozionarsi, magari solo per un semplice innamoramento sia pure ‘virtuale’. Indubbiamente apparteniamo, per dirla pomposamente, a due scuole di pensiero diverse. Entrambe sono da rispettare a meno che una delle due non ceda all’altra, una volta sentitasi in torto (c’è sempre tempo per tutti).



Per quanto riguarda Mondrian, debbo dirti che mi è sempre piaciuto molto e non lo trovo affatto freddo. L’Astrattismo olandese è razionale e si basa sulla purezza della forma ridotta a pura geometria nel piano, ma Mondrian era convinto che l’essenza stessa della realtà potesse essere rappresentata solo attraverso mezzi astratti. Ma è sempre la realtà, con le sue emozioni, che rappresenta. Infatti il fruitore, colto o no, spesso riesce ad emozionarsi di fronte all’accoppiamento di di linee e colori. Per quanto riguarda Lichtenstein con la sua pop art, derivata dall’espressionismo astratto che è pieno di emozione, conduce operazioni artistiche nella sfera delle situazioni coinvolgenti l’uomo della strada e quindi rappresenta la realtà della vita americana di massa ed odia (e l’odio non è una forte emozione?)l’ossessiva presenza della pubblicità di prodotti della civiltà consumistica. E allora, Volteur? Pensa che artisti come loro tendono a superare la funzione strettamente estetica dell’opera d’arte. Se fai mente locale (tornando a Eco) che lo scrittore di Alessandria nella prefazione al Nome della rosa afferma:”Trascrivo senza preoccupazioni di attualità. Negli anni in cui scoprivo il testo dell’abate Vallet circolava la persuasione che si dovesse scrivere solo impegnandosi sul presente per cambiare il mondo. A dieci e più anni di distanza è ora consolazione dell’uomo di lettere che si possa scrivere per puro amore di scrittura…” Ecco perché Eco, secondo me, è freddo e non lo sono Mondrian e Linchtenstein (infatti tendono esattamente al contrario di ciò che muove Eco) ed ecco perché non ne vado matto, pur apprezzandone la cultura e la bravura”.



Sollecita ed intrigante la risposta: (…) Aggiungo qua, e ripeto, che condivido le critiche che lei muove ad Eco, scrittore che mal sopporto, ma ribadisco che non vorrei che ciò si generalizzasse in un rifiuto astratto della razionalità, in nome di ancor più astratti contenuti, che non sono probanti. Detto questo, non credo proprio che la pop art abbia espresso odio nei confronti della società di massa, tutt’altro: credo ne sia rimasta altamente affascinata e totalmente coinvolta, credo la abbia magnificata semmai, che non l’abbia affatto rifiutata, che abbia contribuito in maniera significativa a crearla, a mitizzarla. Andy Warhol, che ne fu il geniale e incomparabile profeta, è l’inventore della business-art (cme lui la chiamava), quell’arte che fa del guadagno stesso un’opera d’arte: Warhol che girava con la polaroid a tracolla per oggettivare nell’ovvio il mondo dell’ovvio, l’artista che si diceva innamorato del registratore a cassette (tape recorder, che nostalgia, uh, l’emozione!), che teneva sempre accesa la televisione e il cui studio era totalmente rivestito di carta stagnola e argento. Warhol amava alla follia la società di massa, adorava il consumismo; la sua arte anzi è il consumismo, è il consumismo elevato ad arte, o l’arte abbassata a consumismo, ma senza pregiudizi, senza nostalgia, senza sovraccarichi culturali o peggio, ideologici: è la privazione di emozioni, è l’oggetto, è die selbst sacht, la cosa stessa, l’icona, l’in-sé.



E’ da questa amniosi della mente, da questo punto di vista interno che noi possiamo vedere spalancarsi, oltre l’utero in cui l’arte pop ci cala, il futuro che noi stiamo creando, che stiamo amando, forse con inconsapevole e colpevole sbadataggine, chissà?



Minaccioso, o non minaccioso? Perché interpretare un’opera d’arte , se il prezzo è lo stravolgimento: il pop rifiuta un’interpretazione perché è la sintassi del nuovo, e la sintassi è ciò che è perché è così, e non c’è bisogno di spiegarsela; semmai bisogna usarla.



Piaccia o non piaccia Warhol adorava la plastica, il non-umano, il bianco, e li adorava per davvero, senza secondi fini, senza esprimere ‘critiche’, senza nessuna morale: è per noi possibile, in Italia, comprendere questo atteggiamento che non ha fronzoli, non ha inutili piagnistei, e non si rivolge a nessuna divina provvidenza? E’ possibile un simile puro immacolato originario “‘bianco”? Con stima.



Ancora più immediata partiva la mia conclusiva replica: (…)Ricambio la stima che mi manifesta. Ma la stima va meritata e non bisogna pensare di poter risolvere in una paginetta problemi immensi come l’interpretazione di movimenti artistici e artisti. D’altra parte un uomo degno di sentirsi e di essere “colto” deve valutare le cose da più angolazioni. Vorrei quindi riportare la discussione da dove è nata. Si parlava di Eco narratore ed io ho sostenuto, con un articolo pubblicato nella “terza” di un quotidiano, che Eco sarà sicuramente un grande scrittore, ma non un artista. Lei mi sembra d’accordo su questa mia opinione che, all’epoca,riscosse notevolissimi consensi.



Poi mi chiede se Mondrian è freddo. Le ho risposto di no argomentando, credo, tale mia opinione in modo ragionevole. Mi fa poi scivolare il discorso sulla pop art e in particolare su Warhol. Io, che quando scrivo d’arte (e non quando la faccio) cerco di essere raziocinante, ho cercato, per quanto è possibile, di riassumere gli intenti dell’arte pop che tende, attraverso l’uso di immagini rappresentanti la pochezza e la volgarità della moderna cultura di massa, a sviluppare e suggerire una percezione CRITICA della realtà più efficace di quella dell’arte precedente. Questo mi sembra ormai storicizzato. Quindi la pop non ha certo simpatia per l’ossessiva pubblicità dei prodotti di largo e imposto consumo anche se la usa guidata dal furbissimo gallerista Leo Castelli. La pop, però, non è, come lei sa benissimo, un tutt’unico bensì un vastissimo mosaico a volte discordante e Warhol, che è stato anche regista, l’ha esasperata (e sfruttata) riproducendo immagini in serie per, credo, raffigurare la banalità del sistema. Poi sulle ascendenze della pop(e sulle sue discendenze) si potrebbe (e si dovrebbe) scrivere, anche noi per la nostra discussione, centinaia di pagine e, probabilmente, non ne caveremmo un ragno dal buco. Per quanto riguarda, infine, i ‘piagnistei italiani’, ringrazi che ancora esistono perché ci consentono di non disumanizzarci completamente. A parte il fatto che abbiamo (o abbiamo avuto) fior di new dada italiani come Baj, Mario Colucci(che lei non conoscerà, ma forse è il migliore), Rotella, Del Pezzo, e il mio amico (mi scusi se lo dico) Mario Persico che hanno realizzato splendide opere dove l’emozionalità non è assente, tutt’altro.
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