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 HITLER IN GONNELLA romanzo, premio Italia di Fantascienza

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Bruno
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MessaggioTitolo: HITLER IN GONNELLA romanzo, premio Italia di Fantascienza    Dom Dic 28, 2008 6:46 pm

COPERTINA


IV DI COPERTINA


Hitler in gonnella
CAPITOLO PRIMO
Il rombo di una moto condotta a velocità folle da un
sergente dell’esercito elvetico ruppe la tradizionale quiete
dell’antica città situata sull’Aare. I radi passanti si giravano
stupiti a osservare con indignazione l’impudente che osava,
nelle primissime ore di quella tiepida giornata di agosto del
1984, disturbare il giusto riposo dei laboriosi cittadini della
capitale federale svizzera. Un vigile imperiosamente alzò il
braccio per fermano, ma il se.rgente, contrariamente a tutti
i principi di quell’ordinato paese, accelerò ancora di più il
suo rumoroso cavallo d’acciaio e a precipizio s’infilò nel
cortile del vetusto Palazzo del Governo.
Fu immediatamente attorniato da un nugolo di guardie e
costretto a viva forza a fermarsi. I pochi spettatori
sospirarono soddisfatti. Finalmente si sarebbe punito
quell’incivile, quel disturbatore della quiete pubblica,
quell’uomo indegno non solo di indossare la divisa
dell’esercito federale, ma anche di potersi considerare un
cittadino dell’ordinatissima e civilissima Svizzera.
Certamente un figlio degenere contaminato dai tanti
immigrati meridionali: italiani, greci, turchi!
Ma quell’essere abietto non fu tratto in catene, intorno a lui
fu fatto un rispettoso largo e un imponente capitano, che
sembrava anche lui improvvisamente infettato da quella
mancanza di compostezza caratteristica dei popoli inferiori,
lo condusse nella Federale, Adolf Hindenburg.
Hitler in gonnella
Pochi minuti dopo la dignitosa Berna fu attraversata in
tutte le direzioni da motociclisti e automobilisti, alla guida
di lunghe limousine nere, che grande sala d’aspetto dello
studio privato del Presidente del Consiglio sembravano
letteralmente impazziti.
Che sconcio per la Confederazione! Molti cittadini si
precipitarono a telefonare alla polizia, altri si affacciarono
alle piccole finestre dei secolari palazzotti del centro e
osservarono stupiti e indignati quel movimento tanto
inconsueto nella loro città. Nemmeno i nonni ricordavano
una scena simile!
Finanche il custode della Torre dell’Orologio fece capolino
dal finestrino del tetto a punta. Sicuramente quei maledetti
immigrati stavano distruggendo definitivamente tutto il
buono della Federazione dei venticinque stati e dei
ventidue cantoni.
Il Presidente Hindenburg osservò uno per uno gli altri sei
membri del Consiglio Federale. Il lungo e asciutto Jacques
Boyer, rappresentante del cantone di Vaud, l’enorme e
panciuto Karl Beth del San Gallo, l’atletico e giovanile
Ludwig MiÀller del cantone di Zurigo, il piccolo e nervoso
René Bardot del Neuchàtel, il bell’Andrea Cimotti del Ticino
e il magro Kurt Hodler del Turgovia.
Tutti avevano il volto assonnato e recavano evidenti tracce
di una toilette affrettata: barbe non fatte, abiti stazzonati,
cravatte dal nodo imperfetto e un’espressione in cui la
meraviglia superava la preoccupazione.
«Signori», iniziò Hindenburg, «mi sono permesso di
contravvenire alle tradizioni di calma e compostezza che
caratterizzano il nostro paese e che lo hanno reso famoso e
rispettato nel mondo permettendoci di distinguerci da
nazioni isteriche come la Francia, violente come la
Germania, discontinue come gli Stati Uniti, categoriche
Hitler in gonnella
come la Russia, disordinate e squilibrate come l’Italia per
comunicarvi delle notizie sconvolgenti che abbisognano di
una decisione ponderata, ma rapida».
I sei si guardaroro l’un l’altro e sicuramente pensarono che
il vecchio Hindenburg fosse improvvisamente impazzito.
Quando mai l’avevano visto così agitato, con i folti capelli
bianchi non accuratamente pettinati come al solito, ma alla
Einstein, la voce alta, le mani tremanti, le gambe che
trascinavano i piedi in un continuo movimento strisciante?
«No, non sono impazzito, ma potremmo impazzire tutti per
la notizia che mi accingo a darvi ...
«E la dia!», intervenne Andrea Cimotti.
«Sì. Pochi minuti fa un motociclista mi ha recato
dall’osservatorio dello Jungfrau questa lettera». Trasse un
foglio spiegazzato e incominciò a leggerlo con voce
altissima. «Signor presidente, ho l’onore di comunicarle che
nel nostro laboratorio nucleare di Eigergletscher abbiamo
messo a punto due grandi realizzazioni, il Cullonio 2000,
frutto di una scissione, e il raggio Kuta. Non desidero in
questa lettera, per ovvi motivi, dilungarmi sull’uno e
sull’altro, ma le basti sapere che il primo viene ricavato da
minerali che solo nel massiccio dello Jungfrau mi risulta sia
possibile trovarne in grandi quantità e quindi inaccessibile
ad altre nazioni. Il secondo, frutto di studi che partono dalla
stessa materia prima, può essere usato come una speciale
lente. Ambedue ci daranno il dominio assoluto e
incontrastato su tutte le nazioni del mondo! Desidero in
breve spiegarle il perché. Il cullonio 2000 e stato introdotto
in quei piccoli cilindri che ufficialmente servono per
esperimenti sulle radiazioni e che sono stati messi nei dieci
satelliti artificiali lanciati dalla nostra base e che coprono
con le loro traiettorie quasi tutta la superficie terrestre. In
effetti quei cilindri sono bombe nucleari con potenziale
Hitler in gonnella
enorme, di ben cento volte maggiore di ogni altra esistente
e che possiamo indirizzare dove vogliamo e in qualsiasi
momento. Il secondo ci permette di bloccare all’origine o di
far invertire la rotta di qualsiasi ogiva nucleare che dovesse
partire da ogni parte del mondo. Quindi capacità di
distruggere tutto quello che vogliamo e assoluta difesa del
nostro suolo.
‘Tutto è già pronto e nel momento stesso in cui leggerà
questa mia lettera, nulla potrà esser fatto contro di noi che
dovremo invece dettare al mondo la nostre condizioni di
predominio che avrà la funzione di mettervi ordine,
disciplina e finalmente una pace definitiva. Quello che non
seppero realizzare gli americani quando da soli
possedevano la bomba atomica, riusciremo sicuramente a
realizzarlo noi oggi.
‘Ma le dirò di più. Se i disastrosi cedimenti degli alleati e in
particolare dell’italia non avessero sottratto al geniale Adolf
Hitler il tempo necessario per realizzare l’avviato
programma nucleare, oggi il mondo vivrebbe in pace sotto
l’egemonia della grande Germania nazista. Questo lo dico
con l’orgoglio di chi ha sangue di quel grande uomo nelle
vene. Sì, sono la figlia che egli ebbe nel 1944 di cui solo
pochi fidati conoscevano l’esistenza e che fu piccolissima
affidata a quelli che risultano essere i miei genitori, i
coniugi Kubler di Zurigo. Sono certa che sarete orgogliosi
delle nuove grandezze che si schiudono per la nostra amata
patria e non farete alcuna difficoltà a ché il programma mio
e dei miei fidati collaboratori si realizzi.
‘Se così non dovesse essere, vi informo che ormai tutta la
zona da Interlaken allo Lòtschberg è sotto il nostro
controllo e che fedeli neonazisti, svizzeri e tedeschi, sono a
mia disposizione per la difesa della nostra roccaforte.
Hitler in gonnella
Inoltre piccole bombe al cullonio 2000 possono essere
sganciate sulle principali città della Confederazione.
‘Vi attendo per le decisioni del caso a Eigergletscher entro
le quattordici di oggi, tre agosto 1984.
‘Viva la nostra grande patria neonazista!
‘Dottor Lili Hitler’».
Il vecchio depose la lettera con un gesto disperato.
«Ecco, signori, quanto ho ricevuto poco fa».
I sei consiglieri erano rimasti esterefatti, ma subito Boyer
rispose:
«Ma è una vera folle! Facciamola arrestare immediatamente”.
«E se fosse vero?”, intervenne con voce timorosa Cimotti.
«Certo, potrebbe essere», replicò Hindenburg. «Nessuno di
voi ignora la fama internazionale di cui la dottoressa Kubler
gode, le grandi realizzazioni sue e del suo staff, la posizione
che occupa a Ginevra in seno all’Euratom e la cattedra di
fisica nucleare che da ben quindici anni ha al Politecnico di
Zurigo».
«Ma sarà sicuramente impazzita. Se i russi e gli americani
non hanno ancora scoperto questo cullonio 2000 e il raggio
Kuta, come può averlo fatto lei?», ribadì Boyer.
«Signori, calma», intervenne Karl Beth. «I tedeschi e gli
svizzeri tedeschi non hanno nulla da invidiare come
intelligenza, capacità di studio e genio. Inoltre la
attrezzature del nostro centro nucleare non sono seconde a
nessun altro al mondo. Anzi tutti i competenti le giudicano
quanto di più avanzato esista. Non dimentichiamo gli
attestati di stima degli scienziati di tutto il mondo. E poi ...»
Un lampo di orgoglio illuminò il grosso viso. «... Se e
davvero la figlia di Hitler, ha sangue di genio nelle vene!».
«Anche tu sei un nazista», intervenne Bardot e fece per
lanciarglisi contro.
Hitler in gonnella
In breve quella sala, per la prima volta in oltre un secolo di
calme, educate e civilissime conversazioni, si tramutò — o
ludibrio! — in una specie di parlamento latino: urla, pugni
battuti sul tavolo, tentativi di zuffa, epiteti dei peggiori
bassifondi.
Ma in definitiva i sette degni uomini non avevano la
resistenza di un Paietta o di un Almirante degli anni
Cinquanta e in breve crollarono esausti nei loro scanni.
Il vecchio Hindenburg, che si era tenuto fuori dalla mischia,
riprese il dominio della situazione. La sua voce risuonò
calma, nonostante la bianca criniera fosse passata dalla
forma alla Einstein a quella alla porcospino.
Hitler in gonnella
CAPITOLO SECONDO
Nell’immensa sala dell’hotel Berghaus davanti alla grande
vetrata, unica separazione dall’immane abisso, i sette
membri del Consiglio Federale sedevano intimiditi mentre,
come foglie morte trasportate dal vento, numerose gracchie
emettevano il loro rauco suono. Tutto contribuiva a farli
sentire piccoli e sperduti. Come in un film dell’orrore, si
sentivano proiettati in un mondo ritenuto ormai
definitivamente tramontato. Labari e svastiche intrecciate
alla tradizionale croce svizzera di grandezze spropositate,
drappi neri, fasci Littori e gigantografie del defunto capo
del nazismo, dei suoi principali collaboratori, di Mussolini,
di Nietzsche e Rosenberg. Numerosissime copie del «Mein
Kampf» e de «Il mito del XX secolo», grandi scritte di
SVIZZERA UBER ALLES dominavano l’arredamento. Alti e
marziali giovani biondi dalla mascella d’acciaio, che
indossavano una divisa quasi identica a quella delle SS e
donnoni floridi e robusti che tanto assomigliavano alle
componenti della squadra di pallacanestro dell’Unione Sovietica
in completa tenuta nera, montavano la guardia
lungo tutte le pareti della sala. Armi modernissime
pendevano dalle loro cinture.
Improvvisamente una porta sul fondo venne spalancata e
una donna molto simile alla Marlene Dietrich dei suoi films
piu famosi comparve con un numeroso seguito.
Un fragoroso urlo rimbombò squarciando il pesante
silenzio e sommergendo il suono delle gracchie:
Hitler in gonnella
«Heil, Liii Hitler!».
I sette poveretti istintivamente balzarono in piedi. Era la
dottoressa Kubler, ma non più nei suoi panni consueti di
scienziata. Sembrava tutt’altra persona. Il volto già bello era
ora meraviglioso, l’atteggiamento deciso, l’andatura
marziale, lo sguardo ad inseguire mete altissime. Le lunghe
gambe fasciate da velatissime calze di seta spiccavano sotto
una minigonna nera. Il seno piccolo, ma sodo e ben fatto,
quasi a ricordare la pubblicità di una famosa marca di
reggiseni ricoperto da una sottile maglia di lana, spuntava
fra i baveri di una giacca anch’essa nera. Sembrava una
regina dei tempi antichi.
Guardò con evidente soddisfazione l’apparato e i suoi
seguaci e poi, accomodatasi dietro un lungo tavolo, fece
cenno ai convocati di sedersi. Li osservò attentamente uno
per uno con il suo sguardo penetrante e infine:
È questo un gran giorno per la nostra nazione e per il
mondo intero. Una nuova era sta per iniziare. Basta con le
guerre, basta con i contrasti. Noi, forti della nostra potenza,
edificheremo un mondo nuovo, con leggi nuove, con esseri
che si dovranno avvicinare alla perfezione a mezzo di un’accurata
selezione genetica e di un’educazione mentale
rigorosa.
«Questa sera, attraverso la televisione del nostro paese
collegata in mondovisione, la terra saprà della nostra
potenza e del suo destino ...
Bardot e Boyer stavano per intervenire, ma un imperioso
gesto della nuova Fuhrer li paralizzò.
«... Mi rendo conto della vostra perpiessità e dei vostri
dubbi sulla veridicità di quanto vi ho comunicato per
lettera. Ho pensato anche a questo. Contemporanemente
alla trasmissione televisiva avverranno due fatti che
Hitler in gonnella
convinceranno il mondo e voi che la nostra potenza è reale
e non frutto di una o più menti esaltate.
«Certamente saprete che i russi hanno in programma per
questa sera lo scoppio di una loro bomba nucleare in
Siberia. Ebbene, signori, tale scoppio sarà impedito contro
la loro volontà da qui, con un semplice abbassare di leva...
Un leggero mormorio di stupore percorse il gruppo dei
consiglieri, ma la Fùhrer non sembrò nemmeno
accorgersene e prosegui:
«... Solo dieci minuti dopo nel Pacifico scoppierà una nostra
bomba al cullonio 2000 a settemila metri di profondità per
non creare molti danni. Il primo e il secondo avvenimento
fugheranno ogni residua perplessità».
Li osservò con aria compiaciuta, poi: «Finalmente il nostro
piccolo paese potrà svolgere il vero ruolo al quale è
destinato. Già ora, praticamente sfornito delle armi che
davvero contano, esso svolge una funzione non secondaria.
Da oggi il nostro compito sarà quello di guidare il mondo».
Hodler e Beth scattarono in un improvviso:
«Viva Lili Hitler!”.
me, ma tutti lo dovranno essere. La Svizzera dovrà far
corpo unico con i miei seguaci che già sono ben più
numerosi di quanto possiate immaginare. Ho qui oltre 100
mila uomini a mia disposizione fra i 7 mila del laboratorio e
della centrale e gli oltre 90 mila che in veste di turisti
affollano Interlaken, Wengen, Grindelwald e tutta la zona
fino al Lòtschberg. Altri milioni converranno presto
principalmente dalla vicina Germania e dall’Austria dove la
fiaccola nazista non si è mai completamente spenta. Anche
àalfltaLia e dall’Ungheria fedeli fascisti e neofascisti sono
pronti ad un mio richiamo ...
Hitler in gonnella
Il mento proteso in avanti e gli occhi luccicanti ricordarono
un misto di Mussolini ed Hitler nei loro momenti di trionfo,
ma certamente di tanto più belli!
“... Signori, o meglio camerati, darete immediatamente
ordine a tutti gli organi di comando del nostro paese di
mettersi a disposizione mia e dei miei collaboratori. Di
fatto, con il vostro avallo, da oggi assumo il potere
totalitario della Confederazione Eivetica. Fra un anno i
cittadini potranno pronunciarsi attraverso un referendum
sul mio governo. Qui a vostra disposizione vi sono telefoni,
mezzi televisivi e portaordini per diramare quanto vi ho
chiesto. Vi avverto che non sopporterò opposizioni e sapete
dalla mia lettera che ho i mezzi per eiiminarle. chi aderirà
con entusiasmo avrà importanti incarichi e chi non lo farà
sarà punito”.
Beth e Hodier scattarono nuovamente in un più
entusiastico:
«Viva Lili Hitler!» e ad essi si aggiunse, anche se più
fiocamente, Andrea Cimotti dal volto simile a Matroianni,
l’attore prediletto dal famoso regista Fellini.
Ma gli altri nicchiavano. Il vecchio Hindenburg era
frastornato, Bardot e Boyer indignati e Mùller incerto. Ai
primi due non sembrava vero di poter manifestare
chiaramente la loro ammirazione per il nazifascismo del
quale ancora rimpiangevano la sconfitta. Il ticinese riteneva
opportuno per ora aderire a quella che gli sembrava la
parte più forte, ma riservandosi di poter un domani dire di
essere stato costretto da una situazione del tutto
particolare e per il bene dei propri connazionali. Miiller
sentiva l’orgoglio della discendenza tedesca ma avrebbe
voluto, da buono svizzero, l’avallo del popolo. Oh, se si fosse
potuto subito indire il referendum!
Hitler in gonnella
La fascinosa Lili si era frattanto alzata e, indicando due
specie di valchirie in divisa da maresciallo del Reich
opportunamente modificata per belle donne, affermò:
«Vi lascio con i feldmarescialli Reina Schnellinger e Herta
Beckenbauer che seguiranno e coordineranno l’esecuzione
di quanto vi ho chiesto e poi vi condurranno a visitare le
nostre postazioni militari e scientifiche e a una rivista dei
battaglioni Liii. I camerati Hodler e Beth saranno poi
alloggiati presso il Quartier Generale; il Presidente
Hindenburg, Bardot e Boyer rimarranno confinati in altra
zona. Per Cimotti e Miìller deciderò poi».
Rapidamente uscì salutata dal fragoroso urlo di
«Heil, Liii Hitler», che sembrò ancora più possente di quello
che l’aveva raccolta al suo ingresso.
Quella sera i cittadini della Confederazione e quelli del
mondo intero si accinsero ad assistere a quella
trasmissione in mondovisione che durante tutto il
pomeriggio era stata più volte annunciata come la più
interessante e importante del secolo.
In una vecchia casa della Marina Grande di Sorrento, posta
in una splendida posizione sul porticciolo dei pescatori,
Amedeo Leone, dopo il lungo riposo pomeridiano, si era
preparato un’energetica cena a base di bistecca alta un dito,
zabaione, crostacei vari con maionese, annaffiata da un
cocktail di sua invenzione e dall’effetto fortemente
stimolante e si accingeva a guardare un po’ la televisione
prima degli stressanti impegni serali.
Era un uomo minuto, dalla scarsa muscolatura, ma tutto
scatti e con i nervi sempre pronti. I capelli nerissimi e
ampiamente impomatati, i baffetti piccoli e curati con
estremo impegno sottolineavano il naso piccolo e regolare
e le labbra sottili, volitive e sensuali. Gli occhi scurissimi, lo
sguardo fatuo e pieno di un senso di superiorità quasi ad
Hitler in gonnella
evidenziare la consapevolezza di uno che vale e che piace,
una specie di Tiberio Murgia insomma, quello per
intenderci che interpretava «Ferribotte» nel film I Soliti
ignoti.
Da cosa potesse derivare quel senso di superiorità non era
facilmente comprensibile a chi lo osservasse per la prima
volta o si informasse sulla sua posizione sociale, studi e
censo.
A ventotto anni Amedeo, figlio di un pescatore palermitano,
non aveva un lavoro fisso, aveva studiato fino alla terza
media ed era riuscito a venir fuori dalla casa paterna ricca
di fratelli e sorelle per abitare in quel quartierino vecchio,
ma comodo dove le cose di maggior valore erano un gran
lettone con spalliera di ottone e un guardaroba colmo di
pantaloni, shorts, camiciole sgargianti firmate dai migliori
sarti e un paio di smokings estivi. Nell’ingresso faceva bella
mostra di sé una colossale moto giapponese luccicante di
cromature e dotatissima di fari, faretti, specchietti
retrovisori, decalcomanie, radioregistratore, borse laterali e
cosi via. Il padre aveva dedicato tutta la sua intensa vita di
lavoro a realizzare le sue aspirazioni attraverso le
affermazioni dei figli, e si può dire che vi fosse riuscito. Le
femmine si erano sposate o erano fidanzate con persone
ricche o di buon livello sociale. I maschi avevano studiato o
studiavano con successo ed alcuni occupavano già dei
buoni impieghi o esercitavano lucrosi commerci.
Solo Amedeo no. Ma Amedeo un lavoro lo aveva e da anni e,
se non era dotato culturalmente, aveva un qualcosa in più
di cui era profondamente orgoglioso!
Negli anni ruggenti della pubertà si era presto reso conto,
da opportuni confronti, che il suo membro era ben più
grande di quello dei compagni. Tutte le prostitute
avvicinate e le poche ragazze indigene che gli era riuscito di
Hitler in gonnella
conquistare ne rimanevano entusiaste, ma non solo per le
dimensioni, così inversamente proporzionali al suo fisico e
alla sua altezza, ma anche per la resistenza all’uso che
praticamente non aveva limiti. Aveva insomma una o
addirittura due marce in più!
Ma a che sarebbe servito se il suo aspetto non gli
consentiva di conquistare le ragazze o le signore alla cui
sola vista il ruggente sesso immediatamente si metteva in
azione dandogli una senzazione di forza immane,
irrefrenabile? Erano quelli i tempi di Palermo e di Torre del
Greco. Le ragazze preferivano accompagnarsi con fusti di
cui l’Italia negli anni Settanta era ormai, dopo un’attesa di
secoli, ben dotata, particolarmente di quelli biondi che
sempre più somigliavano agli atleti tedeschi, svedesi e
americani.
Poi il trasferimento a Sorrento e qui la scena era
completamente cambiata! Erano apparse le turiste,
giovanissime, giovani, di mezza età e vecchie.
Amedeo si era accorto con piacere di poter usare sempre
più di frequente, a volte quasi continuativamente, quella
sua grande forza. Ora piaceva anche prima e non solo
durante e dopo. Era diventato sicuro di sé e il suo sguardo
aveva acquistato quell' aria di superiorità.
Perché studiare o cercarsi un lavoro fisso? Perché tentare
attraverso prestiti di aprire un bar o un negozio? Lui un
lavoro lo aveva e una dote cosi sviluppata che pochi
potevano vantare! Quelle nordiche non desideravano altro
che un uomo come lui, piccolo. nero e con un sesso cosi!
Le giovani per diletto, le tardone per guadagno, tutte gli
andavano bene! Presto si era «fatto un nome». I compaesani
lo guardavano con rispetto e invidia, le straniere venivano
apposta. L’Ente del Turismo, gli albergatori,i proprietari di
Hitler in gonnella
nights facevano a gara a chi lo trattava meglio e spesso gli
inviavano regali e percentuali. Si sentiva un "arrivato" e
avrebbe anche potuto mettere da parte un discreto
gruzzolo, se le sue manie spenderecce nei «mesi di riposo»
non lo portassero a consumare tutto quello che guadagnava
nei sei mesi di alta stagione turistica. Conservava solo gli
anelli che di tanto in tanto riceveva in dono.
È vero che se avesse voluto aumentare gli incassi avrebbe
potuto nei mesi invernali trasferirsi nelle apposite località,
ma l’istinto, più che la ragione, gli suggeriva che non
bisognava esagerare e chiedere troppo a quel suo sesso
superdotato. E poi vuoi mettere l’effetto in un ambiente
caldo, pieno di sole e di umori mediterranei in confronto a
località fredde e magari con la neve dove abiti imbottiti,
cappuccio o altro avrebbero mascherato la sua nera
bellezza?
L’immagine si formò sul piccolo schermo, cupe montagne e
un deserto pietroso apparvero, poi uomini a cavallo e altri
che inseguivano i primi, colpi di fucili e grida gutturali.
“Uffah! Che rompicazzo, il solito western”, mormorò
Amedeo mentre affondava il cucchiaio nello zabaione.
Manovrò il telecomando e in rapida sequenza apparvero un
balletto, bambini che cantavano, cartoni animati,
superuomini con superarmi, missili che fracassavano tutto
e missili fracassamissili, un uomo e una donna nudi che si
amavano furiosamente. Amedeo fermò la sua attenzione,
mentre scostava la tazza con lo zabaione e afferrava il
piatto con i crostacei, e poi: “Dilettanti! “, mormorò con
sufficienza e superiorità. Cambiò ancora ed ecco la
immarcescibile Nicoletta Orsomando che con un' aria fra
compresa e spaventata annunciava:
«Ci colleghiamo ora in mondovisione con la Svizzera per la
trasmissione straordinaria che vi abbiamo comunicato».
Hitler in gonnella
La sigla, la musica, una graziosa annunciatrice svizzera che
pronunciava parole in tre lingue e poi un gran tavolo
sormontato da un’immensa croce uncinata intersecata con
quella elvetica, al quale sedevano bellissime donne in
strane uniformi. Al centro una meravigliosa, moderna,
giovane Marlene Dietrich che prese la parola in tedesco,
mentre una voce in sottofondo traduceva in italiano.
«Donne uomini di tutto il mondo, è Lili Hitler che vi parla, la
figlia del Fùhrer della grande Germania, Adolf Hitler. Come
ho già fatto diffondere a tutte le agenzie di stampa vi
comunico che da oggi ...
“Sei bella, ma non mi fai fesso, le solite trasmissioni
fantapolitiche. Ma a chi cacchio pensano di interessare...” e
con un gesto di fastidio e superiorità ‐lui non lo metteva nel
sacco nessuno, era furbo‐ Amedeo cambiò canale e
finalmente trovò quello che cercava


Ultima modifica di Bruno il Lun Gen 21, 2013 2:29 pm, modificato 3 volte
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MessaggioTitolo: Re: HITLER IN GONNELLA romanzo, premio Italia di Fantascienza    Dom Dic 28, 2008 6:54 pm

una bella canzone
napoletana.
‐ Terminò il pasto e si accinse all’incontro con la ricca
tardona svedese.
Hitler in gonnella
CAPITOLO TERZO
Le reazioni al discorso della fascinosa e imperativa Lilì, ma
principalmente alla mancata esplosione nucleare russa e
ancor più a quella regolarmente avvenuta nel Pacifico della
bomba al cullonio 2000, superarono di gran lunga quelle
che avevano accompagnato tutti i più gravi avvenimenti dei
già tanto tormentato XX secolo. Sui circa quattro miliardi di
abitanti, una gran parte fu colta da sgomento, orrore, folle
paura ed anche incredulità. Sì, c’é molta gente pronta, di
fronte a possibili disgrazie o ad avvenimenti calamitosi
sociali o personali, a far scattare consciamente o
inconsciamente l’unico possibile dispositivo di difesa:
l’incredulità, la fuga dalla realtà anche se ben presente e
confermata da prove irrefutabili. Il mondo nelle mani di un
dittatore, o peggio di una dittatrice! La figlia di colui che
aveva scatenato la Seconda Guerra Mondiale! Dello
sterminatore di milioni di ebrei e di deportati! L’inventore
dei bombardamenti a tappeto! L’assertore della razza pura
e perfetta! Dio, perché il mondo doveva vivere ancora una
disgrazia simile, aggravata dal fatto che nessuno, uomini o
Stati, sembrava in grado di opporsi! E poi una donna! E
vero che il femminismo aveva fatto passi da gigante negli
ultimi anni, ma la gran parte dell’universo femminino aveva
sì voluto il progresso, la liberalizzazione, la parificazione e,
a parole, la supremazia femminile, ma sempre con la
copertura dell’uomo. Così come tanti nei paesi occidentali
vogliono la prevalenza di idee e leggi comuniste, ma sempre
Hitler in gonnella
dietro il paravento della potenza americana che ben si
possa opporre ad un’ingerenza diretta e prepotente del
gigante russo e del suo partito al potere.
Una parte però, e nemmeno tanto piccola. gioì di quella
sconvolgente novità. Finalmente riposti sentimenti di
nazionalismo, desiderio di governi forti e autoritari, leggi
razziste e non ultima la identica soggezione nella quale
sarebbero stati ridotti i due colossi degli ultimi
quarant’anni, gli USA e gli URSS. potevano esternarsi
liberamente.
Si scatenò immediatamente la lotta per crearsi benemerenze
e per poter essere il o la Quisling del proprio
paese. E le donne poi, le vere più esaltate “femministe”,
erano all’apice della soddisfazione alla notizia che tutti i
posti più importanti dovevano essere loro e che gli uomini,
dopo secoli di domimo ‐perlopiù apparente ‐ avrebbero
assunto solo posizioni di secondo grado.
Nei giorni frenetici che avevano seguito la storica
trasmissione televisiva, vi fu tutto un fiorire e un nascere o
rinascere di partiti neofascisti nelle varie nazioni. Le
bandiere inglese, americana, russa, cinese con al centro una
grande svastica e un fascio littorio! Ma la cosa più
sensazionale fu l’apprendere che i programmi della Fuhrer
prevedevano il ritorno ad una vita sessualmente morale.
Abolizione di films, riviste e libri pornografici e della
prostituzione ufficiale o ufficiosa, ma di quella femminile!
Al suo posto, nel quadro della nuova posizione della donna
sessualmente più sensibile e bisognosa di appagamento,
quella maschile!
Proprio così! Sarebbe stata appoggiata e incoraggiata la
prostituzione maschile, addirittura sotto l’egida dello Stato.
Sarebbero state riaperte le cosiddette bordelli, ma con prostituti e non prostitute, tenutari e non
Hitler in gonnella
tenutarie. Le donne avrebbero potuto recavirsi in piena
libertà e, col pagamento di una o più «marchette”,
soddisfare le proprie esigenze.
Nei paesi musulmani non sarebbero stati più gli uomini a
possedere un harem, ma le donne! Vecchie leggi
sull’adulterio sarebbero tornate in vigore, ma, beninteso, a
favore della donna e non dell’uomo. Il delitto d’onore
sarebbe stato nuovamente contemplato, ma solo se la
moglie avesse ucciso il marito colto in flagrante adulterio.
Che mondo e che bazza per le «vere femministe»! I più alti
gradi militari, nella magistratura, nei governi, nella
diplomazia, nei consigli di amministrazione, nelle
università sarebbero stati loro e solo loro. Forse col tempo
e con molta prudenza e gradualità, agli uomini sarebbe
stata consentita una certa parità di diritti.
E i governi come avevano reagito? Al primitivo senso di
incredulità e di irrealtà, con grande sgomento quando gli
Osservatori Scientifici avevano confermato l’efficacia del
cullonio 2000 e del raggio kuta.
Reagan aveva immediatamente convocato i ministri alla
Casa Bianca che avevano preso posto intorno al tavolo
ovale dove i valletti si erano, come sempre, preoccupati di
non far mancare i soliti recipienti di vetro ricolmi di
caramelle — le piccole manie che contraddistinguono un
presidente dall’altro, innanzitutto! — Il sorriso fotogenico
era meno smagliante dei solito, ma pur sempre presente,
perbacco! Dopo un paio di battute, immancabili in un uomo
politico americano, accolte da forzati sorrisi, si erano interpellati
gli esperti del Pentagono, generali a cinque stelle, e
in una ridda di passaggi di caramelle si era dovuto
constatare che non vi era nulla di veramente attivo da fare,
se non un tentativo di accordo che salvasse perlomeno gli
“States» dall’ideologia e dal predominio nazista.
Hitler in gonnella
All’immediato pranzo subito approntato e alla presenza
della First Lady partecipavano anche i massimi esponenti
della CIA. Il quarto potere fu ammesso per venti minuti,
mentre le telecamere delle più grandi reti nazionali
poterono riprendere le importantissime personalità che
bagnavano le labbra nei bicchieri di purissimo cristallo.
Più tardi, in una riunione più ristretta e finalmente più
riservata, anche Carter fu invitato, naturalmente sempre
con un abbondante numero di caramelle.
«Allora, mister president, come pensa di risolvere la
situazione?”, chiese Carter mentre si grattava un orecchio.
“... Io sono riuscito ad ammansire Khomeini nell’Ottanta con
alcuni miliardi. Perché non oflrite alla Hitler l’oro di Forte
Knox?”.
Reagan sorrise, memore del periodo hollywoodiano e delle
conferenze televisive, ma presto il sorriso scomparve da
quel volto che apparve in tutta la sua drammaticità — gli
fosse riuscito così in un film! —, ricco di rughe, di anni e di
stanchezza.
«Non credo servirebbe. ..» e, rivolto al ministro del tesoro,
«... Che ne pensate?» Il personaggio interpellato inghiottì la
caramella che stava suggendo e rispose:
gravissimo contraccolpo».
Il segretario di Stato intervenne:
«Se permettete, mister president, non credo che l’oro o i
soldi servirebbero, ma solo la forza, l’azione senza paura, il
trattarla in modo duro. Ha funzionato con i russi all’inizio
della vostra presidenza e funzionerà anche con lei».
Reagan spostò bruscamente la coppa con le caramelle e
disse, sempre con la voce educata da attore anche se dentro
di sé sentiva montargli una rabbia infinita:
Hitler in gonnella
«Ma come, la forza? E il raggio kuta?”
«Ma potrà fermare contemporaneamente tutti i nostri
missili?»
«E il cullonio 2000?»
«Distruzione contro distruzione. Non vi è scelta. L’America
non può e non deve cedere, porca puttana... Ah, sorry,
mister president».
Il primo cittadino fece un vago gesto di perdono, come a
dire: «Di pure» e, rivoltosi ai generali:
«E voi che ne pensate?»
I vertici militari della grande potenza si guardarono l’un
l’altro sgomenti e girarono la domanda all’esperto in
missilistica, un ometto alla Mickey Rooney. Questi si alzò,
estrasse dei fogli da una borsa in pelle e li ripose
ordinatamente avanti a sé sul tavolo che, date le dimensioni
dell’oratore, gli fungeva come un normale leggio e iniziò:
dettagliati dei nostri Osservatori, le analisi di potenza, i
calcoli approfonditi. Ho immesso il tutto nel nostro
computer e il risultato è sconfortante. Mentre le bombe al
cullonio 2000 distruggeranno sicuramente il novanta per
cento degli States e l’ottantacinque per cento dei rifugi
atomici, il raggio kuta non permetterà assolutamente di
raggiungere il covo della Fiìhrer. Forse l’un per cento al
massimo del territorio svizzero sarà colpito e ben lontano
dallo Jungfrau, dove mi risulta fra l’altro esservi validissimi
rifugi atomici...» Guardò intorno sconsolatamente, abbassò
il capo e concluse: «Non c’è speranza con la forza, mister
president». Sedette e succhiò una caramella.
Il Presidente non ebbe la forza di sorridere. Le campagne
elettorali, i films, le conferenze sembravano appartenere ad
un altro mondo! Poi si rivolse al capo della CIA:
Hitler in gonnella
«E voi cosa potete fare? Il programma economico che avevo
enunciato all’inizio del mio mandato non si è potuto del
tutto attuare per le grandi spese che mi avete convinto a
fare. Non siete riusciti a sventare prima, non
un’indiscrezione, niente. Agite perlomeno ora, perdiana!” e
batté forte il pugno sul tavolo centrando una coppa con
caramelle che volarono tutt’intorno.
Il capo della CIA ne fu impressionato. Mai aveva visto
l’Attore così irritato, mai perdere il suo proverbiale fair
play.
«Sorry, mister president, sorry. Ma come potevamo pensare
alla Svizzera? Tutti gli Stati sono sotto il nostro attento
controllo con agenti segreti o satelliti spia e uomini di
governo a noi devoti e da noi stipendiati. Non solo i paesi
dell’area orientale, ma anche l’India, l’Egitto, la Cina, il
Pakistan, la Francia, la Gran Bretagna, la Germania, finanche
l’Uruguay e l’Italia, ma la Svizzera no, chi ci avrebbe
pensato! Con quelle tradizioni! Sarebbe stato come
controllare il Lussemburgo, Monaco o San Marino! Sorry,
mister president, accettate le mie dimissioni”.
«Mister president, sto mettendo a punto un piano per altre
vie. Datemi tempo, allora».
Reagan osservò gli altri membri della riunione e ne cercò il
consenso con lo sguardo. Nessuno disse nulla. Allora:
«Fate quello che potete e anche quello che non potete. Tutte
le speranze sono su di voi. Mi riferirete. Speriamo che la
Hitler ce ne dia il tempo e che Dio ci aiuti».
Anche al Kremlino si era tenuta una riunione fra i maggiori
membri del Praesidium, militari e del KGB. Analoghi i
risultati con l'unica variante che un generale aveva anche
proposto l’invasione della Svizzera e in particolare dello
Jungfrau con un lancio di venti divisioni di paracadutisti,
Hitler in gonnella
ma il disgraziato era stato immediatamente silurato ed
inviato in un posto subalterno a Vladivostok sul Pacifico.
Al Consiglio dei Primi Ministri della Comunità Europea vi
era stata battaglia grossa e per un pelo non cruenta. Antichi
rancori, vecchie sospettate simpatie, possibilità di rivalsa,
accuse sparate da un membro all’altro senza pietà
rivelarono che in fondo nulla era cambiato, nonostante le
apparenze, negli ultimi quarant’anni. Francesi contro
tedeschi, inglesi contro italiani, greci contro tutti. Ma come
al solito nessun costrutto.
In Cina si impiantarono un paio di processi e si confidò
sulla lontananza e sul miliardo di abitanti. In India, in
Pakistan, in Iran, in Africa centromeridionale avevano già
tanti guai loro a cui pensare che poca attenzione fu
riservata alla Fùhrer e si attese l’evolversi degli eventi.
Nell’America centrale e in quella del Sud molti Stati
accolsero quasi con gioia la novità che con ogni probabilità
li avrebbe rafforzati.
Gravi preoccupazioni invece nei paesi produttori di petrolio
e qualche proposta di minacciare di far saltare i pozzi, ma
senza seguito.
Terrore infine, e davvero giustificato, in Israele dove vi
furono alcuni suicidi, specialmente fra alti membri del
servizio segreto.
Hitler in gonnella
CAPITOLO QUARTO
Le feldmarescialle Reina Schnellinger ed Herta
Beckenbauer, fiere ed altere del loro eccelso ruolo, della
loro smagliante bellezza che molto si avvicinava a quella
delle gemelle Kessler dei tempi migliori, e delle loro sobrie
divise nere ricche di decorazioni, avevano condotto i sette
membri del Consiglio Federale lungo il pianoro del
Konkordialplatz dove, schierati in ordine perfetto, vi erano
alcuni battaglioni Liii. Il loro apparire venne salutato da un
altissimo «Heil Liii Hitler» che si spezzò in mille echi che
ritornavano dalle tante pareti rocciose, dagli orgogliosi
picchi, dai canaloni imponenti e rintronavano rombanti nei
condotti uditivi dei massimi esponenti della Confederazione
Elvetica.
Il pesante e massiccio Beth, preso da gioia ed entusiasmo
con il faccione illuminato da un gran sorriso, rivaleggiava
con il magro Hodler nell’agitarsi ed elogiare tutto quello
che vedeva. Anche Mùller sembrava contagiato
dall’entusiasmo e sempre più si sentiva orgoglioso della sua
origine tedesca e sempre meno ricordava che in fin dei
conti tedesco, sì, lo era, ma svizzero, di qùella Svizzera nota
per i secoli di neutralità e di non ingerenza negli affari
politici degli altri Stati.
Il vecchio Presidente si trascinava pesantemente e con
tristezza pensava allo strano destino dei nomi. Adolf
Hindenburg, il suo; Adolf come Hitler e Hindenburg come il
Hitler in gonnella
capo di Stato tedesco che nel 1933 affidò proprio a Hitler il
cancellierato, aprendogli così la via al potere assoluto.
Cimotti atteggiava il bel viso a composto interesse e di
tanto in tanto rivolgeva alle due stupende mare‐scialle
qualche complimento sulla perfetta organizzazione e si
tormentava nel dubbio se fosse il caso o meno di elogiarle
anche per la loro avvenenza.
Boyer e Bardot, sempre più irritati e sempre più memori
della sfilata delle truppe naziste sotto l’Arco di Trionfo a
Parigi, mascheravano a stento il desiderio di ribellione che,
come la piena di un fiume impetuoso, andava sempre più
montando dentro di loro e si auguravano che tutto fosse
solo una pagliacciata e un incubo dovuto a cattiva
digestione.
Poi la sfilata perfetta delle Ariane e degli Ariani purissimi,
alti, biondi, robusti e atletici che esegui‐vano, in perfetto
sincronismo, il famoso «passo dell’oca». Infine la visita ai
laboratori e alla sala delle leve che comandavano i raggi
kuta. Ne rimasero profondamente colpiti e, dietro imperiosi
inviti, diramarono gli ordini per un totale passaggio di
poteri alla Fuhrer e alle sue più dirette collaboratrici.
Nel giro di pochi giorni la Svizzera fu tutto un focolaio
nazista; modesti i tentativi di reazione, immediatamente
soffocati nel sangue.
Ma non solo la Svizzera fu subito a disposizione di Lilì;
anche la Germania occidentale, l’Austria e infine la
Germania orientale. La cortina di ferro fu definitivamente
eliminata e la Svizzera, con l’annessione dei territori
appartenenti ai vecchio Reich, divenne una grande nazione
con confini orientali che si spingevano fino a Brest‐Litovsk
e includevano la vecchia Prussia. L’esercito modernissimo
poteva contare su oltre due milioni di donne e uomini e
aveva, con un’attivissima , il completo
Hitler in gonnella
controllo di tutti i principali uffici, ministeri, stazioni
radiotelevisive, basi missilistiche, centrali nucleari,
principali industrie, quotidiani e periodici; insomma di
tutto quello che contava.
Spesso i cittadini del nuovo grande Stato potevano
ammirare la loro Fuhrer sempre più bella che in chiave
femminista sfoggiava un’ eloquenza trascinante che tanto
ricordava quella del padre. Colonne di entusiasti, come in
un pellegrinaggio, ma sempre sotto stretto controllo della
), si recavano ad Eigergletscher dove erano
immessi alla visione diretta, anche se a decine di metri di
distanza, della divina Lili.
Ma chi era davvero questa donna bella, intelligente e
autoritaria come una dea? Perché si era rivelata solo a
quarant’anni, anche se ne dimostrava molti di meno? Qual
era stata la sua vita precedente? Come e quando aveva
appreso di essere la figlia del Genio del Male del XX secolo?
Il mistero più fitto avvolgeva i suoi precedenti. Si sapeva
solo dei suoi trascorsi di studiosa, ma anche su questi non è
che si conoscesse molto aldifuori del ristretto ambiente
scientifico mondiale.
Lili Kubler aveva trascorso un’infanzia serena e tranquilla,
nulla di più e nulla di meno di quella dei tanti bimbi che
affollavano l’elegante quartiere residenziale che si estende
fra i fiumi Limmat e Sihl. Sul grande viale alberato e
silenzioso che ne costituisce il cuore si affacciavano ville di
varie dimensioni, l’aspetto prevalente era caratterizzato da
uno stile moderno e funzionale, con uno o due piani, ampie
portefinestre, schematiche strutture e grande uso di
cristallo e di alluminio. Solo nella zona più centrale qualche
antica villa, ricca di colonne, stucchi, fregi e capitelli. Sia le
une che le altre divise dalla strada da curatissimi prati
contornati da ordinatissme siepi. Nella zona posteriore folti
Hitler in gonnella
giardini con alti alberi perlopiù sempreverdi. Solo di rado si
poteva intravvedere una piscina e qualche campo di tennis.
I proprietari erano banchieri, alti funzionari, industriali,
ricchi commercianti e professionisti di successo.
Il dottor Hugo Kubler apparteneva a quest’ultima categoria
e con la moglie Ellen aveva posto la massima attenzione
nella realizzazione della sua villa, che non era delle più
lussuose, ma certamente fra quelle arredate ed eseguite con
maggior gusto. Particolarmente le aiuole colme di fiori e la
serra ricca di piante tropicali e di una ventina di varietà di
orchidee, costituivano il suo hobby, la sua valvola di
sicurezza dopo le stressanti giornate trascorse all’ospedale
Cantonale dove era primario chirurgo. Immancabilmente
ogni pomeriggio, alle sei in punto, la sua alta, distinta figura
compariva sul cancello d’ingresso accolta dalla biondissima
e graziosa giovane moglie e da una figurina magra,
longilinea, con un visetto minuto e angoloso e occhi
bellissimi, ma in fondo ai quali vi era un qualcosa di strano
e misterioso. Fra le due, Ellen e la bambina, una Liii di dieci
anni, la più infantile sembrava senz’altro Ellen, piena di
slanci e curiosità che facevano contrasto con la
compostezza dell’altra.
Liii legava poco con le compagne di scuola o con le vicine di
casa o con i figlioli degli amici di mamma e papà; ma
proprio quando non ne poteva fare a meno e partecipava a
giochi o conversazioni, il suo carattere forte, a volte
violento, si manifestava e immediatamente diveniva
protagonista. Ma a scuola o negli sports che il padre la
forzava a praticare non emergeva per nulla. Era svogliata,
quasi assente e il suo sguardo sembrava inseguire chissà
quali cose lontane. Usava appartarsi non appena poteva
farlo, seguire il cammino infaticabile di una colonna di formiche,
le evoluzioni dei pesci nella vasca o il volo felice
Hitler in gonnella
degli uccelli. Poi improvvisamente un piede prepotente
schiacciava le formiche, una mano cercava di afferrare i
pesci o un bastone manovrato con abilità e cattiveria
distruggeva i nidi degli uccelli.
Cosa mai la tormentava? Forse l’aver appreso di non essere
la figlia naturale di Hugo ed Ellen che figli non potevano
averne? Era stato uno shock quando quelli che aveva
considerato i suoi veri genitori glielo avevano detto, usando
molta dolcezza ed esortandola a non sentirsi diminuita, ma
anzi conscia di essere stata fortemente voluta e ancor più
amata. Inoltre non doveva considerarsi un essere raro, perché
bambini rimasti orfani e poi adottati ve ne erano tanti.
Qualcuno anche nelle ville del loro quartiere. Il vero affetto
non è solo un fatto di sangue, avevano aggiunto, ma
principalmente una conquista lenta da attuarsi giorno per
giorno.
Ma i suoi genitori naturali chi erano, come si chiamavano,
dove erano morti? A queste domande i Kubler erano stati
più evasivi; le avevano detto solo che era stata trovata viva,
a soli pochi mesi di vita, fra i resti di un incidente
automobilistico e al brefotrofio, dove era stata condotta
subito, non erano riusciti ad individuare alcun parente,
mentre i corpi dei genitori che viaggiavano con lei erano
rimasti carbonizzati. Doveva dimenticarli, avevano
concluso con dolcezza, e considerare che i suoi veri genitori
erano proprio loro, Hugo ed Ellen con i quali viveva da
allora e che avevano fatto di lei lo scopo e la gioia della propria
esistenza.
Gli anni passavano e la vita si snodava con un ritmo
tranquillo e ordinato: la casa, la scuola, il nuoto, il tennis, il
pattinaggio sul ghiaccio, il cinema, le compere in
Bahnhofstrasse, l’arteria principale di Zurigo, dove i
Hitler in gonnella
lussuosi negozi si susseguivano senza soluzione di
continuità.
L’estate la trascorreva al mare, in Italia, a Venezia, Cattolica,
e un anno nel meraviglioso golfo di Napoli, a Capri, Ischia e
Sorrento.
Durante le ferie invernali si recavano a sciare a St. Moritz, a
Grindelwald o a Wengen e proprio nella piana soleggiata di
questo grazioso paesino montano sul quale domina la
cresta argentata della Jungfrau, Liii era sembrata scuotersi
dalla sua apatia e dai suoi misteriosi pensieri. Forse per la
prima volta nella sua vita incominciò a partecipare, se non
proprio con entusiasmo ma con un certo interesse, a balli e
gite che i giovani villeggianti organizzavano in
continuazione.
Aveva diciassette anni ed era ormai una stupenda ragazza.
La sua rassomiglianza con Marlene Dietrich era
impressionante. I ragazzi glielo avevano detto e le facevano
una corte ossessiva che lei respingeva con alterigia e
insofferenza.
Ma una sera, a uno dei soliti balli, qualcosa aveva rotto
quella maschera di indifferenza e superiorità che
nascondeva forse un profondo senso di isolamento e di
mancato vero inserimento nell’ambiente della gioventù
dorata che da tanti anni era costretta a frequentare.
Karl, brillante studente del Politecnico di Zurigo, era un bel
giovanotto, non molto alto, ma atletico e con un grande
accattivante sorriso che lo rendeva l’idolo delle ragazze
della comitiva. La invitò a ballare e la strinse a sé, mentre le
sussurrava non i soliti banali complimenti, ma — o forse le
sembrò così —qualcosa di diverso. Improvvisamente le
chiese:
«Sei mai stata a letto con un uomo?»
«No, perché dovrei farlo?»
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MessaggioTitolo: Re: HITLER IN GONNELLA romanzo, premio Italia di Fantascienza    Dom Dic 28, 2008 6:55 pm

«Perché? Ma diavolo, perché è bello. Fare l’amore è la cosa
più bella del mondo!»
«Non ci ho mai pensato seriamente».
«Ma se lo fanno tutti. Alcuni non pensano ad altro”.
«Sono degli stupidi!»
«Sarà, ma è normale farlo. Tutte le ragazze della nostra
comitiva lo hanno già fatto e lo fanno continuamente”.
«A me non va!”, affermò decisa e conclusiva Lili.
«Ma come fai a saperlo?”, chiese Karl mentre le accarezzava
dolcemente il seno e le labbra sfioravano umide e calde il
collo, le guancie, la nuca, le labbra di Liii e la lingua, come
un serpente, tentava di schiuderle.
La ragazza rimase indifferente e passiva.
«Forse non sei normale», la schernì il giovane. «... Ma come,
sei l’unica. Che ti raccontano le amiche? Lo sai, per i cantoni,
che ognuna di loro ha avuto ed ha un’attiva vita sessuale già
dai quindici anni o anche prima?»
«A me non va e non m’importa nulla del sesso e
dell’amore!», replicò cocciuta, ma non lo respinse né si
allontanò dal giovane che continuava le sue manovre sul
viso e sul corpo di Lili.
Poi improvvisamente si staccò da lei. “Allora davvero non
sei normale... Sai che ti dico? Ti riaccompagno in albergo.
Non ho tempo da perdere io con le frigide! Mi troverò
un’altra ragazza che abbia giusti istinti e desideri... Basta
che mi giri intorno, che credi?”
Improvvisa e possente una grande ira pervase Lili
impadronendosi di ogni fibra del suo corpo, così come un
placido lago viene turbato repentinamente da una violenta
bufera e rompe la diga che lo tratteneva e dilaga
incontenibile nella sottostante vallata. Gli occhi
fiammeggiavano, i muscoli erano tesi e il piede, così come
Hitler in gonnella
faceva da bambina, schiacciò con tutta la forza quello di
Karl. Avrebbe voluto distruggerlo, annientano quell’uomo,
quel maledetto maschio!
Il giovane rimase per un attimo interdetto e maggiormente
ammirò quella meraviglia di ragazza che l’ira rendeva
ancora più bella e desiderabile. Ma era troppo esperto
ormai per farlo trasparire e proruppe, per tutta risposta, in
una grande risata.
«Ah, dici che non sono normale? Che non ho desideri
sessuali come le ragazzine che frequenti? Ma guarda, il
gran’uomo!... Su, andiamo nella tua stanza, fammi vedere tu
se sei normale o così bravo come pensi! Hai paura?»
«Paura io? Questa é davvero comica... Andiamoci,
andiamoci subito».
I due fecero a lungo l’amore. Liii, dopo quello scoppio d’ira,
era contratta e timorosa, ma negli amplessi graffiò con
rabbia e crudeltà le spalle, la schiena il torace del suo
partner.
Non provò nessun particolare piacere fisico, anzi. Ma fece di
tutto per mostrare passione e appagamento.
Hitler in gonnella
CAPITOLO QUINTO
Dopo quella prima esperienza con Karl, Lilì incominciò ad
avere, a regolari scadenze, rapporti sessuali con vari
ragazzi, ma faceva molta attenzione a non legarsi con
nessuno di loro ed evitava che la cosa si ripetesse più volte
con lo stesso. Non provava piacere e il sesso le era
indifferente, ma in qualche modo la faceva sentire, se non
proprio inserita, un pò meno isolata.
Le compagne invece davano un’importanza prevalente
all’amore, ai loro partners, alle loro avventure. Era il loro
argomento prediletto, di gran lunga più trattato dello sport,
della scuola, dei vestiti, dei viaggi o delle villeggiature. E
non solo delle loro personali esperienze andavano
continuamente blaterando, ma anche di quelle delle
amiche, di lontane conoscenti, delle attrici famose e
finanche di quelle dei loro genitori.
Liii non interveniva mai in quelle vuote conversazioni che a
volte duravano delle ore. Solo molto di rado accennava alle
sue esperienze sessuali e subito le amiche si facevano
attente a quanto diceva quella misteriosa ragazza che
sembrava indifferente a tutto e che così poco parlava.
“Quanto sono stupide! Che razza di oche”, pensava di loro
Liii. Ma lei in definitiva a cosa pensava di così importante da
farla sentire di tanto superiore? A nulla! La sua mente
vagava quasi sempre nel nulla! Ma, scava scava, una cosa le
piaceva, anche se non con continuità: il far soffrire uomini o
animali, ma non moralmente, bensì fisicamente.
Hitler in gonnella
Così come da bambina ‐ in modo forse inconscio ‐
schiacciava le formiche, ammazzava gli innocenti pesci
racchiusi nelle piccole vasche e distruggeva i nidi degli
uccelli con maggiore gioia se contenevano uova o neonati,
ora nei rapporti amorosi tormentava il partner e cercava,
con le unghie, con i denti, con piccoli calci, di farlo soffrire,
forse per punire la sua mascolinità. Questo le aveva creato
la fama di grande amatrice. Pensavano, gli illusi, che fosse il
risultato di un incontenibile orgasmo!
Anche dominare le piaceva e quasi sempre negli amplessi
assumeva posizioni tutt’altro che passive, e più dell’uomo
che della donna.
Con le amiche poi, quando le andava a genio e non poteva
proprio evitarlo, dettava legge. Non certo per quello che
diceva, ma per un innato senso di superiorità. Era insomma
dotata di carisma e tutto quello che diceva o faceva, fossero
anche le cose più banali, erano accolte con sommo interesse
e rispetto da chi le stava vicino.
Da qualche tempo il padre le aveva regalato numerosi libri
di storia e particolarmente quelli sul Grande Conflitto che
aveva insanguinato il mondo negli anni ‘39/’45. La pregava
di leggerli dicendole che erano la sua passione e che tanto
avrebbe voluto discutere con lei dei vari episodi e dei
protagonisti di quegli anni e precedenti.
Liii non amava lo studio, né la storia, ma provava un affetto
misto a tenerezza per Hugo e si sforzò di accontentarlo.
Stranamente quegli episodi, quei fatti la interessarono più
di qualsiasi romanzo che avesse mai letto. E i protagonisti,
che figure interessanti! Stalin, Hitler, Mussolini, Churchill,
Roosevelt e i vari generali e ammiragli, i marescialli, i
collaborazionisti, i traditori, le spie, i partigiani. E poi le
stragi, le deportazioni, i bombardamenti, le grandi battaglie,
i missili, la bomba atomica. Che periodo! Che anni!
Hitler in gonnella
Incominciò a chiedersi clii avesse ragione, se le potenze
dell’Asse, Germania, Italia e Giappone, o le grandi
democrazie come gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Francia. E
la Russia come si inseriva? E la Svizzera che aveva fatto?
Incominciò a parlarne con il padre che le forni altri libri che
raccontavano del trattato di pace che ne era scaturito. Non
cercava, contrariamente a quanto faceva in altre occasioni,
di influenzarla o di indirizzarla. Esponeva fatti, senza
commenti.
Lili non era studiosa. A scuola andava avanti di classe in
classe solo per l’indubbia notevole intelligenza e per la
prodigiosa memoria e si accingeva, in quel suo diciottesimo
anno di vita, a concludere le scuole medie superiori.
Il giorno del conseguimento del diploma i genitori la
festeggiarono con particolare affetto e le mostrarono il
dono che le avevano preparato, una piccola automobile
tutta nera. Ma non sfuggi a Lili lo stato esasperato di
tensione che Hugo cercava di mascherare e che contrastava
in modo così stridente con quel suo carattere calmo ed
equilibrato in ogni occasione. Inizialmente pensò si
trattasse di commozione dovuta al diploma della figlia, ma
poi si accorse che vi era ben altro quando il medico la prese
per la mano e la condusse nel suo luminoso studio le cui
pareti erano letteralmente tappezzate di libri e dove, negli
ultimi tempi, tante piacevoli ore avevano trascorso a
parlare sui trattati di storia che Lilì aveva letto e sui vari
episodi che più l’avevano interessata.
In una grande poltrona un anziano e serio signore con i
capelli tutti bianchi e una rotonda pancetta li attendeva con
a lato una borsa colma di fascicoli dai quali si effondeva un
acuto odore di vecchio, di chiuso, di muffa.
Hitler in gonnella
«Siediti, cara. Dobbiamo parlarti di cose di grande
importanza. Fai molta attenzione a quanto ti diremo sia il
notaio Kulm che io».
La ragazza, come al solito, non disse nulla, ma si sentiva
turbata, agitata. Sedette sul divano di fronte ai vecchio
Kulm e fu presto raggiunta da Hugo che riprese:
«Ricordi quando Ellen ed io ti parlammo di come ti
avevamo adottata e le tue giuste domande sui tuoi genitori
naturali?... Ebbene, fui vago e reticente e un motivo c’era.
Non potevo allora dirti di chi eri figlia, non avevi l’età per
capire cose importanti e principalmente per giudicarle
secondo un’ottica esatta. Ricordi ancora che da un anno ti
ho pregata di leggere tutti quei libri di storia recente e il tuo
appassionarti su episodi e protagonisti? Ricorderai infine
che più volte mi hai chiesto un parere, ma io ho sempre ilfiutato
di dartelo. Ora saprai perché, cara...»
Le prese la mano fra le sue, la fissò intensamente e poi:
«So benissimo chi sono i tuoi genitori e il notaio ne ha le
prove... Sei la figlia di un grande uomo, checché voglia
giudicarlo la storia che sola conta, o perlomeno più degli
uomini... Lilì, sei la figlia di Adolf Hitler!”
Un vortice di sentimenti, sensazioni travolse Liii. Per la
prima volta nella sua vita provava intensamente
turbamento, sgomento, orrore, orgoglio, amore, voglia di
piangere, di ridere, di baciare, fare l’amore, uccidere,
distruggere, costruire, annullare, annullarsi, dominare,
comandare, edificare, saltare, correre, dormire, morire!
Sentì vagamente Hugo che continuava a raccontarle della
madre vera, Jena Gobill, una scienziata che viveva alla Corte
del FUhrer con incarico di dirigente dei servizi di
informazione scientifica della Gestapo e che era morta
suicida insieme ad Hitler ed Eva Braun in quel fatale 30
aprile 1945. Qualche mese prima la piccola Liii era stata
Hitler in gonnella
affidata al chirurgo svizzero Kubler, uno della equipe
medica del Fiuhrer e subito spedita con lui nella tranquilla
Zurigo.
Poi sentì la voce stridente e sottile di Kulm che le diceva di
osservare un segno, un marchio che aveva sulla natica
destra. Era quella la prova! Le era stato praticato nei primi
giorni di vita alla presenza ditestimoni e avallato da lui,
notaio zurighese, appositamente chiamato per
quell’occasione.
Lili a stento realizzava quanto di così sconvolgente le
veniva detto, ma ricordò, in uno sprazzo di lucidità, di
quello strano segno sul suo corpo che da bambina aveva
notato e delle domande e dell’ironia che spesso i suoi
partners sessuali le avevano rivolto, mentre proprio lissù la
baciavano ardentemente.
«Ed ora, signorina...”, la richiamò il notaio, “... osservi questa
busta, la prego...”. Le mostrò una grossa, robusta e vecchia
busta che, come le altre carte che aveva consultato, odorava
di muffa. «Controlli i sigilli...”. Indicò cinque grossi grumi di
ceralacca contrassegnati da una svastica e da una A e una H
incrociate. «... Anche lei, dottore... E la busta che il Fuhrer mi
fece l’onore di consegnare nei mar zo del quarantacinque...
Ora la apro, secondo le istruzioni che mi imparti allora».
Con enorme delicatezza le dita grassoccie manovrarono un
coltello e fecero saltare ad uno ad uno i sigilli, poi si
affondarono all’interno dell’involucro di carta e ne
estrassero una busta più piccola sulla quale era tracciato
con grafia nervosa: A mia figlia Liii al suo diciottesimo
compleanno. Kulm la porse a Liii che fece cenno al notaio di
leggerla lui. Il professionista, custode di tanti segreti e di
uno di così sconvolgente importanza, iniziò:
«Figlia, oggi hai saputo di esserlo. Spero ne sia felice ed
orgogliosa. Purtroppo non ho potuto goderti. Sarebbe stato
Hitler in gonnella
bello farlo, ma il destino mi ha chiamato ad altri compiti.
Edificare una grande Germania egemone in Europa e
dominante nel mondo. Distruggere la razza semita ne
costituiva il postulato. Gli ebrei, maledetti, ne hanno
sempre costituito il maggiore ostacolo. Purtroppo la mia
vita si chiuderà senza aver potuto realizzare quello che
volevo. Chissà non vi riesca tu. Mio sangue e mia erede. Ti
ho affidato al fedele e insospettabile Kubler e ti lascio,
insieme ad un grande passato, un capitale di 100 miliardi di
franchi svizzeri, la cui amministrazione sarà gestita dalla
Banca di Costanza a nome di Lili Kubler, e fogli del mio
diario che saltuariamente ho compilato. Leggilo e decidi tu
se farlo conoscere al mondo. ‘Sii forte. Ricorda di chi sei
figlia! Il nazismo non muore, ma sono certo avrà nuovo
splendore. Ti abbraccio. Adolf Hitler’”.
Il notaio concluse con voce solenne e commossa. Scattò in
piedi — era ripiombato in altri tempi —, tese il braccio ed
esplose in un «Heil, Hitler». Il volto fiammeggiava, la figura
goffa sembrò assumere proporzioni immense. Anche il
compassato, raffinato Kubler lo imitò. Per un attimo ‐ i due
si ricomposero subito — sembrò di essere tornati vent’anni
dietro!
La grande busta cadde in terra e ne usci un volumetto con
una copertina nera, con fogli dattiloscritti e firmati uno per
uno: IL DIARIO DI ADOLF HITLER.
Hitler in gonnella
CAPITOLO SESTO
15 OTTOBRE 1901 Inizio
oggi questo mio diario. Sarò
quello di un grande uomo. Lo sento. Lo sarò. Debbo tenere
nascosto questo quaderno, come debbo mascherare i miei
pensieri e le mie mire artistiche. Il maledetto despota di casa,
mio padre, lo distruggerebbe subito e mi castigherebbe
severamente come fa in ogni occasione. Maledetto! Ha voluto
farmi entrare alla Real Schule di Linz per farmi diventare un
tecnico. Un piccolo funzionario come lui. Un esponente della
maledetta piccola borghesia. Ma io sarò un artista. Il mio
sarà un nome importante. Sono superiore agli altri uomini!
SETTEMBRE 1905 — Finalmente ho lasciato gli odiosi studi
tecnici. Non sono, non sarò, né voglio essere un tecnico. Mio
padre mi ha liberato della sua odiosa presenza. Già da due
anni è morto! Non ho voluto scriverlo prima. Avevo anche
dimenticato di avere iniziato un diario. Sono finiti i suoi
maltrattamenti, i suoi castighi. Come l’ho odiato e come lo
odio ancora, maledetto! Solo le insistenze di mamma mi
hanno fatto continuare gli inutili studi. Ma ora basta. Me ne
ftego anche di lei. Sono a Spital dove abito. Ho conosciuto
gente interessante, ma a me inferiore, anche se appare il
contrario. Ho ascoltato Wagner e letto Nietzsche. Grandi
Uomini, ma io lo sarò di più! Molto di più!
30 DICEMBRE 1907 È
morta mia madre. Sono dispiaciuto,
ma mi sento anche del tutto libero. Di più mi è dispiaciuto
Hitler in gonnella
non essere stato ammesso all’Accademia di Belle Arti.
Maledetti ebrei! Li distruggerò! Sono un grande. Sono un
artista. Non lo hanno capito. Ma il mondo mi conoscerà. Sì,
mi conoscerà e rimarra stupito di me!
20 DICEMBRE 1908 Che
scrivere su questo mio diario che
diario non è, ma una breve raccolta saltuaria dei miei
pensieri. In definitiva non mi piace scrivere, ma parlare,
parlare per delle ore. Ho influenza sulla gente. Lo sapevo.
Sono superiore a loro, a tutti loro. Ma i maledetti ebrei mi
hanno negato ancora una volta l’ammissione altAccademia.
Sono nella più nera miseria. Ma non voglio i soliti lavori che
potrei ottenere. Io sarò grande, anche se a volte trovarmi di
fronte al muro di incomprensione mi fa pensare anche di
chiudere la mia vita. Forse non sarà con l’arte che diventerò
grande. Ho scoperto che vi è un mezzo migliore, più
immediato: la politica!>
2 DICEMBRE 1912 Sono
sempre più convinto, anzi
definitivamente convinto, che la mia strada è la politica. Ho
influenza sugli altri uomini. Quando parlo tacciono e mi
ascoltano con la più grande attenzione. Come potrebbe
essere il contrario? Sono un essere superiore. La farò vedere
io a chi non mi ha capito e mi ha danneggiato. Come odio e
disprezzo gli uomini! Sono stupidi. Non hanno compreso che
con l’umanitarismo non si domina il mondo animale e quello
degli uomini inferiori per razza. Solo con la lotta brutale
senza sentimentalismi si può acquisire e conservare il
dominio. Molti parlano di egualitarismo sociale. Stupidi! Gli
Herrenmenschen sono superiori a tutti. I semiti vanno
eliminati!! Io convinco quelli che mi ascoltano. Efacile. Basta
ripetere per cento, mille volte le stesse cose. Loro ne
rimangono convinti! Vi è al mondo una sola grande nazione.
Hitler in gonnella
La Germania. Ma debbo renderla veramente grande per
confini e per influenza su un mondo depravato e inferiore. Vi
riuscirò!!
30 OTTOBRE 1913 — Mi sono trasferito qui a Monaco in
Germania. Ho lasciato l’Austria. Non voglio servire
nell’esercito del cadente Impero A ustroUngarico.
Vecchi con
vecchie idee. Io voglio una Germania unita e forte!
30 OTTOBRE 1915 Sono
stato ferito. Me ne vanto. La guerra
è una grande esperienza, una grande soluzione! E bello
combattere. Mi sono arruo lato e dopo aver fatto la staffetta
sono stato nominato caporale. Ma sarò generale. Anzi molto
più di generale. I generali saranno tutti ai miei ordini. Che
gioia muovere nell’esercito della Germania contro il nemico.
Combatterlo. Distruggerlo. Ucciderlo! Ho al mio fianco
uomini che la pensano come me. Hanno alcune delle mie idee.
Non certo tutte. Non sono grandi come me. Ma con loro sto
bene. Per la prima volta provo affetto e amicizia. Non mi
sento solo anche se la mia strada non è la loro, ma di molto
superiore! Farò per loro tanto. Lo meritano. Debbono
costituire la classe che dominerà il mondo.
SETTEMBRE 1918 Sono
stato nuovamente ferito. Ho
ricevuto la Croce di Ferro di prima classe. La meritavo. Odio e
combatto fieramente il nemico e io uccido! Ma i veri nemici
non sono quelli che sono aldilà della linea. Ma anche e
principalmente i socialisti con il loro atteggiamento negativo
verso la guerra e i principi nei quali credo. Quelli veri. Quelli
validi. Quelli che faranno grande la Germania!!
GIUGNO 1920 — Riprendo queste note. Non l’ho fatto prima
perché la SCONFITTA mi aveva completamente straziato. I
Hitler in gonnella
tedeschi sconfitti da popoli come gli americani, francesi,
inglesi e italiani.’ Cose assurde. Come possono individui
superiori essere sopraffatti da inferiori? Ma lo avevo capito
già prima della FINE. I socialdemocratici! Gli ebrei che sono
anche fra noi. Bisogna eliminarli tutti! Hanno flnanche
firmato l’indegna PACE! Ma è meglio così. Volevo giungere al
potere in una nazione trionfante sui nemici. L ‘avrei sicuramente
resa ancora più grande. Ora sarà più facile. Molto più
facile! Ma dovrò vendicare la sconfitta. L’atroce sconfitta!! Ho
formato con tutti i gruppi nazionalsocialisti il «Deutsche
Nationalsozialistische Arbeiter Partei» e ci collaborano il
maggiore Roehm che ha organizzato gruppi di combattenti
audaci e pronti a tutto, inquadrandoli nelle S.A. Da qui
inizierà la mia definitiva ascesa. Presto il mondo saprà chi è
Adolf Hitler. Tremeranno tutti per la mia forza e la mia
grandezza.
25 SETTEMBRE 1922 Stiamo
intensaìcando con le Sturm
Abteilungen le spedizioni punitive contro i socialdemocratici.
Sporchi traditori della patria. Della grande Germania! Si
comportano da vili quali sono. Vogliono parlare. discutere.
argomentare. Stupidi. Incapaci. Distruuori del nostro grande
popolo così superiore a tutti gli altri. Ma il nostro
accanimento è contro i comunisti. I nostri veri nemici. Quasi
come i ,naledetti ebrei. Vorrebbero ridurre la Germania come
hanno ridotto la Russia. Pazi. De/in quenti. Saranno tutti
sterminati.r Ormai Roehm segue le tnie direttive e attorno a
me ho gente decisa: RudolfHess, Hermann Géiring e A lfred
Rosenberg e tanti altri. Con il loro appoggio farò in modo che
il governo traditore e rinunciatario abbia i giorni contati. Il
popolo mi segue. Crede in me. Lo sento ogni giorno di più.
Ogni comizio è un successo. Sempre più folla e più
Hitler in gonnella
entusiasmo. Il traguardo è vicino! Fra poco dominerò la
Germania e poi il mondo!!
10 NOVEMBRE 1923 — La rivolta non ha avuto successo.
Incomincio a dubitare dei tedeschi e della loro convinzione di
essere il più forte popolo del mondo. Ma come. Non hanno
appoggiato la mia azione che avrebbe ribaltato la
grandissima inflazione che ci tormenta e la precaria e misera
collocazione internazionate della Repubblica di Weimar. I
bavaresi sembravano essere tutti con me. Ma così non è stato.
Che stupidi pazzi masochisti!! Avrei dato loro gloria, forza,
importanza e rivalsa. Non lo hanno capito. Ma lo capiranno!
Sì. Così deve essere. Solamente non dovrò più agire con la
forza come ho fatto finora. Non organizzerò più rivoluzioni
violente, ma assumerò un atteggiamento legalitario. Sono di
tanto più intelligente di loro! Li giocherò con l’apparente
legalità e mi impadronirò dello Stato dall’interno. Sarà più
lungo ma ci riuscirò. Ho promesso a me stesso che avrei
avuto successo. Un grande successo nella vita e avrei lasciato
un grande segno nel mondo. Lo volevo fare come artista. Non
è stato possibile. Lo farò con la politica. Sono sulla buona
strada. Ma quanto è lunga. Quanto tempo ci vorrà. Che
sofferenza. Pazienza è un termine che non conoscevo. Ne ho
avuta già tanta e tanta ancora ne avrò. Ma poi...
12 NOVEMBRE 1923 Mi
hanno arrestato i maledetti. I
nemici della Germania anche se sono tedeschi. Ma non ci
rimarrò a lungo in questa prigione. Ne uscirò presto e
trionferò. Ma se non potrò parlare, parlare come mi piace
alla folla scriverò anche se non mi piace farlo. Il mio libro
rimarrà come uno dei più importanti del mondo!
Hitler in gonnella
2 FEBBRAIO 1924 — Sono ancora prigioniero. Sto scrivendo
il mio libro. Ho deciso. Lo chiamerò «Mein Kampf». Tutti
dovranno leggerlo. Io sono grande. Sono un dominatore.
Presto vincerò. Ma è brutta la prigione. Me la pagheranno.
Quanti andranno in prigione poi per mio ordine! Interi campi
creerò. Le normali prigioni non basteranno più!



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MessaggioTitolo: Re: HITLER IN GONNELLA romanzo, premio Italia di Fantascienza    Dom Dic 28, 2008 6:58 pm

2 FEBBRAIO 1924 — Sono ancora prigioniero. Sto scrivendo
il mio libro. Ho deciso. Lo chiamerò «Mein Kampf». Tutti
dovranno leggerlo. Io sono grande. Sono un dominatore.
Presto vincerò. Ma è brutta la prigione. Me la pagheranno.
Quanti andranno in prigione poi per mio ordine! Interi campi
creerò. Le normali prigioni non basteranno più!
DICEMBRE 1924 Il
26 novembre iniziò il processo contro di
me. La Germania processa quello che vuole renderla grande.
Ma non è stato un processo contro di me. Il banco degli
imputati dove ingiustamente sedevo è diventato una tribuna.
Una magnifica tribuna dalla quale le mie idee politiche
hanno avuto il grande risalto che meritavano. Gliele ho
cantate ai traditori del 1918. Ai responsabili della disfatta e
ai colpevoli di tutti i mali della Grande Patria Tedesca. Il
presidente e tutti erano piccoli. Piccolissimi difronte a me.
Alla mia intelligenza. Alla mia voglia di dominio. Ora sono
libero. Proseguirò e con cluderò presto la battaglia per il
potere!
MARZO 1925 Ho
ricostituito il partito nazista. Per gli
ingenui sarà un partito legalitario e costituzionale. Ma so io
cosa è. È il mio strumento per l’ascesa al potere. Ho tutti in
pugno. Solo Gregor Strasser mi si oppone. Vuole essere lui il
capo. Pazzo illuso. Non potrà opporsi a lungo a me!
DICEMBRE 1928 Certo
non immaginavo ci volesse tanto per
conquistare il potere. Per assurgere a posizioni di prima
grandezza nella mia grande Germania. Ancora una volta i
tedeschi mi hanno deluso. Solo 810.000 voti alle elezioni! Ho
fatto tanto per tenere a freno le squadre d’assalto che
volevano agire con la forza e la rivoluzione! Ho deciso che il
Hitler in gonnella
potere lo conquisterò «dall’interno» e non dall’esterno. La
forza la userò poi. E sarà terribile! Ma come è dura l’attesa!!
OTTOBRE 1930 Finalmente
la mia strategia sta per
ottenere il successo assoluto. Per ora bisogna accontentarsi
dei 6 milioni e mezzo di voti! I tedeschi incominciano a capire
dove sarà la loro grandezza! Siamo il secondo partito del
Reich. Ho sfruttato ogni possibilità. La crisi economica
mondiale dell’anno scorso. Il tracollo del Marco. L’enorme
disoccupazione. L’appoggio dell’Alta Finanza e della Grande
Industria. E anche la corruzione e il terrore con sporadiche
ma decise azioni delle S.A. È destino che sul mio cammino ci
sia sempre uno Strasser! Dopo Gregor il fratello Otto. E un
socialisteggiante. Non voleva l’accordo sia pur mas che rato
con i grandi industriali. Sosteneva che sono nemici del
popolo. Non voleva nemmeno l’accordo con i possessori del
potere azionario e bancario. Ma cosa importa. L’ho
eliminato. Quando sarà necessario eliminerò anche loro. Ora
servono ai miei scopi e li userò fin quando mi saranno utili!
Roehm sta perfezionando sempre di più le S.A. e due validi
collaboratori mi saranno sempre più utili. Himmler con le sue
5.5. ‘~ e Goebbels con la sua abilità di organizzatore di una
propaganda davvero efficace. Ma non basta. Ho bisogno
dell’appoggio dell’esercito. Debbo circuire efar aderire alla
mia idea. Al mio ideale. Alla mia battaglia il generale Von
Schleicher che già mi ha mostrato rispetto e fiducia. Lui ha
una grande influenza sul prestdente Hindenburg di cui
èconsigliere. Sento di essere vicino alla meta. Alla prima
meta. La definitiva è ben più alta!!
FEBBRAIO 1933 Finalmente!
Ho raggiunto il primo vero
valido traguardo. Il 30 gennaio Hindenburg mi ha conferito
l’incarico di Cancelliere del Reich! Quante lotte. Quante
Hitler in gonnella
battaglie e quanta abilità. Ma che dico abilità. Genio, vero
genio!! Quando nelle votazioni dell’anno scorso ottenemmo il
37% dei voti ma non la maggioranza assoluta mi attendevo
già l’incarico. Ma non fu così. Ero però riuscito a dimostrare
che la~ strategia messa a punto tanti anni fa. Cioè la presa di
potere attraverso vie legali e non con la forza era quella
giusta. Dovevo invece pazientare ancora e approfittare degli
errori degli avversari. Gli stupidi. Gli inetti. Il sistema
democratico. Che cosa assurda! La Francia e l’inghilterra
saranno demolite da questo sistema. Non è più per i nostri
turbinosi anni e forse non lo è mai stato! Gli elettori mi
diedero il 37% e non la maggioranza assoluta. Ma poi gli
errori del cancelliere Brùning e del presidente Hindenburg e
quelli del successivo cancelliere Von Papen e i suoi contrasti
con il generale Von Schleicher. Che il 2 dicembre 1932
divenne a sua volta cancelliere. Li hanno convinti finalmente
che il solo uomo FORTE capace di formare e di spronare un
governo non immobilizzato dai contrasti fra partiti e
parlamentari non potevo che essere io! La pressione del
popolo dei Reich convinto di ciò mi hanno dato finalmente
ragione. Il vecchio Presidente non ha potuto fare altro che
affidare a me le responsabilità di governo. Ma io avevo già
reso ineluttabile l’evento quando mi assicurai l’appoggio del
generale Blomberg e quindi di buona parte delle sfere
militari. E ora Germania a me. Sei mia! E poi l’Europa!!
7 AGOSTO 1934 La
Germania è finalmente tutta mia! Il
vecchio Hindenburg è morto! Ho assunto nella mia persona
(la più grande che la Germania abbia mai avuto) le cariche di
Presidente e di Cancelliere! E il completamento della presa di
potere del GENIO! Lo avevo affermato più volte prima e per
tanti anni che appena avessi avuto in mano il potere mi sarei
impadronito degli organi principali del Reich. Ora l’ho tutto
Hitler in gonnella
assoggettato a me! I miei voleri sono legge! Guai a chi si
oppone! Quei pochi che lo hanno fatto sono già stati
sistemati! Quello stupido Roehm e le sue S.A. le ho PURGATE
come meritavano il giugno scorso. Non ho pietà con gli
stupidi. Ne avrò sempre di meno. Come non comprendono che
io sono il Genio è il massimo bene per la grande Germania!
Sono pochi. Il popolo ha capito e mi seguirà dovunque come
un sol uomo. Non è facile per un popolo avere la fortuna di
essere guidato da un genio. Chi si oppone, muoia!!
Hitler in gonnella
CAPITOLO SETTIMO
“Questo è il mio vero padre! mio Dio~”, pensava Liii
mentre, riversa sui letto della sua stanza, leggeva
avidamente quelle pagine scritte tanti anni prima da
quell’uomo dai cui lombi traeva la vita. “Perché non potevo
essere figlia di un semplice uomo normale e non di un
genio? Si, perché è stato un genio, anche se quasi tutti i libri
che ho letto lo definiscono il genio del male o il peggior
delinquente del secolo. E io sono sua figlia, la sua unica
figlia! Ma perché? Perché è capitato proprio a me?”.
La testa in fiamme, gli occhi colmi di lacrime, il corpo
attraversato da lunghi brividi, sensazioni di caldo e freddo
si alternavano continuamente.
Sentì bussare alla porta, dapprima timidamente, poi più
insistentemente. Appena avvertiva la voce di mamma Ellen
e di papà Hugo che la pregavano di aprire, di ascoltarli. Ma
che le importava di loro, aveva ben altro a cui pensare.
Doveva leggere tutto, rendersi ben conto, riacquistare il
senso della realtà. Ora si sentiva come proiettata in un altro
universo, di ben altra portata rispetto a quello più o meno
squallido nel quale aveva vissuto con indifferenza ed
assenza i primi diciotto anni della sua vita.
“Ora forse comprendo perché mi sentivo tanto diversa dalle
compagne di scuola, di giochi, dai loro genitori, dai loro
fratelli. Due universi diversi, sangue diverso, forse un
destino molto differente da quello più o meno normale di
tutti loro. Che influsso hanno i geni contenuti nel seme
Hitler in gonnella
germinale? E c’è premonizione? Penso proprio di si! E dire
che una differenza fra me e loro la attribuivo al mio essere
un’adottiva. Mi sentivo inferiore a loro, figli veri di genitori
veri. Proprio per questo li trattavo con indifferenza e con
un senso di superiorità. Per compensazione. Ma no, non era
solo questo, non era un atteggiamento, io ho sempre
avvertito di appartenere a un mondo diverso. A loro
superiore. Mi erano e mi sono indifferenti, esseri inferiori!...
Ma che dico? E possibile che io prenda gli stessi
atteggiamenti e definizioni che ho appena letto nel Diario?
Dio mio!”
Il bussare, le voci si facevano più insistenti, esasperate dal
silenzio spesso e impenetrabile aldilà della porta.
«Lasciatemi in pace, sola!”, gridò finalmente Lilì. Poi pentita
con maggiore dolcezza: “... Più tardi o domani parleremo, vi
prego».
«Andiamo, facciamo come vuole», sentì Hugo che si
rivolgeva alla moglie e poi: “Liii, quando vuoi chiamaci”.
Il tono era diverso, tutto era diverso! Secoli erano trascorsi!
"Il genio dei male, come sono cattivi gli uomini, specie con
chi è di tanto superiore a loro e li domina, diventa grande e
poi infine perde”. Si rigirò e si asciugò nervosamente gli
occhi. “Dove stanno il bene e il male? Chi può dirlo con
tanta facilità... Certo, i libri che ho letto hanno descritto le
sue atrocità, forse davvero è stato malvagio... Ma no, ma che
dico. Hai letto della sua infanzia con un padre severo e
oppressivo, le ingiustizie degli uomini nei suoi confronti?
Infine cosa voleva? Essere qualcuno come tutti, un artista
affermato e Loro gli hanno negato l’ammissione
all’Accademia! E la sua patria... la mia! Già, io pure sono
tedesca, tedesca. Come era stata ridotta dopo la guerra? Lui
voleva solo farla grande e potente. Chi non desiderava la
Hitler in gonnella
propria patria potente e grande... Un momento, ma lui era
austriaco?... Dio, che confusione! Ma Austria e Germania
hanno simile ceppo, mi sembra. Allora aveva ragione! Sì,
ragione, ma i delitti, le eliminazioni? Ma, diavolo, sono
comuni a tutti quelli che hanno dovuto conquistare e
mantenere il potere. Nei secoli passati, la storia lo insegna,
quanti delitti! E anche nei nostro secolo; perché solo lui è il
genio del male?... Maledetti gli altri!... Ma cosa dico, cosa
penso, il delitto è sempre delitto! Oh, la mia testa, la mia
povera testa” e Liii ricominciò a piangere, il volto affondato
nel cuscino per ammortizzare i singhiozzi violenti. I pugni
percuotevano la spalliera del letto, le unghie graffiavano la
coperta ricamata. Avrebbe voluto annullare tutto, tutto,
tutto!
Poi la calma, una terribile, determinata calma.
“Leggi, Liii, leggi, poi giudicherai”. Riprese il volumetto nero
e io riapri decisamente.
10 AGOSTO 1934 — Finalmente ho risolto i problemi interni
e ho affermato la mia assoluta ineluttabile supremazia. Ora
posso dedicarmi con maggiore impegno alla politica estera
che indirizzerò alla riunificazione di tutti i tedeschi nel
grande Reich. Successivamente all’espansione territoriale
della nostra grande nazione che con me supererà ogni limite
precedente! Nel panorama attuale delle nazioni
centroeuropee solo una può davvero impensierirmi. L’Italia.
Ma non certo per le virtù del suo popolo. Dai iempi degli
antichi romani è solo abituato a subire le prepotenze
straniere È vero che risulta tra i vincitori della Grande
Guerra. Ma questa è stata più persa dai tedeschiaustriaci
che vinta dagli avversari. L’italia dal 30 ottobre 1922 ha un
grande Uomo alla sua guida. Un uomo che stimo e ammiro e
al cui esempio mi ispiro. Io sono un genio ma lui lo è ancor
Hitler in gonnella
più di me. Mussolini. Che grande mente. Che volontà di ferro.
Che uomo d’acciaio! Da anni desidero conoscerlo,
incontrarmi con lui, farmi consigliare. Ma non ha mai voluto
ricevermi. Con chiunque altro me ne sarei offeso e vendicato.
E troppo grande! Oh, se avesse ai suoi ordini un materiale
umano diverso. Non gli italiani. Sarebbe presto il padrone del
mondo. Solo io posso paragonarmi a LUI e forse un giorno
superarlo! Solo per rispetto a questo Genio i miei programmi
pangermanisti escludono e sempre escluderanno l’Alto Adige.
Ma nonostante Lui voglio l’A nschluss4. Nel 1931 dopo tante
mie richieste finalmente mi inviò una sua fotografia con
dedica. E nel mio studio nella Casa Bruna di Monaco ho un
busto del Duce. Io sono ora il Fuhrer a somiglianza di come
Lui è il Duce. E se ho forzato i tempi per impadronirmi in
assoluto della Germania non è solo per quello che mi sono
sempre proposto da anni. Ma anche per poterlo finalmente
incontrare. Per potermi alfine fare da Lui ricevere. La sera
del 7 febbraio 1933 durante il ricevimento di Hindenburg ho
dato il braccio alla signora Cerruti. Moglie dell’ambasciatore
italiano. Proprio per dimostrare la stima e il rispetto che ho
di LUI. Non dimenticherò mai quel giovedì 14 giugno 1934
quando mi recai da Lui a Venezia. Mi ricevette all’aereoporto
di S. Niccolò di Lido e Lui era li. imponente e fiero nella sua
divisa di Caporale d’Onore della Milizia. Che emozione
quando mi batté con considerazione la sua forte mano sulla
mia spalla! Il giorno dopo poi che gioia passeggiare con Lui
sull’erba fresca del Lido. E poi la colazione insieme al Golf
Club. Il caffè aveva un sapore strano. Vi era sale invece dello
zucchero. Ma che importa. Nulla poteva turbare la mia gioia.
Nemmeno il suo modo di dirmi che dovevo rinunciare
all’Austria. E vero che per un po’ dim enticai davanti a chi mi
trovavo e mi irritai. Ma poi fui subito d’accordo con Lui.
Voglio assolutamente l’amicizia con l’unico altro Grande
Hitler in gonnella
Uomo dei secolo. Con l’unico altro Genio della politica. Come
ho detto al console italiano Renzetti sono fortunato che Lui
sia nato in Italia e non in una nazione tradizionalmente
nemica della grande Germania come la Francia. Uomini
come il Duce nascono una volta ogni mille anni! Io voglio e gli
sarò sempre amico. Nemmeno quando fu ucciso Dollfuss, il
cancelliere austriaco di cui ero geloso per la grande amicizia
con Mussolini e il Duce ordinò a 4 divisioni di schierarsi sul
confine austriaco, la mia fede e amicizia per lui diminuirono.
Tutt’altro. La mia ammirazione aumentò. Che grande! Che
maestro! Ma anche io sono grande e insieme dovremo andare
avanti sulla strada dei trionfi!!
17 MARZO 1935 — Ho fatto ripristinare il servizio militare
obbligatorio nel Reich. Ci prepariamo alla grande
espansione. Già un passo è stato fatto. Il 13 gennaio il
plebiscito nella Saar ha dato uno schiacciante risultato a
nostro favore. Ben il 90% dei voti! Il I marzo la Saar è
ritornata sotto la nostra sovranità! Il mio primo vero
successo internazionale! Tutti incominciano a capire la mia
grandezza!
8 MARZO 1936 Le
nostre magnifiche truppe hanno
occupato la Renania. La nostra avanzata sarà sempre più
incontenibile. Me ne rido dei francesi e degli inglesi!!
10 MAGGIO 1936 Mussolini
ha proclamato l’Impero! L’Italia
inizia il cammino per ritornare ai fasti dei tempi dei Romani.
Un grande Uomo. Un Genio. Ha trasformato un popolo molle.
Dal 3 ottobre 1935 al 5 maggio 1936 un esercito efficiente
(non pensavo tanto) sotto l’energica spinta mussoliniana ha
conquistato un immenso ed impen’io territorio! Le sanzioni
decretate dalla Società delle Nazioni e la flotta inglese non
Hitler in gonnella
hanno potuto impedire al grande Genio di realizzare con
forza e fermezza i suoi scopi. Presto lo seguirò!!
27 LUGLIO 1936 — Sono di buon umore. Ho assistito in
questi giorni alla migliore rappresentazione della
“Valchiria”. Ieri a Bayreuth ho ricevuto gli emissari del
generale Franco. Mi hanno chiesto che mandi loro aiuti per la
guerra civile in atto in Spagna. E una zona quella che per ora
non mi interessa. Ma so che interessa al mio grande amico
Mussolini. Mi informano che Lui ha deciso di inviare aiuti e
truppe. Che grande Uomo! Così allena il suo popolo imbelle
alla guerra. Solo da poco ha conquistato l’Etiopia e già si
impegna in un’altra impresa che sarà forse più djfflcile! Che
grande testa e che volontà! Che chiara visione delle cose e
degli avvenimenti! Ha affermato: «Gli italiani vanno tenuti su
a calci negli stinchi». Concordo. I francesi si stanno agitando
per concedere aiuti alla Spagna repubblicana. Presto anche
la Russia lo farà. Questa è l’occasione che cercavo per legare
a me l’unico altro Genio. Il Duce degli italiani! Io e Lui da una
parte. La Francia e la Russia dall’altra! Impegnare la Francia
in Spagna rientra nei miei piani. Mi libera ad oriente. A
ccorderò gli aiuti. Aerei, piloti, armi e piccoli reparti speciali.
Ma non truppe vere e proprie. Non voglio far riarmare le
democrazie. I miei veri programmi potrebbero esserne
ritardati. Prima o poi allo scoperto Mussolini ed io
procederemo insieme! Ho dato ordine perché subito 30 aerei
da trasporto Junkers 32 e 6 caccia Heinkel siano inviati in
Marocco e a Cadice.
SETTEMBRE 1936 L’altro
ieri a Londra si è tenuta la prima
riunione del Comitato di Non Intervento in Spagna. Germania
e italia sono affiancate contro l’Unione Sovietica. Questa ha
un capo che seppure non ha la genialità mia e di Mussolini
Hitler in gonnella
merita considerazione. Agisce con abilità in campo
internazionale cercando di accattivarsi la Francia e
l’Inghilterra. Può essere un avversario d~fJìcile perché
procede spietatamente
contro i nemici. Quasi quanto me! I
suoi antichi compagni Kamenev e Zinoviev sono stati
eliminati senza esitazione. Ha stoffa anche se non ha una
grande mente. Forse Mussolini, grande Genio, in questo
èinferiore a Stalin. Il Duce non ha la determinazione mia e di
Stalin contro i vecchi compagni di lotta che possono dare
fastidio. Non vanno messi da parte. Ma uccisi! Senza pietà. La
pietà non è dei grqndi uomini. Quelli che forgiano il destino
del mondo!!
NOVEMBRE 1936 I
miei programmi per il pieno successo
dell’espansione in Europa si vanno sempre una dimostrazione
di efficienza. Ma in tono pacifico, non guerresco.
Non mi conviene ancora! Quanti attestati dì stima e rispetto
ho ricevuto! Il premier inglese David Lloyd George, che più
realizzando. Come li gioco tutti questi incapaci! Alle
Olimpiadi di Berlino il Reich ha dato incapace! Ha riconosciuto
in me l’uomo che dopo la sconfitta tedesca ha
unito mirabilmente il popolo e gli ha permesso di
riprendersi.Ho prospettato compensi territoriali
all’ungherese Hortv a danno della Cecoslovacchia. Ho
concesso qualche considerazione al reggente iugoslavo
Paolo. Se ne è inorgoglito. Misere persone. Ma chi mi
interessa è Mussolini. Deve essere con me assolutamente! Per
ottenere questo fondamentale obiettivo della mia politica e
dei miei sentimenti ho incaricato Filippo d’Assia, imparentato
con casa Savoia, di invita re Filippo Anfuso da me a
Norimberga. Questi è il braccio destro di Ciano. Gli ho detto
che il Duce è il primo europeo che avesse disfatto i marxisti e
che l’italia e la Germania debbono camminare affiancate. Le
Hitler in gonnella
due nazioni sono naturali alleate per i loro Capi, per le
dÌverse sfere di influenza (il Mediterraneo agli italiani e la
Mittleuropa ai tedeschi) e per il comune destino di
grandezza. In questi giorni ho portato ancor più avanti i miei
disegni ricevendo Ciano. Non mi piace. E un eterno ragazzo.
Un ballerino da Caffè Viennese. Non ho stima di lui. Mi
sembra pettegolo e poco riservato anche se filotedesco. Ma
non ammetto assolutamente che questo individuo fatuo si
permetta di fare i/furbo con me. Ha osato farmi un «dono».
Documenti inglesi raccolti in una carte/la dal titolo: «Il
pericolo tedesco” (forse di Eden). Qui i capi del grande
nazismo vengono definiti pericolosi avventurieri e la
Germania viene considerata come un pericolo permanente
per la pace. La mia politica di perbenismo verso l’inghilterra
è risultata ridicolizzata. Non ammetto assolutamente che ciò
avvenga da parte di un essere come Ciano. Me ne ricorderò!
Ma ancor più Germania e Italia debbono essere unite. Voglio
il Duce in visita in Germania. Spero che accetti. L’ho invitato.
Non può non essere con me. Siamo i due unici Geni del secolo!
Ho riconosciuto l’Impero italiano. Siamo insieme in Spagna
contro gli altri. Saremo presto insieme per imprese molto più
grandi!!
9 SETTEMBRE 1937 Il
mio sogno si è avverato! Mussolini ha
aderito all’idea de/l’ASSE BERLINO ROMA. Ad ammettere
tacitamente un ‘Austria nazisteggiata anche se non ancora
annessa al Reich. Ma principalmente è venuto in visita in
Germania. Il 25 settembre è giunto a Monaco. Il Capo delle
Camice Nere ha reso visita al Capo delle Camicie Brune! Ho
voluto che tutto fosse meticolosamente organizzato e
perfetto. Grandi decorazioni floreali e una stampa di
Predappio collocata nell’appartamento del Duce. Purtroppo
all’inizio della sua visita questo Genio che ho tanto
Hitler in gonnella
desiderato di avere accanto a me in Germania mi era
sembrato un po’ freddo e distaccato. Finanche al mio discorso
faceva svogliate osservazioni. Al pranzo ufficiale era
chiaramente annoiato. Ma alla parata militare nel
Macklenburg il 26 di fronte alla sfilata delle Forze d’Assalto,
delle SS, dei miei soldati biondi e forti come buoi che
ritmavano il passo dell’oca con precisione superiore agli
esseri umani, l’ho visto riscaldarsi. Eccitarsi. Sorridermi
finalmente e mostrarmi ammirazione ed amicizia. Lo
ammiro tanto! Non sembra un italiano ma un prussiano.
Specialmente in quelle stupende unjformi che cambia
continuamente. Forse troppe! Ma un grande Uomo può
permettersi anche la vanità! Non ho voluto che la
Wehrmacht esibisse grandi mezzi come carri armati pesanti
o grandi cannoni. Ma principalmente addestramento e
mobilità. Mussolini ne è rimasto impressionato. Ne sono
orgoglioso. Ciano e Badoglio forse non hanno avuto la stessa
impressione. Me ne frego.’ Gente che non stimo! Anche il capo
delle mie Forze Armate Von Blomberg non era rimasto
entusiasta dell’esercito italiano alle manovre estive. Pareri.
Solo quello mio e del Duce contano. Il 27 a Berlino che
accoglienza gli ho riservato! I due treni si sono affiancati e
poi il mio ha preceduto l’altro. Così sotto la pensilina il
Fiihrer ha stretto la mano al Duce. Per le strade più di un
milione di persone ha osannato trionfalmente il mio
Camerata. Genio come me! Ancora un milione ha ascoltato al
Campo di Maggio il discorso di Mussolini! Il grande Uomo era
entusiasta e ha detto che oggi è qui, è voluto venire qui e
domani non andrà altrove. Se si è amici si marcia insieme
fino in fondo. Ha aggiunto che i nostri due popoli con i loro
115 milioni di anime debbonno essere uniti in una sola
incrollabile decisione! Ci sono riuscito. Mussolini e l’Italia, che
è Lui, sono con me! Ora nessuno può più ostacolare le mie
Hitler in gonnella
mire e i programnmi che ho esposto nel mio libro più di dieci
anni fa!! L’ora dei trionfi internazionali si avvicina sempre di
più!!!
FEBBRAIO 1938 Il
4 novembre ho convocato il ministro
degli esteri Von Neurath, il ministro della guerra e
comandante supremo delle forze armate, Von Blomberg, il
comandante dell’esercito Fritsch (non ho simpatia per
nessuno dei tre), il comandante dell’aviazione Goring e della
marina Raeder. Ho parlato per più di 4 ore e il colonnello
Hossbach ha annotato tutto. Ho detto loro di porre la
massima attenzione a quello che avrei precisato perché se
dovessi morire prima deve essere considerato il mio
testamento. Ho affermato che i problemi della Germania
possono essere risolti solo con la fo1~za. Anche se comporta
dei rischi. I miei progetti troveranno attuazione fra il 1943 e
il 1945 o prima se le circostanze lo permetteranno. Primi
obiettivi Austria e Cecoslovacchia. Poi tutto il resto! Per la
Spagna non desidero una vittoria al 100% di Franco ma una
persistente forte tensione nel Mediterraneo ed
enventualmente una guerra fra l’Italia da una parte e la
Francia e la Gran Bretagna dall’altra. Così il Reich avrebbe
mano libera in Europa orientale. Qualche tempo dopo la
riunione ho provveduto a liberarmi dei tre partecipanti che
potevano darmi fastidio. Von Neurath, Von Blomberg e
Fritsch e ho assunto di fatto il comando della Wehrmacht.
Ritengo inutile raccontare diffusamente i penosi casi che
hanno fatto il mio gioco. Anche se avrei provveduto
comunque. Annoterò solo che Von Blomberg unico
feldmaresciallo tedesco sposò Erna Gruhn che da informazioni
riservate risultò essere stata una prostituta. Von
Fritsch un pederasta. Anche se lui sosteneva e sostiene il
contrario. Ho messo fuori quadro 16 generali e cambiato di
Hitler in gonnella
sede altri 44. Von Brauchitsch è stato nominato capo
dell’esercito. Gdring maresciallo. E a me ho riservato il
comando supremo delle forze armate. Ho dato ordine
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MessaggioTitolo: Re: HITLER IN GONNELLA romanzo, premio Italia di Fantascienza    Dom Dic 28, 2008 7:00 pm

sede altri 44. Von Brauchitsch è stato nominato capo
dell’esercito. Gdring maresciallo. E a me ho riservato il
comando supremo delle forze armate. Ho dato ordine a
Himmler di rafforzare le SS. Infine ho sostituito il barone Von
Neurath con Joachim Von Ribbentrop che dal ‘32 mi ha
dimostrato la più assoluta dedizione e che ho completamente
soggiogato con la mia personalità magnetica di genio! Ora
tutto è pronto per l’Austria. Presto la mia terra di nascita
sarà totalmente germanica!!
15 MARZO 1938 Ecco
che tutto il mio programma si attua
inflessibilmente. Dal 13 con la mia personalità magnetica di
Genio! Ora tutto è pronto per l’Austria. Presto la mia terra
marzo l’Austria è una provincia del Reich tedesco. La storia
racconterà esattamente lo svolgimento dei fatti che hanno
mostrato tutta la mia genialità. Annoterò soltanto la grande
prova di amicizia di Mussolini che ha accettato di buon grado
il fatto. Ormai siamo soci. Ma una sua potente reazione,
simile all’Uomo che è, avrebbe potuto esserci e mettermi in
crisi. Non avrei saputo cosa fare! Ho inviato un messaggio al
Duce fornendo gli ampie spiegazioni e garanzie. Gli ho anche
ricordato come mostrai la solidità della mia simpatia in
un’ora critica per l’Italia ai tempi delle sanzioni per la guerra
d’Etiopia. Poi ho inviato Assia da Ciano e da Musso lini. Di
fronte alla sua reazione amichevole mi sono commosso come
non mai e gli ho fatto dire che non l’avrei mai dimenticato.
Mai. Mai. Qualsiasi cosa accada. Semmai avrà bisogno del
mio aiuto o sarà in pericolo potrà essere sicuro che sarò al
suo fianco anche contro il mondo intero! Quando sono
ritornato a Linz da padrone ho provato un senso di
vertiginosa potenza. Io, ragazzo derelitto, ho realizzato un
grande sogno. Tanti altri ne realizzerò! Come fecero bene a
non ammettermi all’Accademia di Belle Arti. Ora forse sarei
Hitler in gonnella
un grande artista. Ma mi accingo a ben altro. A dominare
l’Europa e poi il monda! Non ho dimenticato Mussolini in un
momento di gioia così intenso e che anche lui mi ha
permesso. Gli ho inviato un telegramma. Su. Sempre più su!!
10 MAGGIO 1938 — Ho vissuto in questi giorni altri grandi
momenti della mia grande vita. La visita uJficiale in Italia e al
Duce! Il 3 maggio sera arrivammo a Roma alla stazione
ostiense. A quella piazza è stato dato il mio nome. Il colpo
d’occhio dei tanti soldati schierati (non sono poi tanto piccoli
questi italiani) fino al Quirinale era magn~fico. Ma quel
piccolo re brutto e antipatico era al mio fianco sull’antiquata
carrozza reale al posto del mio Mussolini. Perché lo sopporta
ancora! Piccolo uomo. Piccolo cervello. Una conversazione
vuota e banale! Mi ha chiesto fra le altre stupidità quanti
chiodi avessero gli scarponi dei miei soldati. Ma come è possibile
chiedere queste cose quando si è accanto a un Genio! E
mi ha trattato anche con degnazione. Sono convinto che al
posto del grande Capo del grande Reich avrebbe preferito
avere un qualsiasi reuccio di Danimarca o Grecia! Bello il
Quirinale. Ma l’odore è di catacombe. E Mussolini era
lontano. Ho chiesto una donna. Si è creato un trambusto. Si
sono calmati quando ho fatto capire che volevo una
cameriera per rjfarmi il letto. Vedere una donna rjfarmi il
letto è per me in certe occasioni un buon sonnù’ero. Quei
pappagalli imbalsamati ne sembravano straniti. Che gente!
Un Mussolini deve liberarsi di quei pezzi da museo. A parte la
Corte tutto è stato esaltante. .Le accoglienze del popoio sono
state trionfali. Lo spettacolo militare allo Stadio imponente.
Ho ammirato la possente flotta dal ponte di commando della
corazzata Cavour. L’esercitazione aerea è stata perfetta. Più
di tutto mi ha impressionato vedere immergersi e riemergere
in soli due minuti ben 90 sommergibili. I miei consiglieri
Hitler in gonnella
militari mi dicono che l’Italia non ha grandi forze armate. Ma
io credo il contrario. Da quando il Duce è a capo dì questa nazione
tutto è cambiato. È grandiosam ente migliorata. Sta
facendo grande l’Italia e degna di stare al fianco della
possente Germania! Solo la monarchia è la stessa e va
eliminata! Quello stupido del mio capo dei cerimoniale Von
Biilow Sclrnante mi ha consigliato di indossare cilindro e ftac
al teatro San Carlo di Napoli. Incapace. Far vedere me. Hitler,
capo di una nazione guerriera come un qualsiasi presidente
della Francia!Ma l’italia l’ho goduta quando finalmente a
Firenze al mio fianco c’è stato Mussolini. Con lui è tutta
un’altra cosa! Meravigliosa la Galleria degli Uffizi. Stupendi i
càpo lavori artistici esposti. Anch’io avrei potuto creare
capolavori come quelli! Alla partenza il Duce mi ha detto:
«Ormai nessuna forza potrà separarci». Ho pianto. Ero
commosso. Un’affermazione così l’ho sognata per tanti anni!
Ma quel fantoccio coronato del re deve essere eliminato! E
poi non ho ancora ottenuto il Patto di Alleanza con l’Italia.
Forse a causa di Ciano?
Si fa troppo desiderare questo paese
che ha una sola fortuna dalla sua. Mussolini!!
2 OTTOBRE 1938 Per
mio merito il mio caro Camerata
Mussolini ha toccato l’apice della popolarità mondiale e del
successo. Finora! In Cecoslovacchia vi sono germanici che
sono sotto altro governo e non sono trattati con tutti i dovuti
riguardi. Non lo posso più sopportare. Sono germanici e
hanno un grande Capo. Ero e sono deciso a muovere guerra a
Francia e Inghilterra insieme all’Italia. Ma il Duce ha
proposto una conferenza per salvare la pace. Non potevo
negagliela A Monaco sono giunti Mussolini, Chamberlain e
Daladier. Come sempre il Duce è il più prestante e il più
deciso. L’ho accolto in modo ben diverso dagli altri due.
Prima nel mio treno speciale e poi andandogli incontro a
Hitler in gonnella
metà scalinata. Mentre gli altri due li ho attesi in cima. Che
rabbia mi fanno i democratici. Presto li eliminerò. Quando
parlo con loro mostro tutta la mia agitazione e il disprezzo.
Batto il pugno sul palmo dell’altra mano e alzo la voce. Con
Mussolini no! Che Uomo e come ha saputo parlare bene. Con
quale abilità ha fatto passare per sua una proposta nostra!
Pensare che l’inghilterra è rappresentata da un uomo la cui
suprema aspirazione è di andare a pescare durante il weekend.
Mussolini ed io non andiamo mai a pescare. Abbiamo
ben altre aspirazioni per noi e per i nostri popoli! Per ora
avrò solo parte della Cecoslovacchia. Ma fra non molto l’avrò
tutta lo stesso!! Ho avuto una grande soddisfazione. Anche in
Italia si intensjfica la lotta ai semiti. Mussolini. Grande Uomo
e grande Capo. Sta dimostrando di eliminare l’unico dWetto.
L’eccessiva bontà! Con i nemici della razza bisogna essere
spietati. Eliminarli tutti!!
16 MARZO 1939 Un’altra
tappa fondamentale del mio
programma. Abbiamo occupato l’intera Cecos lovacchia che
come l’A ustria praticamente non esiste più. Un altro conto è
stato saldato! Le brutture dell’indegno trattato di pace una
ad una cadono sotto la mia azione decisa e vigorosa! Questa
volta non ho voluto fare complimenti con nessuno. Nemmeno
con Mussolini. Gli ho mandato un messaggio. Si prenda pure
le sue riva/se se crede. Ha l’Albania a portata di mano. Se la
annetta pure! I nostri due paesi diventano
sempre più grandi e forti. Specialmente il Reich che non
potrà essere fermaro ormai più da nessuno! Gli Stati Uniti
sono lontani. La Russia è un grande paese. Ma con i suoi capi
potremo provvisoriamente intenderci. La Francia e
l’Inghilterra non oseranno sfidare la Germania e l’Italia
unite!!
Hitler in gonnella
CAPITOLO OTTAVO
Lili aveva gli occhi gonfi per il gran piangere e il convulso
leggere quelle pagine scritte da suo padre. Il più grande
uomo del secolo. Dopo la grande con‐ fusione nella quale
era mentalmente piombata a quella notizia inattesa e
sconvolgente, una calma quasi irreale la pervadeva. Aveva
temuto di divenire pazza, anzi di esserlo già. Il distacco
dalla realtà è certamente uno dei sintomi più preoccupanti
di Lili aveva gli occhi gonfi per il gran piangere e il convulso
leggere quelle pagine scritte da suo padre. Il più grande
uomo del secolo. Dopo la grande con‐ fusione nella quale
era mentalmente piombata a quella notizia inattesa e
sconvolgente, una calma quasi irreale la pervadeva. Aveva
temuto di divenire pazza, anzi di esserlo già. Il distacco
dalla realtà è certamente uno dei sintomi più preoccupanti
di quella strada, quasi sempre senza ritorno. Ma poi,
riesaminando tutto, si rendeva conto che un fatto così,
anche se unico, poteva succedere. Certamente reali era
Hugo, Ellen e il notaio. Veri ed esistenti i sigilli, la busta, la
lettera e i fogli di diario con la fir‐ ma ad ogni pagina.
Era stato un avvenimento eccezionale ed era capi‐ tato a lei
di esserne protagonista. Ma era accaduto, bisognava
prenderne atto.
Forse per una delle sue compagne di scuola o di balli, o per
uno dei suoi tanti compagni di letto, abi‐ tuati a considerare
la vita come un insieme di frivo‐ lezze e piaceri, sarebbe
stato un colpo da impazzire per la diversità delle loro
Hitler in gonnella
concezioni di vita e di quelle dei loro parenti e genitori.
Anche se per indi‐ vidui vuoti mentalmente non è facile
impazzire. Per lei no, non era così! Il suo comportamento di
fronte alla vita, alla scuola, ai genitori, ai divertimenti, al
sesso era stato ‐ perlomeno interiormente ‐ ben di‐ verso.
Aveva, lo sentiva, rispetto a loro qualcosa di differente.
Prima riteneva di meno, ora di più. Non era come gli altri,
ora conosceva il perché. Era grata ad Hugo per quel suo
prepararla lenta‐ mente nel suo ultimo anno con le serie
letture che le aveva consigliato. Non era lei una di quelle
ragazze che avevano let‐ to solo romanzi rosa o
pornografici. Non era stata troppo imbevuta di teorie
psicoanalitiche, ma posse‐ deva ormai una buona e
selezionata conoscenza del‐ la storia dell'ultimo secolo con
le sue tante contrad‐ dizioni e sconvolgimenti. In definitiva
già familiariz‐ zava con i protagonisti del XX secolo, le
motivazioni e gli avvenimenti.
Quei nomi che leggeva sul Diario del padre non costituivano
una novità. Certo, alcune puntualizza‐ zioni e pensieri,
aldilà dell'esaltazione che ogni for‐ giatore di destini del
mondo deve avere, la sorpren‐ devano. Uno in particolare,
la grande stima di Hitler verso Mussolini.
Questa figura così controversa, anche nei libri di storia, era
pur sempre quella di un italiano e lei, svizzera zurighese,
non amava gli italiani, era portata a considerarli
sfaccendati, sporchi e disordinati indi‐ vidui che inquinano
l'ordine della Confederazione Elvetica con la loro presenza
quasi da cittadini da terzo mondo!
Ma se Hitler amava e stimava tanto Mussolini, questo
condottiero qualità doveva averne, ma forse era l'eccezione
che conferma la regola. Ne avrebbe parlato con Hugo.
Quante cose aveva ora da chieder‐ gli e poi doveva
prendere una decisiome sul suo fu‐ turo. Il suo non poteva
Hitler in gonnella
essere un futuro simile a quello delle ragazze che le
venivano intorno. D'altra parte non lo aveva mai pensato,
anche se non si era mai posta il problema in quella sua
specie di vita assente dalla quale era stata così bruscamente
risve‐ gliata.
Ormai era immensamente ricca (ricordava del la‐ scito
presso la Banca di Costanza) ed erede di un grande nome.
Cosa avrebbe fatto? Idee politiche vere e proprie fino ad
allora non ne aveva mai avute. Provava tiepidamente, come
quasi tutte le svizzere, un larvato sentimento xenofobo, ma
nulla di più. Pensava che i maschi non dovessero dominare,
ma essere dominati, questo con maggiore forza e
convinzione.
Se nel mondo dovessero prevalere sentimenti de‐ mocratici
o totalitari, le era stato fino ad allora indif‐ ferente, anche se
in definitiva propendeva legger‐ mente per i primi. Se fosse
necessaria la violenza per combattere quel mondo ricco di
prevaricazioni, rapimenti, ricatti, omicidi, dal quale forse
solo la Svizzera era parzial‐ mente esente, non sapeva.
Certo, a violenza bisogna‐ va rispondere con violenza. I
governi dovevano esse‐ re forti, la polizia potente e armata.
Questo sì. E poi, questo è un argomento determinante,
avere da rag‐ giungere nella vita un grande traguardo le da
senso e la contrappone a quella vuota e in definitiva
meschi‐ na dei coetanei che le erano vicini. Bisognava
pensarci e seriamente, ma prima voleva terminare il Diario
paterno. Lo riprese.
24 MAGGIO 1939 Abbiamo
firmato il PATTO D'ACCIAIO con
l'Italia. Un'altra pietra fondamentale dell'edifìcio del dominio
germanico sull'Europa. Si va maturando sempre di più la
liquidazione del Corridoio di Danzica e della Polonia! Tutto
sembra procedere bene. Nel Mediterraneo un'Italia forte con
Hitler in gonnella
il trionfo in Spagna dove Franco dovrebbe ora essere a
disposizione di Mussolini e mia. L'Albania è già italiana.
Ho
detto a Ciano che la politica mediterranea sarà diretta
dall'Italia. Non mi piace il genero del Duce.
Deve soffiare sul
fuoco dei dubbi mussoliniani. L'operazione cecoslovacca ha
fatto comprendere agli stupidi democratici la splendida
evidenza della forza del Reich e del suo Filhrer. Purtroppo ho
avuto informazioni che Mussolini volesse schierarsi con le
democrazie contro
di noi! È mal circondato. O incomincia a
rendersi conto che "l'allievo" sta superando il maestro!
29 AGOSTO 1939 Ho
deciso in forma definitiva e irrevocabile
di marciare sulla Polonia? L'accordo con la Russia
è stata un'altra dimostrazione della mia geniale
abilità.
Dimostrerò presto di essere oltre che un politico immenso
anche uno stratega superiore a Cesare
e a Napoleone! Sono
sconcertato per la fredda determinazione inglese di
dichiararci la guerra nonostante il nostro accordo con la
Russia! Ho sottovalutato Chamberlain? Ho sopravvalutato
Mussolini? Che delusione! Dopo tante dichiarazioni
di
"Marciamo insieme" mi ha lasciato solo.
È stato un duro
colpo e per un giorno ho pensato di rimandare tutto in
Polonia. Ma la Germania è grande e forte e ha un Genio alla
sua guida! Farà da sola rapidamente e bene. Da buon politico
prima di far marciare le truppe ho sondato meglio la
cocciutaggine
inglese e la fedeltà italiana. Ho offerto
all'ambasciatore
inglese Henderson un trattato di alleanza
e una garanzia per l'Impero britannico. Con una condizione.
Compensi coloniali a noi. Mi sono spinto a dirgli
che per
natura io sono un artista più che un uomo politico e che dopo
la risoluzione della questione polacca
mi sarei ritirato a
fare soltanto l'artista. Rapida la risposta di Chamberlain: "Se
la Germania invade la Polonia, sarà la guerra". E sia.
Hitler in gonnella
Maledetti e stupidi! L'avrete voluta!! Il Duce aveva affermato
che i mezzi italiani si sono esauriti in Etiopia e in Spagna. Gli
ho chiesto di quali mezzi e di quali materie prime avesse
bisogno per entrare
in guerra. Che impudenza! Mi ha fatto
giungere una lista di 170 milioni di tonnellate. Ci vorrebbero
17.000 treni di 50 vagoni ognuno!! Che sfacciataggine! Ho
risposto che possiamo inviare subito ferro, carbone,
legname e batterie antiaeree. Ho aggiunto che comprendo la
sua situazione. Ho preteso però tassativamente
che non
facesse trapelare la notizia che l'Italia
non ci avrebbe
affiancati. Purtroppo gli ordini del Duce di concentrare 17
divisioni e 27 battaglioni alpini.
L'attuazione
dell'oscuramento e delle carte annonarie.
Dei ricoveri
antiaerei e le nomine militari non hanno ingannato inglesi e
francesi. Sono convinto che la colpa è di Ciano. Il ballerino da
Caffè Viennese. Che gente questi italiani. Non c'è da fidarsi!
Mussolini mi ha proposto una mediazione. Basta con le
Monaco! Allora volevo favorirlo. Ora non più! Dopo aver distrutto
la Polonia batterò anche la Francia e l'Inghilterra
da solo! Il Reich è potente e può farlo!! Se ricordo
l'ammirazione che provavo per il Duce. Il desiderio
spasmodico di tanti anni per essere ricevuto da Lui. L'averlo
considerato quasi un maestro! Ho vergogna! Mussolini è
grande ma non ha la mia tempra!
Da oggi qualcosa di serio
nei miei sentimenti è cambiato! Non ho per Lui la stima di
prima. È morta per sempre. Manterrò solo un'amicizia come
un essere superiore verso un essere inferiore. Il Duce è stato
un condottiero di valore. Ma ormai molto di meno. Lo
blandirò come faccio con altri. Può sempre essermi utile!!
10 OTTOBRE 1939 La
Polonia è nostra! Anche i russi hanno
occupato la parte consentìtagli dagli accordi
proposti da
me. La mia strategia è stata brillantissima!
Ho creato un
Hitler in gonnella
nuovo tipo di guerra lampo! La Wehrmacht è ormai una
macchina formidabile! I possibili
alleati, Italia e Spagna, si
sono comportati da latini. Il paese del 'Duce con la non
belligeranza. Quello di Franco addirittura con la neutralità!
È l'unica
nota amara nei giorni trionfali. Per ora mi basta
questo grande successo. Ho proposto la pace agli inglesi.
Hanno rifiutato. Peggio per loro! Il mio Genio e la potenza del
Reich li distruggeranno!!
GENNAIO 1940 Strano
comportamento quello dei miei
avversar!. Davvero strano. Francia e Inghilterra dopo avermi
dichiarato la guerra non hanno/atto nulla
di nulla. Mi
temono. Lo sapevo e lo avverto sempre di più! La
dimostrazione di potenza e di grande strategia
che
abbiamo dato in Polonia li ha atterriti! Solo qualche scontro
in mare. Quello è il nostro punto più debole e il più forte dei
nemici. I successi sono stati alterni. Ancor più strano il
comportamento di Mussolini. Il mio idolo di un tempo. Invece
di schierarsi attivamente
al mio fianco mi ha inviato una
lettera di consigli. Non so che farmene! Ogni mese che passa
sono sempre
più certo del mio genio e della potenza
inarrestabile
germanica! Siamo insuperabili! Nonostante
tutto provo tenerezza per il Duce. Mi scrive che è convinto
che Gran Bretagna e Francia non riusciranno a vincere la
Germania. Non è sicuro nemmeno che noi riusciremo
a
battere i due alleati. Sostiene che gli Stati Uniti non lo
permetteranno. Aggiunge che le democrazie crolleranno "per
difetto di statiche interne". Come facevo
ad ammirarlo
tanto?! Mussolini è stato grande e geniale. Ma di fronte ad
avvenimenti di vera portata mondiale come una grande
guerra diventa piccolo e un po' ridicolo! Peccato. Davvero
peccato!! Addirittura mi irrita quando conclude la sua lettera
invitandomi a non sacrificare il fiore delle generazioni
Hitler in gonnella
tedesche per anticipare la caduta di un frutto che sarà
raccolto da "noi" che rappresentiamo le forze nuove
d'Europa. Si degna di approvare il mio progetto di riunire
tutti gli ebrei. Razza maledetta! In un grande ghetto a Lubrino.
Non ammetto interferenze da nessuno sulla mia geniale
politica. Particolarmente sugli ebrei non voglio ne
riprovazione ne approvazione di quello che decido. Il mio
inimitabile genio non ha confronti al mondo. Come non
l'hanno la combattività e l'ordine germanico!
Soffro per
l'espansione russa in Finlandia. Per ora non mi conviene
intervenire. Ora mi occorre la loro non ostilità. Prima o poi
gli daremo una lezione indimenticabile.
Hitler superiore a
Napoleone!!
20 MARZO 1940 Mi
sono incontrato sul Brennero con
Mussolini. Per la prima volta mi ha mostrato deferenza.
Quasi timore. Le cose sono davvero cambiate. Era
ineluttabile. Io sempre più in alto. Gli altri. Tutti gli altri
diventano sempre più piccoli nei miei confronti!
Ricordo
l'incontro di Venezia. Allora lo consideravo quasi il mio
maestro. Ero io tìmido e quasi timoroso. Mussolini
giganteggiava e mi batteva la mano sulla spalla in segno di
protezione e superiorità. In pochi anni le posizioni si sono
ribaltate. Credo che ora basterebbe
solo una mia parola per
far entrare l'Italia in guerra. Mi conviene?
LUGLIO 1940 Sono
all'apice della gioia. Su mia gemale
direttiva le armate del Reich hanno conquistato Danimarca,
Norvegia e l'odiata Francia! Ho saldato il conto del 1918! Il
mio dominio si estende dalla Polonia
alla Francia e
dall'Austria alla Norvegia! Il momento più esaltante è stato
quando la delegazione
francese è stata fatta entrare nel
vagone del maresciallo
Foch tolto dal museo di Compiégne.
Hitler in gonnella
Conformemente
ai miei ordini era stato sistemato nel punto
esatto dove si trovava I'11 novembre 1918. Sì, proprio lì. Che
godimento far sanguinare l'orgoglio francese! Ero come un
Dio quando ho percorso la radura con un sogghigno satanico.
Sì.. Mi sentivo diavolo e Dio insieme!
Ho sghignazzato
davanti alla scritta fatta porre dai francesi dove si dice:
"Criminale orgoglio tedesco vinto dai popoli liberi che esso
pretendeva di asservire". Eccoli qui i popoli liberi ai miei
piedi! Ai piedi del Genio in assoluto!! Ho fatto cancellare la
scritta. Mi sono seduto al posto di Foch. Ho fatto dire ai
francesi che nessuna discussione sarebbe stata ammessa.
Dovevano solo firmare! Alle 18,30 del 22 giugno
hanno
firmato. Sono ormai asserviti a un popolo superiore! Vale la
pena di vivere per godersi giorni e momenti come quelli che
sto vivendo. Altro che grande artista! Lo sarei indubbiamente
diventato. Sono il Vendicatore del mio popolo oppresso. Non
aveva il posto che gli spettava. Quello egemone in assoluto!!
Mussolini è entrato
in guerra quando ha visto i miei grandi
trionfi. L'ho costretto a ritardare il suo intervento al 10 giugno.
Voleva dopo pochi giorni di guerra e piccole conquiste
territoriali quasi quello che noi abbiamo conquistato
con le
armi. L'ho fatto venire a Monaco. Era tronfio e pieno di
pretese. Garanzie territoriali in Tunisia
e in Corsica.
Occupazione della Francia fino al Rodano.
Consegna della
fiotta francese. Ho tagliato le ali alla sua ambizione. Non è
giustificata da quello che ha fatto. Provo comunque per lui
tenerezza. Non voglio mortificarlo. Con dolcezza gli ho fatto
capire che non desidero un proseguimento della lotta nei territori
francesi d'oltremare. Ha annuito con l'atteggiamento
di chi è ormai secondo ad uno molto più grande di Lui!!
Hitler in gonnella
CAPITOLO NONO
“Che uomo e che vita! “, pensava Liii. Si sentiva strana, non
era mai stata così eccitata. Quel movimento di armati,
quelle conquiste sfolgoranti, quella fede del padre — il suo
grande padre, Adolf Hitler —l’avevano sconvolgentemente
rapita e condotta in un mondo del tutto diverso. Sì, aveva
letto della Guerra Mondiale e dei suoi grandi protagonisti,
ma ora era diverso scorrere quelle pagine a volte
sconclusionate, ma anch’esse piene di bagliori come la vita
di colui che le aveva scritte. E poi ora era diverso. Allora
leggeva come uno dei tanti che appartengono ormai ad
un’altra generazione, ad un altro tempo. Ora si sentiva
anche lei protagonista e partecipe, nel bene o nel male, a
quelle imprese e anche — perché no? — a quei sentimenti.
Aveva fretta di parlare con Hugo. Doveva parlarne
assolutamente con lui e progettare la sua vita futura. Che
vale vivere un’esistenza senza grandi ideali? Ora anche lei
avrebbe potuto averne da perseguire con l’incrollabile fede
del suo vero padre. Non poteva più differire nemmeno di
un’ora, ma, prima di riporre il volumetto, pensò: “Vediamo
se parla di me e cosa ne dice" .
Scorse frettolosamente la pagine con dita nervose, la fronte
imperlata di sudore, gli occhi accesi, la testa in fiamme. Ed
ecco:
19 AGOSTO 1944 È
nata mia figlia! Da Jena Gobili. È bionda.
È bella. Sarà una grande Donna come io sono un grande
Hitler in gonnella
Uomo. Un Genio! Purtroppo non avrò in questo periodo molto
tempo da dedicarle. La guerra prende tutte le mie energie.
Maledettamente non va bene. Gli Alleati dilagano anche se le
mie valorose truppe cercano di bloccarli dovunque. In
Francia sono a Parigi. In Italia sulla Linea Gotica. Sul fronte
orientale sono penetrati in Prussia! Tutto sembra rovinare. I
miei sogni. Le mie conquiste. Tutto! Ma non sarà così. E solo
questione di tempo. Le ARMI SEGRETE. In particolare una
nuova energia di una potenza mai vista sono a buon punto!
Hò avuto anche qui fiuto e genio. Ho voluto che ai miei
scienziati fosse concesso tutto l’appoggio. I mezzi e il denaro
che desideravano. Ora sotto la mia guida mi daranno la
vittoria. La nuova forza si chiama ATOMICA. Dalla scissione
dell’atomo si sprigiona un enorme energia che può essere
contenuta in piccole bombe. Saranno di forza superiore mille
volte alle altre. Dopo lo scoppio si crea una reazione a catena
che tutto contamina. Anche per anni. Il futuro è in
quest’arma. Chi la possiederà dominerà il mondo! Ma
bisogna resistere. Contendere palmo a palmo il terreno su
ogni fronte. Non solo per me. Non solo per il Reich. Ma per
mia figlia! Mia figlia dovrà avere subito tutto quello che io ho
dovuto conquistare con il genio, l’ardire. Ma anche una
grande pazienza e una lenta scalata al potere. Ce la farò.
Anche se questi anni mi pesano e mi fanno sentire vecchio.
Sempre ho pensato di essere giovane. Di possedere una forza.
Una resistenza infinita. Ora accuso tutto il lavoro. Le
genialità continue. Le tensioni. Ma ce la farò! Per me. Per la
Germania. E principalmente per lei. Mia figlia: Lilì Hitler!!Si
sentiva commossa, gli occhi le si inumidirono. Allora
quell’uomo, quel grande uomo, aveva provato per lei
sentimenti di amore. Era stato capace anche di amore, non
solo di odio, vendetta, sterminio, potenza o ammirazione e
tenerezza come aveva provato per Mussolini.
Hitler in gonnella
Passò direttamente all’ultima pagina.
19 MARZO 1945 Chiudo
con questa pagina la serie di
appunti che costituiscono il mio Diario. Anche se non è un
diario. Ma una serie di note a mesi di distanza l’una
dall’altra. Ma potrà sen’ire al mondo. Agli uomini che
credono in un destino. In un futuro superiore per loro e per la
propria patria! Servirà al mondo per comprendere meglio il
mio genio. Spero principalmente servirà a mia figlia per
amarmi e per vendicarmi. Purtroppo non abbiamo fatto in
tempo a realizzare l’Arma Atomica. Ricordati. Liii, che là è il
potere. Questa è la nuova strada! Forse quando tu sarai adulta
la scienza sarà a/punto tale da far sembrare ridicola
questa energia che oggi riteniamo tanto grande. Ma si potrà
sempre su questa strada migliorare e scoprire cose sempre
più potenti. Non dimenticano. Tu hai sangue di genio nelle
vene. Potrai come tuo padre ottenere tutto! Ormai i russi
sono a cento chilometri da Berlino. Gli Alleati oltre Colonia.
La Germania un cumulo di macerie. La morsa si stringe. Oggi
stesso consegnero queste mie note. Il mio Diario. In mani



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MessaggioTitolo: Re: HITLER IN GONNELLA romanzo, premio Italia di Fantascienza    Dom Dic 28, 2008 7:05 pm

sempre su questa strada migliorare e scoprire cose sempre
più potenti. Non dimenticano. Tu hai sangue di genio nelle
vene. Potrai come tuo padre ottenere tutto! Ormai i russi
sono a cento chilometri da Berlino. Gli Alleati oltre Colonia.
La Germania un cumulo di macerie. La morsa si stringe. Oggi
stesso consegnero queste mie note. Il mio Diario. In mani
sicure che lo custodiranno per te e per il mondo. I nemici non
troveranno mai il mio corpo. Il corpo dell’Uomo più grande
del secolo. Quello di un Genio.Adolf Hitler!!!
“È mio padre, sì, è mio padre quest’uomo immenso! L’unico
vero uomo! Perché non l’ho conosciuto? Perché non ho
potuto vivere accanto a lui, collaborare con lui, edificare
con lui un nuovo mondo, una Germania più grande e più
forte della Roma antica? Oh, avessi potuto! Con quale gioia
avrei eseguito i suoi ordini, ascoltato la sua voce, dialogato
con lui! Come avrei ideato nuovi mezzi di distruzione e sterminio
degli ebrei, razza maledetta! Sì, proprio così, aveva
ragione lui. Tutto quello che lui ha fatto è giusto e grande!”
Hitler in gonnella
Si sentiva come una drogata. Davanti ai suoi occhi
scorrevano immagini del grand’uomo con i baffi, con il
braccio teso in avanti che osservava con orgogliosa
sicurezza i compatti battaglioni della Wehrmacht e delle SS,
i possenti Panzer, i lunghi cannoni, i primi missili, le Vi e le
V2 che distruggevano Londra. Il vessillo con la croce
uncinata che sventolava su Praga, Varsavia, Oslo,
Copenaghen, Bruxelles, Parigi, Belgrado, Atene, Leningrado,
Stalingrado. La mano con movimento proprio scese al pube
e ancora più giù; un dito penetrò nella vagina. Rantolava di
piacere, il primo vero piacere della sua vita!
Ma presto altre immagini si sovrapposero: Mosca e la
Ritirata, lo sbarco alleato in Normandia, le città tedesche, le
sacre città della grande Germania, ridotte ad un cumulo di
macerie, il ripiegamento da El‐Alamein, dalla Libia, dalla
Tunisia. L’invasione della Sicilia, lo sbarco a Salerno e poi
ad Anzio vicino Roma e la lenta, ma inesorabile disfatta.
Vide tre uomini. Il paralitico americano dal volto affilato e
sofferto, il tondo Churchill con l’immancabile sigaro e un
altro uomo con i baffi e con occhi scintillanti di odio,
vendetta, desiderio di sterminio: Stalin. Il suo pseudonimo
deriva da acciaio ed era stato un vero uomo d’acciaio,
prodotto da quel mostruoso paese, il più esteso del mondo,
la Russia!
Fu presa da un ira violenta, omicida. Avrebbe voluto
distruggere tutto, cancellare quelle immagini che le
ricordavano in maniera lancinante la sconfitta del grande
genio, dell’Unico Vero Grande Uomo, suo padre, il suo
straordinario, incomparabile padre!
Afferrò il lume dal comodino e lo scagliò con forza sulla
parete. Si alzò e strappò le tende. Spazzò con violenza il
piano del cassettone: i ninnoli, il portaritratti, i vasi si
infransero rumorosamente sul pavimento. Afferrò i libri e lì
Hitler in gonnella
proiettò in tutte le direzioni. Alzò una seggiola e percosse i
vetri della finestra che caddero in pezzi. Con una pesante
statuetta di bronzo fracassò il grande specchio
dell’armadio! Distruggere, sì, distruggere tutto, ma
principalmente quei tre uomini, i maggiori nemici di suo
padre, i loro discendenti e i paesi che li avevano generati!
Sentì colpi alla porta e la voce di Hugo che timidamente
domandava:
«Liii, cosa succede? Desideri qualcosa? Cosa possiamo fare
per te? Facci entrare, per favore».
Ritornò alla realtà, ma i sentimenti non erano di molto
diversi. Osservò la sua stanza, prima così ordinata e pulita,
e ora cosparsa di cocci. Sembrava che un uragano l’avesse
percorsa. In un angolo di specchio, rimasto
miracolosamente infisso nella cornice, vide il suo volto
disfatto dalle lacrime e dai violenti sentimenti, i capelli
arruffati, i vestiti scomposti e stracciati. Non provò né
vergogna né sgomento. Che le importava di Hugo, di Ellen e
di tutti gli altri ormai. Era Liii Hitler, la figlia del
Condottiero, del Genio, del Forgiatore di popoli e di destini!
Gli altri sarebbero stati solo strumenti nelle sue mani!
Una spessa calma e sicurezza la investirono improvvisamente,
come quando una grande quantità di olio
calma le onde più agitate di un mare in tempesta. Apri la
porta, comparvero quelli che erano stati i suoi genitori,
pallidi e impauriti. Dov’era il dignitoso e impeccabiie
chirurgo, autorità indiscussa del grande Ospedale
Cantonale? E la serena raffinata e composta Ellen, una delle
più ammirate signore zurighesi? Quei due esseri erano
diversi. Erano e sarebbero stati solo i suoi umili
collaboratori, i suoi primi collaboratori da usare e utilizzare
fino a quando le sarebbero serviti. Non un giorno in più.
«Entrate».
Hitler in gonnella
«Cara, cara Liii. Tu hai bisogno di noi. Ci sono momenti
della vita nei quali solo chi ci è vissuto vicino e ci ama
fedelmente può...»
«Smettila, Hugo. Non è di prediche che ho bisogno ora, ma
di conoscere per poi decidere”.
«Sì, tutto quello che vuoi. Ti ho amata non solo come una
figlia, ma come l’unica discendente del grande Fiìhrer» e
istintivamente alzò il braccio nel fatidico saluto, ma riusci a
frenarsi.
«Ellen sa?»
«Si, ha sempre saputo e, come me e il notaio, conserverà il
segreto finquando sarà necessario».
«Perché dici finquando sarà necessario?»
Il dottor Kluber si mostrò incerto, timido, confuso e poi
sbottò:
«Perché un giorno il mondo dovrà sapere che il Fiìhrer ha
lasciato una figlia che sarà grande come lui, che farà
risorgere le glorie del nazismo e che forse riuscirà a
completare la sua opera». <(Come mai quando mi facevi
leggere quei libri di storia e io chiedevo la tua opinione sui
fatti e i personaggi che più mi colpivano non l’hai mai
espressa?”
«Ma perché non volevo influenzare il tuo giudizio, perché
volevo che fossi tu a giudicare. Ricordi però che ti ho più
volte detto che quei libri erano scritti da gente che non
voleva e non poteva esaltare troppo la grandezza del
nazismo e del fascismo. Più delle loro opinioni, ti dissi, sono
i fatti che contano e le ideologie che li hanno determinati».
«Sei un nazista tu?»
«Io? Ma se tutta la mia vita l’ho dedicata al culto del Fiìhrer
e delle sue idee! Se non avessi avuto te e il grande segreto,
non avrei fatto il tranquillo chirurgo, ma mi sarei battuto
con ogni mia forza, con tutto il mio sangue per rintuzzare
Hitler in gonnella
tutte le cose ingiuste che sono state dette prima, durante e
dopo il vergognoso processo di Norimberga...>). Si passò
una mano sui capelli, estrasse il fazzoletto e si deterse le
labbra sulle quali si erano formate bollicine bianche. «...Ma
dovevo assicurarti una tranquilla fanciullezza e
adolescenza. Dovevo allontanare ogni sospetto, dovevo
mostrarmi un “perfetto democratico” — odiosa e stupida
parola —. Se tu solo sapessi cosa ho sofferto, ma c’eri tu e il
segreto che mi sostenevano! Quanti giorni disperati e tristi!
Io, un coltivatore di orchidee? Altro che orchidee avrei
coltivato! Ideologie, nazisti ed armi!»
Lili era rimasta impressionata. Rimuginò. Le idee erano
maledettamente confuse nella sua testa di diciottenne, ma
non più assente e senza un vero scopo. Quell’uomo che le
stava davanti era una persona colta che aveva avuto
successo nella vita, che viveva nella libera Svizzera. Eppure,
a distanza di quasi vent’anni, era ancora ardentemente
fedele alle idee di suo padre! Era una conferma, se ancora
ve ne fosse stato bisogno, che il grande Uomo era morto, ma
la sua ideologia viveva ancora e in modo così fremente.
«Ma ci sono ancora nazisti?»
«Me lo chiedi? Hai letto i giornali? Hai sentito a scuola come
fanno di tutto per parlare male del nazi‐fascismo ai giovani
e perché?... Lo temono, sanno che ce ne sono milioni e
milioni già convinti ed altri, tantissimi, pronti a seguire
l’esempio dei primi. Per il comunismo! Ma in tutta Europa i
partiti della destra, quasi tutti se non tutti, io sono e in
America, in Africa, in Asia vi sono regimi al potere che si
ispirano al nazifascismo. Non ti fare ingannare da false
dichiarazioni di democrazia. Oggi è di moda, tutti dicono di
esserlo, ma quanti lo sono? Tutti attendono solo un capo
che li catalizzi, un capo carismatico indiscusso,
indiscutibile. E allora decine di milioni sarebbero pronti a
Hitler in gonnella
riprendere la marcia contro gli ebrei, il comunismo, le
plutocrazie! E quel capo non puoi che essere tu, Liii, la figlia
del grande Ftìhrer. Heii, Hitler!» Questa volta il braccio si
alzò irresistibilmente e rimase sollevato nel fatidico saluto.
«Calma, Hugo, non cosi, non è ancora il momento!» con
meraviglia Lili si sentì dire con una voce autorevole e
matura. Già si sentiva un capo e il cervello non era più
annebbiato e confuso, ma funzionava meravigliosamente
con chiarezza e determinazione. «Voglio vendicare mio
padre, voglio riprendere e concludere la sua opera come lui
stesso afferma nel Diario. Ma bisogna farlo con programmi
precisi, senza la possibilità di errori». Sì, non era più lei che
parlava. La ragazza zurighese era morta, in lei riviveva il
grande Genitore!
Hugo era mortificato per quel richiamo ed esaltato nel
vedere concretizzarsi le speranze coltivate in segreto per
tanti anni.
«Scusarni, Liii, hai ragione. Ma non temere, non sono un
impulsivo. Ho dei piani precisi e saprò consigliarti se lo vuoi
e seguire fedelmente le tue direttive. Ho ancora amici
devoti che come me coltivano il grande sogno e tanti altri so
dove trovarli, fedeli e capaci. Non sarà difficile, con te alla
nostra guida e con l’enorme capitale ereditato, predisporre
tutto quello che occorrerà per il trionfo delle nostre idee e
delle nostre speranze...»
«Hugo, Lui ha scritto che il vero potere nella seconda metà
di questo secolo sarà nelle mani di chi meglio saprà
sfruttare l’energia atomica e i successivi progressi dei
primitivi studi. Come sempre aveva ragione. Russia e
America dominano il mondo principalmente perché gli
studi e le realizzazioni dei loro scienziati e delle loro
industrie in tale campo sono le più avanzate e le più
massicce. Ho deciso di dedicarmia tale settore e,se ~ vero
Hitler in gonnella
che in me vi è sangue di genio, saprò farmi valere. Solo
allora si potrà pensare a una reale e definitiva conquista del
potere, non limitata, ma totale. Mi iscriverò al Politecnico di
Zurigo e studierò fisica nucleare. Da cittadina elvetica mi
recherò in America nei centri di studio e produzione,
parteciperò a seminari e congressi. Insomma farò di tutto
per diventare grande in questo settore. La via sarà lunga e
faticosa, ma proprio la lettura del Diario del mio grande
padre mi ha insegnato che la pazienza operante è una
possente arma. Sono giovane, posso attendere!»
Era stupefacente sentire quella ragazza che fino a pochi
giorni prima era stata semplicemente una giovane e bella
donna, anche se diversa dalle sue futili coetanee, parlare
con tanta saggezza, chiarezza e determinazione. Ma era
sempre stata molto intelligente. anche se la sua mente
sembrava vagare spesso nel nulla. Per una volta gli
insegnanti, che così poco comprendono i propri allievi,
avevano visto giusto quando dicevano ad Hugo che Lili
aveva grandissime possibilità se solo si fosse applicata
seriamente a qualcosa. Ma non era solo quello! Il sangue, gli
spermatozoi del grande Uomo avevano trasmesso genio e
senso del comando!
Cosi Lili iniziò l’Università e strabiliò docenti e colleghi per i
risultati rapidi e brillanti dei suoi studi che saltuariamente
svolgeva anche negli USA.
A 24 anni era titolare di cattedra. A 26 direttrice dei
laboratori di Eigergletscher. A 28 di tutto il complesso
nucleare dello Jungfrau, uno dei più grandi d’Europa. A 29
uno dei maggiori esperti dell’Euratom. A 30 una stella di
primissima grandezza nei campo della fisica nucleare,
chiamata continuamente a conferenze e corsi dovunque. A
40 l’annuncio della scoperta del Cullonio 2000 e del raggio
Kuta e la rivelazione al mondo di chi realmente fosse.
Hitler in gonnella
Non era più la dottoressa Liii Kluber, ma Lilì Hitler, la figlia
del Fiìhrer.
In quei lunghi anni Hugo, abbandonato l’Ospedale
Cantonale e la professione, aveva silenziosamente e con
somma abilità organizzato tutto l’apparato neonazista,
aveva creato dei veri e propri ministeri ombra con
collaboratori capaci e riservati e aveva saputo spendere con
il massimo profitto le migliaia di miliardi della figlia del
Fùhrer.
Hitler in gonnella
CAPITOLO DECIMO
Amedeo era furibondo. Che brutto tiro gli avevano fatto! Ma
come, anni e anni per crearsi una notorietà, una vita
comoda, lontana dal vero mortificante lavoro che costringe
gli esseri umani a trascorrere lunghe ore dietro banconi o
scrivanie per riscuotere a fine mese uno stipendio più o
meno magro che permette di tirare avanti un’esistenza
monotona e priva di emozioni. Casa e posto di lavoro;
moglie, figli e rassegnati colleghi; una modesta automobile
e, quando possibile, anonime a affollate villeggiature.
A lui tutto questo non doveva capitare. Era stato furbo,
aveva saputo mettere bene a frutto quella sua grande
qualità. Alberghi di lusso, nights scintillanti, abiti di grandi
sarti, cocktails da films hollywoodiani e principalmente una
vita libera e movimentata.
Riponeva con rabbia omicida i suoi pantaloni attillatissimi,
gli shorts, le camiciole sgargianti, gli smokings di alta
fattura, i raffinati e sottilissimi slips nelle capienti valigie di
vero cinghiale con guarnizioni di coccodrillo. Più che riporli
i suoi amati indumenti li ammassava alla rinfusa. A che gli
sarebbero serviti più?
“Maledetta femmina, maledetto cullonio”, mormorò fra i
denti, mentre lo sguardo correva per l’ennesima volta al
foglio che sembrava dominare non solo il piano del
cassettone dove era stato appoggiato, ma l’intera stanza,
l’appartamento tutto, la sua vita futuro fino all’età della
pensione. “Ma guarda che debbo sopportare, porco mondo!
Hitler in gonnella
Io, Amedeo Leone, il vanto della Penisola Sorrentina,
l’aspirazione massima e l’attrattiva delle turiste straniere; il
corteggiato e rispettato cittadino di località che a me, e non
solo alle bellezze del paesaggio, dovevano la loro fortuna; il
conteso fra albergatori e proprietari di ritrovi; il vanto delle
aziende di soggiorno e turismo; l’invitato da località
spagnole, francesi e greche per battere la concorrenza
italiana! Cacchio, se avessi dato subito importanza a quella
trasmissione! Ma come era possibile pensare che fosse
tutto vero? E poi, anche se ci avessi creduto, chi si aspettava
una svolta di sistema così radicale e immediata? Per me,
democratici o totalitari, che me ne fotteva? Chi ha mai
toccato il turismo e le sue istituzioni? Immaginarsi poi se
avessero potuto toccare me, una delle maggiori attrattive...
Forse solo il comunismo poteva farmi paura, ma anche i
paesi comunisti incrementano il turismo. E allora?”
Chiuse una valigia. “Sarei fuggito subito... Ma dove?...
Dovunque... Si sa che l’Italia si adegua immediatamente al
più forte!” Chiuse anche la seconda valigia e, agitando
sconsolatamente la testa, indossò l’impermeabile e si
diresse alla nuda 126 che aveva sostituito la rneravigiosa
moto.
Faceva freddo, pioveva, il cielo era plumbeo e gareggiava
con il morale di Amedeo. Improvvisamente l’ex play‐boy di
provincia ricordò di aver dimenticato il foglio. Ritornò alla
casetta che mostrava ora tutti i suoi anni e che sembrava
ormai priva di vita, di quella gioia e sicurezza che avevano
per anni vivacizzato il suo proprietario. Diede un’occhiata a
quel mare, oggi cupo e minaccioso e raccolse il foglio, quel
maledetto pezzo di carta che recava in calce le firme della
Podestà e della Federale.
Puntualissimo ‐ guai a non esserlo — giunse al corso
Vittorio Emanuele di Napoli. La palazzina era
Hitler in gonnella
contrassegnata da un grande numero e più sotto la scritta:
«L’Internazionale». Accanto vi era la novella casa del fascio.
Si presentò ad un omone alto, grosso, vestito con
ricercatezza che non riusciva a mascherare, nonostante il
tentativo di parlare forbito, la bassa estrazione.
«Sono Amedeo Leone di Sorrento e sono stato assegnato
alla vostra “casa”“. Gli porse il foglio ricco di timbri.
Il volto del tenutario si illuminò e si apri in un largo sorriso
fra il compiaciuto e l’ironico.
«Ah, il grande Amedeo, vanto della Costiera! Mi aspettavo
tutt’altro tipo. Ma davvero sei tu quello che faceva
impazzire le turiste, quello con un coso grande così?.... Che
gusti! Un omuncolo come te?... Bah! Guarda che qui non
potrai fare il tuo comodo, sia chiaro subito. La tua stanza
sarà la numero 29...» Sorrise sfottitore. “... E il numero che ti
spetta di diritto, a quanto dicono! Alle nove ogni giorno
visita medica. Dalle dieci alle dodici e dalle sedici alle ventidue
a disposizione delle clienti. Il giovedì libero. Ti faccio
accompagnare e... buon lavoro!»
Amedeo si avviò al seguito di un valletto gallonato, ma fu
arrestato dall’omone:
«Ah, dimenticavo di dirti che la nostra è la migliore “casa”
della città, con i prezzi più alti e i prostituti scelti tra i
migliori. Avremo la più raffinata clientela. Sappiti regolare
di conseguenza. Bada che non voglio reclami. Precisione e
impegno, mi raccomando!”
Il valletto lo guidò attraverso un vasto salone e poi per una
scala in uno stretto, ma pulito corridoio con numerose
porte contrassegnate da numeri, non diffe rente da quello
di un albergo di media categoria. Apri la porta del numero
29, depose le valigie e lo lasciò solo.
Hitler in gonnella
La stanza era ampia e con due finestre dalle persiane
chiuse. Un grande letto, un armadio, un cassettone, due
poltrone, un lavabo e un bidet, dovunque specchi.
Amedeo si sentiva più che mai depresso. Nemmeno negli
anni incerti della sua adolescenza o alle continue sgridate
paterne per la scarsa propensione allo studio prima, e al
lavoro poi, si era sentito così giù di corda e amaramente
dovette convenire che dopo tutto il padre non aveva avuto
tutti i torti quando aveva tanto insistito con i figli perché
studiassero o imparassero un serio mestiere per
raggiungere quegli impieghi o quelle attività artigianali o
commerciali che lui aveva tanto snobbato.
Ma chi avrebbe potuto mai immaginare che avvenisse
quello sconvolgimento totale del sistema, che era stato più
che mai aggravato dalla decisa svolta femminista. E' vero
che anche i fratelli avevano dovuto cedere qualche
posizione a favore delle colleghe, ma pur sempre
mantenevano nella società un ruolo dignitoso. Lui no! Non
avendo un preciso mestiere, ma solo un mezzo per
procacciarsi da vivere (e più che bene) era stato di autorità
destinato alle riaperte Case Chiuse! Il lavoro saltuario era
stato abolito dal nuovo governo neofascista che in Italia era
stato rapidamente formato con ai vertici figlie o nipoti di
antichi gerarchi della Repubblica di Salò.
Ma Amedeo era di tempra buona e, dopo un pomeriggio e
una notte nella quale si erano alternate irritazione e
disperazione, incominciò a vedere il suo futuro meno
brutto di quello che gli era apparso sul le prime. Da tanti
anni in Campania e nel Napoletano, aveva assimilato la
millenaria rassegnazione degli abitanti di quelle
meravigliose contrade benedette da Dio e maledette dagli
uomini. Pensava che dopo tutto aveva trascorso periodi
splendidi che a pochi era stato dato di vivere e che in
Hitler in gonnella
definitiva, anche se in una momentanea situazione
mortificante, avrebbe sempre potuto usare quella sua
grande forza, quella che lo aveva distinto dagli altri. Chissà
se facendosi valere anche a «L’internazionale» non potesse
percorrere qualche carriera ed ottenere — con i meriti
acquisiti — posizioni migliori dell’attuale.
Quando entrò nella sala per mettersi in mostra alle clienti
con i suoi nuovi colleghi, non si sentiva più così scoraggiato
e il suo sguardo aveva ripreso quasi del tutto quella sua
caratteristica aria di sicurezza e superiorità. I colleghi erano
una decina, bruni e biondi, alti e nerboruti che esibivano
toraci, cosce e braccia villosi nei quali saettavano
saggiamente possenti muscoli. Alcuni passaggiavano nel
centro dello stanzone, altri conversavano distesi sulle
poltrone e i divani di pelle. Le clienti erano poche e
giungevano saltuariamente, mai da sole, ma in gruppi di tre
o quattro per volta. Erano timide ed impacciate, anche se
facevano di tutto per non darlo a vedere, ostentando una
sicurezza che non possedevano. Alcune per piacere e
curiosità, altre per far sapere ai nuovi vertici politici che si
erano immediatamente adeguate alle somme direttive.
Ricordavano quei ragazzotti degli anni passati che si
recavano ai bordelli non tanto per bisogno, ma per
dimostrare agli amici che erano uomini e che non potevano
fare a meno di andare a donne.
Erano quasi tutte indigene e per il povero Amedeo
incominciò a ripetersi la storia dei tempi ante Sorrento. I
colleghi, apparentemente di tanto più prestanti di lui, erano
sempre preferiti e nei rari giorni di grande affluenza gli
capitava spesso di rimanere solo nello stanzone,
nonostante i disperati sforzi di valorizzare la sua nera testa
imbrillantinata ogni giorno di più. Era piombato nella
disperazione e mortificazione più assolute. Lo sguardo gli si
Hitler in gonnella
era spento e non reagiva come nei primi tempi alle prese in
giro dei colleghi e alle critiche del tenutario che aumentavano
con progressione geometrica.
Non valse a consolarlo la preferenza subito accordatagli da
un’ufficialessa austriaca che era capitata lì quasi per caso.
Le sue capacità innate, quel suo ruggente sesso avevano
funzionato appieno, nonostante lo stato di depressione, e
l’austriaca era andata via felice e soddisfatta come non mai.
Ne erano allora venute altre, ma erano pur sempre poche e
Amedeo rimaneva l’ultima ruota del carro della Casa di
corso Vittorio Emanuele.
A quella situazione, alla quale non era più abituato dopo i
trionfi della Penisola Sorrentina, non riusciva a reagire, né a
pensare cosa potesse tirarlo fuori di lì, e il suo stato di
frustrazione aumentava sempre di più!
Non contribuì certo a migliorare la situazione l’ordine, che
di lì a poco gli pervenne, di frequentare una scuola di
aggiornamento accelerato politico e storico che prevedeva
(in quell’Italia sempre più neonazifascisteggiata dove le
gerarche ‐ come ai tempi di Starace — partecipavano a
riunioni ginni che, indossavano abiti in orbace, si davano
del «voi» e affermavano che la missione degli uomini è
quella di far fare figli) anche lo studio con esame finale del
diario di Adolf Hitler.
Era ormai un individuo rassegnato e, pur di non precipitare
in una posizione ancora peggiore di quella che occupava,
lesse e studiò tutto quello che gli avevano ordinato. L’esame
era vicino e una sera decise di trascorrere la notte in bianco
per ripassare quella parte del diario del Fùhrer che andava
dall’agosto del 1940 (primo anno di guerra dell’Italia) fino
alla conclusione.
Hitler in gonnella
CAPITOLO UNDICESIMO
25 LUGLIO 1940 Questi
inglesi mi fanno disperare! Non
hanno accettato le mie nuove proposte di pace! Pazzi, non
sanno a cosa vanno incontro! Hanno turbato la mia gioia. Il
mio trionfo! La sfilata delle splendide truppe della
Wehrmacht sotto la porta di Brandeburgo è stata esaltante.
Non avveniva dal 1871. Ho promosso Goring al nuovo rango
che ho appositamente creato di Reichsmarschall. Ho
nominato 12 nuovi marescialli. Tutto il popolo impazziva per
me! In un momento come quello ho mostrato ancora una volta
la mia saggezza che scaturisce dal mio genio. L’inglese Hai
Wax ha risposto arrogantemente. Sono ora a Berchtesgaden.
Faccio lunghe passeggiate accompagnato dal mio cane lupo
e medito sul futuro. L’inghilterra è una ghiotta preda e può
rappresentare la mia collocazione nella storia come il più
grande Genio! Lo merito. Lo sono! Cesare riuscì a con quistarla.
Napoleone no! Perché non cedono i maledetti? Cosa
sperano? Gli Stati Uniti sono incapaci di fare una vera
guerra! Ma i russi no. Sperano nella Russia! Debbo
distruggerla assolutamente. Debbo far presto! Voglio
liquidare la partita in questo anno! I popoli sono avari del
proprio sangue! A Keitel ho chiesto quanto tempo fosse
necessario per attaccare la Russia. Il Capo della Wehrmacht
mi ha risposto che occorrono sei settimane per trasferire le
truppe da occidente ad oriente. Troppo. Incominceranno le
piogge e il fango! Maledizione!!
Hitler in gonnella
3 AGOSTO 1940 Ho
convocato i Capi della Marina,
dell’Aviazione e anche Keitel. L’invasione dell’Inghilterra
deve essere rinviata. L’attaccherò ed isolerò con i
sommergibili e gli aerei. Voglio la Russia prima! La desidero
come non ho mai desiderato nulla prima. Sarà mia!! Sarò il
primo a conquistarla! Ma non in questo anno. L’attaccherò
nella primavera del ‘41 con 120 divisioni. Ne lascerò 60
all’ovest. In autunno sarò a Mosca!!
16 AGOSTO 1940 L’offensiva
aerea contro l’Inghilterra è
iniziata. Non dà i risultati immediati che mi avevano
garantito. Questi inglesi sono duri a morire! In mare e in aria
sono ben diversi che sul terreno. Mussolini si è risvegliato. Ne
ho piacere. L’ho giudicato male troppo in fretta. Era
l’ammirazione che avevo per lui che mi faceva pretendere
troppo! Non ha un grande popolo come il mio! Le truppe
italiane hanno conquistato la Somalia britannica. Ho
autorizzato l’arrivo in Francia di squadriglie italiane da
impiegare contro l’Inghilterra. Le avevo rifiutate prima. Ora
lo meritano!!
8 SETTEMBRE 1940 I
maledetti inglesi hanno avuto la
lezione che meritavano! Tante altre ne avranno!! Il 25 agosto
hanno osato bombardare Berlino! Una bomba è caduta a
pochi metri dalla mia residenza! Che impudenza! Allo
Sportpalast ho dichiarato: «Ho tentato di risparmiare gli
inglesi. Hanno preso la mia umanità per debolezza e
rispondono assassinando le nostre donne e i nostri bambini.
Raderò al suolo le loro città». Ho iniziato a farlo con la
grandezza della mia determinazione! Prima Liverpool. E poi
Londra. Ieri notte fiammeggiava più che nel grande incendio
del 1666!! L’hanno voluta!!
Hitler in gonnella
30 SETTEMBRE 1940 I
risultati dei nostri attacchi aerei
all’Inghilterra non sono tali da permettere l’invasione
dell’Isola. Purtroppo bisogna sapere attendere. L’ho già fatto
tante volte nella mia grande vita. Lo farò ancora! Essere un
Genio è anche questo! La pressione sull’Inghilterra non sarà
allentata. Ridurrò le nostre perdite con attacchi aerei
notturni. Ci daranno risultati migliori! Il Duce è sempre più
energico. Senibra essere tornato l’uomo che ho ammirato un
tempo! Sono felice. Gli italiani sono entrati in Egitto e hanno
occupato SidiBarrani.
Abbiamo concluso il Patto a Tre.
GermaniaItaliaGiappone!
Ho detto a Ciano che non voglio
per ora l’intervento spagnolo. È troppo costoso per quello che
può rendere. Voglio un incontro con il Duce dl Brennero.
Rivedrò con piacere il mio vecchio caro Camerata!
5 OTTOBRE 1940 — Ho incontrato Mussolini. L’ho trovato in
forma. Mi è apparso padrone di sé come nei primi tempi dei
nostri contatti. Era perplesso quando gli ho comunicato la
mia decisione per ora. Solo per ora. Di rinviare lo sbarco in
Inghilterra. Si è illuminato quando gli ho detto che il
bolscevismo è la dottrina dei popoli deteriori. Ho messo a
punto un nuovo piano grandioso. In attesa di invadere la
Russia che si fa sempre più impudente. Voglio Gibilterra e le
Azzorre. Dare una maggiore importanza al Mediterraneo. Rispettando
però la priorità italiana. E necessario un incontro
diretto con Franco. Il mio prestigio lo convin cerà a fare
quello che vorrò!!
10 OTTOBRE 1940 — Le nostre gloriose truppe hanno invaso
la Romania! I suoi pozzi di petrolio sono necessari alla
guerra. Ho preceduto i russi! Li battero definitivamente poi!!
Hitler in gonnella
24 OTTOBRE 1940 Sono
estenuato dai colloqui con Franco.
Piuttosto che riprenderli preferirei farmi strappare tre denti.
Sembrava mite questo spagnolo. Ma non si piega. Fa troppa
opposizione e chiede troppo. Meglio rinunciare per ora!
Salderò i conti con tutti! La pazienza fa parte della genialità!
Io la possiedo. Sono superiore agli altri in tutto!!
29 OTTOBRE 1940 — Ho incontrato Mussolini a Firenze. Che
splendida uniforme e che sicurezza! Mi ha detto che le truppe
italiane marciano in Grecia. Mi ha garantito che tutto sarà
finito in 15’ giorni! Non lo credo! Ma il Duce e il suo popolo
negli ultimi tempi hanno dato buone prove. Bisogna fidarsi. E
l’unico vero alleato che ho! Compréndo che ha voluto




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MessaggioTitolo: Re: HITLER IN GONNELLA romanzo, premio Italia di Fantascienza    Mer Lug 10, 2013 5:38 pm

29 OTTOBRE 1940 — Ho incontrato Mussolini a Firenze. Che
splendida uniforme e che sicurezza! Mi ha detto che le truppe
italiane marciano in Grecia. Mi ha garantito che tutto sarà
finito in 15’ giorni! Non lo credo! Ma il Duce e il suo popolo
negli ultimi tempi hanno dato buone prove. Bisogna fidarsi. E
l’unico vero alleato che ho! Compréndo che ha voluto
prendersi una contropartita. La Romania era considerata da
Mussolini zona di sua influenza. Io l’ho occupata!
30 DICEMBRE 1940 — Cosa combinano questi italiani! In
Grecia invece di andare avanti indietreggiano. In Cirenaica
gli inglesi sono a Bardia. La flotta è stata semidistrutta a
Taranto! Mussolini mi fa tenerezza. Provo per lui amicizia.
Non posso dimenticare quando non si oppose all’A nchluss.
Gli sarò sempre vicino. Come un fratello maggiore. Più
saggio, forte e fortunato! Con i russi sarò inflessibile e presto
li distruggerò!!
24 GENNAIO 1941 — Ho incontrato nuovamente Mussolini.
Non credo sia venuto con piacere a Salisburgo dopo la serie
di insuccessi delle sue forze armate! Sono certo ricorderà in
modo ossessivo quanto mi dichiarò a Firenze. Allora aveva la
sicurezza di un tempo! Le sue truppe avevano segnato solo
successi. Pallidi vicino ai miei. Ma sempre successi. I successi,
le vittorie sono il miglior tonico per un popolo e per il suo
Capo! Ho provato pena nel vederlo accasciato. L’ho colmato
Hitler in gonnella
di cortesie e della vecchia deferenza. Si è un po’ ripreso. Mi ha
ascoltato in silenzio. È riposante parlare con lui dopo Franco.
Quell’ingrato spagnolo ha fatto fallire il mio grande piano
per il Mediterraneo. Volevo lui, la Francia di Viscy e
naturalmente l’Italia. Avremmo strozzato le forze inglesi!
Farò prima o poi i conti anche con lui! Ora ho ben altro fa
fare! L’operazione «Barbarossa” mi occupa e mi esalta! A
maggio marceremo sulla Russia!! Ho confermato a Mussolini
che il progetto di sbarco in Inghilterra è stato abbandonato.
Sono come un uomo che ha nel fucile una sola cartuccia.
Fintanto che la conserva è forte. Se spara e manca il colpo è
disarmato! Neutralizzo l’Inghilterra tenendola sotto minaccia.
Uno sbarco tentato e fallito lascerebbe agli inglesi mano
libera per mesi e mesi! In questa chiarezza di idee manifesto
il mio genio politico! Nelle rapide e studiate conquiste quello
militare!! Per la prima volta gli italiani hanno chiesto l’intervento
delle nostre grandi truppe sui loro fronti! Poveretti!
Ma ho rifiutato. Abbiamo impegni molto più importanti. Non
posso distaccare unità di grande valore su fronti dove non
sarebbero sfruttati appieno!
Ho esposto al Duce il piano «Marita” che concluderà la
guerra nei Balcani in primavera. Risolverò così i problemi
italiani in Grecia! Povero Duce! Ha cambiato espressione
quando gli ho comunicato che voglio far partecipare gli
jugoslavi alla sconfitta della Grecia. Mi ha chiesto
timidamente di non farlo prima della controffensiva italiana.
E sia!! Gli darò questa soddisfazione. La merita. Non ho
potuto fare a meno di dargli qualche lezione di strategia! Io
sono uno dei massimi strateghi. Il più grande! Ho detto che
gli italiani debbono rafforzare la dWesa antiaerea. Superare
i/terrore dei carri armati. Disporre campi minati. Usare sommergibili
per rifornire Tobruk assediata. Mussolini ha
annuito. Il suo generale Guzzoni (un piccolo uomo con
Hitler in gonnella
parrucca e busto) era entusiasta del mio genio! Non è
possibile non esserlo!!
FEBBRAIO 1941 Gli
italiani hanno perso dopo Tobruk anche
Bengasi. Gli inglesi hanno fatto più di 30.000 prigionieri. Il
totale è di oltre 150.000! Sono preoccupato. La mia alleata
può perdere tutta la Libia e ritirarsi dalla guerra! Sono i
primi tangibili successi inglesi dall’inizio della guerra! Le
prime sconfitte dell’Asse. Non posso permetterlo
assolutamente! Non per un grave danno militare. Ma per
quello morale. Avevo promesso anni fa al Duce di essere
sempre al suo fianco. E Adolf Hitler mantiene le sue
promesse!! Ho deciso di concedere all’Italia forze corazzate.
Ho posto come contropartita precise condizioni! Gli italiani
debbono rinunciare alla guerra statica. Inviare sul fronte
l’Ariete che è la loro migliore divisione corazzata. Tutte le
truppe veloci saranno poste sotto il comando di un generale
germanico! Sara stato duro per l’orgoglio del Duce accettare
queste condizioni. Il Mussolini che ammiravo non l’avrebbe
mai fatto!! Ora sì. L’ho aiutato dandogli la soddisfazione di
subordinare il generale tedesco al comando supremo
italiano. Ma è solo una finzione! Ho nominato Rommel a capo
del DAK6. Sono certo si farà onore come a Dinant in
Francia.7 Da ora il Duce deve rassegnarsi a lasciare a me
ogni iniziativa. Anche sui fronti dove gli italiani hanno svolto
una guerra parallela. E durata 7 mesi la loro autonomia.
Dapprima con successo. Poi disastrosamente. Il comando
supremo ovunque spetta a me che ho collezionato solo vIttorie!!
5 MAGGIO 1941 Ieri
ho tracciato il quadro della nostra
grandiosa vittoria nei Balcani! In un mese le mie
meravigliose truppe hanno annullato la Jugoslavia e la
Hitler in gonnella
Grecia. Merito indiscusso della mia strategia! Gli inglesi
avevano sbarcato truppe e mezzi. Hanno avuto una seconda
Dunkerque! Gli anglosassoni non sanno resistere sul terreno
contro il Reich. Così come in Francia hanno avuto un’altra
colossale batosta! Credo avranno imparato una volta per
tutte!! Si arrocchino dietro la loro flotta e la loro aviazione.
Restino in trepida attesa! Li abbiamo scacciati anche dalla
Cirenaica. Quello che mi esalta di più e il numero di prigionieri
che abbiamo fatto. Quasi 700.000 in 25 giorni! Le
nostre perdite ammontano in tutto a meno di 2.000 unità!!
Tutto il mio genio si afferma sempre di più.
Incontestabilmente! Non volevo occupare i Balcani. La
dissennata azione di Mussolini mi ha costretto a farlo! Anche
la presunzione jugoslava. Avevo proposto un accordo. I serbi
l’hanno respinto. Li ho distrutti e subito. Presuntuosi! I greci
no. Sono veri combattenti. Il mio povero collega non aveva
tutti i torti quando pensava di conquistare la piccola nazione
in pochi giorni. Non poteva supporre tanto valore. I soldati
italiani non sono tanto incapaci! Incapaci sono i loro
generali! In Cirenaica si sono comportati bene. Ma li
comandava Rommel. Un tedesco!!
28 MAGGIO 1941 Tre
avvenimenti negativi ma attesi. Gli
inglesi hanno concluso la conquista dell’Etiopia. L’Impero
Italiano non esiste più! La nostra corazzata Bismarck è stata
affondata! La difesa è stata eroica. I danni agli avversari
notevoli!! La legge «affitti e prestiti» americana è operante.
Maledetti yankees. Sono un grande serbatoio di mezzi per i
nostri nemici! Mi esalta che molti americani influenti hanno
detto chiaramente della nostra forza. Sono convinti dell’inevitabilità
della nostra vittoria! Una di loro è Lindbergh. Il
primo trasvolatore atlantico. Ha ragione! La nostra forza è
schiacciante! Anche i nostri sommergibili fanno bene il loro
Hitler in gonnella
dovere. Ogni mese il quantitativo di naviglio da rifornimento
avversario affondato aumenta. In aprile siamo giunti a
654.000 tonnellate! Il Reich è imbattibile! La mia guida
insuperabile!!
23 GIUGNO 1941 — Ieri è stato forse il momento più
esaltante della mia vita! La Wehrmacht ha attaccato la
Russia!! Finalmente! L’anno scorso non feci a tempo. Era già
estate inoltrata. Ora no. Anche se la conquista dei Balcani ha
ritardato di un mese l’operazione. Questa colossale impresa
mi farà più grande di Napoleone e di Federico Il. Il grande
Reich impiegherà tre milioni di uomini. 600.000 cavalli e
600.000 automezzi! Il piano definitivo è stato ideato da me.
Non nei dettagli come per la Francia! La vittoria è sicura! Ho
giù studiato il dopo. Sarà grandioso per la storia degli
uomini! Caccerò i russi in Asia. Li sostituirò con popolazioni
germaniche, coloni olandesi e finanche inglesi. Farò dei
territori conquistati un Eden!! L ‘unico che ha osato fare
qualche opposizione è Goring. Mi annoia costui! Farò
partecipare all’invasione la Romania, l’Ungheria e la
Slovacchia. Una cooperazione non necessaria. Ma mi farà
risparmiare uomini tedeschi! Ho fatto comunicare agli Stati
Maggiori dei tre popoli lo stretto necessario. Nulla ho detto al
mio amico Mussolini. E attorniato male. Ma ho voluto vederlo
il 2 giugno al Brennero. Vederlo mi distende. Parlo e lui mi
ascolta. Mi sono sfogato della perdita della Bismark e della
fuga di Hess. E quasi la mia valvola di sicurezza! I miei
generali vedono la guerra con la Russia come uno scontro di
due eserciti. Non hanno capito nulla! È uno scontro. Una lotta
di sterminio fra due forme di civiltà incompatibili! La guerra
contro la Russia non può essere condotta secondo le leggi
dell’onore. E una lotta ideologica. Una lotta razziale! La
durezza che useremo sarà senza precedenti! La Russia non
Hitler in gonnella
ha riconosciuto le convinzioni di Ginevra. Non risparmierà le
mie SS. Voglio che i Commissari Politici dell’Armata Rossa
non siano considerati combattenti. Dovranno essere passati
per le armi!! Ha ragione Alfred Rosenberg quando dice:
«L’avvenire riserva ai russi molti anni duri. Ma fra cento anni
ci ringrazieranno per averli restituiti al loro habitat
naturale». La penso come lui! Il russo è un sottouomo. Il
superuomo tedesco ha nei suoi confronti gli stessi obblighi
che ha con gli animali. Nessuna crudeltà non necessaria. Ma
diritto discrezionale di vita e di morte!!
7 DICEMBRE 1941 Riprendo
il mio diario. Volevo farlo solo
per annotare la totale e definitiva sconfitta russa. Purtroppo
non è stato così. Le mie geniali direttive. La mia concezione
ben diversa da quella napoleonica. La diversione in Ucraina
per poi puntare su Mosca. Non sono bastate. Il fango, il
freddo sono dei duri ostacoli. I russi erano insospettatamente
preparati. La loro combattività è andata sempre più migliorando.
Gli anglosassoni hanno rifornito abbondantemente i
bolsceviti! Ma se non siamo giunti ancora a
Mosca. Se Mosca non è ancora mia la colpa è dei miei
generali! Volevano addirittura retrocedere alla
controffensiva russa vicino a Mosca! Pazzi. Sciocchi! Dal
comando di Rastenburg ho ordinato di non fare più un passo
indietro! Sotto l’impulso personale dei comandanti la truppa
deve essere costretta a una resistenza fanatica. Anche se il
nemico si trova sui fianchi o alle spalle. Solo con questa
condotta si può guadagnare il tempo per l’arrivo dei rinforzi
di cui ho già ordinato l’invio. Gli stupidi non si rendono conto
che un ripiegamento rende l’inverno russo più pericoloso! Lo
spettro della ritirata napoleonica deve essere esorcizzato!
Hitler è ben più grande di Napoleone! Ho licenziato il maresciallo
Brauchitsch. L’ho rimpiazzato io! L’esercito deve
Hitler in gonnella
essere totalmente nazionalsocialista. Me ne occuperò io
stesso!! Anche Guderian mi ha deluso. Il tempo logora troppo
gli uomini normali. Solo i geni resistono! Lo esonererò al più
presto! Il Giappone ha attaccato Pearl Harbor.
5 APRILE 1942 Come
sempre il mio genio e la mia
determinazione hanno avuto ragione! Sono infallibile! Ormai
è chiaro a tutti! La mia severità con i generali. I processi che
ho fatto loro. L’eliminazione pronta e decisa hanno salvato
l’esercito germanico in Russia. Ho ordinato inflessibilmente
la resistenza sul posto. L’inverno precoce e violento e la
grande offensiva russa poco hanno potuto! Bisogna superare
la fobia dell’accerchiamento. Talvolta può anche essere vantaggiosa!
Sono il più grande genio militare di tutti i tempi!!
Appena ci impadroniremo del petrolio caucasico il Reich sarà
ancora più invincibile! A Rastenburg prepariamo ora la
campagna decisiva dell’estate del ‘42!!
AGOSTO 1942 Il
grande Reich trionfa su tutti i quadranti
della guerra! In Russia siamo vicini ai pozzi petroliferi.
Rommel ha sfondato in Egitto. Ha occupato ElAlamein.
Siamo a pochi chilometri dal Nilo. In Atlantico i miei
sommergibili affondano sempre più navi nemiche.
Minacciano le coste degli Stati Uniti! Gli alleati giapponesi
dilagano nel Pacifico e in Asia. Hanno bombardato l’isola di
Vancouver del Canada!
FEBBRAIO 1943 La
guerra non va bene! Sono furioso con i
miei marescialli. Non hanno la tempra che credevo. Se
avessero solo un po’ del mio sangue nelle vene! Paulus si è
arreso a Stalingrado! Che vergogna. Ci si uccide con l’ultima
cartuccia. Disprezzo un generale che si arrende come Giraud.
20.000 persone si suicidano ogni anno in Germania. E
Hitler in gonnella
insensato che un generale non sappia fare ciò che fa una
femmina oltraggiata! Non creerò più marescialli! Finanche le
pulci come Ciano si permettono di darmi consigli! E assurdo!
Ma Ciano dice di parlare per Mussolini. Ha tentato di
convincermi che in Russia la Wehrmacht de ve rimanere sulla
difensiva. Il pericolo maggiore è in occidente. Ho risposto
seccamente che in estate regolerò i conti con i russi! So che
l’Italia cerca di disimpegnarsi. Il Duce è sempre più solo nella
fedeltà all’amicizia con me! Povero vecchio caro amico!! Ho
chiesto imperiosamente che la Marina italiana si impegni
allo stremo per i rifornimenti in Tunisia. Lì combatteremo
una IV guerra punica! Nemmeno i richiami a un passato
glorioso scuotono il ballerino da Caffè Viennese! Un mese
dopo Mussolini l’ha congedato da Ministro degli Esteri!!
APRILE 1943 — Mi sono incontrato con Mussolini a
Salisburgo. Non mi ha fatto una buona impressione fisica. Si
nutre solo di latte zuccherato! La sua antica imponenza non
esiste più. Gli ho detto che ho appena riletto la storia di
Verdun. faremo di Tunisi la Verdun italiana! La sconfitta di
EiA
lamein ci ha scacciati dalla Libia. Difenderemo l’ultimo
lembo africano in nostro possesso. Ne rispondo io! Il Duce mi
ha detto che lo sbarco angloamericano in Africa è per noi un
evento fortunato. Ci offre prospettive di vittoria che non ci
saremmo mai immaginate senza di esso! Povero vecchio
Camerata!!
20 GIUGNO 1943 — Ho voluto incontrarmi con Mussolini a
Feltre. A poca distanza da dove ci incontrammo per la prima
volta! Che differenza da allora! Mussolini è ormai un capo
distrutto. Un uomo in via di disfacimento! Peccato con le sue
qualità! Ma il suo è un popolo di traditori. Il comportamento
allo sbarco alleato in Sicilia lo denuncia chiaramente! Questo
Hitler in gonnella
è il nostro tredicesimo incontro. Anche io sono più vec chio.
Ma ho alle mie spalle tanti trionfi e ancora una nazione forte
e coraggiosa! Ho voluto confortare e incoraggiare Mussolini.
Gli ho detto che la situazione dell’Asse rimane
sostanzialmente favorevole. Entro la fine dell’anno utilizzerò
due nuove invenzioni che raderanno Londra al suolo!
Mussolini era riconfortato. Gli ho detto delle altre formidabili
armi che faranno uscire la Germania dalla guerra totalmente
vittoriosa!!
OTTOBRE 1943 Purtroppo
ho sempre ragione. Anche
quando non vorrei averla! Gli italiani che traditori contro di
noi e contro chi ci è fedele. Fedele a una parola data!
Mussolini fu messo in minoranza al grande Consiglio fascista.
Poi arrestato per ordine del re con un vile tranello! Miei
paracadutisti l’hanno liberato al Gran Sasso e condotto in
Germania. È il mio Camerata. Dovevo strappano alla sua
sorte. Ho promesso un giorno che l’avrei sempre aiutato in
ogni occasione. L’ho incontrato a Rastenburg il 15 settembre.
Che delusione! Credevo di trovare un Mussolini ferocemente
intenzionato a volersi vendicare di chi lo aveva tradito. Non
ne è capace! L’avevo previsto già anni fa. Purtroppo! Con
fatica l’ho ricostruito. In Italia ho disposto per la creazione di
un governo neofascista repubblicano! La sede è stata
stabilita a Salò sul lago di Garda. Anche per Ciano avevo
ragione! Non solo è un ballerino da Caffè Viennese ma uno
sporco traditore. Aveva votato contro Mussolini. Suo suocero!
La moglie Edda lo difende con arroganza. Non avrò pietà per
lui! Spingerò Mussolini a farlo processare e giustiziare!!
21 LUGLIO 1944 — Avevo nuovamente dimenticato questo
mio saltuario diario. Ma ieri ho subito un vile attentato da
parte di tedeschi a me vicini! È una vergogna! Com’è possibile
Hitler in gonnella
che gente della mia razza. Miei compatrioti possano
congiurare contro il loro grande Fùhrer? Sì. Sono sempre
grande. E farò della Germania la nazione egemone nel
mondo! Non ho dubbi. Speravo che avvenisse prima e con
gradualità. La conquista dell’Europa centrale. Un accordo
con gli inglesi. La distruzione della Russia. Una più ampia
preparazione militare. E poi il resto! La cocciutaggine
britannica non me l’ha consentito. La strenua difesa degli
abitanti di Albione. La resistenza aerea. La loro superiorità
sul mare. Tutti motivi per attaccare la Russia prima del
dovuto. L’impresa italiana in Grecia. La necessità del mio
intervento. Ho dovuto ritardare l’offensiva in Russia di un
mese. Un mese decisivo! Il potenziale industriale degli Stati
Uniti. Le forniture enormi alla Russia e all’Inghilterra.
L’attacco giapponese non portato a fondo. Sono motivi di un
parziale fallimento dei miei programmi. Dei programmi di un
Genio! Forse l’affetto e l’ammirazione per Mussolini mi hanno
fatto credere in un ‘Italia alleata molto più forte. La
conquista dell’Etiopia. La guerra in Spagna. Le trasvolate
atlantiche delle squadriglie di Balbo. Il primo aereo a
reazione del mondo. Mi fecero credere in un’Italia
preparatissima in mezzi e in spirito guerriero. Un Capo come
Mussolini doveva essere una garanzia! Era un bluff
Purtroppo!! Ma oggi mi sono miracolosamente salvato
dall’attentato. Doveva giungere Mussolini. il mio socio. Il mio
vero amico. Ero leggermente ferito. L’ho accolto alla
stazione. Mi sono sfogato con lui! Come sempre mi ha fatto
bene! È il mio sostegno anche se non parla quasi mai! Molti
pensano che la guerra sia persa. Si sbagliano tutti. Le armi
segrete sono quasi pronte. Non solo le Vi e le V2. Ma tante
altre terribili che distruggeranno tutto. Che agghiacciante
sorpresa saranno per i nemici.’ Crolleranno tutti!
Impazziranno dal terrore! Tutti in ginocchio davanti al
Hitler in gonnella
grande Reich. E all’uomo più grande della storia. Adolf
Hitler!!
Hitler in gonnella
CAPITOLO DODICESIMO
Rudemente bussarono alla porta. Il tenutario entrò con
passo deciso. Era più gonfio e tronfio del solito. Il vestito,
nonostante ne cambiasse uno al giorno, era stazzonato e
troppo stretto per un omone di quella taglia. Amedeo
richiuse il Diario del Capo del Nazismo.
«Ah, il nostro grande amatore legge?»
«Sì», rispose Amedeo svogliato e rassegnato.
«Preparati ché ho ricevuto una telefonata dal Comiliter. Una
capitano danese vuole passare un’allegra nottata. Ha
chiesto specificatamente dite... Finalmente potrai anche tu
incrementare gli introiti della nostra Casa... Meno male per
te che ci sono ancora straniere in Italia! Fatti onore che ne
ho piene le scatole dite. Ci costa più mantenerti di quanto
rendi. E dire che credevo, quando ti avevano assegnato qua,
che potessi essere la stella della nostra Casa!»
Usci sbattendo la porta trascinando i suoi troppi chili e la
sua volgare arroganza.
Amedeo era compiaciuto di quella preferenza.
Evidentemente il suo nome rappresentava ancora qualcosa
all’estero. Ma la testa era ancora confusa da tutto quello che
aveva letto, da quelle battaglie, da quei movimenti di
colossali masse di uomini, da quegli stermini, da quelle
affermazioni folli.
“Ma come”, pensava, “in pochi giorni si riusciva a far
prigionieri più di 700 mila uomini, come gli abitanti di
Hitler in gonnella
Firenze o di Bologna. Una città intera! E dove li mettevano?
Cosa ne facevano?”
Nella sua vita, dedita all’utilizzazione dell’unica qualità che
possedeva — una qualità grande COSì —che aveva fatto
letteralmente impazzire tante donne e invidia a molti
uomini, non aveva mai sentito la necessità di formarsi una
cultura, di leggere libri seri, di vedere films impegnati, di
parlare approfondita‐mente di politica. Per lui erano state
cose che non esistevano, che non avevano ragione di
esistere. Che gli importava. Gli bastava usare e bene quella
sua ruggente forza, saper ballare impeccabilmente ritmi
antichi e moderni, conoscere il nome dei cocktails più di
moda, delle pietanze più prelibate, essere aggiornato sugli
indumenti più raffinati, i locali più in. Riuscire a guidare con
perizia le moto più possenti e — come tocco finale ‐ saper
suonare con sentimento la chitarra e intonare con voce
calda e profonda le più conosciute canzoni napoletane:
quelle che mandavano in visibilio le sue ammiratrici.
Qualche libro lo aveva letto, ma erano i polpettoni sentimalerotici
che rispecchiavano un personaggio come il suo, o
aveva preferito scorrere — era anche più semplice ed
immediato — fotoromanzi ricchi di cuori spezzati, di donne
insoddisfatte, di amanti brillanti e infaticabili.
Che ne aveva saputo lui del fascismo, del nazismo, del
comunismo, della socialdemocrazia e delle democrazie
cristiane dei vari paesi? Che gli era importato della Guerra
Fredda fra il blocco comunista e quello capitalistico? Le
misure economiche, il rafforzamento del Dollaro e la
discesa della Sterlina? La lotta fra arabi e israeliani? Fra
Carter e Khomeini? Fra l’Iraq e l’Iran? E la Prima e la
Seconda Guerra Mondiale cosa erano state, cosa avevano
rappresentato per il mondo? A stento aveva saputo che
l’Italia aveva partecipato ad entrambe e la prima l’aveva
Hitler in gonnella
vinta e la seconda persa, ma che dopo la prima stava peggio
e dopo la seconda meglio. Stranezze! Aveva fatto una
maledetta confusione fra gli schieramenti dell’una e
dell’altra. Ora però, dopo le sconvolgenti novità della
novella Ftihrer, del Cullonio 2000 e della sterzata
femminista che tanto lo avevano coinvolto, quelle letture
che era stato costretto a fare incominciavano ad aprirgli la
mente, a fargli comprendere che il mondo e la vita non sono
fatti solo di vacanze e di donne in attesa di ricevere
l’appagamento dei sensi dal suo coso grande così!
Ricordava che il padre aveva raccontato in famiglia di
quando, giovanissimo, aveva partecipato alla Seconda
Guerra Mondiale. Era stato inviato in Russia con il C.S.I.R.,
ossia l’armata italiana che fiancheggiava quelle tedesche. Ai
fratelli di Amedeo, più attenti e golosi di quei particolari,
dettagliava di immense desolate località, dell’arroganza
tedesca, della ferocia delle truppe sovietiche, dell’inverno
gelido, degli abiti troppo leggeri per affrontare quelle
temperature polari, degli scarponi con le suole di cartone e
infine la drammatica ritirata fra montagne di neve e i tanti
morti e dispersi. Ora poteva focalizzare quella serie
interminabile di fotografie di militari pubblicate dalla
Domenica del Corriere (il padre aveva la collezione) negli
anni ‘45/‘55 con la richiesta di notizie da parte di parenti
disperati. Non aveva mai dato importanza al ritorno a piedi
dalla Russia che il suo genitore aveva compiuto e più volte
descritto. Ora ne comprendeva la drammaticità e sentiva
maggiore rispetto per quell’uomo e per i tanti come lui. Che
esperienza di vita! Altro che gloriarsi delle molte conquiste
di straniere con smanie sessuali!
Ricordò improvvisamente il più caro amico del padre, un
toscano piccolo e minuto che a Torre del Greco faceva il
Hitler in gonnella
posatore di pavimenti in gomma, parquet, moquette e cosi
via.
La sua storia riesaminata oggi era emblematica per
comprendere tante cose.
Il giovane Dante Pieroni, nato a Livorno, si era iscritto alla
sezione giovanile del Partito Nazionale Fascista. Era stato
Figlio della Lupa, Balilla, Avanguardista. Dopo la conquista
dell’Etiopia, si trovava alla disperata ricerca di lavoro. Nel
1937 aveva letto grandi manifesti che promettevano un
sicuro avvenire a chi si arruolasse da civile per recarsi a
colonizzare ((L’Impero». Aveva aderito con l’entusiasmo
dei suoi diciotto anni. Era stato imbarcato su una delle belle
navi passeggeri italiane e, attraverso il Canale di Suez e il
Mar Rosso, era giunto a Massaua. La traversata era stata
ottima, il vitto abbondante, la compagnia simpatica ed
entusiasta. Condotto ad Addis Abeba si era esaltato
nell’avvertire il rispetto nel quale lui, modesto operaio, era
tenuto da parte degli indigeni. Sentiva l’orgoglio di essere
italiano, di far parte di un popolo in ascesa, di essere bianco
e colonizzatore. Ma nella capitale dell’Abissinia non lo
avevano fatto rimanere a lungo. Era state di autorità
dirottato alla frontiera con il Kenia dove l’avevano messo in
una compagnia di picconatori. La località era desolata,
divertimenti del tutto assenti. Non solo, ma era proibito
allontanarsi dal campo per la presenza di ribelli che
qualche volta osavano finanche assalire le postazioni di
lavoro.
Guadagnava, si, ed era nutrito bene, ma la vita era davvero
squallida. Decise di tentare un colpo di testa e una sera
s’infilò in un autocarro diretto alla capitale. Fu subito
scoperto, ma fortunato. Il conducente era fiorentino e lo
prese sotto la sua protezione. Lo condusse ad Addis Abeba
e gli trovò un posto alla Pirelli.
Hitler in gonnella
Dante incominciò ad imparare il mestiere e a condurre una
vita tranquilla e soddisfacente. Soldi, rispetto e donne ‐
beninteso indigene ‐ quante ne voleva. Ma solo due anni
dopo, quando tutto gli sorrideva e incominciava a
progettare il suo ritorno in patria, lo scoppio del Grande
Conflitto. Fu presto reclutato e alcuni mesi dopo inviato al
Fronte.
Il giorno successivo nel primo scontro col nemico fu fatto
prigioniero. Non aveva avuto nemmeno il tempo di tirare
un colpo! Incominciò la sua triste odissea. Fu trasferito e
rinchiuso in un campo di concentramento nel Sudan. Un
caldo torrido, cibo scarso e scadente, e un trattamento
disumano. Poi fu imbarcato, insieme con tanti poveri
disgraziati come lui, e compì la traversata nella stiva di una
sporca nave da carico. Il caldo spaventoso, il ristretto
spazio, la convivenza quasi impossibile, la mancanza d’aria
(non vide mai il cielo in quei trenta giorni) gli fecero
desiderare di morire. Era quasi uno spettro quando giunse
a Città del Capo.
Faceva freddo, un freddo da inverno europeo e indossava
come gli altri solo pantaloncini corti e canottiera. In fila,
come i capi di bestiame, furono portati davanti a una serie
di docce. Gli cosparsero il capo di un bruciante disinfettante
e fu quasi un sollievo che si gettò sotto l’acqua gelata. Lo
stomaco e l’intestino non funzionavano più. Defecava solo
sangue. Nel campo di concentramento la situazione non
migliorò di molto. Erano migliaia, il cibo immangiabile, la
sorveglianza spietata. Erano cinque i campi italiani, uno
solo tedesco. Che triste differenza! Prigionieri gli uni,
prigionieri gli altri. Ma i tedeschi, i loro ufficiali si facevano
rispettare. Pretendevano compattamente l’applicazione del
Trattato di Ginevra. Controllavano la qualità e quantità del
cibo, l’arrivo e la consegna dei pacchi della Croce Rossa. Nei
Hitler in gonnella
campi degli italiani no! Qualche larvata ed isolata protesta
era accolta solo con scherno e castighi. Nel campo tedesco
gli ufficiali e sottufficiali facevano dspettare ngorosamente
la disciplina. Ogni mattina, all’appello inglese, tutti erano
schierati in perfetto ordine. In quelli italiani disordine e
caos! Della guerra che infuriava nel mondo nessuna notizia.
Contatti solo con i negri sudafricani. Poi finalmente la
richiesta degli agricoltori Boeri, esaurita la disponibilità di
tedeschi, lo fece assegnare ad un’immensa farm, grande
migliaia di ettari. Qui il cibo era buono ed abbondante, il
trattamento più umano, il suo incarico quello di dar da
mangiare agli animali.
Incominciava a rivivere, se vita si poteva chiamare quella.
Ma non era più l’incessante camminare, camminare in
tondo del Campo per non impazzire con un solo desiderio,
quello di calmare i morsi della fame! Durò poco. In Italia
c’era stato l’Armistizio. Fu chiamato ad optare fra il
Governo di Badoglio, alleato degli inglesi, e quello di
Mussolini, alleato dei tedeschi! Come poteva giudicare
senza conoscere nulla a distanza di migliaia e migliaia di
chilometri? Optò per quello che aveva sempre servito,
Mussolini. Anche perché aveva paura di essere condannato
in un possibile domani come traditore. Fu rinchiuso in un
nuovo campo di concentramento che recava la scritta:
Criminali politici!
Ma come, criminale politico lui? E che aveva fatto se non
ubbidire sempre? Disperò. Temè cose ancora peggiori, ma il
trattamento migliorò. Gli ufficiali riuscivano a farsi
rispettare di più. Ritornarono quasi esseri umani.
Fu rimpatriato quattro anni dopo! Ritornò in Italia, a
Napoli, dopo dieci anni di assenza! Era partito diciottenne,
vi ritornava a quasi trent’anni! Per ben sette anni non era
più stato con una donna! Trovò un lavoro, il suo vecchio
Hitler in gonnella
lavoro di posatore, a Torre del Greco e si sposò. Non volle,
per anni e anni, raccontare nulla del suo periodo africano.
Ora Amedeo poteva incominciare a comprende quelle
vicissitudini, ad aborrire i totalitarismi che portano l’uomo
a non contare nulla, a essere solo l’oggetto di volontà, a fin
di bene o di male non importa, che non incontrano ostacoli.
Afferrava il concetto che il cittadino deve essere cosciente
dei propri diritti e dei propri doveri. Deve studiare, leggere,
rendersi conto e, se può, fare politica attiva o, come
minimo, usare quel mezzo importantissimo che la
democrazia ha: il voto. Ma un voto non da gettare là così
come viene, bensì ponderato e consapevole.
E poi perché i tedeschi, prigionieri come gli italiani, erano
trattati in ben altro modo? Perché erano rispettati e i nostri
no? Perché, penso in un lampo di comprensione, erano
uniti, facevano corpo unico. I nostri no! Si ricordò di aver
letto di individualismo. una bella cosa, sicuro, ma in certe
occasioni, forse quasi in tutte, puo essere negativo. Ogni
cittadino deve partecipare attivamente alla vita della
comunità e cercare, nei limiti delle proprie capacità, di
contribuire al benessere di tutti, non pensare solo a se
stesso.
“Bisogna soffrire per rendersene conto”, pensò Amedeo, ma
subito una nuova più grande confusione lo riprese. Fu
chiamato nello stanzone e accolse una florida donna danese
in una vistosa divisa da capitano dell’esercito.
Nella camera numero 29 la danese si spogliò rapidamente
scoprendo un corpo da star di prima grandezza. Si fece
lavare in silenzio e osservò Amedeo con meticolosa
attenzione. Non sembrava molto convinta delle qualità
dell’ex attrazione della Penisola Sorrentina. Ma in breve il
Nostro la conquistò con una veemenza, una continuità,
un’abilità che da molti mesi non sfoggiava. Tanta era la sua
Hitler in gonnella
potenzialità e così raramente usata in quegli ultimi tempi.
Era avido di un bel corpo, insaziabile. Fu una delle sue
migliori performance!>
Più tardi, mentre giacevano disfatti sul letto, la donna gli
sussurrò:
«Bravo, mi complimento con te. Sei davvero qualcosa di
eccezionale, molto aldisopra di ogni immaginazione. Penso
che tu sia l’uomo giusto, l’unico che possa riuscire».
Amedeo era abituato ai complimenti, ma in quell’ambiente
li aveva dimenticati. Rimase silenzioso e poi:
«Grazie, ma a fare che?»
«Dimmi, sei contento di dove ti trovi?»
«Dipende...”, rispose Amedeo sospettoso. Ormai temeva
qualsiasi tranello.
«Parla pure con sincerità. Non sono mica della Gestapo Liii.
Anzi... Ma parla a bassa voce”.
Amedeo era stupefatto e non rispondeva.
«Dai, rispondi! Non credo che tu sia soddisfatto dopo la vita
che hai condotto a Sorrento... Dimmi pure!»
Infine sbottò: «Ma, cacchio, che...»
«Parla a bassa voce!”, ingiunse in un sussurro la danese.
«Soddisfatto? Io, cadere così in basso! Io che funziono a
marchette! Uno come me che deve sopportare le angherie
di un disgraziato come il tenutario. Ma come cacchio vuoi
che sia soddisfatto. Senza libertà, ridotto quasi alla vita di
un carcerato, porca puttana!»
Il volto della danese si illumino.
«È quello che volevo sentirti dire. Bravo... Sai, io, anche se
capitana dell’esercito danese, lavoro da tempo per la CIA.
Ora la CIA e il KGB...»
«Che sono?»
«Ssss... I servizi segreti americano e russo».
«Ah!»
Hitler in gonnella
«Sentimi bene, Amedeo. Tu potrai essere il protagonista di
un’impresa che ti farà ‘ricco e onorato da tutto il mondo...
Un’impresa di capitale importanza! E che innanzitutto ti
toglierà da qui e ti farà nuovamente libero, rispettato e
desiderato... Lo vuoi?»
«Porco cacchio?, e me lo chiedi?»
«Bravo, Amedeo! Così va bene! Allora ascolta attentamente.
Dovrai fare cosi...».
Hitler in gonnella
CAPITOLO TREDICESIMO
A Eigergletscher l’attività politica e l’organizzazione del
Mondo Nuovo, che si andava edificando sui principi
neonazifascisti in chiave femminista, procedeva a ritmi
forzati. La cittadella, sede della grande Ftihrer, ribolliva di
iniziative, visite, incontri e progetti.
I vari organi di comando e i ministeri del nuovo grande
Reich erano distribuiti fra Alpiglen, Kleine Scheidegg,
Wengernalp, Grindelwald, Wengen, Lauterbrunnen e la
piana di Interlaken in uno scenario che era stato uno dei
più suggestivi d’Europa, ma che ora, tutto ricoperto di neve,
sembrava a molti assumere toni irreali e addirittura
spettrali. Tutto quell’agitarsi di divise nere spiccava sul
bianco mantello con uno scenografico contrasto. L’intenso
movimento dei tanti treni dalle vetture tutte dipinte di
nero, delle miriadi di Gatti delle Nevi e delle slitte trainate
dagli infaticabili cani polari dava l’impressione di un
immenso formicaio in stato di allarme. Ai tanti visitatori
che da ogni parte del mondo si recano accattivanti al covo
della Fuhrer, giunti ad Interlaken, si presenta uno
spettacolo di indimenticabile effetto. Nella colossale parete
montagnosa si apre uno squarcio attraverso il quale la
piramide della Jungfrau appare in tutta la sua magnificenza.
Sembra sospesa al cielo. Si inizia l’ascesa. La vallata si apre
alla vista, l’orizzonte si allarga sempre più e la mac stà del
Breithorn domina ora il paesagggio. Appare
improvvisamente la piana soleggiata di Wengen. Di qui solo
Hitler in gonnella
una gola selvaggia separa le imponenti pareti di ghiaccio
della Jungfrau. Si percepisce un rimbombo di valanghe che
precipitano, con frastuono sempre più assordante, andando
a frantumarsi sulle ultime rocce. A Scheidegg un panorama
eccezionale si presenta allo sguardo. I tre giganti delle Alpi
Bernesi, l’Eiger, il Mònch, la Jungfrau e poi la massa paurosa
del Wetterhorn che strapiomba nella vallata di Grindelwald
e finalmente Eigergletscher, il quartier generale. Ma la
Fùhrer non é li, ma molto più su, il più alto possibile! Il
cuore batte a ritmo accelerato: dall’oscurità della galleria si
esce alla luce abbagliante dei nevai. L’abisso é li e poi infine
l’Osservatorio che svetta verso il cielo e ai cui piedi si
stende l’intera Svizzera, l’Europa, il mondo! All’apparire
della divina Ftìhrer si prova quasi il bisogno di prostrarlesi
ai piedi come a una novella e irresistibile divinità.
Ma tutto ciò non bastava più a Lili e ai suoi progetti. Era
necessario trasferire la capitale nella sede più appropriata,
Berlino. L’unica degna insostituibile capitale del mondo! In
pochi mesi già Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Olanda,
Belgio, Polonia, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Ungheria,
Bulgaria, Grecia, Svezia, Norvegia, Finlandia erano divenuti
Stati satelliti con governi Quisling completamente asserviti
al novello Reich. Divisioni naziste controllavano la precisa
esecuzione dei voleri della Ftihrer. Corpi di occupazione
aviotrasportati avevano preso possesso dei punti nevralgici
mondiali, come i canali di Panama e Suez, il Bosforo, le zone
petrolifere e le grandi miniere del Sudafrica, e si lavorava
alacremente alla creazione di governi che potessero godere
dell’intera fiducia del nuovo Reich. Solo la Russia, gli Stati
Uniti, l’Inghilterra e la Cina godevano ancora di una relativa
indipendenza, fortemente condizionata da attivissimi
partiti neonazifascisti. Le Ambasciate germaniche avevano
Hitler in gonnella
assunto un’importanza determinante con la presenza dei
migliori elementi delle SS e della «Gestapo Lili».
La divina dittatrice aveva ormai ricevuto la visita di
omaggio di quasi tutti i Capi di Stato del mondo. Quelli
nuovi e i pochi sopravvissuti alla bufera scatenata da quel
fatidico giorno dell’agosto 1984. Ora Lili aveva iniziato a
ricambiare le visite e a raccogliere il tripudio delle
popolazioni dell’intero Globo alle quali aveva assicurato la
Pace definitiva. La Pace della dominatrice del mondo. La
Pace Germanica, novella pace dell’antica Roma! Il primo
giro prevedeva l’Europa. Quelli successivi l’Africa, l’Asia e
infine la Russia e l’America. Dovunque era stata ricevuta,
insieme al numeroso e coreografico seguito, con cerimonie
e manifestazioni che nemmeno Mussolini e Hitler dei tempi
migliori, o i Presidenti americani e i Capi sovietici si erano
mai sognati. Era il trionfo! La giusta ricompensa di più di
venti anni di paziente, silenziosa e meticolosa
preparazione.
La tappa finale del primo viaggio, alla vigilia di ritornare in
Svizzera, era Roma. L’Immortale Città, la Capitale del
Mondo Antico, la Sede del Capo del Cattolicesimo. Fu
alloggiata al Quirinale nello stesso appartamento dove
quarantasette anni prima il suo grande padre aveva
pernottato. Il suo ospite non era quel piccolo e brutto re che
tanto era stato inviso ad Hitler, ma l’anziana e cortesissima
moglie di un antico esponente della Repubblica di Salò
assurta a tale onore per il nuovo corso politico mondiale.
Lili, si è già detto, non amava gli uomini. Odiava la
mascolinità; era sempre stata convinta, prima inconsciamente
e poi consciamente, che la femmina
èsuperiore al maschio e che questo sottoprodotto umano
serviva solo come elemento indispensabile per la
riproduzione della specie e all’appagamento dei bisogni
Hitler in gonnella
fisiologici. Si, anche la femmina li ha e non, come
erroneamente è ritenuto dai più, solo il maschio. Usava
quindi, con precisione teutonico‐svizzera a scadenze
stabilite, far entrare nel suo letto maschi belli e vigorosi che
strumentalizzava e brutalizzava in tutti i modi, avvalendosi
della sua straordinaria bellezza e, dapprima della fama di
grande scienziata, e oggi di dittatrice mondiale, in possesso
di un cervello di prima grandezza, altro contrasto con il
cliché del binomio: bella carrozzeria ‐ scarso contenuto di
materia grigia.
Nei primi tempi della sua rivelazione al mondo come figlia
del Genio del male del XX secolo, il bel Cimotti (che aveva
risolto gli angosciosi dubbi sul comportamento da tenere,
optando naturalmente per la parte vincente) le aveva fatto
una corte adorante, giocando abilmente le sue carte per
divenire il preferito, se non addirittura qualcosa di più,
della donna più importante del mondo. Il suo affascinante
sorriso, il corpo ben fatto, il forbito eloquio, l’ottima cultura,
tutto era stato impegnato per conseguire lo scopo. Liii ne
rimase indifferente, ma non gli negò la soddisfazione di
farsi pene trare. Dopo tutto era un uomo come gli altri e
poteva servire per il suo metodico habitus sessuale. Il
povero Cimotti sopportò eroicamente i graffi, i morsi e le
tante brutalizzazioni. Era convinto che, prima o poi,
avrebbe conquistato davvero quel cuore che sembrava
chiuso ad ogni debolezza sentimentale. Come tanti altri
ritenne di averla pienamente soddisfatta perlomeno
sessualmente. Infine cosa poteva significare quella violenta
reazione durante il coito?
Dopo una decina di utilizzazioni fu messo da canto come
tanti altri e, per tutto compenso, ottenne una discreta carica
nel nuovo ordinamento statale.
Hitler in gonnella
Nel corso del viaggio la Fùhrer aveva usato, una capitale sì e
una no, elementi locali scelti dalla sua Capo del Cerimoniale
d’accordo con la collega del posto. A Roma era la volta si e
tutto era stato dalla Divina preordinato anche nel ricordo
dell’equivoco scaturito dalla richiesta paterna di quasi
mezzo secolo prima e che tanto aveva emozionato la Corte
del re Vittorio Emanuele. Per un perfetto gioco della CIA e
KGB finalmente unite, le fu destinato Amedeo Leone, l’ex
vanto di una delle costiere più famose del mondo!
La nera bellezza del Sud, il campione del vero maschio
italiano si sentiva, per la prima volta nella sua vita,
intimidito nel doversi incontrare con una donna! Sì, dopo
tutto di una donna si trattava, anche se era ascesa così in
alto da poterla considerare l’essere più importante del
Globo. Amedeo ormai conosceva tutto di lei. Durante le
numerose notti trascorse insieme, l’agente della CIA lo
aveva messo al corrente di quello che pazientemente si era
riuscito a scoprire su Liii. Tassello per tassello, tutta la sua
vita prece dente era stata ricostruita nella speranza di
trovare il punto debole. L’unico era sembrato quello
sessuale, quel continuo cambiare partners, il non legarsi
sentimentalmente a nessuno di loro, il non aver avuto
nemmeno da ragazza un vero fidanzato era stato
considerato dagli esperti psicologhi come una chiara
indicazione che qualcosa non funzionasse a dovere nella
sfera sentimental‐sessuale della bella Ftìhrer.
Gli infaticabili esperti avevano attentamente sezionato
anche la vita sentimentale di Hitler padre e quella dei più
grandi dittatori della storia e le avevano confrontate con
quella di Lili. Era subito risultato uno stridente contrasto.
Tutti avevano avuto, con maggiore o minore intensità,
storie sentimentali eterosessuali o omosessuali. Solo Liii no.
Quello che più si avvicinava a lei era proprio il padre. Ma
Hitler in gonnella
perbacco, una Eva Braun vi era pur stata! E ora si conosceva
anche di una figlia avuta con Jena Gobili, anche se questa
storia era ammantata dal più fitto mistero. Perché Liii non
ne aveva mai avute? Perché la sua libido era troppo
impegnata daii’immane traguardo che si era posta? Ma
anche gli altri grandi della storia avevano traguardi
prestigiosi da raggiungere. E allora?
Nel periodo di preparazione Amedeo era tornato a sentirsi
in forma e sicuro di sé quasi come ai tempi di Sorrento. Lo
sguardo gli si era fatto nuovamente risoluto e altezzoso.
Infine cosa poteva desiderare di più in riconiscimento del
suo passato di grande amatore, se finanche la CIA e il KGB
lo consideravano come l’uomo più dotato per far crollare la
roccaforte Lili? Era stato come ricevere dalla più
prestigiosa Università del mondo una laurea honoris causa!
Quella sua rinnovata sicurezza, i modi altezzosi, lo sguardo
dell’essere superiore e, non ultime, le continue richieste
della danese e di altre colleghe di prenotare le notti
dell’inquilino del numero 29, gli erano valsi una ben
differente considerazione e trattamento da parte del
tenutario che ora non solo non lo tiranneggiava più, ma era
tutto gentile e premuroso verso colui che incominciava a
battere il record degli incassi della Casa di corso Vittorio
Emanuele. Ritornava quindi, anche in quelle squallide
mura, ad essere una star!
Non doveva fallire. Doveva dimostrarsi degno della fiducia
che gli avevano accordato. Si era preparato con estrema
serietà all’incontro dal quale dipendenva non solo il suo
avvenire, ma quello del mondo intero. Aveva attentamento
studiato progetti su progetti sul cosa dire e sul cosa fare a
condimento del piatto principale sul quale la sua
prorompente natura non aveva null’aitro da aggiungere.
Hitler in gonnella
E infine «il giorno più lungo» era venuto. Fu accompagnato
alla porta della divina FUhrer, introdotto nel salotto privato
e lasciato solo con lei!
Liii io guardò appena. Ripose delle carte e:
«Vieni, mi hanno parlato molto bene di te! Dicono che hai
fatto impazzire di piacere migliaia di donne, specialmente
quelle nordiche, alte e bionde come me. Vediamo se
perlomeno in questo gli italiani valgono qualcosa!... Che hai
li?» e indicò un voluminoso astuccio che Amedeo recava
con sé.
Le gambe tremavano al nostro campione. Era rimasto con il
braccio teso nel saluto. La faccia imbambolata. Si scosse.
“La chitarra, mia FUhrer».
«Ah, bravo. Ma non sono le chitarre che mi interessano.
Vieni, non perdiamo tempo!»
Lo spinse nella grande stanza ricca di fregi, stucchi ed opere
d’arte famose. Subito furono sul letto che aveva ospitato
regnanti e Capi delle più grandi nazioni della Terra. Lo
spogliò con voracità e si fece spogliare. Ad Amedeo era
scomparsa ogni timidezza ‐ era nel suo campo, non vi era
regnante, Capo di Stato o dittatore che potesse spaventano ‐
ed era comparso in tutta la sua enorme evidenza quello che
era stato il suo orgoglio e la sua forza.
Liii gli si getto su con veemenza grafflandolo, tirandolo,
torcendolo, morsicandolo, ma quel coso grande così
rimaneva eretto, orgoglioso ed immune da ogni tortura.
Anzi!
Su sollecitazione della Ftìhrer Amedeo la prese più volte e
in tanti modi diversi. Era di una abilità davvero unica al
mondo! E senza soluzione di continuità. Era una macchina
perfetta, possente, inarrestabile come la grande
Wehrmacht del primo anno di guerra. Invincibile! E
finalmente Liii, la fredda, la frigida Liii, ebbe un orgasmo di
Hitler in gonnella
forza superiore finanche a quello, forse l’unico, che aveva
avuto alla lettura del Diario del suo grande padre!
Per i sovietici! Quel piccolo tizzone nero davvero valeva!
Ansava soddisfatta sul letto. Si sentiva distesa, appagata,
quasi dimentica del suo Grande Ruolo nella storia del
Globo! Ma solo pochi minuti dopo una rabbiosa ira si impadronì
violentemente di lei. Voleva castigare quel maschio
e il suo membro, simbolo di tutto quello che più aveva
odiato al mondo! Gli si gettò contro con furia selvaggia. Lo
scalciò, graffiò, morse, schiaffeggiò in ogni zona del piccolo
corpo. Lo cacciò via schemendolo. Amedeo era avvilito. La
sua impresa era fallita! Eppure qualcosa gli diceva che non
era così.
Hitler in gonnella
CAPITOLO QUATTORDICESIMO
Liii trascorse la notte più strana della sua vita. A momenti
di ira e di incubi si alternavano beatitudine e soddisfazione.
In un guazzabuglio di sensazioni, addirittura superiore a
quello provato alla Rivelazione, un’ immagine emergeva su
tutte. Quella dell’invincibile coso grande così che l’aveva
trapassata da tutte le parti come una spada infuocata. Fece
richiamare Amedeo. Voleva annullano, ridicolizzarlo.
Voleva convincersi che era solo un maschio meglio dotato
degli altri. Ma nei lunghi conversan, nelle battaglie amorose
incominciò a scoprire forse qualcosa che le era stato del
tutto sconosciuto, il sentimento. Quell’ometto suonava la
chitarra in modo dolce e appassionato. Le sussurrava
parole d’amore con una dignità e sicurezza che i suoi tanti
amanti, di lui ben più colti e raffinati, non erano riusciti
nemmeno a sfiorare. “Perché, mio Dio, perché io che posso
disporre del mondo come voglio non posso amare? Perché
la mia missione, le mie idee non possono integrarsi con la
gioia che questo ometto forse può darmi?” Da anni non si
consentiva una vacanza. Perdiana! Anche lei era un essere
umano. Lo avrebbe fatto!
Diede disposizioni perché il suo soggiorno italiano fosse
prolungato di una settimana. Ma non in quelle vecchie, tristi
mura, ma in una località che aveva Conosciuto da ragazza.
Un luogo meraviglioso che Amedeo le aveva, forse
involontariamente, ricordato quando aveva intonato una
delle canzoni che più l’avevano commossa. Sì, commossa.
Anche la Fùhrer può commuoversi. La canzone era, lo
ricordava bene, Luna caprese. Sì, voleva andare a Capri e
poi, congedato l’ometto, avrebbe ripreso la vita di prima
con inflessibilità teutonica!
Hitler in gonnella
Erano i primi giorni di una precoce primavera quando i
capresi e gli scarsi turisti furono testimoni di un
avvenimento davveroo inconsueto. L’intero albergo
Quisisana, il migliore e il più lussuoso dell’isola, era stato
requisito. La Marina Piccola interdetta a tutti ad eccezione
del fior fiore del personale di servizio indigeno. Ogni posto
presidiato da un enorme numero di militari (perlopiù
donne). Motovedette sorvegliavano attentamente le coste,
le insenature e le grotte dell’isola delle Sirene. Elicotteri
perlustravano incessantemente le alture. Persino due
possenti navi lanciamissili erano state impiegate ed
incrociavano al largo, mentre alcuni sommergibili erano in
costante agguato nei quattro punti cardinali a due miglia
dalla costa.
Qualche residente munito di cannocchiale, col grave rischio
di una deportazione a vita, riuscì ad osservare una strana
coppia: una meravigliosa, alta, snella e sinuosa bionda
stretta ad un piccolo tizzone nero con baffetti e capelli
scurissimi. Rimanevano ore e ore distesi al sole
completamente nudi sulla tolda di un sontuoso Trealberi,
ancorato sotto i Faraglioni. Poi improvvisamente
amoreggiavano furiosamente e quando l’ometto si alzava a
sedere sembrava abnormemente dotato di tre gambe Al
tramondo per i viottoli odorosi giungeva il canto
appassionato di Amedeo. Allora qualcuno ricordava che
l’uomo doveva essere quel sorrentino che tanto successo
aveva avuto con le straniere e che più volte era stato ospite
dell’isola per iniziativa di albergatori o proprietari di nights
e ristoranti. Qualche volta una specie di flotta capitanata
dallo yacht a tre alberi muoveva verso Sorrento o Ischia o
Positano o Amalfi e la strana coppia, alla quale veniva fatto
il deserto attorno, si recava a visitare i luoghi più suggestivi
ed improvvisamente amoreggiava a lungo incurante di
Hitler in gonnella
quell’esercito che l’accompagnava continuamente. Ma gli
affari di Stato premevano e Liii dove rientrare ad
Eigergletscher. Aveva più volte tentato, fra crisi frequenti,
di esorcizzare l’incanto che l’aveva incatenata. E allora tornava
ad accanirsi contro quel coso grande così nel tentativo
dissennato di distruggerlo, annullarlo, ma ogni volta quello
rimaneva intatto, eretto, trionfante! Allora provava a
evidenziare l’abissale differenza di cultura e di natali. Ma
bastava la chitarra, una canzone intonata in sordina da
quella bella voce profonda, quello sguardo fatuo e sicuro,
che ogni proposito si annullava. E poi quell’odore di
maschio, quel vero odore di maschio ‐ il primo che le sue
nari avessero percepito — le era indispensabile. Lo
condusse allo Jungfrau.
Amedeo era esausto, ma trionfante. La prima parte del
piano accuratamente studiato era riuscita. Ora rimaneva la
parte finale. Senz’altro la più rischiosa e di difficoltà
quantomeno pari alla prima. Ma il suo orgoglio era alle
stelle e, da quell’uomo fondamentalmente ignorante e
presuntuoso qual era, pensava, anzi era sicuro, che nessun
traguardo ormai potesse essergli precluso. La sua era la
forza di coloro che vivono con i paraocchi e che non stanno
tanto a porsi dilemmi e ad analizzare le tante difficoltà e
angolazioni di un problema. Solo tipi come lui possono raggiungere
un rapido successo!
Più Lili lo riteneva indispensabile per l’equilibrio della sua
vita che cosi poteva — anche se nella grandiosità dei
compiti e dei traguardi — normalizzarsi con un regolare
rapporto sentimental‐sessuale, più Amedeo (ben
indottrinato dalla danese) riusciva a far introdurre
elementi raccomandati da lui nei meccanismi dirigenziali
del grande Reich e principalmente del complesso nucleare
dello Jungfrau.
Hitler in gonnella
La Fùhrer non gli negava nulla e presto, anche nei pressi
delle famose leve dei raggi Kuta e dei quadri di controllo dei
satelliti contenenti le bombe al Cuilonio, vi furono numerosi
e preparatissimi agenti della CIA e del KGB, abilmente
mascherati da fedelissimi alla causa neonazifascista. Ma
qualcosa stava mutando ogni giorno di più in Amedeo.
Quelle nevi eterne, quel paesaggio nordico, quel conversare
con Lili da pari a pari e principalmente quegli occhi
meravigliosi lo stavano conquistando. Da buon italiano era
stato appagato all’idea di poter giocare un cervello della
forza di quello di Liii, la grande scienziata, la dominatrice
del mondo! Si era sentito pari a una volpe per furberia e si
sa che questa è una delle più grandi mete dei popoli
meridionali che, pur di poter «fare fesso» qualcuno, sono
pronti a rischiare tutto. Ciò era stato esaltato da un reale
risentimento che aveva provato verso quella donna che,
anche se indirettamente, lo aveva precipitato dai fasti di
Sorrento alle miserie della Casa di corso Vittorio Emanuele.
Aveva goduto al pensiero della sua fine, pregustato la
sconfitta di colei che era riuscita ad ottenere tanto. Inoltre
non aveva potuto dimenticare le brutalizzazioni malvagie
alle quali era stato sottoposto.
Ma da qualche tempo non era più così. Ora Lili lo amava
appassionatamente, ma in modo quasi normale e ogni
giorno di più lo trattava con amore, considerazione e,
perché no, rispetto.
Una sera, dietro la grande vetrata dell’Osservatorio, gli
disse:
«Amedeo, vieni qui vicino a me. Ho da dirti una cosa».
«Dimmi, cara».
«Lo sai che hai fatto di me un’altra donna? Lo sai che non
avevo mai provato il vero amore nella mia vita? Ma non
solo quell’amore che unisce un uomo e una donna, ma
Hitler in gonnella
anche quello che si porta a un padre, a una madre, a una
sorella, a un fratello. Sarà stato perché in definitiva io sono
un’orfana. Sarà stato per il sangue che scorre nelle mie
vene. Forse per una forma di pazzia che è comune a tutti i
geni o a tutti quelli che danno più importanza al cervello
che al corpo. Non so. Ma la mia vita è stata triste. Questo
solo a te sento di poterlo dire perché tu mi ami, è vero?...
No, non rispondermi subito, lasciami finire, caro. Ricordo le
giornate trascorse nel giardino dei Kluber a Zurigo, quando
mi sentivo più amica delle formiche che delle compagne di
scuola, e poi le ammazzavo. Le sentivo amiche e le
ammazzavo. Che strano...Mi sono sempre sentita così
diversa, lontana dagli altri. Ma ci pensi, non provare mai un
vero tra sporto, un genuino bisogno di carezzare,
abbracciare, insomma amare qualcuno. Che vita la mia. E gli
uomini cosa sono stati per me se non uno strumento per
vendicarmi di qualcosa? Di cosa non so... Le mie amiche
erano felici, appagate di cose che a me sembravano futili,
sciocche e inutili... Sai cosa penso oggi? Forse avevano
ragione loro...» Gli occhi, i bellissimi occhi le si erano
inumiditi. «... ""E poi la Rivelazione, i miei propositi, tutti
quegli anni di studi, quell’applicazione fanatica che non
ammetteva altro!... Tanti contatti, ma nessun vero amico...
La solitudine, Amedeo, la mia enorme solitudine... Sapessi”.
La Fuhrer piangeva, ora senza ritegno. Amedeo era
commosso. Gli sembrava di rivivere uno dei tanti
fotoromanzi che aveva letto. In definitiva la vita, pensava, è
un fotoromanzo, anche quella di un essere superiore come
Liii. Si sentì improvvisamente colpevole. Sentiva di amarla.
Sì, amava quella stupenda donna. Ma non per quei suoi
begli occhi, per il fisico perfetto, per il ruolo che occupava
nella storia del mondo. Ma per il suo cuore che finalmente
era li, aperto davanti a lui. E chi era lui per meritare quelle
Hitler in gonnella
lacrime? Solo un piccolo sporco traditore che le stava
giocando un brutto tiro, un maledetto immondo
tradimento. Fu spinto a raccontarle tutto, ma l’istinto lo
trattenne. Lili riprese:
«Ma ora ci sei tu vicino a me. Finalmente mi sento una
donna completa. Oggi possiedo tutto. La vendetta contro i
nemici di mio padre, la realizzazione dei suoi sogni e te e...
una famiglia. Sì, voglio una vera famiglia. Sposiamoci,
Amedeo. Dividerai con me la mia potenza, il mio dominio e
avremo degli eredi... Non avevo mai pensato a dei figli.
Credevo potessero solo turbare i miei piani, l’edificazione e
il governo del mondo nazifascista. Pensa come sarà bello..,
ma presto, subito, ho più di quarant’anni, Amedeo...”
Il siciliano non capiva più nulla. La tenerezza, l’amore che
aveva provato si mescolarono a un’ enorme ambizione.
Sarebbe stato il padrone del mondo! Lui, il figlio di un
pescatore! E i patti con la CIA, il KGB? Che gliene importava,
anzi bisognava subito eliminare quelle spie che ormai erano
proprio li, vicine a loro, in posti chiave. E se avessero
parlato? Se avessero rivelato a Liii il tradimento? Quali
vette avrebbe raggiunto l’ira della Fùhrer? Rimaneva pur
sempre tale. Ora, dopo le ultime cose che gli aveva detto, ne
era convinto!
«Sì, Liii, anche se non lo merito, anche se tu sei tanto più di
me, sposiamoci, generiamo dei figli, governiamo insieme e
alleviamo i nostri figli nel nostro credo, nel tuo, in quello
che farà vivere l’universo in una pace duratura...»
I corpi si unirono in un violento disperato abbraccio. Si
denudarono con gesti convulsi, si carezzarono
furiosamente.
«Però...», aggiunse Amedeo, “... quelle persone che ti ho
fatto assumere...”
Hitler in gonnella
Uno scoppio violento. La torretta crollò. I corpi piombarono
nel ghiacciaio! Contemporaneamente o quasi altri scoppi.
La sala comando dei Kuta, dei satelliti non esisteva più.
IL MONDO ERA SALVO!!
Finalmente, dopo quei mesi di terrore e di oppressione, un
gran sospiro dì sollievo parti da tre miliardi di labbra. Ora
avrebbero potuto riprendere a scannarsi fra di loro!
Due corpi giacevano sotto la lastra di ghiaccio. Abbracciati,
uniti per sempre e il rigor mortis aveva grottescamente
fissato in tutta la sua enorme evidenza il coso grande così!
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HITLER IN GONNELLA romanzo, premio Italia di Fantascienza
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